Valutazione apprendimenti nella Scuola primaria

Il 4 dicembre 2020 è stata firmata e inviata alle scuole l’Ordinanza n. 172 che prevede il giudizio descrittivo al posto dei voti numerici nella valutazione periodica e finale della scuola primaria, secondo quanto stabilito dal Decreto Scuola approvato a giugno.

La recente normativa ha infatti individuato un impianto valutativo che supera il voto numerico e introduce il giudizio descrittivo per ciascuna delle discipline previste dalle Indicazioni nazionali per il curricolo, Educazione civica compresa. Un cambiamento che ha lo scopo di far sì che la valutazione degli alunni sia sempre più trasparente e coerente con il percorso di apprendimento di ciascuno. L’Ordinanza, oggetto di apposita informativa sindacale e del parere del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, è stata inviata insieme ad apposite Linee Guida e ad una nota esplicativa.

Secondo quanto previsto dalle nuove disposizioni, il giudizio descrittivo di ogni studente sarà riportato nel documento di valutazione e sarà riferito a quattro differenti livelli di apprendimento:
 
• Avanzato: l’alunno porta a termine compiti in situazioni note e non note, mobilitando una varietà di risorse sia fornite dal docente, sia reperite altrove, in modo autonomo e con continuità.

• Intermedio: l’alunno porta a termine compiti in situazioni note in modo autonomo e continuo; risolve compiti in situazioni non note, utilizzando le risorse fornite dal docente o reperite altrove, anche se in modo discontinuo e non del tutto autonomo.

• Base: l’alunno porta a termine compiti solo in situazioni note e utilizzando le risorse fornite dal docente, sia in modo autonomo ma discontinuo, sia in modo non autonomo, ma con continuità.

• In via di prima acquisizione: l’alunno porta a termine compiti solo in situazioni note e unicamente con il supporto del docente e di risorse fornite appositamente.

I livelli di apprendimento saranno riferiti agli esiti raggiunti da ogni alunno in relazione agli obiettivi di ciascuna disciplina. Nell’elaborare il giudizio descrittivo si terrà conto del percorso fatto e della sua evoluzione.

La valutazione degli alunni con disabilità certificata sarà correlata agli obiettivi individuati nel Piano educativo individualizzato (PEI), mentre la valutazione degli alunni con disturbi specifici dell’apprendimento terrà conto del Piano didattico personalizzato (PDP).

Covid e disabilità, verso percorsi dedicati?

Covid e disabilità, verso percorsi dedicati? Risponde l’Ufficio disabilità del governo

Redattore Sociale del 04/12/2020

Intervista ad Antonio Caponetto. “Bisogna uscire dalla logica dei ‘percorsi speciali’, per progettare strutture e servizi più accessibili a tutti”. Su diritto all’assistenza in ospedale da parte dei caregiver, “il governo sta lavorando per ridurre quantomeno le rigidità che si traducono, purtroppo, in situazioni di estrema sofferenza. Difficile avere un protocollo unico”. Tra le priorità, la deistituzionalizzazione 

ROMA. Finisce sotto accusa, l’ospedale Cardarelli di Napoli, per non aver assicurato a una donna con sindrome di Down, ricoverata per sintomi di Covid, “percorsi ad hoc”. Secondo la denuncia della madre, respinta dall’ospedale dopo le necessarie verifiche interne, la paziente sarebbe stata anche legata al letto. Che ci sia stata o meno contenzione fisica, quel che appare certo è che questa donna non abbia ricevuto un’assistenza adeguata alle sue particolari condizioni ed esigenze. E’ l’ennesimo capitolo di una lunga storia, che racconta del difficile rapporto tra disabilità e ospedale: un rapporto che si fa ancor più complicato ora, con la pandemia in corso, un sistema sanitario in affanno e la necessità di contenere i contagi. Alcune associazioni di caregiver famigliari, come Oltre lo sguardo onlus ed Hermes, da mesi chiedono che a questo problema si trovi soluzione: ultimamente, hanno inviato al ministro della Salute Speranza e ad altri referenti istituzionali una proposta di protocollo, in cui chiedono tra l’altro il diritto di accesso ai reparti Covid per i caregiver familiari, qualora sia ricoverato un paziente non autosufficiente.
Ha ricevuto questa proposta anche Antonio Caponetto, capo dell’Ufficio per le politiche in favore delle persone con disabilità, a cui abbiamo chiesto se e come il governo intenda affrontare il problema. 
Nel 2013 è stata siglata la Carta per i diritti delle persone con disabilità in ospedale, che ha lo scopo di garantire a queste l’adeguata e personalizzata assistenza durante le cure e i ricoveri. Pensate che, ad oggi, gli ospedali italiani siano in grado, indipendentemente dalla pandemia, di accogliere adeguatamente chi ha bisogni ed esigenze particolari?
La pandemia ci ha ricordato quelli che sono i settori essenziali e che non vanno assolutamente mai trascurati. Sicuramente nel medio e nel lungo periodo ci saranno importanti investimenti, da parte del governo, sul comparto sanitario per colmare le carenze strutturali che si sono purtroppo evidenziate durante l’emergenza in alcuni territori. Per quanto riguarda la presa in carico di pazienti con disabilità da parte di strutture pubbliche o private, bisogna uscire innanzitutto dalla logica dei “percorsi speciali”. Progettare un ospedale “a misura” di persone con disabilità significa progettare strutture e servizi più accessibili “a tutti”, senza ricorrere a interventi ex post che rischiano soltanto di esasperare la discriminazione, reale o percepita, di questi pazienti particolarmente fragili e delle loro famiglie. Un paese più accessibile lo è per tutti, e questo deve essere il nostro obiettivo.
La pandemia ha aggravato il problema dell’accesso a cure adeguate per le persone con disabilità: diverse storie ci dimostrano quanto la presenza del caregiver rappresenti essa stessa una cura. Come conciliare prevenzione del contagio (tramite la chiusura e la protezione dei reparti) e necessità assistenziali particolari?
Le storie che lei cita sono episodi drammatici, che non avremmo mai voluto leggere. Purtroppo questa emergenza sanitaria ci sta dimostrando come, soprattutto in presenza di squilibri strutturali, è difficilissimo conciliare il diritto alla salute con altri diritti ugualmente fondamentali. Eppure, è compito dello Stato garantire il raggiungimento di quell’equilibrio, sempre. A marzo, come Ufficio e di concerto con altre amministrazioni competenti, abbiamo dovuto prendere la difficilissima scelta di chiudere i centri diurni per disabili, per prevenire il più possibile il rischio di contagio fra persone particolarmente fragili ed esposte al virus. In questo caso, come in altri, ha prevalso il principio di massima precauzione. In altre occasioni, invece, tanto dipende dalle scelte delle direzioni sanitarie che meglio conoscono le situazioni sulle quali intervenire. Purtroppo, anche in questo caso abbiamo capito che non può esistere un modello univoco di intervento per fronteggiare il rischio di contagio e di focolai. Questo è anche il più grande insegnamento che ci ha consegnato la pandemia.
I caregiver familiari, tramite associazioni e comitati, stanno chiedendo a gran voce, dall’inizio della pandemia, percorsi Covid dedicati per le persone con disabilità: dai tamponi a domicilio e/o in sedazione al ricovero del caregiver insieme alla persona con disabilità. Il governo sta provando a recepire queste richieste? In che modo?
Trattasi di richieste comprensibili e legittime, segno – come detto – della difficoltà nel conciliare il diritto alla salute con altri e fondamentali diritti, ma anche e soprattutto della presenza di gravi carenze a carico del nostro sistema sanitario. Nello specifico, le richieste che giungono da queste associazioni e da questi comitati hanno, tutte, un minimo comune denominatore: l’incapacità di riconoscere, adattarsi e rispondere ai bisogni di assistenza e sostegno alla persona con disabilità. Ciò detto, il governo farà quanto possibile per introdurre misure che, correggendo le rigidità del sistema e prestando particolare attenzione alle condizioni di maggiore vulnerabilità, ci aiutino tutti ad uscire fuori da questa emergenza. Il tema sarà, poi, farne tesoro e correggere strutturalmente il sistema, perché la pandemia ne ha soltanto esacerbato e reso palesi le carenze, con conseguenti ricadute in termini di violazione dei diritti.
In particolare, è forte la richiesta di accesso ai reparti Covid, qualora qui fosse ricoverato un familiare con disabilità. Quale difficoltà comporta la realizzazione di questa possibilità?
L’estrema contagiosità di questo virus rende difficilissimo stilare dei protocolli univoci che valgano per tutte le situazioni e bisogna muoversi, specialmente in ambito ospedaliero, seguendo il principio della prudenza massima. Tuttavia, è chiaro che le persone non autosufficienti necessitano di assistenza particolare, fisica ma anche psicologica. Ancora una volta, la maggiore difficoltà sta nel fatto che questa emergenza sanitaria riguarda una malattia infettiva, senza dimenticare il fatto che è molto complicato, al livello centrale, stilare un protocollo che possa valere in maniera univoca su tutte le strutture sanitarie, per tutti i pazienti, per tutti i livelli di degenza. Come detto prima, il governo sta lavorando per ridurre quantomeno queste rigidità che si traducono, purtroppo, in situazioni di estrema sofferenza.
Indipendentemente dalla pandemia, il caregiver che presti assistenza in ospedale al suo familiare con disabilità non riceve alcun supporto, spesso neanche pasto e letto all’interno della struttura ospedaliera: pensate sia possibile e ritenete sia opportuno garantire ai caregiver un’accoglienza adeguata, in caso di ricovero dei loro cari?
Le persone che si prendono cura dei loro cari a tempo pieno meritano sicuramente un trattamento dignitoso, e questo a tutti i livelli, compresi naturalmente i casi in cui l’assistito si trovi ricoverato in una struttura ospedaliera. Nel percorso che il governo sta portando avanti in materia di caregiver, di cui fa parte l’aumento strutturale del fondo dedicato in legge di Bilancio, ci sarà sicuramente un lavoro importante su questi aspetti di cui lei ha segnalato un esempio significativo. Sono interventi che possono sembrare minimi, ma che fanno una grande differenza nella vita di queste persone.
Più in generale, quali crede che siano le carenze che bisognerebbe al più presto affrontare, per rendere le persone con disabilità meno fragili nel contesto della pandemia e al di fuori di questo?
Bisogna innanzitutto puntare sul concetto di de-istituzionalizzazione, tanto più che l’emergenza sanitaria ci ha appunto insegnato come la costruzione di percorsi e procedure “standard” finiscano per diventare elementi di rischio nei momenti di più difficile gestione. Il sistema di welfare deve puntare a percorsi più inclusivi e non “speciali”. Vanno finanziati interventi che mirino al raggiungimento della vita indipendente, vanno invece scoraggiate quelle iniziative basate sulla logica della mera “protezione”. Da questo punto di vista, rappresentano degli strumenti importanti la legge 112/2016 (c.d. Dopo di noi), per la quale è stato da poco istituito un tavolo di lavoro presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, e la legge 328/2000 sul progetto individuale, che ha l’obiettivo di interpretare i bisogni e le potenzialità della persona, in ogni dimensione o ambito del vivere, e durante tutte le fasi della vita.

di Chiara Ludovisi 

Le misure previste dal DPCM 3 dicembre 2020

È stato firmato il 3 dicembre il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri che contiene le nuove misure per il contenimento della diffusione del COVID-19.

Misure valide su tutto il territorio nazionale

Il Ministero dell’Istruzione, nelle sue articolazioni centrali e territoriali, accompagnerà, come sempre, le Istituzioni scolastiche nell’attuazione delle nuove disposizioni. Di seguito, la sintesi delle misure previste per la scuola.

  • Nelle scuole secondarie di secondo grado, il 100% delle attività continuerà a svolgersi per tutti gli studenti, fino alla pausa natalizia, tramite didattica digitale integrata. Dal 7 gennaio 2021, il 75% della popolazione studentesca dovrà tornare alla didattica in presenza. Resta garantita la possibilità di svolgere attività in presenza qualora sia necessario l’uso di laboratori o per garantire l’effettiva inclusione scolastica degli alunni con disabilità o con bisogni educativi speciali.
  • Nei servizi educativi per l’infanzia, nelle scuole dell’infanzia e nel primo ciclo di istruzione (scuole primarie e secondarie di I grado) la didattica continua a svolgersi integralmente in presenza. È obbligatorio l’uso di dispositivi di protezione delle vie respiratorie, fatta eccezione per i bambini di età inferiore ai 6 anni e per i soggetti con patologie o disabilità incompatibili con l’uso della mascherina.
  • Presso ciascuna Prefettura sarà istituito un Tavolo di coordinamento, presieduto dal Prefetto, che avrà l’obiettivo di definire il più idoneo raccordo tra gli orari di inizio e termine delle attività didattiche e gli orari dei servizi di trasporto pubblico locale, urbano ed extraurbano. Al Tavolo parteciperanno il Presidente della Provincia o il Sindaco della Città Metropolitana, gli altri Sindaci eventualmente interessati, i dirigenti degli Ambiti Territoriali del Ministero dell’Istruzione, i rappresentanti del Ministero dei Trasporti, delle Regioni, delle Province autonome di Trento e Bolzano e delle aziende di trasporto locali. All’esito del tavolo ogni Prefetto redigerà un documento operativo sulla base del quale le amministrazioni coinvolte adotteranno le misure di loro competenza.
  • Le riunioni degli organi collegiali continueranno a svolgersi con modalità a distanza. Il loro rinnovo, qualora non completato, avverrà anch’esso a distanza, nel rispetto dei principi di segretezza e libertà nella partecipazione alle elezioni.
  • Restano sospesi i viaggi di istruzione, le iniziative di scambio o gemellaggio, le visite guidate e le uscite didattiche, fatte salve le attività inerenti i percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento (PCTO).
  • Il Dpcm conferma la sospensione per “lo svolgimento delle prove preselettive e scritte delle procedure concorsuali pubbliche e private”. Rimangono quindi sospese le prove del concorso straordinario per la scuola secondaria di primo grado e secondo grado che saranno comunque ricalendarizzate. Il Ministero sta dotando le commissioni degli strumenti per procedere con la correzione da remoto delle procedure già effettuate.

Misure per i territori con scenari di maggiore gravità:

Nelle aree caratterizzate da uno scenario di “massima gravità e da un livello di rischio alto”, cosiddette zone rosse, restano in presenza i servizi educativi per l’infanzia, la scuola dell’infanzia, la primaria e il primo anno della scuola secondaria di primo grado. Le attività didattiche in tutti gli altri casi si svolgeranno esclusivamente con modalità a distanza. Resta comunque salva la possibilità di svolgere attività in presenza qualora sia necessario l’uso di laboratori o per garantire l’effettiva inclusione scolastica degli alunni con disabilità e in generale con bisogni educativi speciali.

Le disposizioni del Dpcm si applicano dalla data del 4 dicembre 2020, in sostituzione del Dpcm del 3 novembre 2020, e sono efficaci fino al 15 gennaio 2021.

Rapporto politiche educative UE

Rapporto Eurydice su politiche educative UE
Analisi su dati e riforme in Europa dal 2015 ad oggi

Firenze, 4 dicembre 2020 – Quali politiche servono per prevenire l’abbandono precoce dell’istruzione e della formazione? Come si misura l’occupabilità dei diplomati? Quali misure favoriscono l’offerta di un’educazione e cura della prima infanzia di alta qualità? In Europa, l’apprendimento informale è riconosciuto ovunque ai fini dell’ingresso nell’istruzione superiore? Come vengono monitorati nei vari paesi i risultati degli studenti nelle competenze di base? A queste e ad altre domande dà risposta l’ultimo rapporto Eurydice, attraverso 35 indicatori strutturali aggiornati in sei ambiti della politica dell’istruzione: educazione e cura della prima infanzia (ECEC), risultati nelle competenze di baseabbandono precoce dei percorsi di istruzione e formazione (ELET), istruzione superiore, occupabilità dei laureati e mobilità per l’apprendimento. Parte delle informazioni contenute sono state pubblicate nell’Education and Training Monitor 2020, il rapporto di monitoraggio dell’istruzione e della formazione pubblicato dalla Commissione europea lo scorso 12 novembre, il quale analizza i risultati dell’UE e degli Stati membri in relazione agli obiettivi fissati dal quadro strategico per la cooperazione europea in materia di istruzione e formazione (ET 2020).

Il rapporto, che prende in esame gli Stati membri dell’UE, oltre al Regno Unito, la Bosnia-Erzegovina, l’Islanda, il Liechtenstein, il Montenegro, la Macedonia del Nord, la Norvegia, la Serbia e la Turchia, offre anche informazioni sulle riforme e sui principali sviluppi politici che, a partire dal 2015, sono stati messi in campo nei sistemi di istruzione e formazione in tutta Europa per permettere di raggiungere gli obiettivi europei entro il 2020.

Ma qual è, quindi, l’andamento in Europa e, soprattutto, a che punto è il nostro paese nello sviluppo di misure e politiche idonee a soddisfare le aspettative?

Per quanto riguarda l’ECEC, che vede ormai quasi raggiunto a livello medio europeo l’obiettivo della partecipazione del 95% dei bambini, gli indicatori strutturali presenti nel rapporto evidenziano che in Italia, come anche in Spagna, Portogallo e Croazia persistono disparità di accesso a seconda delle zone geografiche. Analizzando le riforme introdotte dal 2015, risulta ad esempio che in cinque paesi è stato introdotto un anno di frequenza obbligatoria di questo livello educativo prima dell’istruzione primaria, mentre, in Francia, l’inizio della dell’obbligo è stato abbassato addirittura a 3 anni di età e in Grecia si sta gradualmente arrivando dai 5 ai 4 anni di età. L’Italia viene invece menzionata per aver introdotto riforme sostanziali volte a migliorare la qualità e la governance in tutto il paese, dato che sta attuando un’importante ristrutturazione del sistema ECEC con l’introduzione del sistema integrato da 0 a 6 anni. Inoltre, l’Italia, insieme all’Irlanda, la Lettonia, Malta e la Finlandia è fra quei paesi che hanno introdotto riforme sulla qualificazione del personale o sullo sviluppo professionale continuo.

Fra i paesi che dal 2015 hanno introdotto riforme per raggiungere l’obiettivo di abbassare il tasso di abbandono precoce dei percorsi di istruzione e formazione (ELET) al di sotto del 10%, ormai quasi raggiunto a livello medio europeo, emerge l’Ungheria che ha sviluppato un sistema di allerta rapido per segnalare casi di assenteismo nelle scuole primarie e secondarie attraverso una raccolta dati nazionale basata sul registro degli studenti. Strumento, quest’ultimo, che risulta essere utilizzato dalla maggioranza dei paesi europei, fra cui anche l’Italia, per raccogliere dati a livello nazionale sull’abbandono precoce. Uno degli indicatori cruciali per la lotta all’abbandono scolastico risulta essere anche il supporto linguistico agli studenti di lingua materna diversa da quella dell’istruzione, tanto che la maggior parte dei paesi europei già dal 2015 aveva messo in atto misure per favorirlo. Da allora, gli sforzi in tal senso sono stati intensificati e nel nostro paese sono state introdotte, dal 2015/16, riforme per assicurare il supporto linguistico ai minori stranieri non accompagnati e ai bambini di richiedenti asilo.

L’obiettivo fissato dall’Europa sull’istruzione superiore richiede che, entro il 2020, la percentuale di diplomati di questo livello educativo sia almeno del 40%. Alcuni paesi, come Grecia, Austria e Croazia, che avevano un tasso di laureati molto basso, hanno addirittura superato l’obiettivo. Altri paesi, invece, come Irlanda, Lussemburgo, Cipro e Lituania superano l’obiettivo europeo, raggiungendo percentuali comprese fra il 55% e il 58%. L’Italia, purtroppo, con un misero 27,6%, è uno dei paesi con il livello di istruzione superiore più basso d’Europa, insieme a Bulgaria, Romania e Ungheria. Fra i vari indicatori strutturali selezionati per il raggiungimento dell’obiettivo per il 2020, il monitoraggio delle caratteristiche socio-economiche degli studenti è quello che è stato più ampiamente implementato in Europa (28 sistemi educativi); inoltre, circa la metà dei paesi, fra cui l’Italia, ha messo in atto il riconoscimento dell’apprendimento informale e non formale e considera il tasso di completamento degli studi come requisito per l’assicurazione esterna della qualità.

L’occupabilità ha un ruolo centrale nella strategia Europa 2020 e, nel 2019 il relativo obiettivo di raggiungere un tasso di occupabilità dei diplomati dell’istruzione secondaria e terziaria dell’82% è stato mancato per un solo punto percentuale in meno. Anche se negli ultimi anni i progressi sono stati lenti, i risultati del 2019 si dimostrano come i più brillanti dopo la crisi finanziaria del 2008. Alcuni Stati membri come la Lettonia, la Grecia e la Polonia hanno avviato o stanno pianificando importanti riforme dell’istruzione superiore. Di recente sono state introdotte misure come il rafforzamento dei meccanismi di assicurazione della qualità in Slovacchia, Paesi Bassi e Grecia, l’introduzione di modelli di finanziamento basati sui risultati in Grecia e in Lettonia, l’ampliamento dei sistemi di sostegno per gli studenti in Italia e in Ungheria, l’aumento della partecipazione degli studenti disabili in Lussemburgo, la promozione dell’internazionalizzazione e il richiamo di studenti stranieri in Grecia, Slovacchia, Polonia e Francia. Molti paesi si sono inoltre adoperati per migliorare la qualità e la pertinenza dei sistemi di istruzione e formazione professionale rispetto al mercato del lavoro, cosa che ha fatto ad esempio anche l’Italia aggiornando il repertorio dei profili professionali.

Infine, per quanto riguarda l’ambito della mobilità per l’apprendimento nell’istruzione superiore, in Europa il percorso verso la libera circolazione degli studenti risulta essere ancora ostacolato da questioni come la portabilità delle borse di studio e dei prestiti, il riconoscimento delle qualifiche e dei crediti, l’accessibilità e la pertinenza delle informazioni e dell’orientamento, o le competenze linguistiche. L’Europa esorta quindi gli Stati membri ad attuare riforme strutturali a sostegno della mobilità per l’apprendimento.

LINK UTILI:

ETM 2020: https://ec.europa.eu/education/policy/strategic-framework/et-monitor_en

ET 2020: https://ec.europa.eu/education/policies/european-policy-cooperation/et2020-framework_en

Europa 2020: http://publications.europa.eu/resource/cellar/6a915e39-0aab-491c-8881-147ec91fe88a.0008.02/DOC_1

I prefetti coordineranno scuole e trasporti

da Il Sole 24 Ore

di Eugenio Bruno

Il primato spetta alla Campania. Tra il 5 marzo, quando le scuole hanno chiuso in tutta Italia per il primo lockdown, e il 7 gennaio, quando le superiori torneranno per il 75% alle lezioni in presenza, gli alunni campani delle secondarie di II grado avranno passato in classe appena 20 giorni su oltre 300. E la pausa potrebbe essere ancora più lunga visto che molti istituti – come nel resto della penisola – hanno già deciso in autonomia di riaprire solo l’11. È una delle prime considerazioni che viene in mente, alla voce istruzione, leggendo l’ultimo Dpcm del governo. Insieme alla scommessa sul potere ”taumaturgico” dei prefetti che dovranno coordinare i tavoli sul trasporto e attuare una strategia anti-assembramento in ogni provincia.

Del resto, è stato lo stesso premier Giuseppe Conte a sottolinearne l’importanza durante la videoconferenza di ieri pomeriggio con regioni ed enti locali, auspicando che i tavoli «partano non dico domani (oggi, ndr) ma il prima possibile» così da essere pronti per il 7 gennaio. Grazie anche a un protocollo nazionale condiviso che verrà messo a punto nelle prossime ore e che è già stato promosso dalle province. Per il delegato dell’Upi, Luca Manesini, è «l’obiettivo prioritario che dobbiamo centrare tutti insieme, per restituire ai 2 milioni e mezzo di studenti la possibilità di ritornare piano piano alla normalità della didattica». Si partirà da un documento della ministra Lucia Azzolina (Istruzione) che, da un lato, chiede ai governatori di varare un piano per i trasporti e approntare una corsia rapida per i tamponi di alunni e docenti. E, dall’altro, apre a un prolungamento del calendario scolastico nelle singole regioni per recuperare il tempo scuola perso.

Tornando ai prefetti, toccherà a loro far quadrare le esigenze delle società di trasporto, compatibilmente con i mezzi a disposizione e il vincolo del 50% di capienza (l’80% sugli scuolabus), con quelle dei presidi, a cui spetta scaglionare gli orari di ingresso e uscita di allievi, prof e personale Ata. Ogni tavolo elaborerà un «documento operativo» con le misure da adottare e i tempi per realizzarle. In caso di inadempimento, il capo della prefettura potrà chiedere ai governatori di emanare un’ordinanza sostitutiva.

Sperando che basti e che non si ripeta il copione di settembre. Già il Piano Scuola della ministra Azzolina individuava nel coordinamento scuole-mezzi pubblici una delle variabili cruciali per la ripartenza in sicurezza. E l’allocazione di risorse aggiuntive per il trasporto locale (insieme al personale anti-Covid) si era rivelata una carta decisiva per superare le ultime riserve delle autonomie e incassare l’ok sul ritorno in classe post ferie estive. Con i risultati che, complice la recrudescenza autunnale della pandemia, tutti abbiamo però visto.

Scuola, in caso di sciopero famiglie informate almeno cinque giorni prima

da Il Sole 24 Ore

di Redazione Scuola

Garantire i servizi essenziali e contemperare diritto allo sciopero e diritto all’istruzione. Su questi presupposti, l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (Aran) ha sottoscritto ieri, con le organizzazioni sindacali, l’accordo sulle norme di garanzia dei servizi pubblici essenziali e sulle procedure di conciliazione in caso di sciopero del personale del comparto Istruzione e Ricerca.

L’Accordo attua le disposizioni della legge 146 del 12 giugno 1990 in materia di servizi pubblici essenziali. Nella scuola, vengono confermati gli stessi servizi essenziali già individuati in passato, tra cui lo svolgimento degli scrutini finali e degli Esami finali e di idoneità, nonché quelli riguardanti i servizi di refezione, la gestione dell’igiene e del funzionamento degli edifici scolastici.

L’accordo precisa i criteri generali per la definizione dei contingenti del personale docente, educativo e Ata necessari per assicurare il funzionamento dei servizi tutelati. Un successivo protocollo d’intesa, da definire presso ogni istituto, stabilirà il numero dei lavoratori interessati e le regole per la loro individuazione, preliminarmente sulla base della volontarietà e della rotazione.

In caso di sciopero, i dirigenti scolastici inviteranno il personale a comunicare in forma scritta, anche via e-mail, entro il quarto giorno dalla proclamazione, la propria intenzione di aderire alla mobilitazione, di non aderirvi o di non aver ancora maturato una decisione al riguardo.

La dichiarazione di adesione è irrevocabile e pertanto l’istituzione scolastica sarà in grado di comunicare alle famiglie, almeno cinque giorni prima dell’inizio dello sciopero, le principali informazioni e le percentuali di adesione nelle precedenti astensioni, l’elenco dei servizi che saranno comunque garantiti e di quelli di cui si prevede l’erogazione.

L’intesa inoltre disciplina le modalità e i tempi di indizione dello sciopero, che deve avvenire con un preavviso non inferiore a dieci giorni, le modalità di attuazione, confermando i precedenti limiti individuali di 40 ore per la scuola dell’infanzia e primaria e di 60 ore negli altri gradi di istruzione, e le procedure di raffreddamento e di conciliazione. L’accordo è stato posto alla valutazione di idoneità da parte della Commissione di Garanzia.

Covid: in Basilicata elementari e medie torneranno in aula dal 9 dicembre

da Il Sole 24 Ore

di Redazione Scuola

In Basilicata (zona arancione dallo scorso 11 novembre) le scuole elementari e medie torneranno in aula il prossimo 9 dicembre. Lo ha deciso il presidente della Regione, Vito Bardi (centrodestra), prorogando la precedente ordinanza che, entrata in vigore lo scorso 17 novembre, scadeva ieri. «Dopo aver sentito il parere dei tecnici, e dopo aver valutato che in questa fase è prioritario tutelare la salute della comunità lucana – ha detto il governatore lucano – ho deciso di estendere la didattica a distanza per le scuole primarie e secondarie di ogni grado fino all’8 dicembre».

Bardi ha deciso di estendere la Dad per tutti per altri cinque giorni (dal 3 all’8 dicembre) dopo aver «sentito il parere del Dipartimento politiche della persona, dal quale si evidenzia chiaramente – è scritto in un comunicato diffuso dall’ufficio stampa della Giunta lucana – l’inversione di tendenza relativa all’incremento dei casi positivi a partire dai primi giorni di sospensione della didattica in presenza». In particolare, “«proprio nelle fasce di età che vanno dai sei ai dieci anni e dagli undici ai 16 si è notato un decremento del 50% dei casi. Quindi, secondo i tecnici della sanità regionale la sospensione della didattica in presenza è risultata efficace e necessaria per ridurre l’incremento dei casi positivi ed invertire il trend dei contagi».

Nelle ultime 24 ore, in Basilicata sono stati registrati 142 casi positivi su 1.700 tamponi analizzati. Il governatore ha poi evidenziato che è suo «interesse che l’apertura delle scuole avvenga in sicurezza per tutelare non solo la comunità scolastica, ma l’intera comunità regionale. Ed è per questo che ho invitato i sindaci di Potenza e Matera, le città che saranno oggetto di uno screening di massa, a dare la precedenza al mondo della scuola così come pure ho invitato anche gli altri sindaci a seguire questa impostazione. Spero che superato questo momento di crisi i dati ci consentano di ritornare alla didattica in presenza. Ed è su questo obiettivo che – ha concluso Bardi – stiamo lavorando come Giunta regionale».

Un insegnante indiano è il vincitore del «Global teacher prize» 2020

da Il Sole 24 Ore

di Redazione Scuola

Il vincitore del Global teacher prize 2020 arriva da un villaggio dell’India: è Ranjitsinh Disale, premiato per aver trasformato la vita delle sue alunne alla Zilla Parishad Primary School, Paritewadi, Solapur, Maharashtra, India.

Nel ricevere il Global teacher prize l’annuncio a sorpresa: condividerà la metà dell’ammontare con i colleghi in finale, che riceveranno ciascuno poco più di 55.000 dollari. Sorpresa e gratitudine sono i sentimenti espressi da Carlo Mazzone, docente di Ict e informatica dell’istituto tecnico Iti “G.B.B. Lucarelli” di Benevento, il primo italiano ad arrivare in finale al Global teacher prize in collaborazione con l’Unesco, che porterà a casa all’incirca 55,000 dollari da dedicare ai suoi progetti educativi.

«Un gesto così grande mostra al mondo cos’è un individuo esemplare e altruistico come Ranjit. Non potrebbe esserci modello migliore per gli insegnanti di Ranjit. Nell’anno del Covid, che ha sottoposto a sfide inimmaginabili la scuola di tutto il mondo, è un simbolo splendente dell’incredibile lavoro che fanno gli insegnanti. Ecco perché io e gli altri finalisti siamo così orgogliosi di chiamarlo nostro amico. Grazie Ranjit”, ha dichiarato Carlo Mazzone.

Scuola digitale anche in classe: ecco come sarà la didattica post Covid

da Corriere della sera

«La didattica digitale non è utile solo nell’emergenza ma, fatta in classe, dovrà essere uno degli elementi della scuola di domani»: lo ha detto la ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, agli Stati generali della scuola digitale 2020 che si sono tenuti a Bergamo venerdì scorso, e che hanno messo a confronto docenti, politici, operatori del settore, innovatori, con la partecipazione di circa 3mila docenti, dirigenti scolastici, genitori e attori del mondo scuola, in un momento in cui l’istruzione è tornata a essere al centro dell’agenda politica nazionale, anche in vista delle scelte da operare per i fondi europei del NextGenerationEU. «Questo momento difficile – ha detto Azzolina – è stato un motore di accelerazione enorme per la scuola, in pochi mesi è stato fatto quello che negli anni passati non si era potuto fare. Di ciò dobbiamo fare tesoro, affinché dall’emergenza possa nascere una scuola migliore. Oggi si parla di didattica a distanza, ma domani la didattica digitale dovrà essere fatta in classe, perché la didattica del XXI secolo vuole questo, perché i nostri studenti parlano anche quella lingua». Nel corso della giornata di studio, non sono mancate le critiche alla didattica a distanza, che non sempre ha incluso: disabili, bambini e ragazzi socialmente in difficoltà hanno penato, e la stessa organizzazione scolastica ha faticato per stare al passo. Basti pensare che uno studio della Sapienza ha rilevato che solo un prof su tre ha raggiunto i suoi studenti.

Gli svantaggi per i più fragili

«Quando ce la siamo inventati a marzo», la didattica a distanza «non era uno strumento perfetto né lo è ancora, ma era l’unico strumento che avevamo per non lasciare soli i nostri studenti. Era quello che la comunità scolastica doveva fare nel momento più difficile», ha sottolineato Azzolina. Secondo la ministra «non è stato tutto perfetto però c’è stata una risposta rapida». «La Dad si è dimostrata estremamente fragile per i ragazzi in termini pedagogici, psicologici ed economici, con effetti peggiorativi dell’apprendimento, più marcati per chi è già svantaggiato. Il rischio è di un blocco della mobilità sociale garantita dalla scuola», ha denunciato l’economista Tito Boeri. «In realtà – ha ribattuto Stefano Quintarelli, fondatore di ImparaDigitale – fare scuola da remoto non è inefficace, è il modo in cui l’abbiamo fatta che è stato inefficace: abbiamo dimenticato la didattica e la metodologia».Gli interventi, anche economici, poi sono arrivati, ma la stessa ministra ammette che non bastano: «Sulla scuola digitale abbiamo investito più di 400 milioni in questi mesi, abbiamo acquistato più di 400 mila device e abbiamo portato la connessione dove era possibile farlo, ma tanto ancora deve essere fatto. C’è un gap storico da recuperare e per questo serve uno sforzo gigantesco per accelerare. Dalla crisi che stiamo vivendo, dobbiamo necessariamente far fiorire opportunità».

La scuola di domani

Ed è stata proprio questa la linea rossa che ha attraversato tutta la giornata: la crisi che ha rivelato le opportunità, il trauma che ha fatto scoprire la cura, la difficoltà che ha svelato il risorse nascoste. «La scuola si è messa in gioco- come ha sottolineato Dianora Bardi, fondatore e presidente di ImparaDigitale – trovandosi a dover affrontare una situazione completamente nuova: i docenti hanno fatto il possibile, permettendo al sistema scuola di fare passi da gigante grazie a un nuovo patto educativo con le famiglie». La scuola di domani eredita tantissimo dalla crisi in cui l’ha gettata l’epidemia: «Dovrà essere rifondata sulla base di tre elementi imprescindibili: un piano nazionale contro la dispersione scolastica, un piano per la formazione delle competenze digitali e un piano di recupero della funzione critica dei ragazzi nei confronti del mondo», ha sottolineato Patrizio Bianchi, già coordinatore della task force del Miur. Sotto il profilo psicologico, come ha spiegato lo psicologo Matteo Lancini, presidente della Fondazione Minotauro, «gli adolescenti si sono adattati, nel momento in cui gli adulti li hanno responsabilizzati. Più preoccupante è la situazione dei bambini di materne e primarie, all’inizio del processo di conoscenza e di relazione. Ma la pandemia può davvero rappresentare una straordinaria occasione di crescita per tutti».

Il test della scuola innovativa a Bergamo

Da Bergamo parte l’idea quindi di una nuova scuola, dove presenza e assenza, virtuale e reale, distanza e vicinanza, si fondono, si intrecciano, fino a diventare un nuovo modello che proprio in questa città, così martoriata dall’emergenza, potrebbe essere sperimentato: «Sarebbe bello che Bergamo potesse concorrere a una sperimentazione» della scuola ma bisognerebbe che il ministro dell’Istruzione «avesse voglia di provare a fare un test e voglia di provare a prendere un territorio e fare delle cose» nuove, ha detto il sindaco Giorgio Gori. «La scuola è un baraccone enorme e riuscire ad attivare cambiamenti su scala nazionale è molto complesso – sottolinea Gori -, è invece più facile farlo in una scala piccola, dove si possono misurare i risultati, fare delle valutazioni e se c’è qualcosa che ha funzionato, allora poterlo condividere anche con altri».

Nuovo Dpcm, Conte firma: a gennaio in aula 75% studenti superiori. Stop concorso straordinario

da OrizzonteScuola

Di redazione

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha firmato il Dpcm del 3 dicembre contenente le nuove misure per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da Covid-19.

Riaperture scuole superiori a gennaio – “Le istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado adottano forme flessibili nell’organizzazione dell’attività didattica ai sensi degli articoli 4 e 5 del decreto del Presidente della Repubblica 8 marzo 1999, n. 275, in modo che il 100 per cento delle attività siano svolte tramite il ricorso alla didattica digitale integrata e che, a decorrere dal 7 gennaio 2021, al 75 per cento della popolazione studentesca delle predette istituzioni sia garantita l’attività didattica in presenza“.

Laboratori, studenti con disabilità e Bes – Resta sempre garantita la possibilità di svolgere attività in presenza qualora sia necessario l’uso di laboratori o in ragione di per mantenere una relazione educativa che realizzi l’effettiva inclusione scolastica
degli alunni con disabilità e con bisogni educativi speciali.

Infanzia, primaria e secondaria I grado – L’attività didattica ed educativa per i servizi educativi per l’infanzia, per la scuola dell’infanzia e per il primo ciclo di istruzione continua a svolgersi integralmente in presenza.

Mascherine – Resta confermato l’uso delle mascherine dai sei anni in su.

Tavoli Prefetti per rientro scuole superiori – “E’ istituito un tavolo di coordinamento, presieduto dal Prefetto, per la definizione del più idoneo raccordo tra gli orari di inizio e termine delle attività didattiche e gli orari dei servizi di trasporto pubblico locale, urbano ed extraurbano, in funzione della disponibilità di mezzi di trasporto a tal fine utilizzabili, volto ad  agevolare la frequenza scolastica anche in considerazione del carico derivante dal rientro in classe di tutti gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado”.

Viaggi istruzione – Sono sospesi i viaggi d’istruzione, le iniziative di scambio o gemellaggio, le visite guidate e le uscite didattiche comunque denominate, programmate dalle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, fatte salve le attività inerenti i percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento.

Confermato stop concorso straordinario – E’ sospeso lo svolgimento delle prove preselettive e scritte delle procedure concorsuali pubbliche e private e di quelle di abilitazione all’esercizio delle professioni, a esclusione dei casi in cui la valutazione dei candidati sia effettuata esclusivamente su basi curriculari ovvero in modalità telematica.

Scarica il TESTO DEFINITIVO

ALLEGATI

Rientro a scuola il 7 gennaio: flessibilità orari di ingresso e turni pomeridiani. Il piano di Conte

da OrizzonteScuola

Di Ilenia Culurgioni

Il premier Giuseppe Conte in conferenza stampa introduce le misure anti Covid contenute nel nuovo Dpcm. Le scuole superiori rientreranno sui banchi dal 7 gennaio al 75%.

“Dobbiamo lavorare per garantire condizioni di massima sicurezza ai nostri ragazzi. Abbiamo fatto tanto lavoro nelle scuole e abbiamo garantito la sicurezza, ma se la curva è alta diventa tutto più complicato. Quello che preoccupa – ha precisato il premier – è ciò che ruota attorno alla scuola. Soprattutto dobbiamo pensare a quando i ragazzi escono da scuola e stanno insieme, questa è occasione di contagio”.

Ecco il piano del premier per il rientro in aula: “Dobbiamo lavorare a livello territoriale, regionale e provinciale. Nel Dpcm troverete dei tavoli istituiti presso le prefetture con tutte le autorità coinvolte nella scuola, sta a loro trovare delle formule che consentano, graduando flessibilmente orari di ingresso e uscita, e coniugandolo con i trasporti, per una misura efficace in modo che dal 7 gennaio si possa rientrare a scuola. Nelle scorse ore ho avuto un incontro proficuo con le Regioni e gli enti locali e ho proposto loro un protocollo da condividere per garantire che i ragazzi non dovranno più tornare a casa”.

“Non vogliamo escludere nessuna opzione di flessibilità – ha sottolineato Conte -, se ci saranno scuole che si renderanno disponibili a turni pomeridiani ben vengano. Non possiamo da Roma governare la situazione della differenziazione degli orari di ingresso delle scuole e i trasporti. Siamo disponibili a un supporto ma alcune scelte chiedono modulazioni territoriali”.

Dpcm Natale, Conte: dal 7 gennaio didattica in presenza per 75% studenti e orari scaglionati. Passa linea Azzolina

da La Tecnica della Scuola

“Dal 7 gennaio il 75% degli studenti delle superiori avranno garantita la didattica in presenza”: lo ha annunciato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte durante la conferenza stampa, in diretta tv, sul nuovo Dpcm che avrà effetto dal 4 dicembre al 15 gennaio prossimo.

Questo è il testo definitivo nel Dpcm Natale: “Le istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado – si legge – adottano forme flessibili nell’organizzazione dell’attività didattica in modo che il 100 per cento delle attività siano svolte tramite il ricorso alla didattica digitale integrata e che, a decorrere dal 7 gennaio 2021, al 75 per cento della popolazione studentesca delle predette istituzioni sia garantita l’attività didattica in presenza”.

Rispondendo ad una giornalista, il premier ha sottolineato: “Dobbiamo continuare a lavorare per garantire condizioni di massima sicurezza ai nostri ragazzi. Abbiamo lavorato molto e crediamo di avere garantito tutte le condizioni per un rientro in sicurezza”.

Tavoli territoriali

Conte ha quindi aggiunto: “Quello che preoccupa è ciò che è attorno alla scuola. I ragazzi quando escono si fermano, vanno assieme. Per quanto abbiamo deciso di lavorare a livello territoriale: ci saranno dei tavoli che opereranno all’interno delle Prefetture”, con tutte le parti coinvolte, quindi “con autorità territoriali, i sindaci, rappresentanti dei trasporti, dirigenti scolastici”.

A questi organismi spetterà valutare se e come scaglionare gli orari di entrata e uscita dagli istituti, per evitare pericolosi assembramenti: “starà a loro – ha detto ancora il premier – trovare delle formule graduando orari di ingresso e di uscita dei ragazzi coordinando tutto questo con il sistema dei trasporti. Tutto questo per garantire che a gennaio i nostri ragazzi tornino a scuola in sicurezza e non si torni più alla DaD da casa”, ha tenuto a dire Conte.

Specificatamente sugli orari, il premier ha detto: “Noi non vogliamo escludere nessuna opzione di flessibilità. I turni pomeridiani? Ben vengano ma non possiamo governare da Roma la situazione degli orari di ingresso e di uscita dei vari plessi e integrare questi dati con quelli del trasporto locale. Noi siamo a supporto ma alcune scelte richiedono modulazioni territoriali”, ha concluso il presidente del Consiglio.

La sollecitazione della ministra

Non sarebbero state però le Regioni a chiedere una percentuale maggiore, dal 50% al 75%, di studenti delle scuole superiori chiamati a svolgere didattica in presenza a partire dal 7 gennaio prossimo: secondo le agenzie di stampa, a chiedere il decremento di DaD sarebbe stata la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina.

“La bozza di Dpcm sarebbe stata modificata, per quanto riguarda il rientro in classe, dopo la sollecitazione della Ministra dell’Istruzione Azzolina”, scrive l’Ansa.

Regioni ed enti locali hanno detto sì

La modifica è stata quindi recepita e non determinata, come in un primo momento sembrava, delle Regioni.

L’incremento di studenti che svolgeranno lezioni in presenza, con la didattica a distanza limitata ad un quarto delle classi o del totale degli iscritti degli istituti, è stata comunicata nel pomeriggio del 3 dicembre “a Regioni ed Enti locali a cui è stato presentato un protocollo di lavoro per risolvere le criticità legate a trasporto e tracciamento”. E la proposta ha avuto seguito.

Vaccini scuola, Arcuri: i docenti sono una categoria esposta al virus

da La Tecnica della Scuola

In conferenza stampa, il commissario straordinario per l’emergenza Domenico Arcuri, rispondendo a una domanda durante la Conferenza Stampa del Consiglio dei Ministri, ha chiarito: “I docenti sono una categoria strategica che dovrà essere sottoposta a vaccino quanto prima,” e ha aggiunto: “Non è una categoria esposta come i medici e gli operatori delle residenze per anziani ma è comunque una categoria esposta.”

Ecco perché il personale scolastico verrà sottoposto al vaccino molto presto, subito dopo i medici e gli anziani, come da Piano strategico della campagna vaccinazioni illustrata dal Ministro della Salute Roberto Speranza nella mattina di ieri 2 dicembre.

A questo proposito, vi segnaliamo il nostro sondaggio sulla opportunità dell’obbligatorietà dei vaccini per docenti e studenti:

RISPONDI AL SONDAGGIO

Il commissario Arcuri, davanti alla preoccupazione di alcuni giornalisti riguardo alla fornitura di aghi e siringhe, ha colto l’occasione per tornare anche sulla questione banchi a rotelle, polemizzando contro chi, tra i media, aveva predetto che le forniture non sarebbero arrivate in tempo, quando, al contrario, “abbiamo consegnato 2 milioni e mezzo di banchi in due mesi, che è pari alla produzione di 12 anni in Italia,” rivendica il commissario.

Rientro a scuola, dal 7 gennaio lezioni in presenza per il 75% degli studenti delle superiori: DaD ridotta

da La Tecnica della Scuola

Il ritorno a scuola degli studenti delle superiori continua a cambiare faccia. Caduta l’opzione del ritorno in classe il 14 dicembre, per fare spazio al rientro subito dopo la Befana, nel Dpcm trova spazio all’ultimo momento una maggiore percentuale di didattica in presenza: questa, infatti, passa dal 50%, indicato nelle bozze circolate in giornata, al 75%. L’integrazione, che lascia solo il 25% di DaD, riferiscono fonti di governo riprese dalle agenzie di stampa, è stata decisa nel corso della conferenza Stato-Regioni.

Accolte due richieste dei governatori

In pratica, l’esecutivo avrebbe accolto due precise richieste dei governatori: chiarire l’inciso inserito nell’articolo 1 comma 9 lettera e – quello dove si parla di ‘competizioni sportive di alto livello’ – e sollecitare il Cts all’approvazione delle linee guida proposte dalla Regioni per l’apertura degli impianti sciistici.

Trasporti in mano ai prefetti

Sembra trovare conferma, invece, la decisione di delegare ai Prefetti, nei rispettivi territori, l’organizzazione del sistema del trasporto legato all’attività scolastica.

L’incarico ai Prefetti sarà finalizzato alla “definizione del più idoneo raccordo tra gli orari di inizio e termine delle attività didattiche e gli orari dei servizi di trasporto pubblico locale, urbano ed extraurbano, in funzione della disponibilità di mezzi di trasporto utilizzabili, volto ad agevolare la frequenza scolastica anche in considerazione del carico derivante dal rientro in classe di tutti gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado”.

Niente concorsi

Via libera anche allo slittamento delle prove pre-selettive e scritte delle procedure concorsuali, oltre che quelle di abilitazione all’esercizio delle professioni: faranno eccezione i concorsi in cui “la valutazione dei candidati sia effettuata esclusivamente su basi curriculari ovvero in modalità telematica”.

E continua “la possibilità per le commissioni di procedere alla correzione delle prove scritte con collegamento da remoto”.

Vaccini: priorità per i docenti? Ma allora la scuola non è un “luogo sicuro”?

da La Tecnica della Scuola

Durante l’audizione del 2 dicembre in Commissione cultura della Camera dei deputati, Agostino Miozzo, coordinatore del Cts (Comitato tecnico scientifico) ha tra l’altro affermato che “il personale della scuola è in cima alle priorità dei vaccini e anche gli studenti delle scuole superiori che hanno una grande possibilità di trasmissione del virus“. Ora sorge spontanea (come suol dirsi!) una domanda: se i vaccini rappresentano una priorità per la sicurezza della convivenza a scuola come si concilia ciò con la volontà addirittura di anticipare i tempi da parte della ministra Azzolina (e di Conte? Nonostante le precauzioni della Commissione europea che invece propone prudenza, magari prolungando le vacanze natalizie qualche giorno dopo il 6 gennaio)?

La scuola è un “luogo sicuro” ma poi i vaccini sono prioritari per docenti e alunni? …Un po’ contraddittorio!

Insomma se docenti (e studenti) sono considerati possibili veicoli di contagio a tal punto da rappresentare una priorità nelle vaccinazioni (magari per qualcuno addirittura ancor prima del personale sanitario?), perché il dott. Miozzo e il resto della “bella compagnia” spingono per una scuola in presenza al più presto? Naturalmente con il solito slogan “in sicurezza” (prima era “in piena sicurezza”, ora si aggiunge “si sa che il rischio zero non esiste”, e così ci si copre in caso di futuri malaugurati eventi) “e senza assembramenti”. Delle due l’una: o la scuola è un luogo sicuro molto più di altri e allora perché la priorità sui vaccini oppure non lo è e bisogna fare eventualmente i vaccini.

Tanti insegnanti anche nelle scuole superiori (docenti di sostegno, di laboratorio, ma non solo) sono già in servizio in presenza

Peraltro detto per inciso ci sono già alcune tipologie di insegnanti che vanno a scuola in presenza, a parte insegnanti dell’infanzia, della primaria e di buona parte delle scuole medie, anche docenti delle scuole di istruzione secondaria di II grado (e non su base volontaria, e spesso neppure i loro alunni volontariamente), per esempio gli insegnanti di sostegno e i docenti dei laboratori: rispetto ai loro colleghi (spesso in tal senso poco solidali) loro possono e devono rischiare di più?! Della serie: non tutti sono uguali?

Chiariamo subito che non voglio porre questioni sulla opportunità di vaccinarsi: personalmente in via generale (poi è chiaro che ci possono essere limitati casi specifici) sostengo il valore delle vaccinazioni e ne sono favorevole, ovviamente se attendibili. Parlo invece di coerenza e “priorità”. E in effetti  il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha dichiarato che “i primi a ricevere i vaccini saranno gli operatori socio-sanitari, i residenti delle Rsa e gli anziani”. E che successivamente “con l’aumento della disponibilità di dosi di vaccino Covid si inizieranno a sottoporre a vaccinazione le altre categorie di popolazione, tra le quali quelle appartenenti ai servizi essenziali quali anzitutto gli insegnanti e il personale scolastico, le Forze dell’ordine, il personale delle carceri e dei luoghi di comunità”, come dichiarato illustrando qualche giorno fa il Piano strategico per i vaccini alla Camera.

Ristabilendo quindi un certo ordine di priorità, sempre che anche lui non cambi “in corso d’opera”. Il ministro ha anche detto che non ci sarà obbligatorietà (senza però compromettere la salute delle altre persone, aggiungo io), ma che sarà somministrato gratis a tutti gli italiani senza disuguaglianze. Ma il sottosegretario alla Salute Sandra Zampa, ospite un paio di sere fa nella trasmissione Rai “Carta Bianca”, ha a sua volta affermato: “penso che per gli insegnanti il vaccino contro il Covid dovrebbe essere obbligatorio”.

Ma mettetevi d’accordo (magari con brevi messaggi su twitter!) prima di dire cose differenti all’interno dello stesso Ministero. Già bastano le prese di posizione spesso opposte e quindi contraddittorie nell’ambito del governo, tra titolari di vari Dicasteri.

Ma anche nella maggioranza di governo le divisioni sul tema della scuola in presenza o della necessità ancora della Dad sono evidenti, tra chi invita alla prudenza (anche in base a pareri di eminenti virologi ed infettivologi sullo stato attuale dell’emergenza sanitaria e sui rischi futuri) e chi invece vuole anticipare i tempi della riapertura (a parte che i soliti “meno uguali” degli altri continuano o hanno ripreso già a lavorare con le scuole aperte, come abbiamo segnalato prima), soprattutto tanti 5S che fanno quadrato attorno alla loro ministra Azzolina e i renziani.

Dad solo in emergenza perché la scuola “vera” è quella in aula: proprio così, il problema è che l’emergenza c’è ancora

Torniamo al dott. Miozzo, che ha affermato che “la Ddi (didattica digitale integrata) è un metodo di insegnamento intelligente, ma non può essere la sostituzione dell’attività didattica, può essere utilizzata solo in ambito emergenziale”. Perfettamente d’accordo, penso che la stragrande maggioranza degli addetti ai lavori (personale scolastico in primo luogo) sia pienamente consapevole che la didattica a distanza va utilizzata in situazioni di emergenza e che la scuola “vera” sia quella in presenza, in aula (io, che peraltro non sono docente, l’ho scritto subito già in primavera quando fu imposta la Dad, che allora comunque rappresentava una soluzione). Il problema è che siamo ancora “in ambito emergenziale”.

Anzi, per quanto riguarda le regioni del Sud, mentre in primavera forse il lockdown avrebbe potuto essere evitato, limitandosi a necessarie restrizioni, ora nel Meridione d’Italia la situazione è analoga se non in taluni casi peggiore rispetto ad altri territori del Centro e del Nord.

E quindi nel momento in cui Agostino Miozzo dichiara che “da marzo a maggio l’aggregazione scolastica non consentiva la presenza nelle classi, ma oggi, anche se nessuno può sostenere di poter aprire in sicurezza, bisogna intervenire per rientrare nelle aule”, non mi sembra dica una cosa esatta né convincente, per due motivi: il primo perché forse in primavera nelle regioni del Sud si sarebbe potuto continuare, con le dovute precauzioni, la didattica in presenza (tra l’altro allora non c’era in diverse famiglie la strumentazione tecnologica che si dice sia stata poi fornita agli studenti: ma dove è finita adesso??), il secondo motivo è che non si capisce ragionevolmente perché in questo momento si dovrebbe aprire se neppure ora si può garantire la sicurezza (e come detto prima si parla di priorità dei vaccini per docenti e alunni delle superiori).

Se poi Miozzo vuole fare raccomandazioni pedagogiche le lasci fare ai pedagogisti, come dice lui stesso al Cts sono medici, quindi diano consigli di carattere sanitario (penso sia stato costituto per questo il Comitato e non solo per parlare di scuola, né tanto meno di consigli pedagogici).

Anzi nell’audizione in Commissione cultura della Camera (l’intera seduta è riportata in un articolo pubblicato ieri sulla Tecnica della Scuola) Miozzo ha precisato che “il Cts è un comitato di 26 esperti e scienziati di settore epidemiologico, di disastri ambientali, ecc. che analizza dei quesiti e risponde con argomentazioni squisitamente tecniche e sanitarie”. In realtà, come ho già documentato in un articolo di una dozzina di giorni fa dal titolo “Contagi: siamo sicuri… che la scuola sia sicura?“, risultavano facenti parte del Cts (almeno nella composizione del nucleo iniziale, poi ci sono state diverse integrazioni) Giuseppe Ippolito direttore scientifico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive “Lazzaro Spallanzani”, l’immunologo Franco Locatelli, pediatra oncoematologo, Sergio Iavicoli direttore del Dipartimento di medicina, epidemiologia, igiene del lavoro e ambientale dell’Inail. Quindi un infettivologo, un immunologo e un epidemiologo. Non risultano ad esempio virologi. Gli altri, sicuramente personalità a loro volta di spicco (a cominciare da Silvio Brusaferro, presidente dell’ISS), hanno nella maggioranza dei casi, se non andiamo errati, incarichi presso Ministeri o altre istituzioni, ma non specializzazioni nel settore specifico. Agostino Miozzo dopo la laurea vanta come titolo un perfezionamento in chirurgia ostetrico ginecologica (conseguito, si legge nel suo curriculum, nel 1982).

Problematiche note a tutti. Ma i consigli del Cts (e di altri esperti) vengono recepiti solo se “conformi” ai desideri dei politici?

Nel corso dell’audizione il Coordinatore del Cts ha parlato delle problematiche legate ai trasporti (sottolineando che erano già state segnalate durante il lockdown, ma penso fossero evidenti a tutti!), con una mobilità di parecchi milioni di persone che usano i mezzi pubblici, tra cui un numero molto alto di studenti e insegnanti che si spostano per recarsi a scuola (appunto: e vogliamo farli stare a scuola, ammesso che non si contagino lì ma sui mezzi pubblici, e poi tornano – magari asintomatici – in ambito familiare?!). Inoltre ha evidenziato come il Comitato tecnico scientifico abbia sollevato il tema dell’importanza dei tamponi (se non molecolari almeno quelli con test antigenico) e di un eventuale presidio medico negli istituti scolastici. Insomma, tutte cose che non bisogna essere esperti o addirittura “scienziati” per capirne l’importanza e per suggerirli. Semmai adesso comprendiamo bene come i “consigli” del Cts vengano recepiti dai politici quando sono “conformi” ai propri desideri, utili per sostenere i loro obiettivi, e come invece restino “perle di saggezza” inascoltate o comunque non attuati quando per un motivo economico o di interesse politico conviene accantonarli. E a questo serviva un Comitato tecnico scientifico di esperti e scienziati?

Per le difficoltà tecniche riguardanti “l’installazione dei termoscanner” nelle scuole, a cui ha fatto riferimento sempre il coordinatore del Cts, ricordiamo sommessamente al dott. Miozzo che i termoscanner vengono normalmente utilizzati in vari contesti, persino in alcune pizzerie!

Infine, sui dati relativi all’emergenza sanitaria richiesti da qualche componente della Commissione cultura, Agostino Miozzo ha detto (come leggiamo sempre nel suddetto articolo pubblicato ieri su questa testata) che “i dati vengono forniti dall’Istituto superiore di Sanità e allo stato attuale 20.000 casi al giorno non consentono un’analisi approfondita dei dati”. Però conosciamo i dati che il Ministero ha fornito a Wired: considerando il solo ambito scolastico, sono circa 65.000 i positivi segnalati dalle istituzioni scolastiche al 31 ottobre scorso. Un dato non proprio confortante‼

Ma a parte ciò, qualcuno in Commissione cultura insisteva sul fatto che il Cts dovesse valutare su dati più aggiornati, relativi a fine novembre, e Miozzo, probabilmente giustamente in questo caso, ha replicato che a loro i dati vengono comunicati visto che “il Cts non ha un proprio istituto di ricerca”. Però ci si potrebbe allora domandare che consigli possa dare il Comitato se non conosce neppure i dati in base ai quali dovrebbe decidere (o meglio: consigliare).