A. Leogrande, La frontiera

Alessandro Leogrande, La frontiera, Feltrinelli, 2017

di Mario Coviello

Ho appena finito di leggere “ La frontiera”, un saggio di Alessandro Leogrande, pubblicata dalla Universale Economica Feltrinelli nel 2017 e che vi consiglio di leggere perchè ci aiuta a capire il mondo che viviamo, i tempi difficili che stiamo attraversando.

Per molti anni Leogrande si è occupato degli “stranieri” che arrivano in Italia dall’Asia e dall’Africa e come vicedirettore del mensile “ Lo straniero”, come giornalista del “ Corriere del Mezzogiorno”, del “ Riformista” e con trasmissioni su Radio Tre ha raccontato le loro vite, le torture che hanno subito, le lingue che hanno imparato, le ragioni delle partenze, gli arrivi sempre provvisori. le speranze, i progetti di vita.

“La frontiera” racconta questo suo cammino dentro una umanità dilaniata, la voglia di comprendere del suo autore.E sono le persone che incontra Ahimid, Yvan, Gabriel, don Mussie, Alganesh, Shorsh, persone che vengono dall’Eritrea, dal Pakistan,dalla Siria,dal Kurdistan, dalla Nigeria che, attraverso i loro racconti dolorosi, difficili, racconti ascoltati nel corso di anni di frequentazioni, che noi lettori abbiamo la possibilità di avvicinarci alla comprensione del perchè. Perchè queste persone fuggono, perchè trascorrono anni della loro vita tra fatiche, paure, terrore per arrivare in Italia e nel nord dell’Europa.

Le storie di queste persone ci fanno conoscere la crudeltà dei trafficanti che arrivano ad uccidere chi non può pagare una tappa del viaggio per vendere i loro organi, con un commercio sempre più fiorente.

Alessandro Leogrande, da testimone privilegiato, impegnato in prima linea nella difesa dei diritti di queste persone e di questi popoli, racconta la crudeltà e l’inefficacia delle politiche italiane e dell’Unione Europea nel tentativo di governare il fenomeno dei flussi migratori. Al centro delle sue riflessioni l’autore pone il concetto di “frontiera” e spiega che la frontiera muta in continuazione con il variare degli accadimenti e i muri, il filo spinato, le dogane, le polizie di frontiera, le navi militari non fermano questi flussi mentre i trafficanti, gli scafisti, i passeurs, i mercanti di uomini,i politici corrotti li sanno governare per trarre il massimo del profitto.

Alessandro Leogrande ci trascina in un viaggio doloroso ma necessario lungo la frontiera che divide il sud dal nord del mondo, ma non si limita a fermarsi lungo quella linea immaginaria, la scavalca con intraprendenza e ci porta nei paesi da cui i migranti provengono andando ad indagare e sviscerare le cause dei terribili conflitti, delle dittature, dei campi di concentramento che portano queste persone ad affrontare viaggi altrettanto terribili e disumanizzanti nella speranza di un futuro migliore. Leogrande ci prende per mano, ci mostra la cruda realtà dei fatti e con una semplicità ed un’accuratezza disarmante spiega e analizza eventi storici e politici complessi e dalle mille sfaccettature. Un libro bellissimo,doloroso,crudo ma assolutamente necessario per comprendere il presente e per capire che, nonostante la storia coloniale italiana sia un periodo del passato col quale crediamo di aver fatto i conti in realtà non è così, poiché la scia di quel processo abominevole che è il colonialismo e le sue conseguenze sono ancora vive nei paesi che abbiamo depredato per assicurarci il famigerato ‘posto al sole’, comprenderlo è necessario per avere una visione chiara del problema.

Leogrande con analisi approfondite dimostra che le politiche dei respingimenti alle frontiere, dei blocchi navali, dei centri di raccolta e detenzione sono fallimentari, costano migliaia di vite innocenti che si trovano in fondo al mare Mediterraneo e in tombe senza nome e sofferenze che segnano per sempre i sopravvissuti che a milioni vivono oggi nelle nostre città e nei nostri paesi.

La “Frontiera” è un grido contro la violenza, contro le sofferenze che sono impresse nelle carni dei migranti e il dipinto del Caravaggio che si trova a Roma nella chiesa di San Luigi dei Francesi la “Vocazione e il Martirio di San Matteo” serve a Leogrande per descrivere la violenza del mondo.

Il libro è ricco di informazioni necessarie: la solidarietà e l’impegno di uomini e donne che si spendono per aiutare queste persone, la capacità che gli immigrati hanno di adattarsi ai nuovi contesti e resistere comunque. La penna di Leogrande è unica ed è un peccato che ci abbia lasciati così presto.

Dal duemila mi sono occupato di immigrati. Ho diretto l’Istituto Comprensivo di Bella , frequentato da da alunni provenienti dal Marocco e dalla Romania, ho conosciuto e frequentato tante persone provenienti da questi paesi per il mio impegno nella Caritas parrocchiale. Come presidente del Comitato Provinciale Unicef di Potenza ho raccontato le storie di minori stranieri non accompagnati a migliaia di alunni delle scuole della provincia di Potenza con il docu-film Unicef “ Sottopelle” di Giuseppe Russo.

Questo libro di Alessandro Leogrande è una lettura che consiglio a tutte le persone che vogliono capire i tempi che stiamo vivendo e guardare il mondo dalla parte degli ultimi, come ci insegna Papa Francesco.

Rinnovi cariche

Rinnovi cariche DiSAL. Eletto il presidente nazionale

Si è svolta l’11 marzo u.s. in videocollegamento, in un clima di intensa partecipazione e di amicizia, l’Assemblea nazionale dei soci di DiSAL, l’associazione professionale dei dirigen> di scuole statali e paritarie per le nomine degli incarichi nazionali.
L’Assemblea ha confermato come presidente nazionale per il prossimo triennio 2021-2024 Ezio Delfino, dirigente scolas>co e aFuale presidente dell’Associazione, ha nominato il Collegio dei Probi viri (Walter Bellizzi, Giovanni Moscatelli, Marco Zelioli) e il Collegio dei Revisori dei con> dell’Associazione (Vincenzo Costabile, Maria Grazia Fornaroli, Roberto Fraccia).

L’Assemblea si è svolta significa>vamente nel 20° anniversario dalla cos>tuzione dell’Associazione, periodo durante il quale essa è cresciuta in modo imprevedibile, incontrando via via l’aFenzione e l’adesione di dirigen> scolas>ci e docen>, arrivando ad essere presente con gruppi regionali in quasi tuFe le regioni e avviando rappor> con ambi> is>tuzionali e con realtà di scuola in Italia ed all’estero.

Il presidente Delfino, nel traFeggiare la consapevolezza che DiSAL ha maturato nel precedente triennio, ha ricordato che «una realtà di presidi che condividono compi> e finalità del proprio lavoro rappresenta una novità per la scuola. Un’Associazione di presidi, infaZ, è risorsa per la persona perché fa circolare esperienze, giudizi e strumen>, ma è anche risorsa per la scuola perché cos>tuisce un ambito di cultura, un luogo di con>nuo paragone che contribuisce a rispondere all’aFuale domanda di educazione e istruzione dei giovani».

Questo momento is>tuzionale si è svolto al termine della prima giornata dei lavori del Convegno Internazionale DiSAL ‘Educazione e sostenibilità. Dirigere per innovare’ che si svolge nelle date 11, 26, 27 marzo. Al centro del confronto l’Agenda 2030 che rilancia il valore e l’importanza dell’educazione affinché i modi di pensare e gli s>li di vita delle persone cambino nella direzione di promuovere un futuro sostenibile. «Mai come in questo momento – ha affermato Ezio Delfino in apertura di Convegno – diventano decisivi sia il tema dell’educazione come “veFore” per raggiungere tuZ gli obieZvi di sostenibilità, sia il tema della responsabilità di chi dirige e di chi insegna, chiama> a realizzare ambien> scolas>ci e proposte didaZche promotrici di sostenibilità per il futuro». Non si traFa solo di applicare i 17 obieZvi dell’Agenda 2030, ma di riscoprire un’idea di persona e di proposta educa>va che aiu> i ragazzi ad essere più uomini e, quindi, più aFen> ai temi della sostenibilità e aFori del futuro che li aFende.

Nel mese di aprile si svolgeranno le Assemblee regionali dei soci per il rinnovo dei presiden> regionali DiSAL.
«Questa azione di rinnovamento – ha dichiarato il presidente Delfino – è l’occasione per rendere più consapevoli gli associa> del valore del contributo delle associazioni professionali, luoghi dove mantenere viva l’idealità educa>va e dove aZngere strumen> per una professionalità moderna, ricca ed efficace». DiSAL ha sviluppato in ques> anni una vivace presenza nell’ambito della dirigenza scolas>ca aFraverso webinar, seminari di formazione, convegni sia in presenza che online, tuZ segnala> sul sito www.disal.it . La riflessione sugli aspeZ di cultura professionale è documentata, inoltre, anche dalla rivista semestrale cartacea sostenuta da DiSAL ‘Dirigere scuole’ ed. Tecnodid.

Le attività in presenza nelle zone rosse

Le attività in presenza nelle zone rosse: il difficile equilibrio tra inclusione e prevenzione

Nell’arco di undici giorni il Ministero ha emanato ben tre note riguardanti il medesimo tema – l’organizzazione delle attività in presenza nelle cosiddette zone rosse – offrendo di volta in volta ricostruzioni del quadro normativo parzialmente diverse e talvolta contraddittorie. 

Augurandoci che non subentrino ulteriori chiarimenti, tanto più in un momento drammatico come l’attuale che impone indicazioni certe e univoche, condividiamo l’affermazione del principio di inclusione richiamato dall’ultima nota, la n. 662 del 12 marzo. Essa, però, da un lato non è direttamente evincibile dal disposto del DPCM del 2 marzo 2021, dall’altro obbliga le istituzioni scolastiche a effettuare alcune delicate valutazioni nell’arco di tempi troppo ristretti.  

È pur vero che la presenza di alunni con disabilità e con bisogni educativi speciali in chiave inclusiva non è argomento di disposizioni nuove. Già in relazione al DPCM del 3 novembre 2020 erano state fornite indicazioni analoghe. Stavolta, però, la questione in oggetto impatta in modo esteso sul primo ciclo. Da lunedì 15 marzo, infatti, ben undici regioni entreranno in zona rossa con conseguente sospensione, per la prima volta, delle attività didattiche in presenza anche in tale ciclo. Ricordiamo che la frequenza degli alunni dell’infanzia, della primaria e della scuola secondaria di primo grado implica necessariamente il coinvolgimento di servizi erogati a livello locale quali la mensa e il trasporto mediante scuolabus e la loro eventuale rimodulazione in caso di strutturazione di piccoli gruppi. La non frequenza, d’altra parte, determina una ricaduta sulle famiglie non paragonabile a quella del secondo ciclo.  

Il nuovo severo scenario emergenziale disegnato dall’ultimo DPCM, peraltro, impone il ricorso allo smart working e alla minimizzazione delle presenze del personale nei luoghi di lavoro in modo ancora più stringente che in passato. Tali indicazioni potrebbero collidere con l’esigenza, richiamata nella nota, che tende di fatto a replicare le dinamiche operative ordinarie della scuola in presenza.  

La determinazione e la strutturazione dei gruppi vengono demandati all’autonomia scolastica, ancora una volta chiamata a perimetrare materie attinenti alla salute collettiva e perciò esulanti dalle sue competenze. 

Tuttavia, in nome di quel senso di responsabilità che ha sempre contraddistinto la dirigenza delle scuole in quanto garante del servizio nei confronti delle famiglie – soprattutto durante questa drammatica emergenza – e nonostante le evidenziate aporie, l’ANP propone ai colleghi di adottare il seguente iter procedurale: 

a) l’individuazione degli alunni DVA e BES, ai quali va comunque garantita la frequenza delle attività didattiche in presenza, va effettuata, oltre che in coerenza con i PEI e i PDP, avvalendosi anche del Piano per la DDI al cui interno è stato valutato e predisposto a monte il quadro operativo per detti alunni  

b) il dirigente scolastico, con i consigli di classe, procede a definire la consistenza dei gruppi di relazione intorno ad ogni studente DVA e BES e la loro rotazione temporale; la concreta articolazione dei gruppi di relazione è ovviamente subordinata alla volontà delle famiglie 

c) sulla base dei numeri effettivi, il dirigente scolastico organizza la didattica in presenza tenendo conto del monte ore stabilito nel Piano della DDI rispetto alle attività in sincrono e coinvolgendo l’ente locale perché garantisca l’erogazione dei servizi di trasporto e mensa 

d) il dirigente scolastico comunica all’Ambito territoriale competente il numero di studenti e personale in presenza “per effetto dell’applicazione della nota MI n. 662/2021” affinché lo condivida con il Tavolo prefettizio di cui all’art. 21 del DPCM del 2 marzo 2021, considerato che l’applicazione della nota avrà sicuramente effetto sulla mobilità territoriale. 

Si tratta di operazioni che richiedono tempo, adeguata ponderazione e assunzione di responsabilità su più livelli in considerazione della delicatezza della questione che investe da un lato l’inclusione, dall’altro la salute collettiva.  

Riteniamo non ulteriormente procrastinabile – e di questo intendiamo discutere quanto prima con il Ministro Bianchi – la precisa definizione del perimetro di competenza dell’autonomia scolastica in merito all’adozione e alla gestione di misure volte a tutelare la salute collettiva piuttosto che il diritto all’istruzione. 

I cento linguaggi e la cultura dell’atelier

I cento linguaggi e la cultura dell’atelier nelle esperienze educative di Reggio Emilia

di Pietro Boccia

Il bambino ha cento lingue, cento mani, cento modi d pensare e cento linguaggi; la scuola gli separa, invece, la testa dal corpo, insegnandogli a “pensare senza mani”, a “fare senza testa”, ad ascoltare e a non parlare, a “capire senza allegrie”. Tutti “gli dicono, scrive MALAGUZZI in I cento linguaggi dei bambini, che il gioco e il lavoro, la realtà e la fantasia, la scienza e l’immaginazione, il cielo e la terra, la ragione e il sogno sono cose che non stanno insieme. Gli dicono, in sostanza che il cento non c’è”.

Il bambino risponde, al contrario, che “il cento c’è”. In questo passo si può rilevare che la creatività non divide né la fantasia dal processo cognitivo né le emozioni dalla razionalità ma che tutto il mondo percettivo dell’essere umano può alimentare rapporti di relazione intensi con il mondo circostante.

Il bambino deve, dunque, avere la possibilità di sognare cento mondi e di costruire cento diritti, perché egli non solo possiede immense potenzialità di apprendimento e di cambiamento, ma anche tante risorse affettive, relazionali, sensoriali, intellettive che vengono espresse in un’interazione continua con la realtà culturale e sociale in cui vive. Le une e gli altri sono soggetti di diritti e, a livello individuale e nella relazione con il gruppo, sono portatori di un’elevata sensibilità verso gli altri e l’ambiente. Il bambino è, poi, costruttore di conoscenze, che elabora attraverso l’esperienza e giocando. Egli, non possedendo, inoltre, ancora un pensiero codificato, esprime “cento linguaggi”: è un modo per dire che ha tantissime modalità di pensare, di comunicare, di comprendere le cose e di incontrare l’altro.

I “cento linguaggi” rappresentano metaforicamente le potenzialità che ognuno possiede nei processi cognitivi e nelle tante forme di creatività e di costruzione della conoscenza.

Loris MALAGUZZI ha affermato in L’educazione dei cento linguaggi dei bambini, in “Zerosei”, n. 4-5, dicembre 1983: “La parola s’irrobustisce e si amplia con i guadagni che vengono dagli altri linguaggi che tutti si costruiscono nell’esperienza (parliamo cioè di natura interferente dei linguaggi). Ma qui occorre prendere atto che anche i linguaggi della non parola hanno in realtà, dentro di sé, molte parole, sensazioni e pensieri, molti desideri e mezzi per conoscere, comunicare ed esprimersi. Sono anch’essi modi di essere, di agire, generatori di immagini e di lessici complessi, di metafore e simboli; organizzatori di logiche pratiche e formali, di promozione di stili personali e creativi”.

È compito dei nidi, dei servizi educativi, delle sezioni e della scuola dell’infanzia ottimizzare per gradi le potenzialità del bambino non solo per farlo esprimere creativamente, ma anche per renderlo capace, attraverso l’interazione dei “cento linguaggi”, di apprendere e di essere costruttore di conoscenza. Non c’è, in realtà, una modalità di comunicazione che non implichi tutte le altre. Le modalità della comunicazione (verbale, non verbale e paraverbale) devono viaggiare in un processo armonico, per facilitare negli altri interlocutori tanto relazioni efficaci, attraverso una pluralità di linguaggi, quanto apprendimenti.

Un interessante esperimento pensato e agito nelle esperienze educative di Reggilo Emilia è l’atelier. Questo è un’ideazione, che dà forma e identità al progetto educativo e alla filosofia dei cento linguaggi. L’esperimento dell’atelier, con la figura dell’atelierista (insegnante con competenze di natura artistica), è stato introdotto dal pedagogista Loris MALAGUZZI nei nidi, nei servizi educativi e nelle scuole d’infanzia di Reggio Emilia negli anni Sessanta del Novecento. L’atelierista è una figura che, operando in un luogo, costruito empaticamente per far esprimere tutti, accompagna i bambini nelle attività di scoperta, di ricerca e d’invenzione. Egli conduce, infatti, i bambini anche nel parco e propone, scegliendole, le tracce del lavoro dell’anno, come, ad esempio, acqua, aria, terra. L’atelierista assiste e guida i bambini a circoscrivere le parole in uno degli altri novantanove linguaggi.

Gli atelier sono spazi accoglienti e vivi, dove i bambini e non solo, operando, ricevono continue sollecitazioni e stimolazioni, che, attraverso la ricerca di offrire risposte e di fare scoperte, favoriscono l’apprendimento. L’atelier è, dunque, lo spazio dell’interazione empatica per far esprimere ogni bambino attraverso i cento linguaggi.

Le istituzioni educative devono avere, per MALAGUZZI, l’obiettivo di diventare comunità educative, fondate su un ambiente accogliente e creativo, dove i bambini, le famiglie, gli atelieristi e gli insegnanti possono condividere l’idea che il compito dell’insegnamento non è solo quello di produrre l’apprendimento, ma è anche quello di costruire le condizioni, affinché ognuno possa apprendere in uno spazio creativo e con un’elevata valenza etica. Egli, lottando e impegnandosi attivamente sul territorio di Reggio Emilia per diffondere i nidi, i servizi educativi e le scuole dell’infanzia, ha, perciò, introdotto la cultura dell’atelier, come insieme di valori, norme, concezioni e modalità comportamentali, adeguato ad assecondare le bambine e i bambini nel manipolare le cose, nel pasticciare, operando con le mani, e nel connettersi facilmente ai processi mentali. L’atelier è uno spazio in cui tutti i linguaggi hanno il diritto e la possibilità di essere accolti ed espressi.

Negli atelier non si producono apprendimenti ma si costruiscono le condizioni per apprendere. Essi, basati sul principio dell’attivismo pedagogico di DEWEY, sono spazi di sperimentazione innovativa e di relazione empatica, in cui i bambini sono visti come protagonisti attivi del loro processo di crescita cognitiva, sociale, emotiva ed etica.

Ogni atelier è funzionale a far esprimere i bambini con i cento linguaggi e a sviluppare in ognuno di loro forme di pensiero integrato e flessibile. Durante l’attività dell’atelier, l’educatore ha, come ruolo, il compito d’indirizzare e di facilitare la sperimentazione e la ricerca dei bambini, incoraggiandone, nel porre domande, le scoperte di apprendimento significativo.

“L’irruzione dell’atelier e dell’atelierista (insegnante con formazione artistica) perturbava – ha sostenuto Loris MALAGUZZI – volutamente il vecchio modello della scuola del bambino, già rimosso dalla compresenza di due insegnanti di sezione, dalla collegialità del lavoro, dalla partecipazione delle famiglie attraverso la gestione sociale.

La genesi dell’atelier coincideva, pertanto, con la genesi di un nuovo progetto educativo, sistemico, laico, moderno.

L’atelier (…) ha prodotto un’irruzione eversiva, una complicazione e una strumentazione in più, capaci di fornire ricchezze di possibilità combinatorie e

creative tra i linguaggi e le intelligenze non verbali dei bambini, difendendoci non solo dalle logorree (…) ma da quella pseudocultura della testa-container che (…) è il modello che dà al tempo stesso la maggiore impressione di progresso culturale e la maggior depressione dal punto di vista dell’aumento effettivo della conoscenza”.

L’atelier è il luogo della creatività, dove i bambini hanno la possibilità di sporcarsi le mani con la creta, di colorarsi il viso con i pennelli, di conoscere e sperimentare gli elementi naturali (foglie, fiori ed ecosistemi), di capire come costruire un orologio solare e di apprendere praticamente che cosa sia il significato di riciclaggio dei materiali. In esso chi guida i bambini a fare scoperte assume un ruolo rilevante, perché, ricreando ambienti di apprendimento e sperimentando attraverso la ricerca, induce quotidianamente a osservare, a fare esperienza, a riflettere, a documentare e a relazionarsi nella comunicazione.

La cultura dell’atelier è stata determinante anche nel fare acquisire fama e identità al progetto educativo delle istituzioni scolastiche di Reggio Emilia nel mondo.

Oggi, infatti, il Centro Internazionale “Loris MALAGUZZI”, in maniera ricorrente, propone, collegandoli alle mostre, in Italia e a livello internazionale, atelier aperti e itineranti, per diffondere il messaggio a “pensare con le mani”.

La scuola è una pubblica amministrazione da riformare?

La scuola è una pubblica amministrazione da riformare?

di Stefano Stefanel

            La scuola è una pubblica amministrazione da riformare?  Da un punto di vista teorico la risposta dovrebbe essere positiva, visto che nel complesso, tra dipendenti di ruolo e dipendenti precari, la scuola ha una pianta organica di circa 1.200.000 dipendenti. La sua composizione mista la porta ad erogare servizi di tipo non commisurabile, come sono quelli dell’educazione, della formazione e dell’apprendimento, collegati a quelli di carattere economico e fiscale, più simili alle altre pubbliche amministrazioni dello stato. Permangono però nel mondo della scuola alcune evidenti anomalie come quella di 8.000 dirigenti scolastici inseriti in una fantasmagorica Area V della dirigenza pubblica, ben lontana da quelle Aree I e II che contengono i dirigenti di altri segmenti della pubblica amministrazione. Ci sono, poi, molte alte incongruenze, che spesso fanno ritenere che la scuola non sia una vera e propria pubblica amministrazione. E infatti i dirigenti scolastici posti in capo alla scuola subiscono i carichi negativi delle pubbliche amministrazioni (responsabilità patrimoniali, qualifica di datore di lavoro al fine della sicurezza, responsabilità nella privacy, nella ricostruzione delle carriere a fini pensionistici, ecc.), senza beneficiare di quelli positivi (stipendi, mobilità tra pubbliche amministrazioni, middle management a loro disposizione con chiari compiti e responsabilità, ecc.).

            La domanda la si può proporre anche rileggendo il Decreto Brunetta di 11 anni fa (d.lgs 150/2009). Quel Decreto fece tanto discutere e tanto litigare sindacati e Ministero della funzione pubblica, con un esito, che sarebbe divertente se non fosse allo stesso tempo avvilente, di sentenze quasi tutte a favore del Decreto Brunetta e allo stesso tempo il suo lento sgretolamento, prima attraverso la legge Madia (legge n° 124/2011) e poi attraverso una serie di accordi sindacali che di fatto hanno derogato  a varie leggi (soprattutto alla “famigerata” ma pur sempre viva legge 107/2015), nonostante proprio il Decreto Brunetta dicesse che non si può fare. La questione non è, però,  solo “storica” perché Renato Brunetta è tornato allo stesso ministero ed ha subito siglato un accordo quadro con i sindacati  per una riforma della pubblica amministrazione.

            Il banco di prova relativo a tutto il ragionamento sarà ancora una volta la scuola, che il Decreto Brunetta escluse da alcune sue parti fondamentali, con l’idea che dentro la scuola è meglio mettere il naso il meno possibile. Dodici anni dopo, però, saltano agli occhi alcune storture, come quella che vede le segreterie scolastiche obbligate a gestire le posizioni pensionistiche dei dipendenti, quasi che al contempo l’INPS non fosse già pagato per farlo, ma anche come quella che vede il dirigente scolastico come un datore di lavoro responsabile della sicurezza che però non ha alcun potere sulle inadempienze dell’altro datore di lavoro, cioè il proprietario dell’immobile (che di solito è un ente locale, anche se in Italia vi sono tanti privati che sono proprietari di scuole date in affitto agli enti locali), che, invece, può accampare problemi di tipo economico anche in relazione alla sicurezza (mentre il dirigente scolastico questo non può farlo). Ci sono cioè dei veri e propri ossimori sulla pubblica amministrazione scolastica che una vera legge di riforma dovrebbe tenere nella parte alta della sua attenzione e non liquidare con commi che rimandano a tempi o procedure che non arrivano mai.

            Il Decreto Brunetta del 2009 è stato reso sterile da alcune gravi sottovalutazioni dell’esistente:

  • l’eccessiva indeterminatezza del ciclo della performance all’interno di una pubblica amministrazione che premia il lavoro svolto e non il risultato ottenuto da quel lavoro: tutto questo stava dentro una definizione molto “culturale” del ciclo della performance, che ha continuato a premiare dirigenti pubblici che hanno ottenuto i risultati individuali prefissati pur dentro risultati generali catastrofici del proprio ufficio;
  • l’eliminazione della scuola dal ciclo della performance ha scritto, nero su bianco, che la scuola non è valutabile e quindi i successivi tentativi di farlo (Sistema Nazionale di Valutazione, “bonus” premiante il merito nella legge 107/2015, valutazione dei dirigenti scolastici in rapporto all’indennità di risultato) sono apparsi tentativi “disperati” di invertire una rotta che il Decreto Brunetta aveva già delineato (nella scuola non si entra perché è una pubblica amministrazione atipica);
  • qualunque legge o norma può essere modificata per via sindacale anche con accordi o intese, visto che il Decreto Brunetta nel richiamare la priorità della legge sui contratti non ha al contempo abrogato tutte le norme vigenti che dicono il contrario.

In tutto questo ci può essere un punto di equilibrio? Io penso di sì solamente se la così detta “riforma della pubblica amministrazione” prenderà una direzione chiara che preveda alcuni assi portanti:

  1. la semplificazione necessaria e doverosa deve diminuire il carico di lavoro e di carta (oggi PDF) e rendere oggettivamente più snello il lavoro, mentre finora tutte le semplificazioni proposte ed attuate hanno portato a più lavoro e più carta;
  2. la dematerializzazione deve eliminare tutta la carta (anche dagli archivi fisici) con la sola eccezione di quella con valenza storica e culturale e deve portare ad un rapporto con piattaforme di semplice gestione e non con il caricamento di PDF;
  3. i dirigenti devono essere valutati in rapporto ad obiettivi misurabili e chiari, senza alcuna deroga temporale e il primo obiettivo da valutare sono le modalità e la trasparenza con cui il dirigente valuta il personale affidatogli;
  4. dirigenti valutati possono contribuire a valutare il personale in base all’oggettiva prestazione fornita, nel campo scolastico:
    1. per i docenti: apprendimenti degli studenti, precisione nello svolgimento del lavoro, gestione dei rapporti con le famiglie, trasparenza nella valutazione, attività di formazione svolta;
    1. per gli ata puntualità e precisione nello svolgimento degli incarichi assegnati, competenza reale sulle attività da svolgere, rapporto con l’utenza;
  5. il ciclo della performance può essere una buona cosa da riprendere solo se è strutturato in maniera semplice e sintetica, dentro macro obiettivi;
  6. l’organizzazione del lavoro deve stare in capo al dirigente scolastico senza alcuna ambiguità, nell’ambito dei diritti dei lavoratori e di procedure trasparenti sancite da una valutazione periodica e puntuale.

A questo punto una volta definito il percorso di riforma il punto focale è quello di definire il piano di formazione dei dipendenti, che non può avere solo carattere “uditivo” (il dipendente ascolta quello che gli viene trasmesso), ma deve prevedere un feedback sulle competenze acquisite. Se poi la scuola è pubblica amministrazione allora bisognerà cominciare a comprendere che benefici, come quelli previsti dall’art. 59 del Contratto collettivo nazionale di lavoro del 29 novembre 2007 che prevede che i collaboratori scolastici, anche senza alcuna competenza, possano transitare nei ruoli di assistenti amministrativi paralizzando una buona parte delle segreterie scolastiche italiane, non possono più essere accettati. Qualunque attribuzione di posto e ruolo pubblico deve essere preceduto dall’accertamento delle competenze per poterlo occupare (docenti e ata) perché altrimenti si tratterà ancora una volta la scuola come una “bizzarra riserva”  e non come una pubblica amministrazione.

Il ruolo della Giunta Esecutiva

Il ruolo della Giunta Esecutiva: l’evoluzione normativa fino al D.I. 129/2018.

Clotilde Graziano e Leon Zingales *

La Giunta Esecutiva, istituita dal DPR 416/74, fino al D.Lgs. 297/94 “Testo Unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione, relative alle scuole di ogni ordine e grado”, ha rappresentato la sede in cui si valutavano i requisiti di ammissibilità degli argomenti sottoposti a delibera del Consiglio d’Istituto.

Questi, infatti, esercitava il suo potere deliberante “su proposta della Giunta” per quanto concerne l’organizzazione e la programmazione della vita scolastica e delle attività della scuola sulle materie analiticamente indicate nel D.Lgs. 297/94.

Si trattava, in buona sostanza, di un “filtro giuridico” che sanciva l’ammissibilità delle decisioni del Consiglio d’Istituto dal momento che i lavori di quest’ultimo organo erano preceduti da un atto di proposta della Giunta Esecutiva.

Approfondimento: ruolo della Giunta Esecutiva con il DPR 416/1974 e con il D.Lgs. 297/94 Il DPR 416/74 nell’istituire gli organi collegiali delle istituzioni scolastiche, agli artt 5 e 6 definisce la composizione della giunta esecutiva e i suoi compiti all’interno del Consiglio d’Istituto di cui è emanazione. I suoi membri decadono e vengono surrogati come previsto per i consiglieri. Il DI 28 maggio 1975  “Istruzioni amministrativo-contabili per i circoli didattici, gli istituti scolastici d’istruzione secondaria ed artistica statali e per i distretti scolastici”  riprendendo quanto previsto nel DPR 416 all’art. 3 – definisce la composizione della Giunta esecutiva “ Il consiglio di circolo o d’istituto elegge nel suo seno una giunta esecutiva formata secondo le disposizioni di cui all’art. 5 del decreto del Presidente della Repubblica 31 maggio 1974, n. 416. Della giunta fanno parte il direttore didattico o il preside, che la presiede, ed il capo dei servizi di segreteria, che svolge anche le funzioni di segretario della giunta stessa, la quale: predispone il bilancio preventivo e le eventuali variazioni, nonché il conto consuntivo; prepara i lavori del consiglio e cura l’esecuzione delle delibere dello stesso;  designa nel suo seno la persona che, unitamente al direttore didattico o al preside e al segretario del circolo o dell’istituto, firma gli ordini d’incasso (reversali) e di pagamento (mandati””). Il  D.Lgs. 297/94  conferma la predetta composizione della Giunta e i compiti ad essa assegnati art. 8 c. 7 “Il consiglio di circolo o di istituto elegge nel suo seno una giunta esecutiva, composta di un docente, di un impiegato amministrativo o tecnico o ausiliario e di due genitori. Della Giunta fanno parte di diritto il direttore didattico o il preside, che la presiede ed ha la rappresentanza del circolo o dell’istituto, ed il capo dei servizi di segreteria che svolge anche funzioni di segretario della giunta stessa. “c. 8. “Negli istituti di istruzione secondaria superiore la rappresentanza dei genitori è ridotta di una unità; in tal caso è chiamato a far parte della giunta esecutiva un rappresentante eletto dagli studenti.” Art. 10 c. 10. “La giunta esecutiva predispone il bilancio preventivo e il conto consuntivo; prepara i lavori del consiglio di circolo o di istituto, fermo restando il diritto di iniziativa del consiglio stesso, e cura l’esecuzione delle relative delibere”. L’art.10 del D.Lgs. 297/94 dispone al comma 3 che il consiglio di istituto, esercita il suo potere deliberante “su proposta della giunta” per quanto concerne l’organizzazione e la programmazione della vita e dell’attività della scuola sulle materie analiticamente indicate dallo stesso Decreto legislativo: adozione del regolamento interno;acquisto, rinnovo e conservazione delle attrezzature tecnico-scientifiche e dei sussidi didattici e acquisto dei materiali di consumo occorrenti per le esercitazioni;adattamento del calendario scolastico alle specifiche esigenze ambientali;criteri generali per la programmazione educativa;criteri per la programmazione e l’attuazione delle attività parascolastiche, interscolastiche, extrascolastiche, con particolare riguardo ai corsi di recupero e di sostegno, alle libere attività complementari, alle visite guidate e ai viaggi di istruzione;promozione di contatti con altre scuole o istituti;partecipazione del circolo o dell’istituto ad attività culturali, sportive e ricreative di particolare interesse educativo;forme e modalità per lo svolgimento di iniziative assistenziali.Il consiglio può discostarsi dalla proposta di giunta con “delibera motivata” (art.2 c.3)

Con l’entrata in vigore dell’autonomia e dei rinnovati poteri del dirigente di cui all’art. 25 D.Lgs. 165/01, di fatto alla Giunta esecutiva vengono sottratti gran parte dei suoi compiti e il D.I. 44/01 ha ridisegnato il perimetro di competenza di questo organo limitandolo di fatto all’ambito della proposta al Consiglio d’Istituto del Piano annuale e, in concorrenza con il dirigente scolastico, delle modifiche parziali al Piano annuale. Tali limiti sono stati confermati dal più recente D.I. 129/2018.

APPROFONDIMENTO: Il ruolo della Giunta Esecutiva ai sensi del D.I. 44/01 e del D.I. 129/2018 Il Decreto Interministeriale n. 44 dell’1 febbraio 2001 e il successivo D.I. 129/2018 hanno circoscritto le competenze della Giunta esecutiva alla proposta al Consiglio d’Istituto del programma annuale e delle modifiche parziali al programma (compito quest’ultimo che può essere assolto in autonomia dal dirigente scolastico). Il D.I. 44/01 Regolamento concernente le “Istruzioni generali sulla gestione amministrativo-contabile delle istituzioni scolastiche” all’art.2, comma 3 evidenziava che “L’attività finanziaria delle istituzioni scolastiche si svolge sulla base di un unico documento contabile annuale – di seguito denominato “programma” – predisposto dal dirigente scolastico – di seguito denominato “dirigente” – e proposto dalla Giunta esecutiva con apposita relazione …”  ed all’Art. 6 c. 2 “Il Consiglio, altresì, con deliberazione motivata, su proposta della giunta esecutiva o del dirigente, può apportare modifiche parziali al programma in relazione anche all’andamento del funzionamento amministrativo e didattico generale ed a quello attuativo dei singoli progetti”. Il successivo D.I. 129/18  “Regolamento recante istruzioni generali sulla gestione amministrativo-contabile delle istituzioni scolastiche, ai sensi dell’articolo 1, comma 143, della legge 13 luglio 2015, n. 107”  all’art 5 c.8 sottolinea che “Il programma annuale è predisposto dal dirigente scolastico con la collaborazione del D.S.G.A. per la parte economico-finanziaria ed è proposto dalla Giunta esecutiva, unitamente alla relazione illustrativa, entro il 30 novembre dell’anno precedente a quello di riferimento al Consiglio d’istituto per l’approvazione” ed all’art. 10 c. 3 che “Le variazioni del programma annuale, che si rendono eventualmente necessarie a garantire la realizzazione del medesimo programma in relazione anche all’andamento del funzionamento amministrativo e didattico generale e a quello attuativo dei singoli progetti, sono deliberate dal Consiglio d’istituto con decisione motivata, adottata su proposta della Giunta esecutiva o del dirigente scolastico”.

Anche il  compito  di “curare l’esecuzione” delle delibere del consiglio (art. 10 comma 10 D.lgs 297/94 e art.3 D.I. 28 maggio 1975 )viene superato  a seguito dell’autonomia. È infatti il Dirigente scolastico che assicura la gestione unitaria dell’istituzione, ne ha la legale rappresentanza, è responsabile della gestione delle risorse finanziarie e strumentali e dei risultati del servizio (1). La capacità negoziale è esclusiva del Dirigente scolastico (2) al quale, congiuntamente al DSGA, compete la firma sulle reversali d’incasso e sui mandati di pagamento. Ricordiamo infatti che fino al 2001 queste venivano firmate anche dalla persona designata in seno alla Giunta. D.I. 27 maggio 1975 Art. 3 – “Giunta esecutiva c) designa nel suo seno la persona che, unitamente al direttore didattico o al preside e al segretario del circolo o dell’istituto, firma gli ordini d’incasso (reversali) e di pagamento (mandati)”.

E’ inoltre cessato il potere disciplinare della Giunta previsto dal D.Lgs. 297/94 all’ art 10 c. 11. Infatti, il DPR 249/98, come modificato dal DPR 235/07, attribuisce la competenza in materia di disciplina rispettivamente a: consiglio di classe, consiglio di istituto e, in sede di ricorso, all’organo di garanzia interno e regionale.

APPROFONDIMENTO: evoluzione del potere disciplinare della Giunta esecutiva Il  D.Lgs. 297/94 all’ art. 10 c. 11 attribuiva alla Giunta esecutiva poteri disciplinari “La giunta esecutiva ha altresì competenza per i provvedimenti disciplinari a carico degli alunni, di cui all’ultimo comma dell’articolo 5. Le deliberazioni sono adottate su proposta del rispettivo consiglio di classe”, chiarendo al comma 12 che “Contro le decisioni in materia disciplinare della giunta esecutiva è ammesso ricorso al provveditore agli studi che decide in via definitiva sentita la sezione del consiglio scolastico provinciale avente competenza per il grado di scuola a cui appartiene l’alunno”. Il DPR 235/07, togliendo ogni competenza alla Giunta sui poteri disciplinari, ha specificato all’art. 1 c. 6 che “Le sanzioni e i provvedimenti che comportano allontanamento dalla comunità scolastica sono adottati dal consiglio di classe. Le sanzioni che comportano l’allontanamento superiore a quindici giorni e quelle che implicano l’esclusione dallo scrutinio finale o la non ammissione all’esame di Stato conclusivo del corso di studi sono adottate dal consiglio di istituto”.
APPROFONDIMENTO: il ruolo della Giunta esecutiva nella determinazione Organici degli Assistenti Tecnici Il DM 201 del 10 agosto 2000 (art. 4 c 4.1) assegna alla Giunta esecutiva competenze nella determinazione degli organici ATA profilo assistenti tecnici. La dotazione organica di istituto relativa al profilo professionale di assistente tecnico, per i licei classici e scientifici, gli istituti e scuole magistrali, gli istituti d’arte e i licei artistici, nonché per gli istituti tecnici commerciali e per geometri con personale a carico delle province fino al 31 dicembre 1999, è determinata dalla giunta esecutiva di ciascun Istituto con riguardo al numero degli assistenti di cattedra, insegnanti tecnico-pratici o docenti d’arte applicata e degli assistenti tecnici in servizio nell’anno scolastico 1999/2000, tenendo conto, inoltre, delle disposizioni contenute nei commi 4 e 5”. Così il DM 21/11/2008 all’Art. 5 – Assistenti tecnici 5.1” La dotazione organica relativa al profilo professionale di assistente tecnico è determinata mediante deliberazione della giunta esecutiva di ciascun istituto in ragione di un’unità per ogni laboratorio funzionante e utilizzato in attività didattiche, programmate a norma dell’ordinamento degli studi ed effettivamente svolte per almeno 24 ore settimanali. Ove si verifichi la situazione descritta, la giunta esecutiva, anche al fine di evitare duplicazioni di competenze, nelle situazioni previste dagli ordinamenti didattici vigenti di compresenza tra docenti, insegnanti tecnico-pratici ed assistenti tecnici, deve commisurare la dotazione organica di ciascuna area professionale alle effettive necessità di impiego degli assistenti tecnici, con riguardo alle professionalità disponibili nell’ambito dell’istituzione scolastica nonché alle esigenze organizzative derivanti dalla contemporanea utilizzazione dei diversi laboratori compresi nella medesima area”. E ancora il DPR 119 del 22 giugno 2009 (art 3 c.3) “Nei  casi  di  compresenza  durante  le  ore  di  insegnamento tecnico-scientifico, dell’insegnante teorico, dell’insegnante tecnico-pratico e dell’assistente tecnico, può disporsi con apposita delibera della giunta esecutiva,  la  non attivazione del posto di assistente  tecnico  o  in sostituzione dello stesso l’istituzione di altro  posto  di  assistente tecnico di diversa area non coperta e di cui  si  valuti  necessaria l’attivazione”. Quanto sopra è stato confermato anche negli anni successivi, ultima la Nota Ministeriale 4410 del 03/04/2020 “La dotazione organica relativa al profilo professionale di assistente tecnico è determinata mediante deliberazione della Giunta Esecutiva di ciascun istituto”. Pertanto le decisioni da trasmettere in tale materia continuano ad essere assunte della giunta esecutiva.

Note

  1. D. Lgs. 165/01Art.25 (Dirigenti delle istituzioni scolastiche)

c.2 “il  dirigente scolastico assicura la gestione unitaria dell’istituzione, ne ha la legale rappresentanza, è responsabile della gestione delle risorse finanziarie e strumentali e dei risultati del servizio. Nel rispetto delle competenze degli organi collegiali scolastici, spettano al dirigente scolastico autonomi poteri di direzione, di coordinamento e di valorizzazione delle risorse umane. In particolare, il dirigente scolastico, organizza l’attività scolastica secondo criteri di efficienza e di efficacia formative ed è titolare delle relazioni sindacali.

c.4. Nell’àmbito delle funzioni attribuite alle istituzioni scolastiche, spetta al dirigente l’adozione dei provvedimenti di gestione delle risorse e del personale.

  • D.I. 44/2001 Art. 32 (Funzioni e poteri del dirigente nella attività negoziale)
  • Il dirigente, quale rappresentante legale dell’istituto, svolge l’attività negoziale necessaria all’attuazione del programma annuale, nel rispetto delle deliberazioni del Consiglio d’istituto assunte ai sensi dell’articolo 33.
  • Il dirigente può delegare lo svolgimento di singole attività negoziali al direttore o ad uno dei collaboratori individuati a norma dell’articolo 25-bis, comma 5, del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29 e successive modificazioni e integrazioni. Al direttore compete, comunque, l’attività negoziale connessa alle minute spese di cui all’articolo 17.
  • Il dirigente, nello svolgimento dell’attività negoziale, si avvale della attività istruttoria del direttore.
  • Nel caso in cui non siano reperibili tra il personale dell’istituto specifiche competenze professionali indispensabili al concreto svolgimento di particolari attività negoziali, il dirigente, nei limiti di spesa del relativo progetto e sulla base dei criteri di cui all’articolo 33, comma 2, lettera g), può avvalersi dell’opera di esperti esterni.

* Dirigente scolastici I.C. “Luigi Pirandello” di Patti e I.C. “Anna Rita Sidoti” di Gioiosa Marea