Disabili gravissimi, Lombardia bocciata

Disabili gravissimi, Lombardia bocciata per il requisito della residenza

Redattore Sociale del 26/11/2020

MILANO. Non sono più necessari due anni di residenza in Lombardia per ottenere il contributo mensile di 600 euro previsto per i disabili gravissimi. Per il Tribunale di Milano (Sezione lavoro) tale requisito è “discriminatorio e irragionevole” e ha quindi accolto il ricorso presentato da Ledha-Lega per i diritti delle persone con disabilità, Anffas Crema, Anffas Legnano e Asgi-Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione. La regione era già stata bocciata (nel marzo del 2020), addirittura dalla Corte Costituzionale, per il requisito dei cinque anni richiesto a chi voleva presentare una domanda per la casa popolare.
I requisiti per l’accesso alle forme di sostegno alla “disabilità gravissima” (Misura B1) sono specificati dalla Delibera della Giunta regionale lombarda del 18 febbraio 2020 n. XI/2862 con la quale Regione Lombardia ha definito il Programma Operativo regionale in favore delle persone con “gravissima disabilità” e in condizione di non autosufficienza e grave disabilità in base a quanto previsto dal Fondo per la non autosufficienza per il triennio 2019-2021.
Come conseguenza dell’aver riconosciuto il carattere discriminatorio del provvedimento, il giudice ha ordinato alla Regione Lombardia di modificare la delibera e di riaprire, per almeno tre mesi, i termini per la presentazione delle domande, al fine di consentire di presentare la domanda anche alle persone che erano state inizialmente escluse.
“Il diritto alla vita indipendente delle persone con disabilità va inquadrato tra i diritti fondamentali dell’individuo, essendo presupposto primario per consentire una piena partecipazione alla vita di comunità e il pieno esercizio di tutti gli altri diritti fondamentali tutelati a livello costituzionale”, scrive il giudice nel dispositivo della sentenza. Respinta, invece, la linea di difesa sostenuta dalla Regione Lombardia secondo cui il requisito della residenza era stato fissato in ragione della limitatezza delle risorse disponibili e dalla volontà di limitare la mobilità intra-regionale dettata dall’attrattiva del contributo.
“La sentenza del Tribunale di Milano ha accolto le nostre richieste – sottolinea l’avvocato Alberto Guariso, di Asgi – Associazione giuridica per gli studi sull’immigrazione. – La ‘Misura B1’ è una prestazione che attiene al diritto alla vita indipendente delle persone con disabilità e, come tale, riconducibile ai diritti fondamentali della persona. Pertanto, non possono essere posti limiti che siano arbitrari e del tutto estranei al bisogno come, appunto, quello della residenza”. Nella presentazione del ricorso, ASGI aveva evidenziato anche il rischio di una discriminazione multipla ai danni delle persone con disabilità di origine straniera, a causa della maggiore difficoltà per gli stranieri, rispetto agli italiani, a maturare i requisiti di residenza richiesti dalla normativa.
“Il diritto a una vita autonoma e indipendente per le persone con disabilità è tutelato dall’articolo 19 della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia e quindi legge dello Stato – sottolinea Laura Abet, del Centro Antidiscriminazione di Ledha. Prevede espressamente il diritto delle persone con disabilità ad avere accesso a una serie di servizi ‘per consentire loro di vivere nella società e di inserirvisi e impedire che siano isolate o vittime di segregazione’. Inserire un criterio totalmente estraneo, come quello del vincolo di residenza, significa limitare, di fatto, un diritto fondamentale. Ora è importante divulgare la notizia della prossima riapertura dei termini”.

Se vuoi arrivare primo corri da solo, se vuoi arrivare lontano, cammina insieme

Se vuoi arrivare primo corri da solo, se vuoi arrivare lontano, cammina insieme” recita un antico proverbio africano.

Ancora una volta è questo l’invito che lo Snals-Confsal, unitamente alla Segreteria Regionale ed ai segretari provinciali, rivolgono al Governatore della Regione Puglia, Michele Emiliano, perché non si privi della collaborazione delle parti sociali e dialoghi con gli attori che ruotano attorno al mondo della scuola, affinché quest’ultima torni ad essere quell’ambiente sereno in cui possano crescere i cittadini di domani.

Oggi, invece, la serenità è lontana, e non sarà certo una sentenza emessa da un tribunale a restituirgliela. Sia ben chiaro: lo Snals-Confsal, pur non dubitando che il meglio per gli studenti sia la didattica in presenza, sente la necessità di invitare al realismo e a guardare in faccia la situazione sanitaria Covid-19 in Puglia.

Le scuole hanno fatto quanto era in loro potere per garantire le migliori condizioni igienico-sanitarie: sanificazioni, pulizie extra, distanziamento fra i banchi, acquisto di termoscanner, ridefinizione degli orari di lezione con conseguente stravolgimento del carico lavorativo dei docenti, differenziazione e scaglionamento dei percorsi di entrata ed uscita. Questo, però, ancora non basta, dal momento che sono sempre troppi gli aspetti critici che ruotano attorno al mondo dell’istruzione: carenza di mezzi di trasporto, ragazzi e genitori che continuano ad assembrarsi oltre i cancelli, aule in cui, con l’abbassarsi della temperatura, è difficile garantire un adeguato ricambio dell’aria, servizi igienici da sanificare dopo ogni uso avendo a disposizione un personale che è sempre troppo scarso.

Nella guerra che si sta combattendo tutti hanno dovuto accettare nuove regole. Anche la scuola deve dare il suo contributo. La scuola non può essere terreno di scontro politico ancor di più in periodo di pandemia. Ricordiamo che l’art.32 della costituzione Italiana sancisce “la tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”: Per questo, ancora oggi, lo Snals-Confsal chiede, temporaneamente, la sospensione delle attività didattiche in presenza, per tutti gli ordini di scuola. Chiede, altresì, che venga garantita la libertà di insegnamento dei docenti (art.33 della Costituzione), e la possibilità di connettersi anche dalle proprie residenze, qualora le scuole non abbiano connessioni idonee.                                                                                       

Il Segretario Regionale                                                          Il Segretario Regionale

 Snals-Confsal Puglia                                                                     Confsal Puglia

 Dott.ssa Chiara De Bernardo                                                  Prof. Vito Masciale

#LaMinistraRisponde

Scuola, #LaMinistraRisponde su Instagram alle domande degli studenti. Dagli Esami di Stato, al ritorno in aula in presenza, ecco cosa hanno chiesto i ragazzi

“Quando e come si faranno gli esami di Maturità?”. “E quelli delle medie?”. “Quando riprenderanno le attività in presenza?”. Sono solo alcune delle domande che studentesse e studenti hanno rivolto alla Ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, attraverso #LaMinistraRisponde, la rubrica pensata dal Ministero dell’Istruzione per dare risposta in modo rapido e diretto ai quesiti di ragazze e ragazzi, personale scolastico, genitori, cittadini che spesso arrivano via social. Prima ‘puntata’ su Instagram, dedicata a studentesse e studenti che si sono concentrati su temi molto pragmatici: esami di fine anno, didattica a distanza e ripresa delle lezioni, eventuali novità legate all’emergenza per i Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento, utilizzo dei laboratori. 

La rubrica sarà periodica e sarà dedicata in modo alternato una volta ai ragazzi e, la volta successiva, al personale della scuola e alle famiglie.

COVID: RITORNO IN CLASSE NON SIA QUESTIONE IDEOLOGICA

COVID: RITORNO IN CLASSE NON SIA QUESTIONE IDEOLOGICA, GARANTIRE SICUREZZA

“Lo abbiamo già detto più volte e lo ribadiamo con fermezza: il tema della ripresa in presenza delle attività didattiche non può e non deve assumere un carattere ideologico e la decisione sulla riapertura degli istituti ad alunni e docenti deve basarsi su evidenze scientifiche certe. Un dato è sicuro: se le aule scolastiche sono diventate off-limits è perché i protocolli di sicurezza adottati non si sono dimostrati adeguati all’emergenza in corso e, dunque, vanno rivisti”. Così Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti, commenta le dichiarazioni della ministra Azzolina che ha indicato il 9 dicembre come data di un possibile ritorno a scuola.

Inutile e dannoso, secondo Di Meglio, lo scaricabarile istituzionale: “Per tenere aperte le scuole in sicurezza, è indispensabile garantire tutti gli elementi necessari a che ciò avvenga, dalle misure organizzative per scaglionare i flussi degli studenti in ingresso e in uscita dagli edifici scolastici, agli interventi sanitari quali i test rapidi e un sistema celere di tracciamento dei contagi, passando per il potenziamento della rete di trasporto pubblico locale”.

“Fin dall’inizio della pandemia, la Gilda ha definito la Didattica a Distanza un surrogato della scuola e che, dunque, non potrà mai sostituirla. Perciò noi siamo per la scuola in presenza, ma con protocolli di sicurezza che non facciano acqua da tutte le parti. Il diritto all’istruzione, che può essere esercitato pienamente soltanto attraverso la relazione diretta tra docente e discente, e il diritto alla salute sono sanciti dalla nostra Costituzione e, pertanto, devono essere garantiti entrambi senza che l’uno escluda o calpesti l’altro”, conclude Di Meglio.  

Unità d’intenti e tecnologie per non perdere altro tempo

da Il Sole 24 Ore

di Eugenio Bruno

La didattica a distanza è di nuovo la regola per un alunno su due. E almeno fino al 3 dicembre il quadro resterà immutato, con tutti gli studenti delle superiori – e, nelle zone rosse, anche i ragazzi di seconda e terza media – costretti davanti al Pc, al tablet o allo smartphone per seguire le lezioni. Come in primavera; si spera meglio che in primavera, quando ogni scuola si è trovata improvvisamente (e forzosamente) a spostare sul web tutte le attività didattiche. Chi era più avanti, perché dotato di un preside o di un docente all’avanguardia, ha limitato i danni e e ha innovato ancora. Chi era indietro c’è rimasto.

L’idea del Sole 24 Ore di dedicare una seconda Guida alla scuola digitale nasce proprio da questo punto. Dall’auspicio che gli 8 mesi passati tra il primo lockdown e la seconda chiusura parziale non siano passati invano e, dunque, che il copione possa essere diverso. Ma anche dall’intenzione di raccontare e diffondere le buone pratiche già in atto. Grazie all’impegno di insegnanti curiosi e vogliosi di sperimentare. Proprio a loro abbiamo chiesto di raccontare in prima persona che cos’è una lezione online e in che cosa si differenzia da quella frontale. Di che mezzo ha bisogno. Con quali tempi va svolta. Quante strade diverse può prendere per raggiungere lo stesso obiettivo formativo. Ne è venuto fuori un racconto corale che parte da Napoleone e, passando per un laboratorio di fisica homemade, arriva ai film di Totò. Un aiuto concreto ai professori meno avvezzi alla digitalizzazione e alle famiglie costrette di nuovo ai salti mortali, tra smart working e congedi semi-retribuiti, per assistere i figli a casa.

Fin qui il livello micro. Ma per evitare gli errori del recente passato serve un cambio di passo anche in quello macro. Lo avevamo scritto alla vigilia del ritorno in classe di settembre: il difficile non è riaprire le scuole, bensì tenerle aperte. Purtroppo siamo stati facili profeti. Oltre a uno sforzo ulteriore per assicurare a tutti gli studenti la strumentazione adatta, per evitare che gli anni scolastici persi o fortemente mutilati diventino due, serve ancora più di allora l’unità d’intenti dei principali protagonisti (governo, opposizione, regioni, sindacati) perché con l’istruzione e il futuro dei nostri giovani non si scherza. Un’unità che continua a non vedersi. Né in presenza né a distanza.

Lezioni via web obbligatorie dopo la prima media

da Il Sole 24 Ore

di Claudio Tucci e Laura Virli

Con la ripresa dell’emergenza sanitaria, da inizio ottobre, si è assistito a un’avanzata, un po’ in tutt’Italia, della didattica a distanza, che, tra provvedimenti del governo e quarantene più o meno estese, sta interessando circa 4 milioni di studenti. In pratica, per un alunno su due la scuola si è spostata dagli edifici scolastici alle case.

La fotografia, al momento, è questa: per i 2,6 milioni di ragazzi delle superiori le lezioni online sono tornate obbligatorie con l’ultimo Dpcm del governo Conte di metà ottobre, almeno fino al 3 dicembre. Nelle zone cosiddette rosse (che cambiano a seconda di dati e indicatori) la didattica integrata digitale interessa, obbligatoriamente, anche seconda e terza media. Poi, ci sono i provvedimenti delle autorità locali, regionali o comunali, che possono allargare le restrizioni e portare da remoto, per un determinato periodo, le lezioni anche a infanzia, primaria e prima media.

A tutto questo, si aggiungono le quarantene, in caso di contagio di studenti, docenti, personale Ata. E, dunque, la chiusura della classe, del plesso e dell’istituto.  Con conseguente avvio delle lezioni da remoto.

I professori da remoto

Secondo l’ultimo monitoraggio della rivista specializzata Tuttoscuola hanno, conseguentemente, ripreso a lavorare online anche circa 400mila docenti, con un’età media di 51 anni, che potranno operare da casa, anziché da scuola, previa autorizzazione del capo d’istituto, come precisato da una nota ministeriale applicativa del recente contratto integrativo sulla didattica digitale integrata. Di questi circa 70-80mila sono precari con contratto a tempo determinato. Quasi tutti hanno conosciuto i loro alunni solo poche settimane fa, e avranno quindi una difficoltà in più. Dovranno inoltre operare, se lavorano da remoto e la scuola non provvede con il comodato d’uso del device, utilizzando una dotazione tecnologica acquistata a proprie spese, visto che, a differenza dei colleghi di ruolo, non possono fruire della carta del docente per acquisti (il bonus di 500 euro annui riservato per i docenti a tempo indeterminato).

Le lezioni online

Ma come si sta tornando a fare lezione da casa? Esistono due tipi diversi di attività integrate digitali che concorrono in maniera sinergica al raggiungimento degli obiettivi di apprendimento e allo sviluppo delle competenze personali e disciplinari: le attività sincrone, che si svolgono con la connessione simultanea online di studenti e docenti, e le attività asincrone, che prevedono la condivisione di materiali didattici da parte dell’insegnante, l’assegnazione di compiti o approfondimenti, lo svolgimento e la consegna di essi da parte degli studenti tramite piattaforme digitali. La didattica digitale è rivolta all’intero gruppo classe o a gruppi o a singoli, e può anche essere utile per approfondimenti disciplinari, per personalizzare i percorsi (specialmente in caso di Dsa e Bes) e recuperare gli apprendimenti, per sviluppare le competenze legate ai percorsi di scuola-lavoro e all’insegnamento dell’educazione civica.

Nel caso di didattica digitale integrale al 100% la programmazione delle attività in modalità sincrona deve seguire un quadro orario settimanale delle lezioni di almeno 20 ore al secondo ciclo. Al primo ciclo si scende a 10 ore minime per la primaria, classe prima, e 15 ore per le restanti classi di primaria e medie.

La pause si recuperano

Il docente ha facoltà di introdurre momenti di pausa nel corso della lezione sincrona, È consigliata l’adozione di unità orarie inferiori ai 60 minuti. Questo in funzione della valorizzazione della capacità di attenzione degli alunni e anche per salvaguardare la salute e il benessere sia degli studenti, sia del personale docente, per analogia alle regole sull’uso dei videoterminali dei lavoratori in smartworking.

Nel caso di unità orarie inferiori a 60 minuti, il docente è tenuto al recupero delle frazioni orarie perse secondo modalità previste dal piano sulla didattica digitale. Ogni docente annota sul registro elettronico le attività svolte con gli studenti ed i relativi compiti; rileva, all’inizio del meeting, la presenza degli studenti e le eventuali assenze, segnandole nell’apposito spazio del registro elettronico; comunica in anticipo quali, tra i prodotti realizzati durante le attività di lezione on line, sono oggetto di verifica.

Adattamenti caso per caso

La valutazione tiene conto anche della partecipazione alla scuola da remoto (che è obbligatoria) e delle caratteristiche della materia; si privilegia l’aspetto formativo della valutazione a distanza, in considerazione dell’eccezionalità del momento, secondo criteri di valutazione degli apprendimenti stabiliti nel Ptof. In ogni caso, per fare lezione a distanza, non esiste la soluzione migliore, ma tante soluzioni che si adattano alle necessità, ai diversi contesti e alla tipologia di materia.

Ad esempio, l’insegnamento della matematica e della fisica non può prevedere solo una lezione parlata. È necessario scrivere formule e svolgere esercizi. In questo caso, viene in aiuto la creazione di classroom, ossia classi “virtuali” in cui assegnare e correggere i compiti, o l’uso di tavolette grafiche per scrivere formule, espressioni o, ancora, la realizzazione di video (webinar) da caricare su youtube. Ma anche l’educazione fisica, la più pratica tra le materie, deve essere riadattata dando più spazio all’approfondimento delle tematiche su salute e benessere oltre che suggerire esercizi fisici da fare a casa spiegando in videoconferenza la sequenza e la giusta tecnica di esecuzione.

Formazione obbligatoria per superare l’improvvisazione

da Il Sole 24 Ore

di Andrea Gavosto*

Già sappiamo purtroppo che questa generazione di studenti pagherà alla pandemia globale un conto elevato, con perdite gravi di apprendimenti, di competenze, di socialità, che avranno riflessi negativi sulla loro vita e il benessere economico futuri.

In Italia, a quella lunghissima in primavera, oggi si aggiungono nuove chiusure delle scuole. Mentre si scrive sono ancora parziali, in quanto differenziate per grado scolastico e per territorio in relazione alla gravità del contagio (alcune regioni, però, hanno già chiuso ogni istituto), ma non si può escludere che possano diventare presto generalizzate e durare oltre Natale. Nell’ipotesi migliore, l’anno scolastico sarà a singhiozzo, con nuovi pericoli e perdite a danno di un processo essenzialmente cumulativo com’è l’istruzione.

Quanto elevato sarà il conto per gli studenti italiani ancora non sappiamo e sarà difficile scoprirlo, avendo perso l’occasione di usare a questo scopo uno strumento che era a disposizione, le prove Invalsi.

Nonostante tutto, è comunque un bene che il tema della learning loss, la perdita di apprendimenti, sia infine diventato oggetto di dibattito pubblico, lasciando indietro temi più futili, dal plexiglas ai banchi a rotelle.

Un’altra cosa che ancora non sappiamo è in quale misura la didattica a distanza (Dad), ora rinominata didattica integrata digitale (Did), sia riuscita a mitigare la perdita di apprendimenti durante il lockdown.

In attesa di capirne di più, resta il fatto evidente che – piaccia o meno – la didattica online continuerà a tenerci compagnia a lungo.

Tutti speriamo che ciò avvenga, laddove l’emergenza sanitaria lo consenta, grazie a una sua efficace integrazione con le attività didattiche in presenza. In questo caso, sarà una prima, sia pur forzata, sperimentazione di quelblended learning, che mette appunto insieme apprendimenti in presenza e online: una strada seguita già prima della pandemia da sistemi scolastici più aperti al rinnovamento della didattica. E con risultati promettenti, sebbene in attesa di nuova solida conferma.

Ma potrebbe anche darsi che la didattica online torni a essere l’unica risorsa per fare scuola, pur sapendo che non può efficacemente sostituirsi del tutto alle attività in presenza. Si pensi – per fare un solo esempio – alle lezioni laboratoriali che sono al centro dei percorsi formativi di istituti tecnici e professionali.

In entrambi i casi, è ormai tempo che di didattica online, di come farla e come migliorarla, si parli in modo più laico, come si propone di fare questa guida del Sole 24 Ore.

E come, invece, non si è fatto nei mesi scorsi, quando è quasi diventata il termometro degli umori mutevoli del Paese rispetto alla scuola in tempi di Covid. Si è partiti da una narrazione che nelle prime settimane esaltava l’impegno dei docenti nella Dad (che davvero è stato generoso), ma dimenticava talvolta sia i troppi studenti che di fatto ne erano esclusi, sia quanto improvvisata e talvolta limitata fosse l’offerta delle scuole. Ben presto si è arrivati, però, sulla spinta della richiesta da parte delle famiglie per una completa riapertura delle scuole e di alcuni autodafé di intellettuali, a una demonizzazione della didattica online: inadeguata, inefficace, iniqua, una parentesi da dimenticare subito, senza alcuna lezione da apprendere.

Nelle pagine seguenti si comprenderà meglio perché la didattica online non è una medicina cattiva né una panacea, ma una risorsa da analizzare criticamente e migliorare.

Per il salto di qualità credo serva, però, condividere alcuni presupposti che permettano di andare al di là dell’esperienza dei mesi scorsi. Provo, in chiusura, a metterne in fila alcuni.

In primo luogo, smettiamo di pensare – come ancora spesso avviene – che la didattica online sia fare una videoconferenza che riproduca in tempo reale una tradizionale lezione ex cathedra. Ci sono strade più promettenti, nei tempi e nei modi. La ricerca internazionale conferma, infatti, che ciò che davvero importa non è tanto che l’apprendimento avvenga “in sincrono” (in tempo reale) piuttosto che in altri momenti e formati, quanto che la proposta del docente fondi la sua qualità anche su alcuni ingredienti didattici ricorrenti, che già sono importanti in presenza e lo diventano di più in quella online e nelblended learning. Fra questi, fondamentale è la qualità della programmazione, delle spiegazioni strutturate e dei feedback da dare agli studenti, che in ogni momento anche a casa devono sapere a che punto si trovano. Non meno rilevante per gli esiti dell’apprendimento è insistere sul lavoro autonomo di ciascun allievo e sul lavoro collaborativo fra pari, all’interno di “cordate” online fra compagni di classe.

In secondo luogo, non va abbassata la guardia sui rischi che – anche dopo il primo lockdown – ci siano studenti ancora tagliati fuori. Nonostante investimenti importanti del ministero soprattutto in device per gli allievi, restano problemi tecnologici, inclusa per molte scuole la qualità del collegamento. Allo stesso modo, servono strategie specifiche per “tenere a bordo” gli studenti con disabilità e con bisogni educativi speciali, allorché la didattica in presenza – per loro in generale ancora più utile – diventi impossibile.

Infine – è banale, ma va ripetuto dopo l’inerzia colpevole degli ultimi cinque mesi – i miglioramenti che potrebbero traghettare la didattica online dall’improvvisazione a una prima maturazione si ottengono solo con un urgente programma di formazione obbligatoria dei docenti.

* Direttore della Fondazione Agnelli

La scuola è aperta solo se mantiene la relazione studente-docente

da Il Sole 24 Ore

di Maria Piera Ceci

La scuola ai tempi della pandemia, secondo Alessandro D’Avenia, insegnante in un liceo milanese, autore di libri di successo, l’ultimo ora in libreria, “L’appello”, edito da Mondadori.

«La scuola di oggi sarebbe da buttare nel cesso in questo momento. Un baraccone in cui l’ultima cosa sono le vite delle persone». A parlare così è una delle studentesse della classe sgangherata protagonista de “L’Appello”. Che termini userebbe questa ragazza per definire la scuola ai tempi della Dad?

Dobbiamo smetterla di ridurre la scuola al medium che usiamo. La scuola è la relazione discepolo-maestro. Una relazione circolare che ha come obiettivo la crescita sia dell’uno che dell’altro. Se questo non accade, la relazione semplicemente non c’è, sia in presenza sia a distanza. La scuola è aperta solo dove questa relazione è viva. Abbiamo bisogno di una scuola che torni a dare centralità alla relazione, e invece la scuola di oggi, tra burocrazia e supplentite, è l’esatto contrario.
La Dad in molti casi è solo il
necrologio di un paziente moribondo,
in molti altri è un’occasione di
crescita straordinaria. Tutto dipende dalla relazione che avevamo prima
con i ragazzi.

«C’è caos sul volto di ogni adolescente», scrive nel suo libro. Lei che i ragazzi li vede ogni giorno, anche se dietro a un Pc, quale caos legge sui loro volti sgranati dai pixel?

Quando la relazione era viva anche prima, tutti si impegnano a mantenerne il calore online. Non è il medium che fa il messaggio, ma il messaggio che fa il medium. Che poi molti si adagino e si lascino andare mi sembra normale, ma sono poi i primi a soffrirne. Questa situazione sta già causando molti traumi ai ragazzi più fragili. Per altri versi sta consentendo a quelli più riservati o timidi di emergere in modo più protetto. La partita si gioca giorno per giorno, uno per uno. Educare è un lavoro creativo, non ripetitivo.

Che cosa si rischia secondo lei, che ogni giorno entra nel parallelepipedo virtuale che è ormai la classe?

Non chiediamo alla scuola di fare tutto. È l’errore che sovraccarica la scuola di compiti educativi che spettano alla famiglia. Per superare la situazione o per sfruttarla a nostro vantaggio, l’unica maniera è allearsi. Io sto facendo molti più colloqui con i ragazzi e con i genitori online di quanti ne facessi prima in carne e ossa. Il mezzo semplifica la comunicazione e ne possiamo approfittare per un lavoro più capillare e mirato sui singoli ragazzi. Ho avuto sorprese che non mi aspettavo.

Nel suo libro a salvare i ragazzi è un insegnante cieco che, grazie all’appello, riesce a leggere nella loro anima. Oggi come è possibile per gli insegnanti raggiungere gli studenti filtrati da un computer?

I ragazzi li raggiungi solo se li ami. Non c’è altro modo. Quando loro sentono che vuoi loro bene e sei disposto a lottare per loro e con loro ti seguono in capo al mondo. E non sto parlando di fare gli amiconi, il più grande tradimento educativo è mettersi alla pari. Sto parlando di aiutarli a conoscersi, di sfidarli e di proteggerli, di non nascondere loro i punti deboli che hanno e di sottolineare i loro punti forti, e far percepire ogni giorno che loro sono sempre molto di più delle loro prestazioni. Se sbagliano qualcosa hanno sbagliato una prova, non sono sbagliati loro. Il mondo dice loro esattamente il contrario: tu vali quanto fai, appari, conquisti. A scuola invece tu sei: per questo l’appello è il momento più importante della giornata scolastica, il momento in cui prendi in carico le loro vite, una per una.

Da tutte le crisi, anche più profonde, nasce qualcosa di positivo. Cosa salvare della Dad per la scuola che verrà?

Non si tratta di buttare o salvare qualcosa. La dobbiamo smettere di chiedere agli oggetti le soluzioni. Così abbiamo fatto con i banchi monoposto. Le soluzioni sono sempre e solo le persone in carne e ossa, che poi useranno degli strumenti migliori per gli scopi che si prefiggono. Noi abbiamo bisogno di una scuola che rimetta al centro la conoscenza come cura di se stessi e del mondo. Finché il sistema scuola ostacolerà la relazione discepolo-maestro niente ci sarà di aiuto. O ripartiamo dall’umano o continueremo a fare discorsi che non cambiano la sostanza, ma sono solo cosmesi o propaganda. La scuola è fatta dell’energia dei ragazzi e noi questa energia la stiamo spegnendo invece di accenderla.

«Andare bene a scuola non è questione di voti, ma di Vita». Quest’anno i voti come andrebbero dati, che cosa va valutato?

I voti vanno dati perché sono il punto di arrivo di un percorso educativo. Come sempre l’importante è tenere separata la prestazione dalla presenza. Un vero rapporto educativo funziona quando, anche dopo aver dato un voto insufficiente, la relazione non si sposta di un millimetro perché il ragazzo ha imparato che ha sbagliato una prova, non è sbagliato lui. In questo periodo dovremmo allentare la pretesa sui voti come li pretendevamo prima e dedicarci a una scuola molto più basata sulla ricerca gratuita della verità e del sapere. Se riusciamo a insegnare solo con lo spauracchio dei voti possiamo stare certi che non sappiamo insegnare, perché la paura serve ad apprendere solo sul breve periodo e non tanto ad apprendere ma a “ripetere” cioè a essere “ammaestrati”. La cultura è un’altra cosa, è un’arte di vivere sapendo guardare il mondo e
cercando la verità.

Ritorno a scuola con ingressi scaglionati

da Il Sole 24 Ore

di Claudio Tucci

Il faccia a faccia tra Lucia Azzolina e i sindaci finisce con una sorta di impegno a riportare, gradualmente, gli studenti alle lezioni in presenza già prima di Natale. Una data precisa ancora non viene indicata; e comunque un primo assaggio di ritorno in classe per i circa 4 milioni e rotti di alunni finiti da diverse settimane in didattica a distanza (degli 8 milioni complessivi) dovrà essere accompagnato da una serie di misure di “prevenzione”, piuttosto precise, dalla corsia preferenziale per le scuole nelle Asl al potenziamento del servizio di trasporto pubblico, fino ad arrivare a un reale scaglionamento di ingressi e uscite.

Per la ministra dell’Istruzione, da giorni in pressing sul governo per riaprire gli istituti, è un primo risultato positivo: «Ho molto apprezzato lo spirito di collaborazione emerso dalla riunione con i sindaci delle aree metropolitane – ha dichiarato al termine dell’incontro -. Siamo tutti d’accordo che la scuola sia una priorità, lavoriamo insieme per riportare gradualmente gli studenti in classe».

Gli enti locali, pur concordando sulla necessità di far rientrare a scuola i ragazzi, hanno però indicato alcuni paletti e non vogliono che i problemi che si sono presentati a settembre e che hanno di fatto comportato la chiusura delle scuole, si ripresentino a dicembre senza che nulla sia stato risolto.

«La nostra massima e unitaria disponibilità a collaborare – ha sottolineato il presidente dell’Anci, Antonio Decaro – non può prescindere da alcuni nodi sui quali siamo tornati a sollecitare la ministra e, per suo tramite, l’intero governo».

I sindaci hanno chiesto di fissare gli orari di ingresso e uscita «davvero scaglionati», vogliono garanzie sull’incremento di mezzi di trasporto, soprattutto extraurbani, per garantire che si evitino affollamenti sugli autobus e alle fermate, sostengono la necessità di protocolli sanitari «univoci e chiari» per fissare le modalità di tracciamento, di quarantena e utilizzo dei test rapidi.

Nel dibattito è intervenuto anche il presidente dell’Upi (Unione delle province italiane), Michele De Pascale, che ha sostenuto come le province, che si occupano di gestire gli istituti superiori dove studiano 2 milioni e 500 mila ragazzi, siano «favorevoli al ritorno in classe dei ragazzi», ma per le scuole superiori il rientro «deve avvenire con gradualità ed equilibrio, in modo da evitare di dovere intervenire con frenate brusche».

Il confronto, anche all’interno del governo, proseguirà nei prossimi giorni. Tra le ipotesi allo studio, c’è quella di far rientrare in presenza gli studenti di prima e quinta superiore (questi ultimi, a giugno, impegnati nell’esame di maturità) o, è un’altra idea, far tornare in classe gli studenti delle superiori nelle regioni con minor rischio sanitario.

Favorevole, da giorni, a far tornare i ragazzi in presenza è il coordinatore del Cts, Agostino Miozzo: «Bisogna riportare gli alunni a scuola il prima possibile – ha dichiarato ieri a un Forum dell’Ansa -. I problemi, infatti, non sono negli istituti, ma prima e dopo l’orario di lezione, come ad esempio i trasporti nelle grandi città».

Invalsi, arrivano le prove fai da te per la didattica a distanza

da Corriere della sera

Gaia Terzulli

Nell’era della didattica d’emergenza, fruita da casa, negli oratori, in spiaggia o, nel migliore dei casi, in classe, anche gli strumenti di monitoraggio del sistema educativo vengono adeguati ai nuovi bisogni della scuola. L’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e Formazione (Invalsi) consegna agli insegnanti una «cassetta» virtuale di strumenti messi a punto durante il lockdown per ridare slancio alla didattica e permetterle di adeguarsi a una fase inedita come quella della pandemia da Covid-19.

I test fai da te

Si tratta di risorse calibrate per le tre materie oggetto delle tradizionali prove di primavera, somministrate da Invalsi agli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado: italiano, matematica e inglese. Un materiale eterogeneo che comprende oltre 60 video sui principali nodi di apprendimento rilevati dagli esperti in dieci anni; un set di prove diagnostiche utilizzabili liberamente dai docenti e le relative schede di lettura in cui vengono illustrati i traguardi previsti dalle Linee guida vigenti. «La fruibilità è una delle prerogative di questo materiale», spiega Roberto Ricci, direttore Invasi: «Per accedere ai video è sufficiente una connessione a internet e un dispositivo, non c’è bisogno di programmi particolari. E poi sono su misura, pensati per i docenti in base alle loro esigenze e alle evidenze riscontrate nelle prove». Un modo per venire incontro a tutti: insegnanti e famiglie, adeguando le risorse della didattica a tempi più complessi. Al termine di ogni video gli esperti propongono una serie di prove diagnostiche che i docenti possono scegliere di sottoporre agli allievi. Lo scopo è ottenere una mappa sufficientemente dettagliata delle competenze degli alunni sugli argomenti in questione. L’analisi delle loro risposte alle domande consente agli insegnanti di individuare gli errori più frequenti, spesso frutto di concezioni fuorvianti che inducono in errore anche quando i quesiti sono molto semplici.

Il caso dell’inglese

«Abbiamo il dovere di svolgere un’operazione di verità», sottolinea la presidente Invalsi, Anna Maria Ajello: «Agli studenti di quest’epoca stiamo consegnando una grossa perdita, di stimoli, conoscenze e interazione. Dobbiamo capire cosa possiamo fare come scuola per colmare la lacuna e questi strumenti sono pensati proprio per aiutarci a recuperare ciò che si è perso». Per illustrare nel dettaglio le prove diagnostiche, gli esperti hanno scelto di partire dall’inglese, a cui sono dedicati due webinar di presentazione (24 novembre e 15 dicembre), uno per la reading comprehension (comprensione della lettura) e uno per la listening comprehension (comprensione dell’ascolto). Nel corso del primo incontro sono state presentate diverse tipologie di esercizi di comprensione del testo adeguate a classi e, dunque, ad età differenti. Dal diario di una bambina inglese di otto anni al testo di una brochure, fino a un articolo di giornale, il denominatore comune alle prove è l’autenticità. «Si tratta di testi contenenti caratteristiche di naturalezza proprie della lingua in cui sono scritti», spiega Patrizia Calanchini Monti.

Come funzionano

Gli esercizi sono pensati per stimolare gli studenti a una lettura accurata: lo dimostra il True, False, Not Given Method (Metodo del Vero, Falso o Non specificato) con cui sono strutturate le prove per gli allievi di livello A1: di fronte a un’affermazione riferita al testo proposto, l’alunno deve stabilire se essa è vera, errata o non specificata. Per arrivare alla conclusione Not given «deve aver necessariamente letto il passo con attenzione», osserva Patrizia Calanchini Monti. Per i test di livello B1, la sfida è maggiore: trovandosi a scegliere solo tra Vero o Falso nei quesiti posti al termine della lettura di un brano, lo studente è chiamato a giustificare l’opzione ritenuta corretta: come? Riportando le prime quattro parole della frase in cui è contenuta l’affermazione in questione. «Così si capisce che ha individuato la parte di testo a cui fa riferimento la domanda», chiarisce Attilia Lavagno, relatrice del webinar. Le prove diagnostiche di inglese offerte da Invalsi sono elaborate per i livelli di competenza linguistica previsti dal Quadro comune europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue e vanno dall’A1 al B2 passando, nell’ordine, per A2 e B1. Da domani e per tutto il mese di dicembre si terranno webinar specifici anche per italiano e matematica: le date sono disponibili sul sito www.invalsiopen.it. «Per conoscere l’effettivo impatto della “perdita di apprendimento” prodotta dalla pandemia abbiamo bisogno di uno strumento che inquadri analiticamente le competenze raggiunte dagli allievi di ogni scuola e di ogni classe nelle principali materie», sottolinea Roberto Ricci: «Si tratta di strumenti attendibili e validati che, oltretutto, potrebbero alleggerire almeno una parte della fatica necessaria per ripartire».

Scuola, sindaci e Regioni frenano sulla riapertura il 9

da la Repubblica

Corrado Zunino

Questa volta la ministra Lucia Azzolina ha ascoltato. I sindaci delle quattordici città metropolitane del Paese le hanno spiegato necessità e problemi — alcuni davvero grandi — per ripartire con gli istituti superiori (e le seconde e le terze medie) già da dicembre. Il premier Conte insiste: «La scuola va riaperta appena possibile, non appena riporteremo sotto controllo i contagi». E così la ministra dell’Istruzione ha aperto video e microfoni alle città, da Milano a Messina, sapendo che dalle Regioni, detentrici dei veri poteri sulla scuola, già sale l’opposizione al rientro a breve. Azzolina ieri non ha indicato date: mercoledì 9 dicembre resta una possibilità per quello che continua a chiamare un «ritorno graduale», ma dall’altra parte — i primi cittadini — sono arrivate indicazioni che rendono l’appuntamento davvero molto ravvicinato.

Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente dell’associazione dei comuni Anci, così ha spiegato: «Servono scaglionamenti veri, trasporti sicuri, soprattutto extraurbani, protocolli sanitari univoci e adeguamenti tecnologici negli istituti». Un bel filotto di cose, ribadito da Merola (Bologna) e Nardella (Firenze) che non si sono fatte per la prima apertura del 14 settembre. I sindaci parlano di clima positivo, ma Marco Bucci (Genova) segnala: «È ancora in dubbio se apriremo le scuole prima o dopo Natale». Le questioni al Sud sono, al solito, più complesse. Giuseppe Falcomatà, sindaco di Reggio Calabria: «Ci sono tre-precondizioni per aprire, trasporti, orari sfalsati, tracciamento dei contagi. La vedo dura risolverle nelle due settimane che restano». Cateno De Luca, sindaco di Messina, gli istituti scolastici li ha chiusi. Fino a domani. «Da noi l’Azienda sanitaria provinciale non ha alcun controllo sui contagi, devo chiudere per legittima difesa».

Il ministero dei Trasporti fa sapere che anche con una forte immissione di mezzi pubblici in più non si risolverà il problema dell’assembramento a bordo: Milano e Roma sono congestionate e senza scaglionamento a scuola diversi bus viaggiano vuoti. Le aziende di trasporto metropolitane sono pronte a rafforzare il servizio il sabato e anche la domenica. Ecco, questa volta gli orari d’ingresso e d’uscita differenziati dovranno essere veri, radicali. Lo hanno detto tutti i sindaci.

I vertici del Pd — Zingaretti, poi Franceschini — non vogliono l’anticipo del rientro in presenza, ma diversi senatori del partito spingono per dicembre. Italia Viva e 5S premono. Oltre all’ostacolo della realtà scolastica italiana, però, c’è quello dei governatori. Luca Zaia (Veneto): «La data del 9 dicembre mi sembra leggenda metropolitana, io aprirei il 7 gennaio». Nella Campania che ritrova materne ed elementari, molte famiglie continuano a tenere gli alunni a casa. E i sindaci di Caserta, Salerno e Avellino, timorosi del Covid, hanno già firmato proroghe per le chiusure.

Trasporti, ingressi sfalsati, contagi: tutte le incognite del ritorno a scuola il 9 dicembre

da la Repubblica

Corrado Zunino

– “Da quando le scuole superiori sono state chiuse per decreto“, dice l’assessora all’Istruzione della Regione Emilia Romagna, Paola Salomoni, “i problemi non sono stati risolti”. Trasporti, flussi degli spostamenti, tracciamento dei contagi. “Sono ancora tutti lì”. L’idea di provare a ripartire il 9 dicembre “è un segnale per il Paese, ma le difficoltà sono davvero tante. Credo che ne usciremo ascoltando le scuole, i dirigenti scolastici e chiedendo loro soluzioni creative”.

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, lo ha detto in tv: “Lavoriamo per riaprire le scuole a dicembre”. La ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, questa mattina sta provando a convincere i sindaci delle quattordici città metropolitane, visto che da alcuni Regioni – Campania, Puglia e Calabria – attende un’opposizione. Vincenzo De Luca, presidente campano, dovrebbe rendere esplicita in giornata la sua contrarietà all’accelerazione scolastica. Il sindaco di Bari, e presidente dell’Associazione nazionali comuni italiani, Antonio Decaro, entra scettico all’incontro di questa mattina: “A Bari eravamo nelle condizioni di non chiudere il 4 novembre, ma devo dire che i contagi in città restano alti e il problema dei trasporti, in provincia, è serio”.

L’assessora alla Scuola “In Emilia Romagna non abbiamo altri bus”

Il potere delle riaperture scolastiche è nelle mani delle Regioni, ma per ora la ministra ha scelto il passaggio intermedio delle città metropolitane. Cristina Grieco, assessora all’Istruzione in Toscana, dice: “Il problema continuano ad essere i trasporti”. Ed è ancora la pari ruolo in Emilia Romagna, Paola Salomoni appunto, a spiegare: “Con la capienza dei bus al cinquanta per cento la situazione è di difficile soluzione. I mezzi pubblici cittadini e provinciali sono già utilizzati al massimo, gli acquisti dei mezzi si possono progettare adesso per avere le macchine disponibili dodici mesi dopo. Per trovare soluzioni bisogna affidarsi agli ingressi sfalsati, ma il territorio dell’Emilia Romagna ha una larga diffusione di scuole nei territori interni, anche in montagna, e oggi non è semplice prolungare gli orari di ragazzi che già fanno un’ora all’andata e una al ritorno per raggiungere il loro istituto e ripartire”.

L’auspicio “ripartiamo mercoledì 9 dicembre”, corroborato dall’attività di sostegno del Comitato tecnico scientifico (“la scuola contribuisce in modo assolutamente marginale al contagio”, ha detto Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di Sanità facendo seguito a interventi simili del coordinatore Agostino Miozzo e di Silvio Brusaferro, presidente dell’Istiuto superiore di Sanità), deve contemplare per forza la gradualità. Il Paese non è pronto. In Calabria il Tar ha fatto rientrare in queste ore la didattica a distanza per l’infanzia e le elementari. E così in Campania, dove sono terminati gli effetti dell’ordinanza, ma i sindaci di Caserta, Avellino e Salerno hanno subito firmato proroghe.  Sulla questione, calda, Cinque Stelle e Italia Viva spingono per la riapertura, mentre il Pd appare spaccato. Una lettera – “Aprite prima di Natale” – indirizzata al presidente del Consiglio dai senatori della Commissione cultura di maggioranza, è stata bloccata alla Camera da Enrico Franceschini. Il ministro della Salute Roberto Speranza – stretto tra i due fuochi del calo dell’indice di contagio e del numero elevato di morti – dice: “Lavoriamo per aprire a dicembre, ma per valutare una riapertura delle superiori aspettiamo i dati del venerdì”. Numeri e indicazioni arriveranno dall’Istituto superiore di Sanità venerdì prossimo. Il segretario del Pd Nicola Zingaretti, che è anche presidente della Regione Lazio, non è favorevole alle accelerazioni azzoliniane e dice: “Sul ritorno alla scuola in presenza decide il governo sulla base dei dati scientifici e insieme alla scuola. La scuola è aperta, ricordiamolo, anche se a distanza”. Zingaretti ricorda che didattica a distanza non significa “scuola chiusa”.

La scienza non è univoca nel considerare la marginalità della scuola nello sviluppo della pandemia. Massimo Galli, primario dell’Ospedale Sacco di Milano e professore di Malattie infettive all’Università Statale, ha detto al Gazzettino: “Abbiamo clamorosamente toppato il contenimento dell’infezione dopo il lockdown di marzo. Mi rendo conto che ci sono esigenze diverse come quella della scuola, importantissima, ma il riaprire troppo presto per richiudere sarebbe uno smacco ancora peggiore perché sarebbe costato qualcosa nel mezzo. Al di là della buona volontà messa in campo da tutti coloro che ci hanno lavorato, ora non possiamo dire che ci siano garanzie sufficienti. Non ha senso riaprire fino a quando non si è nelle condizioni di sicurezza. Sono scettico sulla garanzia assoluta paventata da alcuni all’interno della scuola, ho la consapevolezza che le barriere architettoniche, come le aule troppo piccole, sono quelle che sono e la pretesa di tenere un’intera classe con la mascherina mi pare eccessiva”.

Il fisico Battiston: “L’istruzione muove trenta milioni di persone”

Roberto Battiston, professore di Fisica sperimentale all’Università di Trento, dice: “Dal ministero dell’Istruzione non abbiamo i dati, forniti sì all’Iss, ma mai discussi pubblicamente, su quel che sta accadendo nelle scuole a livello di contagi. Dal 14 al 24 settembre si sono messe in moto trenta milioni di persone, tra studenti, famiglie, insegnanti: ecco la causa scatenante. Peccato che a quello che è intorno alla scuola non ci abbia pensato nessuno. O meglio, ci hanno pensato a parole, dicendo quel che occorreva fare – ingressi scaglionati, potenziamento dei trasporti –, ma nessuno ha poi provveduto nei fatti a cambiare gli orari o i trasporti pubblici. Ci servono strumenti per capire questi macro-sistemi, non possiamo sempre arrivare impreparati con tre, quattro settimane di ritardo quando gli stessi indicatori, già ai primi di ottobre, raccontavano bene quel che sarebbe successo. Al virus è bastato che si siano messe in moto trenta milioni di persone, studenti, insegnanti, famiglie, per fare il salto e scatenare un’ondata esponenziale”.Al ministero dell’Istruzione si lavora su due ipotesi, appunto, graduali. Un ritorno in presenza nelle superiori e in seconda e terza media, questo dal 9 dicembre, al 50 per cento nelle regioni che hanno ottenuto il colore giallo, ovvero dove il contagio è meno diffuso. In alternativa, un ritorno per le classi prime e le quinte degli istituti superiori.

Antonello Giannelli, responsabile dell’Associazione nazionale presidi, dice: “Si può ripartire nei centri piccoli, più difficile nelle aree metropolitane”. Maddalena Gissi, segretaria generale Cisl scuola: “Riiniziamo in sicurezza. Che senso avrebbe aprire le classi se poi dobbiamo richiuderle per le quarantene?”. La Rete degli studenti medi, atraverso il suo coordinatore Federico Allegretti: “Non c’è un piano, rischiamo di tornare in presenza in condizioni peggiori di settembre”. La maggioranza dei docenti resta contraria a un rientro a dicembre.

Riapertura scuola 9 dicembre, sindaci: disponibili ma ingressi scaglionati, potenziare trasporto e test rapidi

da OrizzonteScuola

Di redazione

Disponibilità espressa ieri dai Comuni sulla riapertura delle scuole superiori per giorno 9 di dicembre, anche se sono state avanzate delle richieste per garantire una riapertura in sicurezza. Il Ministro Azzolina, al termine dell’incontro ha detto di aver apprezzato lo spirito di collaborazione emerso dalla riunione. “Siamo tutti d’accordo che la scuola sia una priorità, lavoriamo insieme per riportare gradualmente gli studenti in classe”, ha detto la ministra al termine della riunione”, ha detto al termine dell’incontro.

Sindaci, riaprire, ma in sicurezza

Massima disponibilità da parte dei sindaci a collaborare per la riapertura, ma hanno avanzato una serie di richieste perché la riapertura avvenga in sicurezza. Orari di ingresso e uscita “davvero scaglionati”, garanzie sull’incremento di mezzi di trasporto, soprattutto extraurbani, per evitare affollamenti sugli autobus e alle fermate, protocolli sanitari “univoci e chiari” per fissare le modalità di tracciamento, di quarantena e utilizzo dei test rapidi, sono state le richieste avanzate

“Abbiamo offerto la nostra massima disponibilità a collaborare con il governo: l’obiettivo comune è di riaprire le scuole. Un obiettivo con ogni evidenza di interesse dei bambini e dei ragazzi nella duplice ottica di contenere la dispersione scolastica e garantire l’indispensabile socialità assicurata nelle prime classi”. Ha detto il presidente dell’Anci e sindaco di Bari, Antonio Decaro, al termine dell’incontro convocato dalla ministra.

La nostra massima e unitaria disponibilità a collaborare, però, non può prescindere da alcuni nodi sui quali siamo tornati a sollecitare la ministra e, per suo tramite, l’intero governo”.

Province: riaprire per fasi

“Le Province sono al lavoro da luglio per assicurare l’apertura delle scuole superiori in presenza a tutti i 2 milioni e 500 mila studenti medi, con interventi di piccola edilizia, acquistando banchi e affittando nuovi spazi dove necessario. Siamo ovviamente favorevoli al ritorno in classe dei ragazzi e delle ragazze, ma per le scuole superiori deve avvenire con gradualità ed equilibrio, in modo da evitare di dovere intervenire con frenate brusche”. A dirlo il presidente dell’Unione delle Province d’Italia Michele De Pascale, commentando la proposta fatta dalla ministra Azzolina ai sindaci.

“Stiamo passando troppo frequentemente da un eccesso all’altro – ha aggiunto – , prima tutti in didattica a distanza, poi tutti in presenza, poi di nuovo tutti in DAD e ora di nuovo tutti in presenza? Occorre muoversi per fasi, raggiungendo di volta in volta la più alta percentuale possibile in presenza, ma continuando anche ad utilizzare, a turno, gli strumenti di didattica digitale integrata che consentono di evitare le situazioni a più alto rischio di diffusione del contagio. Partiamo potenziando quanto già si sta facendo sulle attività laboratoriali o per le ragazze e i ragazzi con bisogni educativi speciali, che non possono essere gli unici in presenza, con chiari rischi di discriminazione”, conclude il presidente.

La data (discussa) del 9 dicembre

La data del 9 dicembre per la ripartenza era circolata come ipotesi già da ieri. Lo stesso premier Conte ha sottolineato la necessità della riapertura delle scuole prima di Natale, affermando che il governo “è al lavoro per questo”.

Ci va cauto il ministro della Salute, Roberto Speranza: “Nelle zone rosse il Governo ha fatto una scelta molto chiara per provare a tutelare le scuole, mantenendone aperta una parte rilevante, perché riteniamo siano una priorità assoluta. Valuteremo giorno per giorno i dati”, ha detto il ministro.

Per il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, il rientro a dicembre per le superiori “è una leggenda metropolitana”.

“Mi rendo conto che ci sono esigenze diverse come quella della scuola, importantissima, ma il riaprire troppo presto per richiudere sarebbe uno smacco ancora peggiore”, ha avvertito Massimo Galli, primario dell’Ospedale Sacco di Milano e professore di malattie infettive all’Università Statale.

Il coordinatore Comitato tecnico scientifico Agostino Miozzo al Forum Ansa ribadisce la necessità di “riportare a scuola i ragazzi prima possibile”.  “La scuola, oggi, non è un pericolo. Le condizioni sono mutate e l’ambiente scuola è un ambiente relativamente sicuro. I problemi sono prima e dopo la scuola”.

“Per il Movimento 5 Stelle la strada è chiara: riapertura il prima possibile”, twitta Gianluca Vacca, capogruppo del M5S in commissione Cultura a Montecitorio. “Si migliorino trasporti e sanità per non danneggiare i ragazzi. Auspico che nell’incontro dei capi delegazione con Conte la maggioranza si compatti nella tutela del diritto all’istruzione”, aggiunge.

Sindaco di Genova: più fondi per il trasporto

“Oggi i sindaci hanno parlato con il ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina sulle problematiche della scuola, la cui riapertura è ancora in dubbio se prima o dopo Natale. Abbiamo chiesto più fondi alle Città metropolitane e ai Comuni per il trasporto pubblico degli studenti sia aumentando i bus in generale si introducendo nuovi autobus specifici solo per il trasporto scolastico”. Così il sindaco di Genova Marco Bucci stasera nel punto stampa sull’emergenza coronavirus sollecita il Governo a un nuovo stanziamento di risorse ad hoc per il trasporto pubblico scolastico in vista del ritorno in classe.

Rientro a scuola il 9 dicembre, Speranza frena: “Valutiamo dati contagi”. Tutte le ordinanze per regione

da OrizzonteScuola

Di Ilenia Culurgioni

Prende sempre più piede l’ipotesi di un rientro a scuola il 9 dicembre. Questa almeno è la data trapelata nelle ultime ore e su cui il governo starebbe puntando. Il quadro dell’Italia resta variegato per via dei colori e diversa è la situazione per ciò che concerne la didattica a distanza e in presenza.

“Cercheremo di aprire le scuole prima di Natale. Stiamo lavorando per questo” ha annunciato il premier Giuseppe Conte. La prima data utile per il rientro a scuola in presenza degli studenti attualmente in Dad sarebbe proprio il 9 dicembre, subito dopo il ponte dell’Immacolata.  La stessa ministra Lucia Azzolina ha detto nei giorni scorsi che si sta lavorando per far tornare in aula i ragazzi il prima possibile.

Frena il ministro della Salute, Roberto Speranza, che attende i dati per fare una valutazione più attenta anche sulla riapertura delle scuole: “Valuteremo giorno per giorno i dati e proveremo a capire come il contesto epidemiologico ci consentirà anche una gestione di quello che riteniamo la funzione fondamentale del nostro Paese”.

“Ora non possiamo dire che ci siano garanzie sufficienti”, avverte Massimo Galli, primario dell’Ospedale Sacco di Milano e professore di malattie infettive all’Università Statale. Secondo l’infettivologo rientrare il 9 dicembre sarebbe un boomerang.

Ordinanze per regione

Attualmente restano valide le disposizioni del Dpcm del 3 novembre. Per la scuola dunque didattica a distanza al 100% in tutto il Paese per i ragazzi delle scuole secondarie di secondo grado, didattica in presenza fino alla terza media nelle regioni in zona gialla e arancione, didattica a distanza anche per gli studenti della classe seconda e terza della secondaria di primo grado nelle zone rosse. L’uso della mascherina è diventato obbligatorio per tutti dai sei anni in su anche nei contesti in cui vi è il metro di distanziamento fisico e in situazioni statiche, ovvero anche al banco. Restano esclusi i bambini dell’infanzia, sotto i sei anni di età.

In zona rossa sono state collocate le Regioni Abruzzo, Calabria, Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, la Provincia Autonoma di Bolzano, Campania, Toscana.

In zona arancione si trovano le Regioni Basilicata, Liguria, Puglia, Sicilia, Umbria, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Marche.

In zona gialla le Regioni Lazio, Molise, Provincia autonoma di Trento, Sardegna, Veneto.

Il ministro Speranza, con ordinanza, ha confermato le misure (e il colore) fino al 3 dicembre per Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, Puglia e Sicilia, e per Bolzano, Basilicata, Liguria e Umbria.

Oggi rientrano a scuola i bambini fino alla prima classe della primaria della Campania, ma la riapertura non è omogenea all’interno della stessa Regione. L’ordinanza numero 92 del 23 novembre del presidente Vincenzo De Luca lascia la libertà ai singoli Comuni di procedere con ulteriori restrizioni e diversi sindaci hanno infatti scelto di tenere le scuole chiuse. Campania, dal 25 novembre a scuola gli alunni fino alla prima elementare, ma tanti Comuni lasciano chiuso. Ecco dove

La Regione si prepara al rientro degli studenti delle altre classi delle elementari e della prima media il 30 novembre: anche in questo caso sarà determinante l’esito dello screening effettuato su personale scolastico, alunni e familiari.

In Puglia si conferma la didattica in presenza fino alla terza media, ma le famiglie sono libere di scegliere la Dad. Il Tar ha deciso che resta valida l’ordinanza numero 413 del governatore Michele Emiliano e pertanto lascia ai genitori la scelta.

In Umbria, per effetto dell’ordinanza numero 74 del 20 novembre della presidente Donatella Tesei, si conferma la didattica a distanza dalla prima media alle superiori fino al 29 novembre.

In Calabria il Tar di Catanzaro ha sospeso l’ordinanza regionale numero 87 del 14 novembre 2020 con la quale era stata vietata la didattica in presenza nelle scuole di ogni ordine e grado. La sospensione riguarda l’ordinanza regionale e non i provvedimenti dei singoli Comuni. L’Usr per la Calabria, attraverso una nota, ha chiesto l’immediata ripresa delle attività didattiche in presenza fino alla prima media, puntualizzando che le ordinanze dei sindaci restano valide.

In Basilicata le attività didattiche delle scuole primarie e delle secondarie di primo grado sono svolte a distanza fino al 3 dicembre. Lo ha deciso il governatore Vito Bardi, con l’ordinanza numero 104 del 15 novembre.

Il 12 novembre Emilia Romagna e Veneto hanno emanato nuove ordinanze con misure più restrittive. Sono sospese nelle scuole di primo ciclo (primarie e secondarie di primo grado) le lezioni di educazione fisica, lezioni di canto e lezioni di strumenti a fiato.

Il 19 novembre il presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli ha emanato l’ordinanza n. 43, che prevede la sospensione nelle scuole di primo ciclo delle lezioni di educazione fisica al chiuso se non è possibile rispettare la distanza di due metri, le lezioni di canto e quelle di strumenti a fiato.

Formazione e aggiornamento insegnanti, quest’anno solo a distanza. DDI, Ed. Civica, STEM le priorità

da OrizzonteScuola

Di redazione

Il Ministero ha assegnato alle scuole le risorse finanziarie per la progettazione delle iniziative formative rivolte alla formazione docenti in servizio a.s. 2020-2021. Considerato l’attuale stato di emergenza da COVID-19 tutte le iniziative di formazione riguardanti il personale docente dovranno essere realizzate con modalità telematiche svolte a distanza.

I criteri di ripartizione delle risorse finanziarie

Il finanziamento è rivolto alle scuole polo per la formazione, ripartito in modo proporzionale al numero del personale docente dell’organico dell’autonomia.

In particolare, una quota pari al 40% delle risorse disponibili sarà utilizzata per la gestione coordinata sul territorio delle iniziative di formazione previste dall’Amministrazione scolastica con
particolare riferimento alle priorità nazionali individuate come strategiche per quest’anno scolastico.

Una quota pari al 60% delle risorse finanziarie disponibili sarà assegnata dalle scuole polo per la formazione direttamente ad ogni istituto scolastico, per far fronte alle esigenze di formazione
autonomamente deliberate dalle scuole.

Le priorità per la formazione docenti per l’a.s. 2020/2021

Gli U.S.R., con il coinvolgimento delle scuole polo per la formazione dovranno realizzare percorsi formativi rivolti:

a) alla didattica digitale integrata (DDI);
b) all’educazione civica con particolare riguardo alla conoscenza della Costituzione e alla
cultura della sostenibilità (Legge 92/2019);
c) alle discipline scientifico-tecnologiche (STEM);
d) ai temi specifici di ciascun segmento scolastico relativi alle novità introdotte dalla recente normativa.

Le singole istituzioni scolastiche potranno inoltre realizzare iniziative formative che rispondono ai bisogni individuati nel corso dei processi di autovalutazione, piani di miglioramento e
rendicontazione sociale.

I Piani formativi di istituto

I piani formativi di istituto potranno utilmente considerare le diverse opportunità offerte dalla:

a) organizzazione diretta di attività formative da parte dell’istituto, anche in modalità autoformazione e ricerca didattica strutturata;
b) organizzazione coordinata con altre scuole di iniziative formative di rete (per tipologie specifiche di approfondimento);
c) partecipazione ad iniziative formative di carattere nazionale promosse dall’Amministrazione scolastica, tramite le scuole polo della formazione;
d) libera iniziativa dei singoli insegnanti, attraverso l’utilizzo dell’apposita card del docente

Le risorse disponibili

L’assegnazione dei fondi dei capitoli 2164/7, 2173/7, 2174/7 e 2175/7 sono assegnate alle scuole polo per la formazione sulla base della tabella riportata in allegato per un impegno  complessivo pari ad euro 32.414.822,00 (trentaduemilioniquattrocentoquattordicimilaottocentoventidue/00) che distingue tra finanziamenti dedicati alle iniziative nazionali e finanziamenti da erogare alle singole istituzioni scolastiche.

Il 50% dell’importo pari ad euro 16.207.411,00 (sedicimilioniduecentosettemilaquattrocentoundici/00) verrà erogato come di consueto in acconto e il restante 50% delle somme pari ad euro 16.207.411,00 (sedicimilioniduecentosettemilaquattrocentoundici/00) verrà erogato successivamente alla rendicontazione delle scuole, presentata secondo le modalità che verranno definite con successiva nota di questa Direzione generale entro il 30 gennaio 2021.

La nota n. 37467 del 24 novembre 2020