Incontri con i Direttori Generali centrali e con i Direttori degli USR

Scuola, il Ministro Bianchi ha avviato la sua attività al Ministero. Incontri con i Direttori Generali centrali e con i Direttori degli Uffici Scolastici Regionali

Il Ministro dell’Istruzione, il Professor Patrizio Bianchi, ha avviato la sua attività al Ministero dell’Istruzione incontrando i Direttori Generali centrali e i Direttori degli Uffici Scolastici Regionali.

“La scuola rappresenta il presidio dello Stato sul territorio e deve poter dialogare con le comunità locali” ha detto il Ministro durante gli incontri. “La comunità scolastica – ha aggiunto – è viva più che mai e deve ritrovare il proprio orgoglio, avendo reagito alla pandemia con grande spirito di servizio e capacità di innovazione”.

Presidio davanti al Ministero dell’Istruzione

Scuola, FLC CGIL: domani presidio davanti al Ministero dell’Istruzione
Stabilizzazione per i precari, aumento degli organici, pagamento per il lavoro svolto e non retribuito, prolungamento dei contratti stipulati per fronteggiare la pandemia. Per una scuola della Costituzione funzionale al diritto di Cittadinanza
Roma, 15 febbraio – Dal primo settembre 2021 ogni scuola dovrà avere tutti gli insegnanti e tutto il personale al suo posto: ogni classe dovrà avere i propri insegnanti, ogni scuola tutti collaboratori scolastici, assistenti amministrativi e tecnici necessari e ogni istituto dovrà avere il proprio dirigente scolastico e DSGA.

Per questo domani 16 febbraio alle 16, la FLC CGIL sarà in presidio davanti al ministero dell’Istruzione perché servono misure urgenti per stabilizzare i lavoratori precari con tre anni di servizio accelerando le immissioni in ruolo con procedure veloci ed efficaci.

Vanno inoltre, pagati regolarmente gli stipendi dei lavoratori precari che attendono da tempo di essere retribuiti. Vanno trasformati da saltuari a contratti al 30 giugno, i contratti a tempo determinato stipulati per fronteggiare l’emergenza della pandemia.

Vanno aumentati gli organici per ampliare il tempo scuola, ridurre il numero degli alunni per classe, trasformare l’organico di fatto ormai consolidato in organico di diritto.

Vanno infine restituiti alle scuole i fondi che esse sono state costrette a stornare dai propri bilanci per retribuire il personale precario a causa dei mancati trasferimenti dovuti dal ministero a questo scopo.

Per questi motivi manifesteremo domani assieme alle lavoratrici e lavoratori precari della scuola.

Dad «proibitiva» per 6 bambini su 10

da Il Sole 24 Ore

di Eugenio Bruno e Claudio Tucci

Il tema Mario Draghi ce l’ha ben presente. E anche il nuovo ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, dovrà tenerne conto. Undici mesi di didattica in gran parte a distanza, come nel caso delle superiori, hanno scavato un solco negli apprendimenti degli alunni che non va ignorato. E che, presto o tardi, va colmato. A dirlo non sono solo gli studi internazionali che evidenziano un gap formativo nell’ordine del 30-50% in matematica e lingue. Adesso arriva anche una ricerca dell’Invalsi, guidato da Anna Maria Ajello, che svela la condizione di partenza della scuola italiana all’arrivo della pandemia. Ebbene, per più di 6 bambini su 10 le lezioni da remoto sono state una prova proibitiva considerando che solo il 36% era in condizioni «accettabili» per affrontarle. Alle medie si sale leggermente al 48%, alle superiori al 66. Tutti gli altri, dunque, potrebbero essere stati danneggiati dalla Dad. Perché se è vero che dall’emergenza a oggi il governo uscente ha stanziato 500 milioni contro il digital divide è altrettanto vero che anche Paesi all’avanguardia come l’Olanda (che ha chiuso le scuole per 8 settimane nell’anno scolastico 2019/20 contro le 18 nostre) hanno subito un contraccolpo nel passaggio all’e-learning. Figurarsi noi.

L’analisi dell’Invalsi

Lo studio (realizzato su dati 2019 dai ricercatori Invalsi, coordinati dal responsabile Area prove nazionali, Roberto Ricci) è consistito in un doppio questionario volto a indagare – da un lato – se gli studenti di quinta primaria, terza media e seconda superiore disponevano di un collegamento internet a casa, di un device e di un luogo tranquillo dove studiare. E – dall’altro – se i docenti di italiano e matematica erano già avvezzi alla didattica digitale. Le risposte sono allarmanti: alle medie solo il 41% dei prof sondati, allo scoppio della pandemia, era abituato a farlo.

Questa fotografia di partenza, secondo l’Invalsi, non può che aumentare le diseguaglianze già esistenti nella scuola italiana. Sotto tre aspetti. Primo. Gli allievi che provengono da famiglie meno istruite sono svantaggiati rispetto agli altri. Ad esempio, in seconda superiore, dal 66% di studenti con un livello «accettabile» di Dad si scende sotto il 50% in presenza di genitori che hanno solo la licenza elementare. Un fenomeno che si osserva anche a medie e primarie. Il secondo divario riguarda i diversi indirizzi di studio delle scuole superiori, con un netto svantaggio per gli allievi degli indirizzi tecnico-professionali. Un dato su tutti: tra un liceale e un coetaneo del professionale ci sono 15 punti di differenza nell’indicatore di “accettabilità” a svantaggio del secondo. E veniamo alla terza differenza: la variabilità tra scuole e, in alcuni casi, tra le classi, specie nelle superiori. Dove al top ci sono allievi che, a parità di altre condizioni, hanno avuto migliori possibilità di apprendere in base all’istituto frequentato.

Le soluzioni allo studio

A questi nodi se ne aggiunge un altro, confermato da un recentissimo studio pubblicato da Unicef e università Cattolica, dal quale emerge che quasi uno studente su due ha ricevuto una quantità di didattica minore a quella erogata prima della pandemia. Due indizi che potrebbero già bastare a fare una prova. Ma per avere il riscontro definitivo dobbiamo ora attendere lo svolgimento delle prove Invalsi, in agenda a inizio marzo, e sperare che realmente si tengano. Visto che da alcuni leader sindacali è già arrivato l’appello ad annullarle anche quest’anno. Non farle significherebbe però rinunciare a una base dati attendibile per impostare il recupero degli apprendimenti a cui il governo Draghi punta. A prescindere che ciò avvenga prolungando le lezioni fino a fine giugno, come emerso nei giorni scorsi, oppure ricorrendo ai corsi di recupero pomeridiani. O magari adottando entrambe le soluzioni.

Bianchi “Decido subito come fare la maturità Poi voglio tutti a scuola”

da la Repubblica

di Corrado Zunino

ROMA — Ministro Patrizio Bianchi, sveglia alle sei, sabato, per il giuramento. Da Ferrara al Quirinale, rientro in serata. Ha fatto in tempo a visitare il ministero dell’Istruzione?

«Sì, alle due del pomeriggio ero lì.

Una struttura enorme, e fosse solo il palazzo. Ci siamo messi a lavorare subito. Abbiamo acceso i pc e, con i dirigenti, avviato videoconferenze.

Ho chiesto le piante organiche, le ramificazioni periferiche. Il materiale me lo sono portato a casa e lo sto studiando adesso, che è domenica».

La prima impressione?

«Il lavoro è tanto e bisogna farlo in fretta. Bisogna dare certezze agli studenti, ai docenti. La mole un po’ mi spaventa. Non sono abituato, arrivato a quasi 69 anni, a vivere lontano da casa tutta la settimana. Sarà un’esperienza stancante. Una cosa è certa, però: comunicheremo le cose quando avremo raggiunto un risultato e il risultato lo raggiungeremo studiando».

Ci sono questioni da decidere subito. Siamo a metà febbraio e i maturandi attendono di sapere come sarà il loro Esame di Stato.

«In settimana decidiamo, ho ben presente il bisogno di informazione sulla Maturità».

Manterrà lo schema Azzolina: solo un grande orale, come l’anno scorso. O sceglierà una prova irrobustita dagli scritti, come vuole il suo Pd?

«Sono arrivato da un giorno, abbiate pietà. So che è stata già fatta una grande istruttoria e ho sempre rispetto per il lavoro realizzato da chi mi ha preceduto. In settimana decidiamo, i ragazzi stiano tranquilli».

Il presidente Draghi ha detto: si è perso tempo, a scuola, nell’ultimo anno. Come intende declinare il recupero di questo tempo?

«Partiamo dicendo che docenti e studenti nel 2020 hanno lavorato tanto, questo va riconosciuto. E diciamo, poi, che i ritardi e le mancanze sono diversi, a seconda delle aree, delle scuole. Ecco, dovremo intervenire su quella fascia che ha sofferto la didattica a distanza, in particolare gli adolescenti del Sud e delle aree interne. La pandemia ha messo a nudo i divari e le disuguaglianze esistenti nel nostro Paese. Chi era già in condizione di svantaggio per situazione personale o sociale si è impoverito ancora di più. Dobbiamo sempre ricordare che ogni macrointervento riguarderà, alla fine, le singole persone».

Oggi le superiori sono, quasi tutte, in Dad al 50 per cento.

«Riporteremo gli studenti in classe, come abbiamo riaperto le scuole in Emilia dopo il terremoto del 2012.

Gli istituti a pezzi erano centinaia, allora. La sicurezza delle scuole, sia pandemica che strutturale, sarà un punto forte del mio mandato.

Riporteremo i ragazzi in classe con la giusta cautela e gli investimenti del Recovery Fund».

Draghi ha parlato, prima di formare il governo, di un’altra piaga della scuola italiana: i vuoti in cattedra. Come pensa di affrontare il problema?

«La cosa confortante è che il presidente del Consiglio conosce i problemi, in generale e nel dettaglio. Serve mettere mano alla questione e farlo adesso per avere docenti a settembre».

Quest’estate, nell’ormai famoso tomo per la ripartenza consegnato a Lucia Azzolina e mai discusso, lei scrisse che l’istruzione italiana aveva bisogno di 120 mila nuovi docenti. Li recluterà riavviando i concorsi fermi o con un largo patto con il precariato ?

«Operazioni di questo tipo devono essere larghe e condivise. Conosco la questione sull’arruolamento, con le carte in mano arriveremo presto a formulare atti».

Sui sottosegretari all’Istruzione, ministro, metterà bocca?

«No, Draghi ha le idee chiare».

Ci spiega perché da almeno dieci giorni sapeva di essere il candidato al ministero dell’Istruzione?

«Le cronache più raffinate ricordano il periodo da docente trascorso da Mario Draghi all’Università di Trento. Bene, la mia carriera è iniziata lì, come giovane assistente di quel professore. Era il 1976, avevo vinto una borsa di studio. Poi abbiamo lavorato insieme per le privatizzazioni gestite dall’Iri. La certezza che sarei diventato ministro, però, l’ho avuta solo venerdì, nel pomeriggio».

Ora che ci sono, lavoro del governo precedente, 21 miliardi sul’istruzione, come recupereremo il tempo perduto?

«Gli investimenti, parlo da economista, sono importanti. Più importante è rimettere la scuola al centro dello sviluppo italiano».

Lavoratori fragili, lavoro agile e tutela fino al 28 febbraio

da OrizzonteScuola

Di redazione

Con il messaggio 15 gennaio 2021, n. 171 l’Inps fornisce indicazioni sulle novità, introdotte dall’articolo 1 della legge di bilancio 2021, riguardo la tutela della malattia per i lavoratori privati posti in quarantena o in permanenza domiciliare fiduciaria, con sorveglianza attiva, e per i lavoratori fragili.

Per quanto riguarda i lavoratori privati posti in quarantena o in permanenza domiciliare fiduciaria, con sorveglianza attiva, dal 1° gennaio 2021 è stato eliminato l’obbligo per il medico curante di indicare sulla certificazione gli estremi del provvedimento che ha dato origine alla quarantena o alla permanenza domiciliare.

Per i lavoratori fragili, pubblici e privati, è stato invece introdotto un nuovo periodo di tutela dal 1° gennaio al 28 febbraio 2021. Per questi lavoratori è stato anche prorogato, per lo stesso periodo, lo svolgimento della prestazione lavorativa in modalità agile.

Viene introdotto – si legge nel messaggio – un nuovo periodo di tutela decorrente dal 1° gennaio 2021 fino al 28 febbraio 2021 (cfr. l’articolo 1, comma 481, della legge n. 178/2020).

La tutela prevede l’equiparazione del periodo di assenza dal servizio al ricovero ospedaliero per i lavoratori in possesso di certificazione di malattia riportante l’indicazione della condizione di fragilità, con gli estremi della documentazione relativa al riconoscimento della disabilità con connotazione di gravità ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero della condizione di rischio derivante da immunodepressione o da esiti da patologie oncologiche o dallo svolgimento di relative terapie salvavita, attestata dagli organi medico-legali delle Autorità sanitarie locali territorialmente competenti. Si ribadisce che l’equiparazione per i lavoratori privati aventi diritto alla tutela previdenziale della malattia comporta il riconoscimento della prestazione economica e della correlata contribuzione figurativa entro i limiti del periodo massimo assistibile, previsto dalla normativa vigente per la specifica qualifica e il settore lavorativo di appartenenza.

L’articolo 1, comma 481, della legge di bilancio, inoltre, ha prorogato al 28 febbraio 2021 anche la previsione del comma 2-bis dell’articolo 26 del decreto-legge n. 18/2020 – in precedenza valida solo per il periodo dal 16 ottobre 2020 al 31 dicembre 2020 – che stabilisce, per i lavoratori fragili, lo svolgimento di norma della prestazione lavorativa in modalità agile, anche attraverso l’adibizione a diversa mansione ricompresa nella medesima categoria o area di inquadramento, come definite dai contratti collettivi vigenti, o lo svolgimento di specifiche attività di formazione professionale anche da remoto.

MESSAGGIO INPS

Fra le idee del ministro Bianchi c’è anche quella di dare più spazio all’Invalsi

da La Tecnica della Scuola

Una degli obiettivi del ministro Patrizio Bianchi potrebbe essere quello di dare maggior spazio all’Invalsi e alla rilevazione degli apprendimenti degli studenti.
Per la verità il neo Ministro non ha ancora detto nulla di esplicito in merito ma leggendo il libro Nello specchio della scuola si deduce facilmente che il tema della valutazione gli sta particolarmente a cuore.
Una delle sue idee è quella di valorizzare l’autonomia delle istituzioni scolastiche che però – a suo parere – dovrebbe essere tenuta sotto controllo con una adeguata e sistematica valutazione dei risultati.
Le scuole cioè possono e devono essere libere di organizzarsi e gestirsi come ritengono più opportuno ma rispettando gli obiettivi indicati a livello centrale.
E, per capire se le scuole raggiungono gli obiettivi, sarebbe necessario verificare i risultati che ottengono.
Le prove Invalsi sarebbero uno strumento per rilevare tali risultati.
Per la verità sul fatto che le rilevazioni degli apprendimenti degli alunni possano fornire elementi attendibili per capire se le scuole raggiungono davvero gli obiettivi fissati a livello nazionale non c’è accordo in ambito scientifico.
Peraltro va anche detto che, almeno finora, gli esiti delle rilevazioni periodiche dell’Invalsi sono servite ben poco per modificare le scelte di politica scolastica a livello nazionale o locale.
Ed è anche per questo che c’è molto scetticismo sulla possibilità che davvero le prove Invalsi possano servire ad effettuare “misurazioni” attendibili sul funzionamento del sistema scolastico nazionale.

Didattica a distanza a richiesta dei genitori: un errore culturale e pedagogico

da La Tecnica della Scuola

Dopo essere stata decisa con una apposita ordinanza dal presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, adesso la didattica a distanza a richiesta viene caldeggiata anche da qualche costituzionalista.

“Per la verità – osserva Aluisi Tosolini, pedagogista e dirigente del Liceo Bertolucci di Parma – l’idea di scegliere il percorso educativo che deve seguire il proprio figlio determinando i tempi, i modi, i luoghi e le specifiche didattiche è previsto dalla Costituzione italiana (art. 34) e si chiama istruzione parentale e sta vivendo in questi anni una sempre maggiore diffusione con l’etichetta di homeschooling

E’ vero, ma a noi sembra che l’idea di riconoscere ai genitori il diritto di scegliere fra didattica a distanza e didattica in presenza potrebbe aprire la strada a situazioni quanto meno anomale.
Perché mai, per esempio, non riconoscere allo studente il diritto di fruire delle lezioni a distanza in modalità asincrona per rispettare meglio i suoi ritmi di apprendimento?

“Nel caso ipotizzato dalla Regione Puglia, ovvero una sorta di scuola a là carte – sottolinea ancora Tosolini – non va poi  dimenticato che la propria scelta incide pesantemente su quanti fanno una scelta difforme. Pretendere di seguire a distanza le lezioni mentre gli altri sono in presenza significa costringere i propri compagni e docenti e cambiare modo di lavorare, ad utilizzare strumenti tecnologici anche quando non sarebbe necessario oltre a costringere la scuola ad averceli tutti questi strumenti tecnologici più connessione a banda ultralarga”.

C’è per un aspetto che non va però trascurato: non da oggi psicologi e pedagogisti sostengono che ogni studente ha un proprio stile di apprendimento: c’è chi preferisce quello visivo e chi invece ottiene i migliori risultati usando il canale uditivo.
E allora si potrebbe pensare di usare lezioni registrate e ognuno le usa poi come meglio ritiene, guardando il video completo o ascoltando solo l’audio. Ma ci potrebbe essere chi vorrebbe leggere il testo della lezione e quindi sarebbe necessario trascrivere tutto e trasformare la lezione “parlata” in un capitolo scritto.

Replica Tosolini: “Non escludo che una cosa del genere si possa fare in situazioni molto specifiche ed eccezionali (studenti a casa in quarantena, gruppo classe metà a casa in ddi e metà in presenza per rispettare il 50% di frequenza in presenza come da ultimo DPCM, gravi patologie di studente che non può fisicamente venire a scuola….) ma se si riduce a capriccio … beh allora la risposta è semplice: ricorrere al precettore privato !”

Cioè? Proviamo a spiegare un po’ meglio la questione del precettore privato

La figura del precettore – spiega Aluisi Tosolini – era stata teorizzata dal grande John Locke (1632-1704) che raccolse in volume (Pensieri sull’educazione) le lettere scritte ad un suo nobile amico, Lord Edward Clarke of Chipley, che gli chiedeva consigli su come educare la prole.
Le 217 lettere di Locke rispondono alla necessità di formare l’élite della società borghese. Il suo ideale è il gentleman, il suo pensiero è il manifesto dell’individualismo liberale in educazione.
Non per nulla Locke è il padre dei diritti di libertà che la Costituzione italiana (art. 3) media proprio con i diritti e i doveri di solidarietà che vedono nella scuola una delle istituzioni della repubblica chiamate a rimuovere ostacoli che si frappongono alla pienezza della cittadinanza e non a crearli”

Senza dimenticare – concludiamo noi – che la scuola non è solo un luogo dove si acquisiscono conoscenze, ma è prima di tutto palestra di cittadinanza; la scuola deve essere un’agorà dove i ragazzi costruiscono conoscenze e modelli interpretativi del reale in modo cooperativo.
La costruzione della conoscenza è sempre un’operazione di carattere sociale e la socialità si realizza sempre nel confronto con l’altro.

Lezioni sino al 30 giugno? Molti motivati “no” da studenti, docenti, presidi, sindacati… e albergatori

da La Tecnica della Scuola

Per ora è solo un’ipotesi partita da una notizia filtrata dalle consultazioni tenute da Mario Draghi prima di accettare l’incarico di presidente del Consiglio e di formare il nuovo Governo. Ma già la sola eventualità di prolungare le lezioni fino al 30 giugno ha aperto un intenso dibattito.

In effetti, la questione della prosecuzione delle lezioni oltre il calendario già fissato (e soprattutto le motivazioni addotte da qualcuno, cioè che con il lavoro in Dad – peraltro diversi docenti hanno lavorato quasi sempre in presenza, anche nelle scuole superiori, ad esempio gli insegnanti di sostegno e quelli di laboratorio – non sia stato svolto un lavoro adeguato, quando tutti coloro che hanno fatto lezione con la didattica a distanza sanno bene che l’impegno, anche temporale al di fuori dell’orario scolastico, è stato persino maggiore) ha trovato un foltissimo schieramento di contrari: la maggior parte degli insegnanti, dei dirigenti scolastici, degli studenti, dei sindacati della scuola, dei pedagogisti e naturalmente degli albergatori (qualcuno non aveva riflettuto sul danno al turismo, un settore che spera proprio nell’estate per una ripresa almeno parziale?).

Anche il presidente dell’Associazione nazionale presidi (Anp), Antonello Giannelli, si è mostrato assai perplesso: “non abbiamo preclusioni ad arrivare a fine giugno ma ciò significa spostare in avanti lo svolgimento degli esami delle superiori e delle medie”, aggiungendo perentoriamente: “nessuno dica che sono stati persi dei giorni. Non è così”.

La posizione dei sindacati, con qualche distinguo tra segretari generali e segretari di comparto (più competenti a parlare di scuola)

Abbastanza singolare la posizione di alcuni sindacati, nel senso che i segretari generali (forse in questo caso desiderosi di mostrare una “apertura di credito” verso Draghi, peraltro preventiva visto che il premier incaricato non si era ancora espresso né tanto meno si sapeva chi sarebbe stato il nuovo ministro dell’Istruzione) hanno dato una certa disponibilità, con un’apertura all’ipotesi di prolungamento delle lezioni, mentre i rispettivi segretari di comparto – che dovrebbero essere più competenti per parlare di scuola e i segretari generali a mio modo di vedere dovrebbero rispettare il ruolo dei segretari di comparto se non vogliono correre involontariamente il rischio di delegittimarli o quanto meno di scavalcarli – o hanno taciuto o si sono espressi in maniera diversa, per nulla possibilista anche perché loro hanno ben presenti le difficoltà che vivono quotidianamente le scuole e i lavoratori che vi operano.

Se si rivelerà necessaria e servirà a recuperare le lacune dei ragazzi e delle ragazze tutti dobbiamo darci disponibili“, ha detto Annamaria Furlan, segretario generale della Cisl. Anche se poi in effetti il suo intervento va valutato in maniera complessiva perché ha aggiunto: “ma la necessità va valutata bene rispetto a chi e al come perché la scuola in questi mesi ha continuato a lavorare”, parlando anche di investimenti e stabilizzazioni dei precari per il nuovo anno scolastico.

La posizione di Maddalena Gissi è sembrata decisamente più perentoria: no a “proposte fuorvianti” come il prolungamento delle lezioni sino a fine giugno, le priorità della scuola sono altre. A sottolinearlo (come riporta l’Agi – Agenzia Italia) è appunto la segretaria generale della Cisl Scuola all’indomani dell’incontro dei sindacati confederali con Mario Draghi, in quel momento ancora premier incaricato. Incontro nel quale, secondo quanto si apprende, non si è parlato del calendario scolastico ma di investimenti nella scuola e per i precari.

Le priorità della scuola sono ben altre rispetto a “proposte fuorvianti”: lo evidenzia Maddalena Gissi, segretaria della Cisl Scuola

La scuola ha bisogno di aprire un confronto su molte questioni. Il 1° settembre è alle porte – ha detto Maddalena Gissi – e in questo periodo solitamente vengono assunte decisioni indispensabili per l’avvio regolare dell’anno scolastico. Se vogliamo evitare di mettere in discussione le attività didattiche ancora una volta per mancanza di idee o fuorvianti proposte che distolgono l’attenzione dai reali problemi, dobbiamo darci da fare e subito“.
Ecco quindi le prime priorità in ordine di tempo secondo la Cisl Scuola: “bisogna definire le modalità per gli esami di maturità e gli esami di Stato della scuola mediaper questo consideriamo insensato il dibattito sul prolungamento dell’anno scolastico che rischia di rimettere in discussione anche la regolarità di alcune tappe fondamentali per i ragazzi e le famiglie“, facendo riferimento all’eventuale spostamento anche della data degli esami di Stato delle scuole secondarie di I e di II grado.
Ma nelle dichiarazioni all’Agi la Gissi parla anche di organici, di reclutamento, di piano vaccinale (da chiarire oltretutto quale vaccino verrà riservato ai docenti over 55 e quando verrà somministrato, dato che oltre la soglia dei 55 anni “AstraZeneca” non va utilizzato, e non sono consentite… deroghe e “sperimentazioni” sulla pelle altrui!, n.d.R.).

Come riportato anche da “ilfatto quotidiano.it”, la segretaria della Cisl Scuola non ha dubbi: “aspettiamo di ascoltare il programma di Draghi. Certo abbiamo problemi di povertà educativa, ci sono realtà dove le famiglie non hanno potuto seguire le lezioni a distanza ma va detto che in giugno ancora non ci sarà la campagna vaccinale per tutti; ci saranno ancora condizioni per cui dovremo garantire la mascherina e il distanziamento. Come faremo con i trasporti a giugno? In quindici giorni pensiamo davvero che recupereranno gli apprendimenti? Non parliamo di scuola con gli slogan. Se serve saranno le singole scuole a programmare dei recuperi”.

Dicevamo delle diverse sfumature utilizzate da alcuni segretari generali. Ad esempio Maurizio Landini, segretario della Cgil ha affermato: “noi siamo pronti per confrontarci anche su eventuali recuperi a giugno, tenendo conto delle diversità territoriali”. Anche se poi in realtà già si proietta in avanti: “per riaprire le scuole a settembre dobbiamo già parlarne adessoE’ necessario che si ritorni tutti in classe il 1° settembre“, dichiarazione che sembra volere far intendere che più che pensare a ipotesi molto controverse di “recuperi” in presenza a giugno (ma si è poi sicuri, anche se ovviamente tutti ce lo auguriamo, che a giugno ci siano le condizioni per essere tutti in presenza?) occorre programmare già una buona apertura del nuovo anno scolastico.

Di Meglio (Gilda Unams): “idea stravagante, i docenti hanno lavorato” e comunque “meglio lasciare alle regioni le decisioni sul calendario scolastico”

Come sempre molto chiaro e deciso il commento di Rino Di Meglio, coordinatore della Gilda degli insegnanti: “è un’idea stravagante, mi offende sentir parlare di tempo perso perché i docenti hanno lavorato. Abbiamo un’Italia con fasce climatiche diverse, è meglio lasciare alle Regioni decidere sul calendario scolastico” (oltretutto sono proprio le Regioni che hanno competenza sui calendari scolastici regionali, come aveva detto la stessa ex ministra Azzolina quando a sua volta avanzò la possibilità di allungare il termine delle lezioni a giugno).

Ma Di Meglio introduce un altro argomento (che personalmente avevo comunque già evidenziato in un articolo del mese scorso quando la Fondazione Agnelli aveva proposto scuole aperte a giugno e luglio) del quale gli estensori della proposta di prolungamento delle lezioni forse non hanno ben valutato le conseguenze: “e poi cosa succederà con il turismo? Le famiglie vivono con la speranza di poter passare qualche settimana di semi normalità”.

Nel coro di “no” al prolungamento delle lezioni in estate anche gli operatori del settore turistico

Un aspetto sottovalutato quello del turismo: se i ragazzi non terminano le scuole, le famiglie a giugno non partono, non fanno vacanze.

Il coordinatore di “Federalberghi spiagge venete” ha detto senza mezzi termini al Corriere del Veneto di essere “sbigottito”, sottolineando: “sentiamo i politici sbandierare la grande crisi che sta vivendo il settore turistico e poi si propone una misura che sarebbe l’ennesima mazzata. Prolungare l’anno scolastico significherebbe far partire la stagione a metà luglio con perdite economiche incalcolabili”.

Il pedagogista Novara: non conta la quantità della scuola ma la qualità. Contesta la proposta anche il Forum delle Associazioni familiari

Da un versante diverso, perplessità anche dal noto pedagogista Daniele Novara: “la ripresa di un’attenzione verso la scuola è un segnale positivo ma va indirizzata in maniera adeguata. Non è in gioco la quantità della scuola ma la qualità”.

E i genitori cosa ne pensano? Gigi De Palo, presidente nazionale del Forum delle Associazioni Familiari, è tra coloro che contestano l’eventuale decisione di prolungare l’anno scolastico. Durante un intervento in diretta a “Lavori in corso” su RadioRadio.it, De Palo ha detto: “mi sembra che fare un ragionamento di questo tipo sia trasformare la scuola in una sorta di punizione perché la Dad non è andata come previsto, mentre io so che i genitori e anche i ragazzi hanno vissuto situazioni di grande difficoltà. E’ stato uno stress maggiore rispetto agli anni passati. O non è stata scuola la Dad, e allora abbiamo preso in giro i nostri figli, o se è stata scuola come io credo allora deve finire la scuola quando dovuto”.

Esito di sondaggi affidabili: quasi totale il dissenso di studenti, docenti, genitori

Ma al di là dei pareri che abbiamo riportato danno un quadro chiaro i sondaggi svolti. Ne citiamo un paio, a cominciare da quello proprio de “La Tecnica della Scuola”: il 96% degli oltre 16mila partecipanti al sondaggio si è espresso negativamente sull’ipotesi di prolungare le lezioni fino al 30 giugno. Insomma, un “no” quasi unanime, rappresentato per il 62,2% da studenti (sì, proprio loro a cui il presunto “beneficio” sarebbe offerto e le cui esigenze si dice di voler ascoltare prioritariamente), per il 25,4% da insegnanti, per il 10,1% da genitori (il resto del 96% di “no” è coperto da altre tipologie di lettori).

Peraltro, leggiamo nell’articolo della “Tecnica” che “il fronte compatto dei no, che va dai sindacati ai docenti (gli insegnanti che hanno partecipato al sondaggio sono stati circa 4mila, in fondo solo ¼ del totale, quindi non si può affermare che il risultato sia frutto di un certo “corporativismo”, n.d.R.), agli alunni ed ai dirigenti scolastici, argomenta che la DaD è stata implementata in modo serio e strutturato e dunque non si è perso nulla e non vi è nulla da recuperare”.

Risultati simili nelle percentuali del sondaggio di “Skuola.net”: in questo caso i partecipanti (circa 1.800) sono soltanto studenti delle scuole secondarie di I e di II grado: bocciano l’ipotesi, infatti, più di 8 su 10. Per l’82% del campione, tre-quattro settimane in più di lezione servirebbero a poco (per non parlare di temperature che talvolta si avvicinano ai 40 gradi‼). E ad approvare l’allungamento dei giorni di lezione è solo l’8% in quanto la restante percentuale “non si sbilancia”.

Quanti alunni ci sarebbero in aula a giugno? Intanto l’Unesco evidenzia che l’Italia ha tenuto aperte le scuole più di molti altri Paesi europei

In base anche a questi dati, bisognerebbe porsi una domanda: quanti sarebbero gli alunni che frequenterebbero le lezioni a giugno? Ci sarebbe il rischio di trovare aule in presenza con 5 o 6 alunni! Anche perché, dispiace dirlo, magari andrebbero a scuola coloro che non hanno bisogno di alcun recupero e proprio chi ne avrebbe bisogno invece potrebbe non presentarsi (soprattutto se dovesse essere confermata come l’anno scorso una “promozione con insufficienze”!).

Inoltre, ci sembra opportuno ricordare come recentemente l’Unesco, che ha reso disponibili i dati sulla chiusura degli istituti in Europa da inizio pandemia fino a gennaio scorso, ha evidenziato che l’Italia, nell’anno scolastico in corso, ha tenuto aperte le scuole più di molti altri Paesi europei e durante la “seconda ondata” ha evitato chiusure totali, a differenza ad esempio della Germania e della Gran Bretagna.

Peraltro c’è anche chi fa notare che di fronte a situazioni emergenziali quali sospensione di periodi di lezione a causa di terremoti (senza neppure lezioni in Dad) nessuno ha mai pensato di allungare la fine dell’anno scolastico (anzi ci si è giustamente preoccupati di sottolineare che sarebbe stato valido anche sotto i 200 giorni minimi).

Favorevoli Fondazione Agnelli e Condorcet, anche se quest’ultimo aveva parlato di compensare il prolungamento estivo con pause invernali

Tra i favorevoli sono la Fondazione Agnelli (peraltro Gavosto aveva già proposto di tenere le scuole aperte a giugno, luglio ed eventualmente anche qualche giorno ad agosto, aggiudicandosi sicuramente la gratitudine e la simpatia prima di tutto di chi lavora nel settore turistico!) e il gruppo di dirigenti e docenti che va sotto il nome di “Condorcet”, la cui proposta era però originariamente più articolata in quanto presuppone un nuovo modello di calendario scolastico con meno vacanze in estate (evidenziando che le pause lunghe sono svantaggiose per la didattica) compensate però da periodi di vacanza in altri momenti dell’anno scolastico (Condorcet cita ad esempio il modello francese), anche perché lo hanno affermato loro stessi in tempi non sospetti “non è pensabile, né auspicabile, allungare la durata dell’anno scolastico, aggravando il lavoro dei docenti”.

Quindi è una proposta articolata su cui si può aprire un confronto, ma certamente nella sua sostanza originaria non proponibile in questo anno scolastico visto che non è stata fatta alcuna pausa “compensativa” (anzi rispetto al passato “i ponti” tra le festività sono stati praticamente azzerati) e cambiare in corsa le regole del gioco non è corretto.

Rimettere al centro della scuola gli insegnanti e le nuove strategie didattiche

da La Tecnica della Scuola

Ripristinare la “centralità della scuola” come perno dello sviluppo non solo individuale dello studente ma del Paese Italia, è stato un felice refrain che è riecheggiato durante la recente crisi di governo, che si è positivamente chiusa con l’incarico al Ministero dell’Istruzione del prof. Patrizio Bianchi, che per mesi ha coordinato il Comitato di esperti nominato dall’ex ministro Azzolina ed elaborato una road map per ripensare la scuola, le sue finalità, la sua funzione nella società della conoscenza del post-covid.

Anche il dibattito politico di questi giorni è stato incentrato su tematiche che riguardavano il mondo della scuola e accanto all’idea prospettata della possibilità e necessità di allungare il calendario per dare una risposta alle criticità provocate dalla pandemia, c’è stata una presa di posizione, diffusa soprattutto sui social da parte dei docenti per ribadire l’impegno e la professionalità messa in campo sia con la didattica a distanza, sia con la didattica digitale integrata, sia con la didattica a domanda praticata da alcune regioni che hanno voluto scaricare sulle scuole e sulle famiglie la gestione del diritto allo studio.

Due “verità”, due problemi reali, rappresentati uno dalla documentata criticità dei risultati conseguiti nelle performance degli studenti e l’altra del maggior impegno professionale degli operatori scolastici necessario per affrontare la situazione emergenziale, hanno creato le solite incomprensioni che ha caratterizzato il dibattito sulla scuola negli ultimi decenni tra decisori politici ogni volta che annunciano novità e il mondo della scuola tremendamente autoreferenziale e resistente ai cambiamenti.

Criticità provocate dal Covid

Le due verità sono anche documentate da monitoraggi effettuati in questo periodo che hanno dimostrato come circa l’8% degli studenti non è stato coinvolto nelle attività didattiche e il 18% è stato parzialmente raggiunto e quindi circa 2 milioni di studenti hanno avuto durante il periodo covid un’esperienza di scuola poco o per nulla adeguata.

È stato unanimemente documentato anche il maggior impegno dei docenti per rimodulare la didattica, per ridefinire gli obiettivi con conseguente maggior impegno collegiale, per gestire gli ambienti di apprendimento, per coinvolgere gli stessi studenti.

Questi dati avrebbero dovuto creare una positiva alleanza tra insegnanti, studenti, genitori e decisori politici e sindacali per intraprendere un percorso capace di superare le criticità emerse e avrebbe rappresentato in termini concreti una corretta modalità per ripristinare praticamente e non solo a parole la “centralità della scuola” e la “centralità dello studente”.

Ancora una volta un “retropensiero” sociale verso il mondo della scuola e un “retropensiero” da parte dei docenti verso i decisori politici hanno impedito un dialogo e un confronto che avrebbe aiutato a ragionare sul destino delle nuove generazioni e del loro futuro.

Si aprirà con il nuovo Governo e con molti Ministri sicuramente l’opportunità di ragionare in modo approfondito sul destino della scuola, sulle pratiche didattiche da innovare e l’auspicio è che la scuola esca dalla difensiva e sappia e voglia proporre e dare indicazioni precise per migliorare le performance del sistema istruzione.

Dobbiamo abbandonare l’idea che debba essere sempre e solo il Ministro di turno a definire ciò che è necessario alla scuola, ed è auspicabile, invece, un nuovo “protagonismo dei docenti” che in qualità di professionisti qualificati ed esperti propongano e pratichino soluzioni innovative utili e coinvolgenti anche per gli studenti. È necessario, quindi, creare “comunità di pratiche” all’interno di ogni scuola, a livello territoriale, capaci di far tesoro dell’autonomia di ricerca, sperimentazione e sviluppo prevista dall’art. 7 del DPR 275 del 99 come grande opportunità per dimostrare la capacità di essere “protagonisti” dell’innovazione.

Non si parte da zero! In questo ultimo decennio circa mille Istituzioni Scolastiche, di cui il 50% rappresentato dalle scuole del Sud, aggregate in “Avanguardie educative”, su iniziativa dell’Indire, hanno brillantemente sperimentato nuove strategie didattiche ripensando ai tempi e agli ambienti di apprendimento partendo dall’idea di superare la lezione frontale tradizionale e far uso intelligente delle nuove tecnologie per migliorare i processi di apprendimento in funzione della personalizzazione e affrontare il grave problema della dispersione scolastica che coinvolge ancora il 15% dei nostri giovani.

Comunità di pratiche

È necessario creare “Comunità di pratiche” capaci di rilanciare la “mission” dell’autonomia che assegna alle scuole la possibilità di stipulare Patti educativi di comunità con le istituzioni locali, le organizzazioni produttive e sociali, il volontariato operativo del territorio per un progetto educativo che punti al successo formativo.

Come ci ha ammoniti il Papa, nella sua omelia di Pentecoste, non possiamo permetterci di “sprecare questa crisi” e, quindi, è necessario che la scuola e i docenti “intelligenza collettiva” del nostro Paese, vogliano essere protagonisti anche della rinascita culturale attraverso una risposta positiva e “inclusiva” alle numerose fragilità e vulnerabilità messe in evidenza dalla pandemia.

E gli auguri doverosi di buon lavoro al nuovo Ministro siano rivolti e associati anche agli auguri di buon lavoro ai docenti e ai dirigenti scolastici per un nuovo protagonismo culturale che dia speranza al nostro Paese e ai nostri giovani.

Sicilia da domani con AstraZeneca: scuola, università, forze dell’ordine, servizi essenziali

da La Tecnica della Scuola

La Regione Siciliana con una nota ha fatto sapere che già da domani inizia la nuova fase della campagna di vaccinazione anticovid con AstraZeneca, che interesserà il mondo della scuola e delle università, le forze armate e di polizia, il personale dei servizi essenziali.

Il presidente Nello Musumeci ha affermato: “Desidero ringraziare le prefetture dell’Isola e l’Ufficio scolastico regionale perché in questi giorni stanno collaborando attivamente per definire gli elenchi degli aventi diritto alla vaccinazione. Si corre sempre contro il tempo, ma non possiamo fare a meno di chiedere a tutti i cittadini di aderire alla campagna vaccinale con lo stesso entusiasmo che ha coinvolto oltre il 90 per cento dei medici e infermieri”.

Il terzo vaccino è autorizzato, al momento, solo per il target di cittadini tra i 18 e i 55 anni. In Sicilia le prime dosi verranno inoculate a Palermo, Catania, Messina, Enna, Trapani, Ragusa e Siracusa, per proseguire, a partire da mercoledì, nelle rimanenti province.

Oltre al personale sanitario e amministrativo del Sistema sanitario regionale, saranno coinvolti i medici della polizia che effettueranno le inoculazioni anche presso le proprie strutture.

Secondo il presidente della Regione, “le parole con cui il presidente Draghi ha posto i vaccini in cima alle priorità nazionali vanno nella giusta direzione. Abbiamo bisogno di più vaccini e sono certo che si stia facendo di tutto per aumentarne la produzione e le consegne. Ne abbiamo bisogno perché ci sono soggetti fragili, come i disabili gravissimi, che devono essere protetti prima possibile. In questo senso invito la ministra Stefani, cui rivolgo gli auguri di buon lavoro per l’importanza della missione che le è affidata, e il ministro Speranza a valutare un piano vaccinale diretto alle persone con disabilità”.

Azzolina: ‘Ho dato tutta me stessa, ora si volta pagina’. Esami di Stato: ‘Lascio la mia proposta sul tavolo’

da Tuttoscuola

“Ho giurato come Ministra dell’Istruzione il 10 gennaio 2020. Poche settimane dopo, la pandemia ci ha travolto e l’ordinaria amministrazione si è trasformata in gestione di un’emergenza senza precedenti. Ho dato tutta me stessa, senza mai risparmiarmi”. Con queste parola Lucia Azzolina, saluta il suo ruolo da ministra dell’Istruzione.

“Insieme al mio staff – scrive l’ex Ministra in un post sulla sua pagina Facebook – , all’amministrazione, centrale e periferica del MI, a tutti coloro che in questi mesi hanno dato un contributo. Ho messo, come ogni Ministro dovrebbe fare, studentesse e studenti al centro di ogni pensiero. Sono stata accompagnata da una comunità scolastica ferita, ma che ha saputo reagire con grande dignità ad una stagione durissima. Voglio ringraziare tutti. Davvero tutte e tutti”.
Auguro buon lavoro al nuovo Ministro. La crisi di Governo ha dilatato i tempi e costretto a rinviare alcune scadenze, diventate a questo punto urgenti. Fra tutte, la questione degli Esami di Stato. Lascio sul tavolo una proposta che prevede continuità con la formula dello scorso anno, maturata dopo un fitto dialogo e un proficuo ascolto portati avanti in queste settimane con studenti, famiglie, docenti.
L’emergenza, che stiamo ancora fronteggiando, ha spazzato via le certezze e messo a nudo tutte le debolezze di un sistema che per anni è stato bistrattato, ma ha anche finalmente proiettato la scuola al centro delle priorità, con investimenti mai fatti prima. E del dibattito, che mi auguro possa essere più costruttivo e possibilmente lontano dall’arena politica”.

“Da oggi si volta pagina – conclude Azzolina -. Avrò tempo e modo per raccontare a fondo l’esperienza di questi mesi. Torno in Parlamento a fare la mia parte con onore e disciplina, a testa alta e con la scuola nel cuore”.

Patrizio Bianchi è il nuovo ministro dell’Istruzione. Ecco chi è il nuovo inquilino di Viale Trastevere

da Tuttoscuola

Patrizio Bianchi è il nuovo ministro dell’istruzione, Cristina Messa la neo ministra dell’Università. E’ quanto comunicato da Mario Draghi nel corso della presentazione della lista del ministri del nuovo Governo. Due tecnici dunque, e ai tecnici vanno tutti i ministeri chiave di questo nuovo Governo. La nuova squadra di ministri, che registra anche un terzo di donne, è formata e dà spazio a tutti i partiti dell’ampia maggioranza che sostiene l’esecutivo, con – appunto – figure di fiducia del premier in dicasteri chiave. Sabato 13 febbraio, alle 12 c’è stato il giuramento del presidente del Consiglio e dei componenti il nuovo Governo al Palazzo del Quirinale. Il presidente del Consiglio terrà nell’Aula del Senato le comunicazioni sulla fiducia al suo governo mercoledì a partire dalle ore 10.

Patrizio Bianchi, già rettore dell’università di Ferrara e assessore all’istruzione e lavoro della Regione Emilia-Romagna, e coordinatore della task force di esperti nominata nello scorso mese di Aprile da Lucia Azzolina con l’incarico di definire un documento programmatico in vista della riapertura delle scuole a settembre. Proprio in questi giorni è uscito il suo ultimo libro, Nello specchio della scuola (il Mulino), nel quale scrive che  “Non possiamo accontentarci di tornare alla situazione precedente, ma diviene ormai indifferibile avviare una vera fase costituente per la scuola, per aprire una nuova stagione in cui la scuola torni a essere, o meglio divenga, il motore di una crescita di un paese che da troppo tempo è bloccato”. Un’idea guida ripresa anche nell’ampia intervista rilasciata a Tuttoscuola  nel numero di gennaio 2021. In questo quadro Bianchi colloca anche la proposta di un forte investimento dell’istruzione terziaria non universitaria (“almeno 150.000 tecnici superiori come traguardo degli ITS“), come ha sostenuto con forza anche in un webinar diffuso ieri da AEEE.

Maria Cristina Messa, laureata in Medicina e Chirurgia con specialità in Medicina Nucleare all’Università degli Studi di Milano e dal 2013 Rettore dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Tra le altre cose Messa è stata ricercatrice presso l’Ospedale San Raffaele di Milano e, come si legge nel suo curriculum, “ha una lunga esperienza nella ricerca sperimentale in Diagnostica per Immagini, Medicina Nucleare, Scienze Radiologiche”. Vanta anche molte esperienze all’estero e ha all’attivo 180 lavori scientifici. Nel suo c.v. si legge che nel 2014 ha ricevuto il premio Marisa Bellisario, ‘Donne Ad Alta quota’, un riconoscimento “che annualmente è rivolto alle donne che si distinguono per la loro professionalità nei campi del management, delle scienze, economia e attività sociali, sia a livello nazionale che internazionale”.

A nuovi ministri Tuttoscuola augura buon lavoro.

Programma annuale 2021

Il Ministero dell’Istruzione, con la Nota 12 novembre 2020, AOODGRUF 27001, comunica alle istituzioni scolastiche la possibilità di usufruire di una proroga di tutti i termini previsti dall’art. 5, commi 8 e 9, del D.I. n. 129/2018, di 45 giorni, nella predisposizione ed approvazione del programma annuale 2021 tenuto conto del perdurare del contesto emergenziale epidemiologico.

Queste le tempistiche per la predisposizione ed approvazione del programma annuale 2021:

  • entro il 15 gennaio 2021, le istituzioni scolastiche predispongono il programma annuale e la relazione illustrativa; entro la medesima data, il programma annuale e la relazione illustrativa, sono sottoposti all’esame dei revisori dei conti per il parere di regolarità contabile;
  • entro il 15 febbraio 2021, i revisori dei conti rendono il suddetto parere. Tale parere può essere acquisito anche con modalità telematiche;
  • entro il 15 febbraio 2021, il Consiglio d’Istituto delibera in merito all’approvazione del programma annuale. La delibera di approvazione del programma annuale è adottata entro il 15 febbraio 2021, anche nel caso di mancata acquisizione del parere dei revisori dei conti entro la data fissata per la deliberazione stessa.