Rinnovato il Protocollo di intesa Ministero dell’Istruzione-Accademia dei Lincei

Il Ministro dell’Istruzione, Professor Patrizio Bianchi, ha incontrato il 2 marzo, in videoconferenza, l’Accademia dei Lincei. E, in particolare, il Presidente Giorgio Parisi, il Professor Marco Mancini, il Professor Luca Serianni, il Professor Roberto Antonelli.

In tale occasione è stato rinnovato il Protocollo di intesa tra il Ministero e l’Accademia, in linea con la volontà di proseguire nella promozione congiunta di iniziative a favore della scuola, con particolare riferimento all’ambito della formazione dei docenti. A tale scopo sarà di supporto anche la Fondazione Lincei per la Scuola dell’Accademia, da anni impegnata in questo senso.

“Occorre dare sostegno agli insegnanti con una formazione che affianchi alla competenza disciplinare, la capacità di rispondere, con strumenti educativi e pedagogici, anche all’incertezza con cui i ragazzi stanno affrontando questa fase. Bisogna perseguire questo obiettivo, guardando anche oltre la pandemia. In questo passaggio sono certo che l’Accademia dei Lincei potrà dare un contributo straordinario”, ha detto il Ministro intervenendo durante l’incontro.

M.L. Iavarone – N. Trocchia, Il coraggio delle cicatrici

Maria Luisa Iavarone, Nello Trocchia, Il coraggio delle cicatrici,
Milano, UTET, pp. 223

di Maria Buccolo

Il volume “il coraggio delle cicatrici” è la storia di una madre Maria Luisa Iavarone, che racconta in prima persona la tragedia dell’accoltellamento di suo figlio Arturo, lasciato quasi senza vita da quattro ragazzi minorenni il pomeriggio del 18 dicembre del 2017 a Napoli. Attraverso un doppio registro, di narrazione autobiografica ed emotiva Maria Luisa, mamma e pedagogistaracconta la sua storia e quella di Artuto descrivendo le cicatrici ma anche le opportunità della battaglia sociale intrapresa, mentre Nello Trocchia, giornalista di inchiesta, si è servito degli atti giudiziari, delle intercettazioni ambientali e trascrizioni, dei colloqui in carcere per scandagliare la realtà che ha permesso a questa storia di bullismo e criminalità di essere conosciuta per essere combattuta.

Il volume si snoda in 13 passi che guidano il lettore nella vicenda ed offrono un quadro interpretativo multidimensionale dalla tragedia umana, alla visione sociale del fenomeno, l’asse si sposta ancora sul campo educativo, giudiziario, politico ed economico. E’ una schiacciante visione della realtà complessa, dalla quale non si può prescindere perché ciò che è accaduto possa far riflettere per attivare reali azioni di cambiamento. Quanto detto, emerge chiaramente dalle parole dell’autrice quando scrive: “le cicatrici di Arturo hanno dato a lui e a me il coraggio di trasformare una tragedia personale in una occasione di riscatto collettivo”. Tra le pagine del libro emerge sempre più chiaro il concetto di “resilienza”, come capacità di ricostruire la propria vita in seguito a cambiamenti difficili. Infatti, a p. 102 l’autrice scrive: “È qui, lo sento, che il mio ruolo di madre ferita inizia a riconciliarsi pian piano con l’altro mio ruolo, così lontano apparentemente, di studiosa di pedagogia. So che devo trovare il modo di portarla più avanti questa riconciliazione, di renderla un’arma. Perché dei ragazzini, praticamente dei bambini, a dirla tutta, si rendono responsabili di così atroci delitti? E che cosa stiamo facendo per salvare questi bambini da loro stessi e dalla nostra impotenza? Questa è la domanda da farci, che ancora oggi, a distanza di mesi, mi scuote”.

Sono questi gli interrogativi che spingono Maria Luisa a passare all’azione, lo si legge chiaro a p. 203: “Curare è a mio avviso un lavoro che deve riguardare l’attenzione alle competenze educative di chi accompagna la crescita e lo sviluppo dell’infanzia e dell’adolescenza”, dove si rivolge alle famiglie parlando di educazione alla genitorialità, ma ancora si riferisce al ruolo della scuola e delle istituzioni presenti sul territorio che devono lavorare sinergicamente ad un progetto di comunità educante. I temi che emergono trasversalmente all’interno del volume oltre alla violenza e al bullismo sono la povertà educativa, la dispersione scolastica e altre questioni alla base di una società complessa che si interroga su un futuro incerto delle giovani generazioni, proprio perché mancano riferimenti valoriali e solide basi di educazione emotiva.

Allora, come si può combattere tutto questo? 

La risposta si trova nella conclusione del libro dove, a distanza di anni dal dolore di Maria Luisa, attraverso eventi di sensibilizzazione su tutto il territorio nazionale sia dal vivo che suimedia e sulla stampa nasce un progetto che mette in campo azioni di prevenzione alla micro-criminalità, facendo educazione nei quartieri ad alto rischio. Nel 2018 si consolida l’impegno educativo, civile e sociale e viene creata dalla stessa, l’associazione ARTUR – Adulti Responsabili per il TerritorioUnito contro il Rischio. 

Questa storia ci insegna che da un evento traumatico possono nascere piccole azioni che porteranno ad un cambiamento che si realizzerà solo grazie ad un lavoro sinergico e costante di famiglie, scuole ed istituzioni.

Sospendere i Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento

Dpcm, scuola: sospendere i Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento

Roma, 2 marzo 2021- La FLC CGIL scrive al ministro dell’istruzione Bianchi per richiedere, a partire dal prossimo DPCM, la sospensione dei Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento per l’anno scolastico in corso.  

Nella nuova fase emergenziale che vede la popolazione studentesca maggiormente esposta al contagio in virtù delle caratteristiche della cosiddetta “variante inglese”, la FLC ritiene le attività dell’ex alternanza scuola lavoro particolarmente rischiose, poiché portano le studentesse e gli studenti fuori dai locali scolastici mettendoli in contatto con luoghi di lavoro i cui protocolli di sicurezza non sempre sono verificabili da parte delle scuole.

Considerando anche il fatto che l’ordinanza ministeriale di prossima emanazione sugli esami di Stato nel secondo grado di istruzione prevede che queste attività non siano considerate requisito d’accesso alle prove d’esame, la FLC ritiene che i PCTO risultino un obbligo formale inutile e pericoloso nell’attuale contesto pandemico, da sospendere così com’è già stato previsto per i viaggi d’istruzione, le visite guidate e le uscite didattiche.

Letture depressive per rendersi infelici

Letture depressive per rendersi infelici

di Mario Maviglia

L’ultimo mio libro, Sopravvivere a scuola. Manuale di istruzione, Edizioni Conoscenza, 2020, ha registrato un significativo successo. È stato tradotto anche in calabrese stretto. Antonio Valentino vi ha scritto anche una recensione[1].

Sono in programma altre due opere che possono interessare i lettori e che, sebbene di taglio diverso, possono dare un contributo rilevante al mantenimento dello stato di minorità della scuola e della cultura in genere. Un obiettivo non secondario è però anche quello di incrementare il livello di depressione dei lettori, in sintonia con il periodo che stiamo vivendo.

Il primo lavoro avrà come titolo Manifesto per una scuola fallimentare e vuole proporsi come una sorta di cartello politico-sociale per tutti i volenterosi che vogliono portare un loro personale contributo all’affossamento del sistema scolastico italiano. È un progetto ambizioso, ma tutto sommato non molto difficile da raggiungere: basta continuare a fare quello che si sta facendo. Ad esempio, basta tenere basse le retribuzioni dei docenti italiani del 27-35% rispetto a quelle dei loro colleghi europei e ovviamente basta persistere in sistemi di reclutamento stocastici (chi capita capita), senza alcuna preoccupazione per il livello di qualità dei futuri docenti; oppure basta continuare a destinare un punto di PIL in meno all’istruzione rispetto alla media UE; o ancora basta lasciare fatiscenti e non sicuri gli edifici scolastici; oppure basta non diffondere gli asili nido in Italia, tenendoli ben lontani da quel 33% di copertura fissato dalla UE; ma anche tenendo bloccata al 27% circa la percentuale di laureati rispetto al 40% della media UE; o ancora continuare a fare poco per far scendere la percentuale del 23% dei Neet (giovani che non lavorano o non sono in formazione), stando ben attenti a non avvicinarsi al 12% della media UE; o infine continuare a riempire le scuole di moduli, richieste, documenti, circolari, monitoraggi, rapporti, schede, resoconti, progetti, ancorché in formato elettronico. Naturalmente vi sono altri importanti obiettivi che possono essere indicati, ma già questi danno l’idea dell’enorme sforzo di volontà e sensibilità che viene richiesto per tenere basso il livello di qualità del nostro sistema scolastico.

Questo Manifesto potrebbe unire tutte le forze politiche italiane, senza distinzioni ideologiche, per perseguire l’ambizioso obiettivo di garantire un futuro fallimentare alla nostra scuola. Com’è facile immaginare, un progetto di questo tipo prescinde dalle caratteristiche e dalle competenze del Ministro dell’Istruzione di turno, da sempre oggetto di aspre polemiche e contrapposizioni ideologiche. All’uopo può andar bene qualsiasi cittadino italiano, non serve una particolare competenza in campo scolastico o formativo. Qualcuno può eccepire che questo avviene già in Italia; vero, ma all’interno di questo progetto politico la scelta di un candidato piuttosto che di un altro non dovrebbe dare adito a polemiche: chiunque può contribuire efficacemente a distruggere il nostro sistema scolastico (molti ex ministri potrebbero a tal proposito fornire una preziosa consulenza e sostegno al neofita grazie alle loro competenze acquisite direttamente sul campo…). Qualche proposta fallimentare la si può trovare in un articolo che ho scritto non molto tempo fa[2]. Si prega di non citare la fonte…

L’altro libro, già in fase avanzata di produzione, avrà come titolo Leggere poco e diventare Sottosegretario alla Cultura e trae spunto, come recita il titolo, dalle dichiarazioni fatte qualche anno fa dalla senatrice Lucia Borgonzoni che in una trasmissione radiofonica si era vantata di non leggere un libro da tre anni[3]. Quest’opera rappresenta una vera novità in campo editoriale per le caratteristiche che adesso verranno illustrate. Il volume può essere ascritto al campo della produzione manualistica in quanto mira a fornire una serie di consigli e indicazioni su come diventare Sottosegretario alla Cultura. Ovviamente il successo non è assicurato, ma può essere un buon viatico per aspirare a tale prestigioso (e remunerativo) incarico. La tesi che viene esposta nel libro è abbastanza semplice ed è basata sul principio primordiale dell’emulazione. In sostanza, il ragionamento che viene sviluppato nell’opera è il seguente: se la senatrice Borgonzoni è diventata Sottosegretaria alla Cultura senza aver letto un libro in tre anni, chiunque può diventare Sottosegretario non leggendo un libro per tre anni. Ed ecco la trovata editoriale rivoluzionaria: il libro si compone di 220 pagine tutte rigorosamente bianche, senza alcuna traccia di lettere (né vocaliche, né consonantiche). Non compaiono nemmeno i numeri delle pagine. L’iniziativa non è scevra di problemi tennici (non è un errore, alcuni dicono proprio così…), il più rilevante dei quali riguarda proprio la mancata numerazione delle pagine. Poiché, come si è detto, le pagine sono tutte bianche, occorre risolvere il problema della composizione del volume per non mischiare le pagine tra di loro. Insomma, occorre essere sicuri che la pagina 1 si trovi proprio al suo posto e lo stesso per tutte le altre pagine. Ma a parte questo dettaglio tennico, su cui si sta lavorando, la lettura dovrebbe essere fluida e scorrevole e venire incontro a tutte le esigenze dei non lettori. Si sta anche pensando alla produzione di un’edizione speciale in un’unica copia con copertina rigida, sovracoperta policroma, caratteri del titolo in oro, da dare in omaggio alla Sottosegretaria alla Cultura, Lucia Borgonzoni, che di non lettura è una delle maggiori esperte in Italia.

Queste due opere vogliono portare un piccolo ma significativo contributo all’abbassamento del livello culturale e di istruzione del nostro popolo, in linea con quanto sta avvenendo nel nostro Paese già da qualche decennio. Ognuno è chiamato a fare la sua parte, con convinzione e abnegazione. Un popolo ignorante è oggettivamente più facilmente governabile di un popolo informato e istruito, non ha molti grilli per la testa, non conosce il dilemma del dubbio, e soprattutto non si documenta. La democrazia ne può trarre grande giovamento in termini di funzionalità: pochi pensanti, molti esecutori e consumatori.


[1] A. Valentino, Sopravvivere e non solo. Suggerimenti dubbiosi per la nostra scuola, Nuovo PavoneRisorse, 24/10/2020

[2] M. Maviglia, Progetto per un sistema di istruzione fallimentare, in “Edscuola“, 17/12/2020

[3] https://www.bolognatoday.it/politica/lucia-borgonzoni-rai-radio-lega-un-giorno-da-pecora.html

Rinviato a oggi il Dpcm: il Governo si spacca sulla stretta alla scuola

da Il Sole 24 Ore

Il Governo si spacca sul nervo scoperto della scuola e rinvia a oggi il varo dell’atteso Dpcm che dovrebbe prorogare gran parte delle precedenti misure dal 6 marzo al 6 aprile. Ieri i ministri della cabina di regia riuniti dal premier Draghi si sono divisi proprio sul capitolo delle restrizioni per gli isitituti scolastici: se è ormai scontato, come ha chiesto anche il Cts, che tutte le scuole (dalla materna in su) chiuderanno nelle zone rosse (locali o regionali) lo scontro è sull’ipotesi di bloccare le lezioni in presenza anche nelle «zone arancioni» con più positivi (il Cts ha fissato una asticella di 250 ogni 100mila abitanti a livello locale) e a rischio varianti. Già oggi diverse parti d’Italia stanno sperimentando l’«arancione scuro» con lo stop alle lezioni in presenza a cui ieri si è unita anche la Lombardia che con una ordinanza del governatore Fontana ha chiuso le scuole (esclusi i nidi) in 50 Comuni tra Cremona, Mantova e Como, Pavia e parte dell’hinterland milanese. Con la proroga delle misure anche a Brescia. Anche la sindaca di Ancona ieri ha chiuso tutte le scuole fino al 14 marzo.

Ieri i ministri i ministri Roberto Speranza (Salute) , Dario Franceschini (Beni culturali), Stefano Patuanelli (Politiche agricole), nonché il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, si sarebbero schierati per la linea della massima prudenza sottolineando però anche i paradossi del Dpcm: per la linea rigorista non ha senso allontanare il contagio dalle classi e permettere ai ragazzi magari di assembrarsi nelle vie dello shopping e dei centri commerciali che resterebbero aperti nelle zone arancioni, ma l’ala degli aperturisti batte sul tasto dell’economia.La decisione per ora resta in stand by, e oggi la cabina di regia si aggiornerà per poi un nuovo passaggio con le Regioni prima della firma del Dpcm.

Nel frattempo il governo sta pensando di prorogare i congedi straordinari per aiutare le famiglie con le scuole chiuse. L’idea allo studio è di riproporre congedi straordinari, finora retribuiti al 50%, scaduti a fine 2020. Questi congedi sarebbero appannaggio di mamma o papà a casa con figli under 14 (si potrebbe arrivare anche agli under 16). La durata dovrebbe essere legata alla quarantena o al periodo di lezioni on line. Sul piatto ci sono 50 milioni di euro. La cifra salirebbe nel caso si replicasse anche il bonus baby sitter (si ragiona su un importo, una tantum di 500 euro, da utilizzare sempre tramite il libretto famiglia). Una decisione finale si prenderà probabilmente oggi, quando dovrebbe essere più chiaro il perimetro delle chiusure

Il nuovo Dpcm arriva nel pieno di una recrudescenza della seconda ondata che qualcuno ha ribattezzato come terza ondata. Ieri i nuovi contagi sono scesi a 13.114 dai 17.455 del giorno prima ma solo perché si sono fatti molti meno tamponi, tanto che ieri il tasso di positività è balzato al 7,6% (dal 6,8% di domenica). «La curva dei contagi sta risalendo in modo significativo. La verità – ha spiegato ieri Speranza – è che le prossime settimane non saranno facili». L’allarme è legato alle varianti, come quella inglese, che ormai dilagano e rappresentano quasi metà dei casi come certificare oggi un nuovo report dell’Iss.

Ma cosa prevede il nuovo Dpcm che potrebbe essere firmato oggi da Draghi in vigore anche per Pasqua e Pasquetta? Il nuovo decreto in realtà prevede anche delle limitate riaperture: dal 27 marzo – epidemia permettendo -riapriranno nelle zone gialle nel rispetto di specifici protocolli cinema e teatri mentre sarà possibile andare al museo anche nei week end. Tra gli allegerimenti alla restrizioni anche la possibilità, sempre nelle Regioni in zona gialla, di fare entrare in casa anche i non conviventi, ma con il divieto di fare feste.

Il divieto di spostamento tra le Regioni sarà valido fino al 27 marzo ma lo stop potrebbe essere esteso con un nuovo decreto fino al 6 aprile. Come sempre è consentito il rientro alla propria residenza, domicilio o abitazione così come gli spostamenti motivati da esigenze lavorative, ragioni di salute o situazioni di necessità. È consentito recarsi nelle seconde case in zona gialla o arancione (anche se si trovano fuori regione) solo al nucleo familiare e soltanto se la casa è disabitata. Non si può andare invece andare con amici e parenti o se le abitazioni – a meno di urgenti e necessari motivi – sono in zone rosse o arancione scuro.

Governo al lavoro per rinnovare i congedi Covid

da Il Sole 24 Ore

di Cl. T.

Sul piatto una cinquantina di milioni di euro per rinnovare i congedi retribuiti al 50% scaduti nei mesi scorsi. Dal Pd a Fi, appello bipartisan: aiutare i genitori che restano a casa con i figli in quarantena

Il Governo è al lavoro per il rinnovo dei congedi Covid, scaduti nei mesi scorsi, per aiutare le famiglie alle prese con le chiusure delle scuole per contenere il contagio o con i figli a casa in quarantena. Secondo quanto si apprende, il ministero del Lavoro, di concerto con il Mef, starebbe ragionando sulla proroga dei congedi parentali straordinari (finora retribuiti al 50%) in vista del varo del decreto Sostegno con i nuovi aiuti all’economia. A lanciare il pressing è stata nei giorni scorsi la ministra per le Pari opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti, annunciando l’intenzione dell’esecutivo di mettere in campo misure a sostegno dei genitori.

Bonetti: in caso di chiusure ripristino dei congedi
«Dal mio insediamento sono già a lavoro per poter ripristinare quegli strumenti necessari per sostenere le famiglie in qualsiasi caso le scuole vengano chiuse – ha ribadito la ministra Bonetti -. Stiamo studiando anche una misura ad hoc per i lavoratori professionisti, per le partite Iva, in modo da evitare un nuovo aggravio sul lavoro femminile».

Dal Pd a Fi: chiusura scuole è disagio anche per famiglie, vanno aiutate
Anche dalla maggioranza partono appelli per aiutare i genitori nei casi di chiusure delle scuole. «Scuole chiuse significa disagi per bambini e famiglie. Chiederemo che il governo sostenga immediatamente tutti i lavoratori con congedi parentali e aiuti economici», ha spiegato Licia Ronzulli, vicepresidente del gruppo Forza Italia al Senato. Sulla stessa lughezza d’onda Pd e Iv.

Invalsi, partono le prove per i 490mila maturandi

da Il Sole 24 Ore

di Cl. T.

Partiti e poi bloccati nel 2020 a causa della pandemia, tornano quest’anno i test in italiano, matematica, inglese. Si svolgeranno al pc. Non sono però requisito per la maturità

Partiti, e poi bloccati, lo scorso anno a causa dell’aggravarsi della pandemia, tornano quest’anno le prove Invalsi. Parliamo dei test in italiano, matematica e inglese (lettura e ascolto), che da ieri hanno iniziato a svolgersi (negli istituti aperti) per i ragazzi di quinta superiore. Il primo giorno previsto dal calendario si sono regolarmente svolte poco più di 3mila prove per gli studenti delle ultime classi delle superiori. «È un dato molto significativo – spiegano dall’Invalsi – se si considera che in 12 regioni le scuole interessate sono chiuse. Stiamo lavorando con le scuole in DaD per assisterle con un nuovo calendario».

In tutto sono circa 490mila studenti coinvolti, che il prossimo 16 giugno saranno impegnati nella maturità (solo orale). La macchina è pronta, assicura la presidente Invalsi, Anna Maria Ajello, da sempre sostenitrice delle prove, anche per capire gli effetti che le lezioni on line che durano da oltre un anno hanno prodotto sui processi di apprendimento degli alunni. Il tema molto caro all’attuale governo Draghi. Ma procediamo con ordine.

Calendario “flessibile”
Il coronavirus e le sue varianti preoccupano, e non a caso l’esecutivo sta valutando nuove restrizioni nelle zone più in difficoltà (le rosse) con la chiusura di tutti gli istituti e l’immediato passaggio alla didattica a distanza. Tutto questo, oltre ovviamente alle quarantene in caso di positivi a scuola, è ben chiaro all’Invalsi che infatti ha predispsto un calendario per far svolgere le prove “molto flessibile”, che si spinge fino a fine maggio per consentire, appunto, a tutti i ragazzi di fare, in sicurezza, i test.

L’eventuale recupero dei gap formativi
L’Invalsi è tornato sotto i riflettori dopo le parole del premier, Mario Draghi, in Parlamento sulla necessità di conoscere i gap formativi dei ragazzi causati dall’abuso di Dad per l’emergenza sanitaria. E uno degli strumenti per testare gli apprendimenti è proprio l’Invalsi. «Dalle informazioni che arriveranno dalle prove – ha aggiunto l’Invalsi – avremo un primo dato importante, senza colpevolizzare nessuno per i tanti eventi contrari che ci hanno colpito in questi mesi. Con queste prove avremmo infatti i primi dati attendibili per poter dire cosa è successo e come e dove dovremo recuperare».

Le prove Invalsi non saranno requisito di ammissione alla maturità
Lo svolgimento delle prove Invalsi non sarà però, come lo scorso anno, requisito d’ammissione alla maturità. Questa almeno è l’intenzione, salvo sorprese dell’ultima ora, che dovrebbe essere scritta nero su bianco nell’ordinanza sugli esami di Stato in uscita dal ministero dell’Istruzione. Oltre all’Invalsi anche le ore di scuola-lavoro non costituiranno ostacolo alla maturità, se non sono state fatte tutte. L’ex alternanza comunque farà parte dell’esame, in un momento dell’orale.

Rusconi, (Anp Lazio): «Test Invalsi da fare a tappeto. Sono i termoscanner della formazione»

da Il Sole 24 Ore

di Maria Pera Ceci

Partono i test Invalsi di Italiano, Matematica e Inglese nelle quinte superiori per i circa 500mila ragazzi che faranno a giugno gli esami di maturità. I test sono organizzati in presenza, con piccoli gruppi di studenti e l’esito non sarà vincolante per l’ammissione agli Esami di Stato. Test Invalsi quest’anno più importanti che mai – ha spiegato Mario Rusconi, presidente dell’Associazione nazionale presidi del Lazio, intervenuto a «Tutti a scuola», su Radio 24 (qui il podcast https://bit.ly/3kCEU9N). Importanti, ma non facili da far svolgere, con più di un alunno su tre in didattica a distanza per il numero di contagi che sta di nuovo crescendo a causa delle varianti del Covid.

«Ora non è semplice far svolgere i test, ma a settembre occorre partire con test Invalsi a tappeto, sperando che l’epidemia sia meno crudele – dice Rusconi -. I sindacati hanno spesso criticato i test Invalsi considerandoli un modo per controllare l’operato degli insegnanti, ma i test sono i termoscanner della formazione: usiamo il termoscanner per controllare se il bambino ha la febbre e potrà entrare a scuola? Ebbene il test Invalsi ci dirà dove sono le carenze e al decisore politico dove deve intervenire con insegnanti motivati e risorse, altrimenti sono solo chiacchiere retoriche».

I test Invalsi dovranno dunque verificare dove si sono accumulati i ritardi formativi. «L’opinione pubblica italiana è molto distratta sulle questioni scolastiche – chiarisce Rusconi. – C’è solo un interesse morboso legato all’epidemia. Nessuno si interessa del fatto che fra qualche anno questi studenti cercheranno di entrare a facoltà universitarie come Medicina e Ingegneria. I test non saranno cambiati perché l’università pone delle asticelle alte. Lo studente non potrà accampare la scusa che è stato due anni in Dad».

C’è necessità quindi di recuperare la formazione perduta, fra scuole a singhiozzo e Dad.«Si parla tanto di ristori per le aziende, dobbiamo pensare al ristoro formativo per i nostri studenti. Quando si è ipotizzato di allungare il calendario scolastico fino alla fine di giugno si è scatenata l’ira di Dio: presidi e insegnanti devono essere meno corporativi. Dobbiamo pensare più generosamente e professionalmente al futuro dei nostri studenti: fra qualche anno questi ragazzi saranno i nostri idraulici, geometri, ingegneri. Saranno i medici di cui avremo bisogno. Più che all’allungamento del calendario a giugno, dobbiamo pensare sin da settembre ad una serie di ristori, con corsi di recupero. A settembre bisognerà partire con un piano a tappeto, strategico, per recuperare le difficoltà. Conoscendole a partire dai test Invalsi».

E poi ci sono altre criticità che conosciamo da sempre, ma nel periodo di pandemia stanno emergendo in tutta la loro gravità, a cominciare dalle classi pollaio. «Abbiamo chiesto a tutti i ministri, dalla guerra punica in poi, di mettere mano a questo problema. Il primo e secondo anno più di 22-23 ragazzi in classe è una bestemmia formativa: la scuola diventa una fabbrica della dispersione. Su 30 ragazzi in una prima classe, 7-10 di questi sappiamo già che non andranno avanti. Usiamo i soldi del recovery fund per avere classi decorose, non più di 20-22 studenti».

Scuola, stop alle lezioni in zona rossa ma sull’arancione è lite nel governo

da la Repubblica

di Alessandra Ziniti e Corrado Zunino

ROMA — A far saltare il banco è stato il ministro Bianchi. «Eh, no, se vogliamo chiudere le scuole in arancione allora voglio vedere chiusi anche i centri commerciali. Non è pensabile non far andare i ragazzi in aula e vederli poi assembrati fuori». Posizione espressa in modo forte e risoluto che ha finito per risvegliare le due anime del governo: quella rigorista, il ministro della Salute Speranza su tutti, pronto a chiedere qualsiasi ulteriore sacrificio pur di arginare la terza ondata, e quella più morbida, che ritiene che il sistema di chiusure mirate, anche affidate a governatori e sindaci, sia sufficiente.

Davanti alla galoppata del virus e alle varianti che si diffondono in maniera esponenziale tra i più giovani, anche gli sponsor delle scuole aperte a tutti i costi hanno accettato di fare un passo indietro. Su una cosa il governo è unanime rispetto alla proposta del Comitato tecnico scientifico: nelle zone rosse tutte le scuole di ogni ordine e grado rimarranno chiuse. Ma su cosa fare in zona arancione o persino in zona gialla se i contagi dovessero raggiungere la soglia ritenuta limite dei 250 casi ogni 100.000 abitanti, è braccio di ferro. A tal punto che, ieri sera, quella che si sperava fosse l’ultima cabina di regia utile a licenziare il primo Dpcm dell’era Draghi si è conclusa con un nulla di fatto e un rinvio ad oggi per un ulteriore confronto con le Regioni. Un’impasse imprevista che rischia di rimettere in discussione un provvedimento praticamente già definito e che — primo segnale di discontinuità annunciato dal nuovo governo — avrebbe dovuto essere firmato con largo anticipo rispetto alla data di entrata in vigore, sabato 6 marzo. E invece, quando mancano solo quattro giorni, non si trova ancora la quadra tra la priorità dichiarata dal governo di tenere aperte le scuole e la necessità sottolineata con grande vigore dai tecnici di arginare la terza ondata.

C’è grande preoccupazione tra gli esperti del Cts per l’evolversi della pandemia e Agostino Miozzo e Franco Locatelli, convocati ieri dal premier Draghi a prendere parte alla cabina di regia, lo hanno detto chiaramente. «Il Cts è sempre stato del parere di mantenere le scuole aperte in sicurezza. Il nostro non è un cambio di rotta: è il virus che è cambiato », hanno spiegato per motivare la proposta di prevedere, nel Dpcm, un meccanismo automatico: scuole di ogni ordine e grado chiuse in zona rossa ma anche in ogni territorio (regionale, provinciale o comunale) in cui il contagio dovesse raggiungere la quota di 250 casi settimanali per 100.000 abitanti. Un parametro che è solo uno dei 21 presi in considerazione per stabilire il colore di una regione, ma che gli esperti ritengono segno di contagi fuori controllo.

Il fatto è che prevedere questo automatismo significa rimettere in discussione aperture e chiusure, non solo delle scuole, in tutte le zone. Per intenderci: ieri, ad aver superato i 250 casi ogni 100.000 abitanti erano Marche, Abruzzo, Emilia Romagna, le province di Trento e Bolzano. Ma di queste solo Bolzano (peraltro su sua richiesta) è in rosso . E la Campania, che è a un passo dalla soglia, è in arancione. Sette Regioni però sono già tornate con la didattica a distanza, ad Ancona ieri il sindaco ha chiuso tutte le scuole e solo il 16% dei docenti ad oggi è vaccinato. Che fare, allora? Considerare questa la soglia automatica per chiudere le scuole o per chiudere altro? Interrogativo complicato soprattutto se la risposta dovesse comportare una ridiscussione del Dpcm.

Tra i due schieramenti nel governo, Draghi è apparso ancora una volta prudente e sulle posizioni del Cts: «Se il Paese sta male, l’economia non può ripartire». Da Giorgetti l’invito a fidarsi completamente delle indicazioni dei tecnici che, peraltro, nella discussione generale avrebbero persino ventilato l’idea di prendere in considerazione un inasprimento delle regole in zona gialla, senza però avanzare proposte concrete. «Almeno smettiamola anche solo di parlare di riaperture», l’invito del ministro della Salute Speranza che stamattina tornerà, insieme a Maria Stella Gelmini, a incontrare i governatori per un’ulteriore valutazione. Con l’obiettivo di riuscire a chiudere in giornata con la firma del Dpcm.

Covid, scuole osservate speciali

da ItaliaOggi

Alessandra Ricciardi

No a sospensioni generalizzate delle attività didattiche in presenza. Sì invece a chiusure mirate. L’orientamento che il governo dovrebbe assumere oggi, con il nuovo dpcm che entrerà in vigore dal 6 marzo fino al 6 aprile, è di ricalcare le indicazioni date dal Cts. Che suggerisce di sospendere le lezioni, per le scuole di ogni ordine e grado, e dunque anche per infanzia e primaria ad oggi tenute fuori dalle chiusure, nelle regioni, province e nei comuni in zona rossa, come finora sempre avvenuto, ma anche nei distretti con una incidenza di casi superiore a 250 per 100mila abitanti in 7 giorni.

E, altra novità, nella aree in cui siano adottate misure stringenti di isolamento in ragione della circolazione di varianti Covid connotate da un alto rischio di diffusività/resistenza al vaccino e capaci di indurre malattie gravi. Se si dovesse applicare il criterio dei 250 contagi ogni 100 mila abitanti su 7 giorni, in riferimento alla passata settimana, la maggior parte delle regioni sarebbero indenne da ogni ipotesi di Dad, a parte Molise e Basilicata già in fascia rossa. E quelle province, come Frosinone nel Lazio, per le quali sono scattate misure rinforzate a causa della varianti Covid. Ma saranno decisivi i dati di questa settimana per capire cosa accadrà dal 6 marzo, dati che tutti gli esperti si attendono in costante e continua crescita.

Per le aree in zona arancione, il Cts ha sottolineato l’importanza di garantire l’attività didattica in presenza, con la previsione che alcune scuole potranno essere chiuse dalle autorità locali in base al peggioramento dello scenario epidemiologico.

Secondo l’ultimo report dell’Istituto superiore di sanità, a partire dalla fine di gennaio l’incidenza dei casi di Covid-19 nella fascia sotto i 20 anni ha superato, per la prima volta da inizio dell’epidemia, quella delle fasce di popolazione più adulte, e a febbraio è rimasta leggermente più alta. L’incidenza di gennaio/febbraio è stata intorno ai 150 casi per 100 mila abitanti, e il valore più alto è stato registrato nella fascia tra i 13-19 anni, poco meno di 200 casi ogni 100 mila abitanti: la fascia degli studenti a cavallo tra medie e superiori.

La promessa di un ritorno a una scuola in presenza, fatta nel discorso per la fiducia alle Camere dallo stesso premier Mario Draghi, e ribadita dal ministro dell’istruzione, Patrizio Bianchi, è diventata nel giro di pochi giorni un miraggio. Almeno fino a quando, ammettono da Palazzo Chigi, il piano vaccinale non ingranerà. E torna la stima, caldeggiata anche da Guido Rasi, ex direttore generale dell’Ema, di fare 500 mila vaccini al giorno per sperare di arrivare a mettere in sicurezza la maggior parte della popolazione, abbattere la diffusione e dunque alzare un muro anche contro le varianti.

L’arrivo dell’esercito e della protezione civile nell’approntare le strutture e l’organizzazione del piano vaccinale rappresenta un primo fondamentale step. Fermo restando che, messa a punto la macchina per correre, poi servirà la benzina. Quei vaccini per i quali il governo vorrebbe che almeno una parte della produzione avvenisse in Italia così da mettere al sicuro una quota consistente di vaccini. La sfida si gioca nei prossimi due mesi.

Lo studio americano Cdc avverte: prioritario vaccinare i docenti

da ItaliaOggi

Emanuela Micucci

Mascherine, distanziamento, barriere in plexiglass non bastano. A scuola ci si contagia. E i docenti potrebbero svolgere un ruolo centrale nelle reti di trasmissione del Sars-Cov-2. Oltre alle misure di mitigazione dell’infezione nelle scuole, allora, la vaccinazione degli insegnanti è una componente importante per prevenire il contagio a scuola. A dimostrarlo uno studio pubblicato il 26 febbraio dal Cdc, il centro di prevenzione e salute del governo americano, sulla trasmissione di Sars-Cov-2 in un distretto scolastico della Georgia dal 1 dicembre 2020 al 22 gennaio 2021. «Comprendere la trasmissione del virus nelle scuole», si spiega, «è fondamentale per migliorare la sicurezza dell’apprendimento in presenza» che «offre importanti vantaggi ai bambini e alle comunità». L’indagine, condotta dal Cdc con il locale dipartimento di salute pubblica tracciando tutti i contatti, i collegamenti epidemiologici e valutando la probabile direzionalità della trasmissione e di quella a scuola, dà indicazioni utili anche per la trasmissione in Italia e per l’analisi che va fatto sul sistema scolastico.

L’esame ha identificato 9 gruppi di casi di covid-19 (cluster) che hanno coinvolto 13 educatori e 32 studenti di 6 delle otto scuole elementari del distretto. Due cluster/focolai hanno coinvolto la probabile trasmissione da docente a docente, che è stata seguita poi dalla trasmissione da docente a studente in classe e ha portato a circa la metà, cioè 15 su 31, casi associati alla scuola. Mentre 69 membri della famiglia di persone con casi associati alla scuola sono stati testati e il 26% (18) sono risultati positivi. In media ogni cluster era di 6 persone, compresi i membri della famiglia. Un docente era il paziente indice in 4 cluster, uno studente in un cluster; in 4 cluster o era lo studente o l’educatore o entrambi. Otto cluster hanno coinvolto almeno 1 docente e probabilmente la trasmissione da docente a studente, Quattro cluster prevedevano una probabile trasmissione da studente a studente e 3 da studente a insegnate. Due gruppi una probabile trasmissione da docente a docente durante riunioni o pranzi a mensa di persona, che è stata poi seguita dalla trasmissione docente-alunno in classe e ha portato a 15 casi su 31, cioè ben il 48%, associati alla scuola.

Tutti i 9 focolai erano caratterizzati da un distanziamento non ideale. Sebbene, infatti, i divisori in plexiglass fossero posizionati sui banchi, gli alunni sedevano a meno di 3 piedi (1 metro circa) di distanza: il distanziamento maggiore di 6 piedi (quasi 2 metri) non è stato possibile per l’elevato numero di alunni e la disposizione della aule. In 7 cluster la trasmissione tra docenti e studenti potrebbe essersi verificata durante le lezioni in piccoli gruppi, in cui gli insegnati lavorano in stretta vicinanza con gli alunni. Inoltre in 5 cluster, sebbene obbligatoria, la mascherina non veniva utilizzata in modo adeguato da parte degli studenti, contribuendo così alla diffusione del virus. Inoltre, scrive il Cdc, «gli studenti hanno pranzato nelle loro classi, il che avrebbe potuto facilitare la diffusione».

«Questi risultati suggeriscono che gli insegnati», sottolinea lo studio, «svolgano un ruolo centrale per le reti di trasmissione nelle scuole e che la trasmissione a scuola possa verificarsi quando il distanziamento e l’uso della mascherina non sono adeguati». Il Cdc, inoltre, spiega che uno dei limiti dello studio è la difficoltà a distinguere la trasmissione nella scuola da quella nella comunità quando l’incidenza supera i 150 casi per 100.000 abitanti in una settimana ed è in aumento. Ma anche che alcuni cluster e casi dentro i cluster potrebbero non essere stati rilevati perché non tutti i contatti sono stati testati. Infine, poiché gli adulti infettati hanno maggiori probabilità di avere sintomi e di essere testati, i casi incide potrebbero essere stati identificati più frequentemente nei docenti che negli studenti, con il rischio di non identificare catene di trasmissione da studente a docente. «Coerentemente con i risultati di studi internazionali», osserva il Cdc, questo rapporto ha evidenziato l’importanza di prevenire le infezioni tra docenti in particolare.

«Sebbene non sia un requisito per la riapertura delle scuole, l’aggiunta della vaccinazione covid-19 per gli insegnati come misura di mitigazione aggiuntiva, quando disponibile, potrebbe svolgere diverse importanti funzioni, inclusa la protezione degli educatori a rischio di gravi malattie associate al covid-19, riducendo potenzialmente la trasmissione di Sars-Cov-2 a scuola e riducendo al minimo le interruzioni all’apprendimento in presenza»: «tutte cose che hanno importanti implicazioni per l’equità educativa e la salute della comunità».

Poiché la maggior parte dei bambini non è ancora vaccinabile, aggiunge lo studio, «la continua implementazione delle sfaccettate strategie di mitigazione del covid-19 nelle scuole, compreso l’uso corretto e universale della maschera e il distanziamento fisico, anche dopo la vaccinazione degli educatori, sarà fondamentale poiché sono limitate le prove disponibili sulla riduzione della trasmissione post-vaccinazione e sulla protezione a lungo termine correlata al vaccino».

Il vincolo dei 5 anni è a rischio

da ItaliaOggi

Carlo Forte

Nei prossimi giorni, probabilmente già domani, il ministero dell’istruzione presenterà ai sindacati una bozza di intesa per rimuovere l’obbligo di permanenza quinquennale nella sede di prima destinazione per i neoimmessi in ruolo. È quanto è emerso all’esito di un incontro in videoconferenza, che si è tenuto ieri tra i rappresentanti del ministero e i segretari generali dei sindacati firmatari del contratto di lavoro della scuola, Flc-Cgil, Cisl scuola, Uil scuola, Snals e Gilda-Unams. Dunque, si è aperto uno spiraglio per risolvere la questione del divieto di accesso alla mobilità introdotto da due disposizioni emanate nel 2018 e nel 2019.

La prima dispone che i docenti che sono stati immessi in ruolo a far data dal 1° settembre 2019 per effetto dello scorrimento della graduatoria del concorso indetto con il decreto 85/18 non possano partecipare alla mobilità per l’anno 2019/2020 e per i successivi 4 anni: 2020/21; 2021/22; 2022/23; 2023/24 (si veda l’articolo 13, comma 3, del decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 59, come modificato dalla legge 30 dicembre 2018, n. 145 art. 1, comma 792, lettera m), 3). La seconda prevede che i docenti immessi in ruolo con effetti a far data dal 1° settembre 2020 in poi, non possono chiedere il trasferimento, il passaggio, l’assegnazione provvisoria e l’utilizzazione per 5 anni scolastici.

Il vincolo non si applica a chi è in esubero oppure diventa perdente posto. Idem per i titolari dei benefici previsti dalla legge 104/92, a patto che i requisiti per averne titolo siano insorti dopo la data di presentazione delle domande di partecipazione al concorso (per effetto del quale sia stata disposta l’immissione in ruolo) o di aggiornamento delle graduatorie a esaurimento (dalle quali si è stati tratti per l’immissione in ruolo) (si veda l’articolo 1, comma 17-octies del decreto-legge 126/2019 convertito con legge 159/2019).

Il vincolo introdotto nel 2018 è già passato indenne al vaglio della magistratura di merito (si veda la sentenza del Tribunale di Taranto, n.1925/2020 pubblicata il 18/09/2020 e la sentenza del Tribunale di Milano 2298/2020 pubblicata il 29.12.2020). Il vincolo introdotto nel 2019 non è ancora stato oggetto di alcuna pronuncia perché si applica da quest’anno. Sebbene i giudici di merito, per ora, si siano pronunciati nel senso della legittimità dei vincoli, non è detto che in futuro non possa esservi un cambio di orientamento.

La ratio dei vincoli è la tutela del principio di continuità didattica. Principio che, però, confligge con il potere dei dirigenti scolastici di assegnare i docenti alle classi. Potere che non incontra il vincolo della continuità didattica, che può essere adottato dal consiglio di istituto solo alla stregua di mero criterio non vincolante, non essendo previsto per legge. E che sembrerebbe confliggere anche con il principio di buona amministrazione (articolo 97 Cost.), atteso che «il trasferimento a domanda si configura come una più soddisfacente distribuzione del personale nell’interesse del miglior andamento dell’azione amministrativa, dovendosi ritenere che il dipendente operi con maggiore profitto ove non sussistano situazioni di disagio di carattere familiare» (si veda la sentenza del giudice del lavoro di S. Maria Capua Vetere 11243/2020).

I vincoli tendono anche a impedire ai docenti meridionali che ottengano l’immissione in ruolo al Nord di accedere alla mobilità per avvicinarsi alla famiglia. Fenomeno destinato ad acuirsi per effetto delle disposizioni introdotte dal governo Conte 2 riguardanti la possibilità per i docenti precari di essere inseriti in coda alle graduatorie per le immissioni in ruolo (si veda l’articolo 1, comma 17 bis del decreto-legge 126/2017 e il decreto 25/2020).

Si tratta della cosiddetta chiamata veloce, che consiste nel consentire le immissioni in ruolo sui posti rimasti vacanti dopo l’esaurimento delle graduatorie dei concorsi e delle graduatorie a esaurimento. E che potrebbe interessare soprattutto i docenti precari meridionali, perché al Sud le disponibilità per le assunzioni sono molto limitate, mentre al Nord le graduatorie si esauriscono sistematicamente, spesso senza determinare la copertura dei posti disponibili. Il fenomeno della crescente disponibilità di posti vacanti ha assunto proporzioni tali da non poter essere gestito nemmeno con le supplenze. E non sono rari i casi in cui i dirigenti scolastici del Nord sono costretti ad assumere anche docenti senza titolo ricorrendo agli aspiranti che abbiano presentato le cosiddette messe a disposizione (Mad).

Il problema è molto grave soprattutto nelle scuole dell’infanzia e nelle scuole primarie.

Tant’è che il ministero dell’istruzione, con l’ordinanza 60/2020, che regola la costituzione delle nuove graduatorie provinciali per le supplenze, ha previsto che possano essere inclusi in graduatoria anche gli aspiranti docenti iscritti al 3°, 4° o 5°anno del corso di laurea in scienze della Formazione primaria nell’anno accademico 2019/2020.

Si parte con le nuove regole sullo sciopero nella scuola

da ItaliaOggi

Carlo Forte

Un vademecum per le scuole sugli adempimenti da effettuare in caso di sciopero. Lo ha elaborato e inviato alle scuole il dirigente dell’ambito territoriale di Roma, Rosalia Spallino, il 22 febbraio scorso (4658, Ufficio VI) in vista dello sciopero del sindacato Sisa, che si è svolto ieri. L’agitazione era volta a protestare contro il prolungamento delle lezioni fino al 30 giugno. Prolungamento che, secondo quanto risulta a Italia Oggi, non ci sarà. A viale Trastevere, infatti, avrebbero preso atto che mancherebbero le coperture economiche e che, in ogni caso, la materia è di competenza delle regioni. Resta il fatto che il provvedimento dell’ufficio VI dell’amministrazione scolastica regionale per il Lazio reca indicazioni utili su come debbano comportarsi le segreterie delle scuole ogni volta in cui saranno indetti degli scioperi. L’amministrazione ha ricordato, in primo luogo, che la scuola è un servizio essenziale. Pertanto, il diritto di sciopero va esercitato nel rispetto delle norme di legge così come declinate nell’accordo sui servizi minimi da erogare in caso di sciopero del 17 dicembre scorso.

Il primo adempimento che i dirigenti scolastici sono tenuti ad osservare, quindi, è quello di dare notizia dello sciopero adottando tutte le soluzioni disponibili. Per esempio, pubblicazione su sito web della scuola, avvisi leggibili nei locali della scuola, ecc. In più, l’ufficio ha ricordato che le amministrazioni sono tenute a rendere pubblico tempestivamente il numero dei lavoratori che hanno partecipato allo sciopero, la durata dello stesso e la misura delle trattenute effettuate per la relativa partecipazione. Queste informazioni dovranno essere acquisite attraverso il portale Sidi, sotto il menù «I tuoi servizi», nell’area «Rilevazioni», accedendo all’apposito link «Rilevazione scioperi web» e compilando tutti i campi della sezione con i seguenti dati: numero degli scioperanti; numero del personale in organico; numero del personale assente per altri motivi; numero delle strutture interessate dallo sciopero espresse nel numero di plessi e di classi in cui si è registrata la totale o parziale riduzione del servizio.

Al termine della rilevazione l’ufficio gabinetto del ministero renderà noti i dati complessivi di adesione trasferendoli sull’applicativo Gepas del dipartimento funzione pubblica e pubblicandoli nella sezione «Diritto di sciopero» seguendo il percorso del sito web del ministero Argomenti e servizi/Sistema di istruzione/Diritto di sciopero e comunque raggiungibile all’indirizzo https://www.miur.gov.it/web/guest/diritto-di-sciopero.

Nella stessa sezione verrà pubblicata ogni altra eventuale notizia riguardante lo sciopero, compreso il dato di adesione. Sempre per dare la più ampia informazione possibile all’utenza, i dirigenti scolastici dovranno anche valutare l’opportunità di rendere noto il dato di adesione agli scioperi relativi all’istituzione scolastica di competenza anche pubblicando sul proprio sito istituzionale l’apposito prospetto.

La laurea dipende dai genitori

da ItaliaOggi

Emanuela Micucci

Solo il 12% dei giovani arriva alla laurea se i genitori hanno la licenza media. In Italia l’ascensore sociale sembra essersi fermato. A certificarlo i risultati dello studio «Istruzione e mobilità intergenerazionale: un’analisi dei dati italiani», pubblicato nel nuovo numero di Sinappsi, la rivista dell’Inapp (istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche), che verrà presentato il 4 marzo con il ministro dell’istruzione Patrizio Bianchi. A differenza di altri che prendono come parametro di confronto il reddito dei genitori, lo studio si focalizza sui dati riguardanti il livello di istruzione che, sottolinea la ricerca, «forniscono informazioni altamente valide e stabili sulla scolarizzazione completata». Nonostante a seguito dell’innalzamento dell’obbligo scolastico e del libero accesso all’università, ci sia stato un aumento del livello di istruzione dei figli rispetto ai genitori, in Italia «esiste una relazione diretta tra il titolo di studio dei genitori e quello dei figli», spiega il presidente dell’Inapp Sebastiano Fadda. Un figlio di genitori con la laurea ha il 75% di probabilità di laurearsi, uno proveniente da una famiglia con al massimo il diploma il 48%, uno con genitori con la licenza media il 12%, scendiamo poi al 6% nel caso di individui i cui genitori non hanno alcun titolo di studio (in riferimento ad una classe di individui nati tra il 1977 e il 1986). Non solo. Per i figli delle famiglie più istruite la probabilità di ottenere lo stesso titolo di studio è in progressivo aumento: dal 60% dei nati nel 1947-1956 si passa al 75% dei nati nel 1977-1986.

Le riforme, quindi, hanno ampliato l’accesso a tutti i livelli di istruzione, ma, essendo rimaste immutate le differenze socioeconomiche e i loro effetti, dalla nuove opportunità hanno trovato vantaggio tutte le classi indistintamente, anche quelle superiori. La liberalizzazione dell’accesso all’università avvenuta nel 1969 sembra, infatti, aver favorito soprattutto i figli delle famiglie più istruite. Eppure, osserva Fadda, «generalmente i genitori desiderano per i propri figli un tenore di vita più elevato e con esso una vita migliore di quanto non abbiano avuto loro stessi. E la maggior parte delle persone aspira ad avere l’opportunità di raggiungere posizioni più elevate rispetto a quelle della famiglia di origine. Invece, lo studio Inapp dimostra che «in Italia l’ascensore sociale sembra essersi fermato. Sia per un problema legato alle risorse economiche che per un aspetto culturale: le evidenze dimostrano che un genitore poco istruito sarà meno propenso a investire nell’istruzione del proprio figlio». Del resto, il rendimento degli investimenti nell’istruzione è uno dei più bassi: le persone con titolo di studio universitario guadagnano in media solo il 40% in più rispetto a quelli con istruzione secondaria superiore, rispetto al 60% in più della media Ocse (2018).

Né livelli di istruzione elevati garantiscono maggiore probabilità di occupazione. «Sono necessarie», osserva Fadda, «politiche pubbliche volte a superare le diseguaglianze di origine non solo offrendo agli individui “capaci e meritevoli” ma “privi di mezzi” le risorse necessarie a proseguire gli studi, ma anche garantendo che le istituzioni di istruzione sappiano assicurare a tutti processi di apprendimento validi, incisivi e profondi». Non solo, quindi, ridurre le tasse d’iscrizione all’università o calibrarle sulla base del reddito. Ma anche, commenta Fadda, «superare il disallineamento tra domanda e offerta di competenze e stimolare processi produttivi innovativi capaci di assorbire forza lavoro altamente qualificata per indurre anche le famiglie meno istruite a investire maggiormente nel capitale cognitivo dei figli in vista di sicuri rendimenti futuri».

Covid, contagi in salita: scuola chiusa in zona rossa (e non solo). È arrivata la terza ondata?

da OrizzonteScuola

Di Fabrizio De Angelis

Le scuole chiuderanno in zona rossa con il nuovo Dpcm ma nel frattempo già stanno chiudendo in diverse zone d’Italia: le restrizioni ci saranno perchè i contagi continuano a salire e si prova a chiudere uno dei tanti “rubinetti” del virus.

La curva dei contagi sta risalendo in modo significativo e abbiamo bisogno ancora di batterci con energia“. Lo ha detto il ministro della Salute Roberto Speranza, intervenuto alla presentazione del Programma nazionale esiti (PNE) Edizione 2020, realizzato dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), che ha aggiunto: “Da tutte le regioni arrivano segnalazioni di una curva che risale. Basta vedere i numeri dei contagi dell’ultima settimana, che sono cresciuti in maniera significativa rispetto alle settimane precedenti“.

Sarebbe bello dire che è tutto finito e che siamo in una fase diversa, ma la più grande responsabilità di chi rappresenta le istituzioni è dire come stanno le cose. E la verità è che le prossime settimane non saranno facili“, conclude il Ministro che dunque lascia intendere che i non sarà un periodo facile quello che abbiamo davanti. Anche per le scuole.

La giornata di domani, 2 marzo, sarà decisiva per capire quali restrizioni per la scuola saranno adottate a livello nazionale fino al 6 aprile: infatti, il nuovo Dpcm è pronto ma deve passare l’ultimo ostacolo, proprio quello della scuola, che nel corso della riunione del pomeriggio dell’1 marzo ha visto una piccola spaccatura all’interno della maggioranza: da un lato Patrizio Bianchi e altri Ministri contrari alla chiusura delle scuole in zona arancione: “prima di chiudere le scuole in quelle zone allora bisogna chiudere centri commerciali e negozi“, avrebbero detto ai colleghi favorevoli invece ad una chiusura delle scuole nella fascia di rischio intermedia.

Al momento, quello che sembra certa è l’indicazione del Comitato Tecnico Scientifico sulle zone rosse: in questi territori le scuole di ogni ordine e grado dovranno sospendere le lezioni in presenza e “trasferirsi” sulle piattaforme digitali per applicare la DaD, o meglio, come la DiD.

Poi ci sono le ordinanze regionali e quelle locali che stanno chiudendo le scuole: il quadro è piuttosto frastagliato e vede regioni collocate a livello nazionale con un colore preciso avere all’interno province e comuni che hanno adottato restrizioni ulteriori, anche per le scuole.

Ecco perchè si spinge su un’accelerazione sui vaccini: al momento sono 4.302.717 le dosi di vaccino contro il Covid-19 finora somministrate in Italia, il 73,8% del totale di quelle consegnate (5.830.660, di cui 4.537.260 Pfizer/BioNTech, 244.600 Moderna e 1.048.800 Astrazeneca). Per quanto riguarda la scuola, le dosi somministrate a docenti e ATA sono state 158.361.

A sostegno della situazione delicata che riguarda le scuole e i contagi c’è anche il “Focus sull’età evolutiva” realizzato dall’Iss (Istituto Superiore di Sanità) e già presentato lo scorso venerdì al Comitato Tecnico Scientifico (Cts) che segnala nelle ultime settimane un aumento importante dei contagi fra i giovanissimi: dalla fine di gennaio, l’incidenza dei casi di Covid-19 nella fascia sotto i 20 anni ha superato, per la prima volta dall’inizio della pandemia, quella delle fasce di popolazione più adulte, e a febbraio è rimasta leggermente più alta. A quanto pare la più colpita sembra essere la fascia 13-19.

Siamo entrati ufficialmente nella terza ondata covid-19? Gli esperti si dividono fra chi asserisce che la terza ondata sia appena iniziata da chi invece sostiene che non sia mai conclusa la seconda.

Al di là delle classificazioni, una cosa è certa: la situazione contagi peggiora giorno dopo giorno e la scuola, ancora una volta, è chiamata a fare dei sacrifici che sperava di non ripetere.