Insegnare latino

Insegnare latino…

di Maurizio Tiriticco

…o meglio, come si deve adoperare un insegnante perché i suoi alunni apprendano un po’ di latino anche piacevolmente! Non dico in modo divertente, ma… in effetti, tutto dipende dall’insegnante e dal metodo di lavoro che sceglierà. Una volta si diceva che il latino è importante perché insegna a ragionare! Io non ci ho mai creduto! Perché non c’è disciplina di studio che non imponga di fatto a ragionare. Qualsiasi materia di studio richiede attenzione, applicazione, sacrificio anche! Comunque, repetita iuvant! E allora, avanti con il latino! Ma… ecco che emerge la questione del metodo: o meglio, che diavolo deve fare l’insegnante per rendere interessante, accettabile, piacevole anche, una materia di studio? In realtà ci sono materie il cui studio è direttamente legato alla vita quotidiana. Se non so parlare, non posso dichiarare il mio amore a una bella fanciulla e neppure litigare con la suocera! Se non so leggere né fare qualche conto, non posso fare neanche fare un minimo di spesa al supermercato!

Però c’è una materia di studio che ancora resiste disperatamente in qualche nostro grado di scuola, che affligge gli studenti costretti ad apprenderla ed i docenti costretti ad insegnarla: il latino! O meglio, “lingua e cultura latina”, come recitano le Indicazioni nazionali per i nostri quattro percorsi liceali: classico, scientifico, linguistico e delle scienze umane.

Ed allora, come fare indorare la pillola, per dirla volgarmente? O meglio, per rendere fruibile questo studio? Mi sovvengono i versi del Tasso, nell’incipit della Gerusalemme Liberata: “Così all’egro fanciul porgiamo aspersi di soavi licor gli orli del vaso: succhi amari, ingannato, intanto ei beve; e dall’inganno suo vita riceve”.

In altre parole, la questione è del metodo! Ci chiediamo cioè: come proporre lo studio di una lingua che “non serve”, come potrebbe essere, invece, l’inglese, a ragazzi, quelli di oggi soprattutto, che sono in tutt’altre faccende affaccendati? So che esiste un metodo cosiddetto naturale, il cosiddetto “metodo Ørberg”, dal nome del latinista danese Hans Henning Ørberg (1920-2010). Non lo conosco e non voglio andare oltre! Ma so che è adottato con successo in alcuni nostri licei.

A mio avviso, penso che, al di là di proporre ai nostri studenti lunghi e difficili insegnamenti linguistici, si potrebbe tentare di coinvolgerli in qualche misura proponendo loro testi latini accessibili e che che possano suscitare curiosità interesse, e a volte anche ilarità! Il mondo dei nostri antenati non era poi del tutto così austero. In effetti pensiamo sempre ai nostri classici, o almeno a quelli che ci hanno proposto ed imposto a scuola! Penso a Virgilio, a Orazio, a Cicerone! Forse con Cesare e Cornelio Nepote le “cose” andavano un po’ meglio! Si trattava di testi che per noi poveri studentelli erano più accessibili che altri. E poi si trattava di guerre, per cui… Ma è opportuno che i nostri studenti sappiano che i nostri grandi non erano sempre così seriosi! Spesso gettavano il pallium o la toga e sapevano ridere e come! Magari annaffiando il tutto con un buon bicchiere di vino! Il falerno sembra che fosse quello preferito. O forse nella “Cena di Trimalcione” il nostro Petronio ne avrà indicati altri! Non ricordo! E questi nostri antenati scrivevano anche “cose” altre”, non perfettamente classiche, anzi volutamente volgari! Si tratta di testi che – come si suol dire – vanno molto al di là di quello che a livello esplicito dicono e che contengono elementi di cultura e di civiltà a volte non immediatamente evidenti, ma che un attento lavoro di analisi guidato dagli insegnanti potrà mettere alla luce.

Mi piace cominciare con l’Apokolokýntosis (Ἀποκολοκύντωσις), ovvero Ludus de morte Claudii o ancora Divi Claudii apotheosis per saturam (Satira sulla morte di Claudio). Si tratta dell’unico testo di carattere satirico attribuito a Lucio Anneo Seneca, il grande scrittore e filosofo latino, morto suicida per ordine, appunto, dell’imperatore Nerone, insieme ad altri romani accusati di avere preparato una congiura (la cosiddetta congiura dei Pisoni, da Gaio Calpurnio Pisone, il capo dei congiurati) per “far fuori” Nerone, appunto. La parola Apokolokýntosis è un neologismo confezionato per l’occasione da Seneca e deriva dalla crasi, ovvero dall’unione, dei termini Κολόκυνθα, che significa zucca, e αποθέωση, che significa deificazione/glorificazione. Quindi “La zucchificazione di Claudio”. Com’ è noto, gli imperatori romani, una volta morti, salivano nel pantheon degli dei! Pertanto, zucchificare un imperatore deve essere stato, allora. qualcosa di tremendo! Ma altrettanto tremendo doveva essere stato Claudio! Si tratta di un testo totalmente godibile!

Ma procediamo con altri testi. E cominciamo da lontano.

Dindia Macolnia fileai dedit. Novios Plautius med Romai fecid, dalla cista Ficoroni ritrovata in Preneste. Una madre, una figlia un artigiano, un portaoggetti di bronzo in una città del Lazio: uno spaccato di vita cinquecento anni (?) prima di Cristo.

Si membrum rupsit, ni cum eo pacit, talio esto, dalle Leggi delle XII Tavole; uno stimolo per un discorso sul diritto antico, sul taglione, su una primitiva amministrazione della giustizia.

Virum mihi Camena insece versutum... L’incipit del poema di Livio Andronìco in versi saturni. L’Odysseus dell’Andra moi ennepe Mousa polutropon (l’incipit dell’Odissea omerica) diventa il nostro Ulixes. E, ad abundantiam, potremmo anche richiamare un altro incipit, quello del nostro neoclassicismo: Musa quell’uom dal multiforme ingegno

Quasi pila in coro ludens datatim dat se et communem facit… E’ il noto frammento della Tarentilla di Nevio: la donna che si offre a tutti, uno lo bacia, a un altro “fa il piedino”… ma il tutto senza alcuna palese volgarità.

Fato Metelli Romae consules fiunt, così si scaglia Nevio contro la famiglia dei Metelli; sullo sfondo le guerre puniche ed il primo teatro romano. Ma la risposta della grande famiglia non si fa attendere: Malum dabunt Metelli Naevio poetae.

E non possiamo non ricordare quello struggente frammento neviano, tratto dal Bellum Poenicum, ancora in versi saturni, in cui il poeta, rievocando le origini leggendarie di Roma, rappresenta la fuga da Troia delle mogli di Anchise e di Enea: Amborum uxores / noctu Troiad exibant capitibus opertis / flentes ambae, abeuntes lacrinis cum multis.

Musae, quae pedibus magnum pulsatis Olumpum, un altro incipit, questa voltain esametri: sono gli Annales di Ennio, l’alter Homerus della poesia latina. La lingua fa un passo in avanti, Ennio amplia il discorso di Nevio e vuole celebrare Roma al di là della vicenda punica.

Ed ora qualche esempio del tardo latino, quando la lingua dei classici comincia a cambiare, a corrompersi, diranno alcuni, ma… esiste una lingua migliore di un’altra? Questo già può costituire un interessante spunto di discussione.

Adriano è stato l’imperatore esteta e viaggiatore per eccellenza, e l’amico Floro così lo riprende: “Ego nolo Caesar esse, ambulare per Britannos, latitare per Germanos, Scythicas pati pruinas“. Ma Adriano prontamente gli risponde e lo riprende: “Ego nolo Florus esse, ambulare per tabernas, latitare per popinas, culices pati rotundos“.

E come non ricordare quella “Animula vagula blandula hospes comesque corporis, quae nunc abibis in loca pallidula, rigida, nudula, nec, ut soles, dabis iocos… è un frammento dolcissimo, che Adriano, colto, curioso, raffinato, avrebbe scritto, stando al suo biografo, poco prima di morire.

Di tutt’altra pasta sono i primi apologisti cristiani. Come non ricordare la veemenza di un Tertulliano (II-III secolo) contro l’impero e contro i persecutori! Evviva il martirio: Semen est sanguis Christianorum! E i pericoli che possono venire dalle donne! La donna è, secondo Tertulliano, un essere che Dio ha voluto inferiore; essa è diaboli ianua, porta del demonio: tu, donna, hai con tanta facilità infranto l’immagine di Dio che è l’uomo. A causa del tuo castigo, cioè la morte, anche il figlio di Dio è dovuto morire; e tu hai in mente di adornarti al di sopra delle tuniche che ti coprono la pelle? I suoi libelli famosi: De exhortatione castitatis, De virginibus velandis, De cultu feminarum: è bene che le donne portino il velo sempre, per non dare scandalo in pubblico. Del resto anche Ambrogio (IV secolo) si preoccupò di raccomandare alla sorella Marcellina (De virginibus) l’osservanza di casti costumi! E che dire di quel Giovanni di Antiochia (IV secolo) detto Crisostomo, χρυσόστομος, il Boccadoro, che così si esprimeva: “Che altro è una donna se non un nemico dell’amicizia, una punizione inevitabile, un male necessario, una tentazione naturale, una calamità desiderabile, un pericolo domestico, un danno dilettevole, un malanno di natura dipinto di buoni colori?”.Insomma, un buon materiale per un dibattito sulle pari opportunità!

Ma vi sono anche i poeti cristiani meno “arrabbiati”, se si può dir così. Ricordiamo quell’inno al mattino di Prudenzio (alcuni vi vedono l’Orazio dei cristiani), un linguaggio facile e pulito in dimetri giambici: Nox et tenebrae et nubila, / confusa mundi et turbida, / lux intrat, albescit polus, / Christus venit, discedite! Caligo terrae scinditu / percussa solis spiculo, / rebusque iam color redit / vultu nitentis sideris.

E alla fine del IV secolo incontriamo Eutropio con il suo Breviarium ab urbe condita, commissionatogli dall’imperatore Valente: un testo facile, senza pretese critiche, destinato ad un pubblico senza troppe esigenze. E’ utile per un approccio semplice e facile alla lingua latina.

Fecisti patriam diversis gentibus unam; / profuit iniustis te dominante capi; / dumque offers victis proprii consortia iuris. / Urbem fecisti, quod prius orbis erat. Siamo nel V secolo d. C. e Rutilio Namaziano, il gallo-romano, decisamente anticristiano si esalta alla missione dell’impero e non avverte che il 476 è alle porte!

E non può mancare Agostino, il numida. Siamo alla fine del IV secolo e Agostino in un giardino milanese, forse forte per la predicazione di Ambrogio, vive un momento intensissimo del suo itinerario spirituale: Et ecce audio vocem de vicina domo cum cantu dicentis et crebro repetentis quasi pueri an puellae nescio: “Tolle lege, tolle lege” (ed ecco all’improvviso dalla casa vicina il canto di una voce come di bambino, o di bambina forse, una cantilena: “Prendi e leggi, prendi e leggi”). E Agostino apre il Vangelo e legge a caso: “Non più bagordi e gozzoviglie, letti e lascivie, contese e invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non fate caso alla carne e ai suoi desideri”. E’ un passo dell’Epistola ai Romani.

Il cristianesimo, dunque, avanza. Ma quanta commozione possiamo nutrire per gli sconfitti! Giuliano, l’imperatore che è nipote di Costantino, vuole restaurare il paganesimo! E per questo porterà sempre con sé il marchio della apostasia. Ferito a morte in battaglia contro i Persiani (363), affida agli astanti il suo testamento. Ecco l’incipit del racconto che ne fa Ammiano Marcellino, un soldato di Antiochia, nel suo Rerum gestarum libri: Quae dum ita aguntur, Iulianus in tabernaculum iacens, circumstantes allocutus est demissos et tristes: “Advenit o soci nunc abeundi tempus e vita impendio tempestivum, quam reposcenti naturae, ut debitor bonae fidei redditurus, exulto…”. Qualche anno dopo (378) Teodosio proclamerà il cristianesimo religione di Stato!

Ma è sempre bene ricordare che con il passar del tempo (VI e VII secolo) la latinità si afferma anche in Europa. A Siviglia c’è Isidoro, in Gallia c’è Gregorio, in Bretagna c’è Beda il Venerabile, noto anche per aver profetizzato che, quando fosse caduto il Colosseo, sarebbe caduta Roma e con essa sarebbe caduto il mondo! “Quamdiu stabit Colyseus / Stabit et Roma; / Quando cadet Colyseus / Cadet et Roma; / Quando cadet Roma / Cadet et mundus”. Anche se sembra che il Colyseus di Beda fosse in realtà la colossale statua di Nerone, posta tra l’Anfiteatro flavio e il Tempio di Venere.

Si diffondono anche i Vangeli, che portano la buona novella della pace, della giustizia, dell’amore: Vade, vende omnia quae habes, da pauperibus et habebis thesaurum in caelis (Matteo, 19, 21). La loro lettura è assai agevole, semplice e lineare perché i destinatari sono tutte le popolazioni del mondo antico! Scritti in greco, poi in siriaco, in arabo, ed anche in latino, grazie alla Vulgata di san Gerolamo, forse come lingua franca per tutte le popolazioni dell’Impero!

E perché, poi, non andare a quei testi di un “primitivo” volgare, laddove è possibile cogliere quelle trasformazioni che pian piano hanno condotto da un latino certamente non classico e parlato da tutti a quella lingua che poi Dante ha nobilitato nel De vulgari eloquentia? La scritta murale Falite dereto co lo palo Cervoncelle / Albertel trai / Fili de le pute traite. Si tratta della iscrizione della basilica di San Clemente in Roma.

E poi c’è il cosiddetto indovinello veronese (da un codice della Biblioteca Capitolare): Se pareba boves / alba pratalia araba / et albo versorio teneba / et negro semen seminaba,

E poi c’è la più nota Carta capuana. E’ databile al 960 e costituirebbe il primo documento di un volgare che ormai si avvia a diventare il nostro italiano. Ecco il testo, ripetuto più volte quanti sono i testimoni che rendono tale dichiarazione. E’ il notissimo Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti.

Ciò che abbiamo rappresentato sono delle pure e semplici spigolature alla ricerca di testi né “aulici” né “paludati”, che poi sono quelli che hanno sempre terrorizzato i poveri studenti e che, in un certo senso, fanno tremare le vene e i polsi! L’origine della nostra lingua, della nostra civiltà! Sono spunti di testi che – lo ribadiamo – se opportunamente contestualizzati, possono costituire numerosi motivi di “imparare facendo” e, oseremmo dire, anche “divertendosi”!

Solo in seconda battuta, a nostro avviso, dovremmo giungere a proposte più impegnative. Con l’autonomia le scuole potranno adottare percorsi curricolari e soluzioni didattiche diverse, pur nel rispetto degli standard indicati dal sistema nazionale di istruzione.

Per quello che riguarda il latino, il greco e la cultura classica, potrebbero effettuarsi due scelte. La prima potrebbe essere una scelta di base, comune a tutti gli alunni – crediamo ad un latino per tutti! – senza però ricadere nell’errore di quella indicazione dell’articolo 2, commi 3 e 4, della Legge 1859/62 con la quale, per contentare sia i conservatori del latino che gli abolizionisti, si misero in seria crisi insegnanti e alunni. Il testo recita testualmente: “Nella seconda classe l’insegnamento dell’italiano viene integrato da elementari conoscenze di latino, che consentano di dare all’alunno una prima idea delle affinità e differenze tra le due lingue. Come materia autonoma, l’insegnamento del latino ha inizio in terza classe: tale materia è facoltativa”. Le conseguenze furono che gli alunni non impararono più né il latino né l’italiano! Negli anni successivi si corse ai ripari e i due commi vennero abrogati.

Al termine di tutte queste argomentazioni, viene sempre da chiedersi: ma insomma questo latino bisogna studiarlo o no? Ma è vero che è una lingua pressocché matematica, soggetto, predicato, complemento; Proposizione principale e poi proposizioni subordinate e coordinate… potremmo dire una disciplina dello scrivere? Se non addirittura una disciplina che insegna a pensare? In modo ordinato e convincente, in primo luogo per chi scrive… Mah! Gli interrogativi sono tanti. Comunque, se andate sul web, si legge che “lo studio della grammatica latina aumenta la fluidità del proprio italiano ed allarga gli orizzonti linguistici”. Io non lo so, comunque, mi dicono che non scrivo male! Forse perché ho studiato il latino? E l’ho anche insegnato!

Ma insomma, è proprio necessario? Ricordo che un amico di facebook tempo fa mi ha scritto: “lo studio del latino è stato necessario! Un tempo! Quando era una lingua franca! In tutta Europa. Ma oggi la lingua franca è l’inglese. In tutto il mondo! Per cui…, Non so! Possiamo anche ricordare che lo scrivere in lingua latina nel mondo dell’antica Roma in genere era compito degli scribi, che scrivevano sotto dettatura, perché la padronanza linguistica scritta non era considerata un valore per tutti, quale è invece oggi. La lingua latina, comunque, era regolata da una perfetta grammatica (fonologia, morfologia e sintassi). In effetti, il linguaggio parlato e scritto, ovviamente non quello colloquiale del volgo, ma quello della politica, delle leggi, dell’amministrazione della giustizia, della diaristica e della poesia, era regolato da regole precise, che Quintiliano (35-96 d. C.) ci elenca nelle sue Institutiones oratoriae.

Secondo l’illustre grammatico, la produzione linguistica – ovviamente quella finalizzata e colta, dell’oratore in primo luogo si sviluppa lungo i seguenti gradini: inventio, dispositio, memoria, elocutio, actio. Chissà se i nostri tanti politici ciarlatani di oggi ne sanno qualcosa! Non credo! Comunque, ecco la crescete veemenza di un Cicerone che in Senato mette in guardia dal “pericolo catilinario”: – “Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Quam diu etiam furor iste tuus nos eludet? Quem ad finem sese effrenata iactabitaudacia? Nihilne te nocturnum praesidium Palati, nihil urbis vigiliae, nihil timor populi, nihil concursus bonorum omnium, nihil hic munitissimus habendi senatus locus, nihil horum ora voltusque moverunt? Patere tua consilia non sentis, constrictam iam horum omnium scientia teneri coniurationem tuam non vides? Quid proxima, quid superiore nocte egeris, ubi fueris, quos convocaveris, quid consilii ceperis, quem nostrum ignorare arbitraris? O tempora, o mores”.

E’ un modello di efficacia oratoria, ma… c’è un altro modello, quello di Giulio Cesare, che con la lingua scritta deve raggiungere e convincere il senato e i suoi concittadini della necessità della sua spedizione in Gallia! E ciò a dimostrazione che le sue imprese militari oltre le Alpi non sono uno spreco di danaro pubblico a suo esclusivo vantaggio, ma una assoluta necessità: quella di difendere e rafforzare i confini a nord di Roma e della penisola che la stessa Roma da anni controlla. Giova ricordare che al centro della pianura padana era stato fondato intorno al 590 a. C. un centro abitato, nei pressi di un santuario, forse con il nome di Medhelan (oggi Milano) da una tribù celtica appartenente alla cosiddetta “cultura di Golasecca”, che faceva parte del gruppo degli Insubri. Poi, nel 222, dopo una lunga lotta e un aspro assedio, Medhelan fu conquistata dai Romani, ormai proiettati da tempo oltre Roma e il Lazio. E’ opportuno ricordare che i Romani anni prima già si erano misurati con altri nemici al Sud della penisola: si tratta della “prima guerra punica” che ebbe una lunga durata: dal 264 al 241 a. C.

Insomma i Galli sono al nord quelli che al sud sono i Punici. Pertanto Cesare deve assolutamente convincere il “Senato e il Popolo Romano” della necessità della sua spedizione contro i Galli. Di qui nasce quel Bellum Gallicum che nelle nostre scuole costituisce ancora gioia e dolore di tanti nostri studenti. Ed ecco l’incipit famoso. Almeno per me! Nei miei anni di scuola lo imparavamo a memoria ed ancora lo ricordo (anche se, ovviamente, controllo il testo sul web): “Gallia est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur. Hi omnes lingua, institutis, legibus inter se differunt. Gallos ab Aquitanis Garumna flumen, a Belgis Matrona et Sequana dividit. Horum omnium fortissimi sunt Belgae, propterea quod a cultu atque humanitate provinciae longissime absunt, minimeque ad eos mercatores saepe commeant atque ea quae ad effeminandos animos pertinent important, proximique sunt Germanis, qui trans Rhenum incolunt, quibuscum continenter bellum gerunt”.

E via di questo passo! E Cesare dimostra di essere, oltre che un gran generale, anche un valente scrittore. In effetti, nel giro di pochi anni, dal 58 al 50 a. C., conquista vaste regioni europee, quelle che oggi costituiscono parte della Francia, della Svizzera, del Belgio, dei Pesi Bassi, della Germania. Ma delle sue azioni annota tutto, detta tutto! Lo immagino sotto la tenda la sera a dettare! Perché le sue ambizioni sono alte! Con le sue guerre deve conquistare Roma! E ci riesce! Anche se con un bellum civile! In seguito pagherà con la vita, perché il suo potere e il consenso del popolo a molti facevano paura! Ma Il suo scettro viene comunque ereditato da Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, suo figlio adottivo.

E con Augusto nasce l’Impero; e con esso nasce tutta un’altra storia!

I have a dream

I HAVE A DREAM

di Maria Grazia Carnazzola

1. Per cominciare

Il 25 settembre milleduecentosessantaquattro, sul far del giorno, il Duca d’Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare “un momentino” la situazione storica. La trovò poco chiara.

Se facessimo come il Duca d’Auge e ci soffermassimo “un momentino” a considerare la situazione della Scuola oggi, la troveremmo decisamente poco chiara, anzi decisamente confusa e caotica. La rapidità con la quale mutano gli scenari sanitari, sociali, economici, culturali determinano i livelli di complessità moltiplicandola. Sono complesse le esperienze di lavoro, ma forse ancora di più quelle di non lavoro; sono complesse le relazioni interpersonali, ma forse ancora di più la loro mancanza o limitazione ; sono complessi i processi di acquisizione delle conoscenze – perché gli ambiti dei saperi si allargano, si sovrappongono, si contraddicono e a volte si svuotano- ma lo sono ancora di più i vuoti di saperi e di paradigmi su cui fondare una conoscenza personale, strutturata, che permetta di modificare il proprio sapere e saper fare. E’ questa moltiplicazione di complessità che occorre comprendere per riuscire a decifrare i diversi fenomeni che la compongono, individuando idonei strumenti di lettura, di analisi, di valutazione senza i quali si continuerà a stare a guardare e a prendere atto, subendola, della confusione del tutto. Dal torrione del castello il Duca osserva i resti del passato che si presentano alla rinfusa: gli Unni che cucinano carne alla tartara, i Gaulois che fumano gitane, i Romani che disegnano greche, i Normanni che bevono calvados…Guarda, non capisce e si chiede “Non si troverà mai una via d’uscita?”. Per non trovarsi nella condizione del Duca d’Auge, e non restare a guardare senza capire, occorre trovare una prospettiva d’insieme che consenta di focalizzare i nessi, gli intrecci, le interconnessioni della situazione. Per la scuola, si tratta di tenere insieme istruzione in presenza o a distanza, esiti in uscita, modalità di valutazione, saperi fondanti e accessori, contenuti e processi, cambi di prospettiva.

2. Lo stato dell’arte.

La pandemia ha precipitato la scuola, e chi la frequenta direttamente o indirettamente, in una situazione di precarietà legata da una parte alla frammentarietà dei percorsi, conseguente all’alternarsi di attività in presenza e a distanza, dall’altra alla perdurante incertezza circa le modalità e i tempi del ritorno alla “normalità”. L’utilizzo massiccio delle tecnologie dell’informazione per la didattica, e per l’istruzione a distanza in particolare, è riconducibile più a fatti contingenti, legati alla diffusione del coronavirus e al radicale cambiamento del modello di vita, che a una scelta pedagogica ponderata dell’effettiva utilità e del miglioramento degli esiti dei percorsi di apprendimento. Le tecnologie modificano il setting dell’insegnamento/apprendimento che continua, però, ad essere un setting educativo/ istruzionale anche a distanza, se si rispettano la normativa vigente e il quadro antropologico culturale attuale. Si impone una seria riflessione a tutti i livelli per comprendere se, in quale misura e in quali gradi scolastici l’insegnamento a distanza potrà surrogare o integrare la didattica in presenza, ricordando che i cambiamenti non li fanno i provvedimenti legislativi ma le scuole che li praticano. L’addestramento è una cosa, la promozione della metacognizione è altra cosa. Nella società dell’informazione e della conoscenza, quale scuola, quale organizzazione del tempo, dello spazio, dei saperi, delle azioni didattiche? Quale valutazione per l’apprendimento, degli apprendimenti, dell’insegnamento, del servizio?

3. Il futuro della scuola: scenari condivisi, responsabilità individuali, forme flessibili

Provo a riassumere così il compito della scuola, intendendo con questo termine il fine etico dell’educazione: contribuire a formare persone, cittadini, capaci di comprendere la complessità del mondo in cui vivono e di preservare la propria possibilità di libere scelte di vita, utilizzando la conoscenza in modo consapevole e finalizzato. Sappiamo che le conoscenze non si acquisiscono solo a scuola, ma sappiamo che questa può

essere un ambiente particolarmente favorevole, per la presenza di un gruppo di pari e di un adulto mediatore che aiutano a comprendere il significato di quello che si sta facendo, per un apprendimento veramente riflessivo che metta in evidenza sia l’apprendere sia il conoscere.

A volte i due termini vengono utilizzati come sinonimi, ma si riferiscono a oggetti diversi. L’imparare, l’apprendimento, è un fatto proprio dell’individuo, influenzato dai pensieri, azioni, emozioni che gli sono peculiari. Il conoscere, la conoscenza, è un fatto pubblico, perciò condiviso, attiene alla cultura. L’insegnante, con la sua azione che sta a metà tra arte- o mestiere-e scienza, struttura ambienti, individua il percorso in cui impegnare gli allievi e sceglie le strategie didattiche più adatte perché ciascuno costruisca la propria conoscenza, attingendo ai saperi della cultura di appartenenza veicolati attraverso le discipline. Che si scelga di farlo con lezioni in presenza o a distanza, utilizzando le tecnologie nuove o tradizionali, l’importante che sia chiara a chi insegna la differenza tra apprendimento meccanico/ significativo – da un lato- e tra apprendimento ricettivo/per scoperta guidata/per scoperta autonoma dall’altro – secondo la distinzione che ne ha fatto D. Ausubel- per non essere condizionato dalle metodologie e dagli strumenti disponibili piuttosto che dai risultati da raggiungere. E’ mia profonda convinzione che la differenza la fanno gli insegnanti, la fa la competenza didattica degli insegnanti che, forti di una solida formazione disciplinare, metodologica e psicopedagogica, affrontano le richieste della società con la consapevolezza di ciò che c’è e di ciò che manca, di ciò che deve essere mantenuto e di quello che è necessario cambiare, ricercando significati nuovi e diversi del proprio fare scuola, anche quando si cerca la soluzione tecnica di problemi contingenti, attraverso percorsi che escludano il vagare tra le mode e pongano in evidenza la riflessione condivisa sui temi fondamentali dell’insegnare/apprendere. Facendo memoria di quello che siamo e ipotesi su come potremmo essere, partendo dalle attività e azioni praticate, supportate dagli opportuni riferimenti e approfondimenti teorici come già indicava Dewey, la formazione dovrebbe diventare strutturale e continua, perché continui sono i cambiamenti del contesto sociale a cui la scuola deve rispondere: è un compito etico. Naturalmente bisogna che ciascuno colga la necessità e l’urgenza del cambiamento e si attivi di conseguenza. In presenza o a distanza, il centro dell’azione didattica rimane l’apprendimento che si fonda sui processi cognitivi/ operazioni mentali che vengono sollecitati, monitorati, valutati, per ciascuno studente, nei setting progettati e costruiti dai docenti. Mettere a fuoco l’incidenza che le diverse modalità di fare scuola hanno sull’attenzione, la percezione, la memoria, il linguaggio…sul grado di astrazione che permettono o richiedono, sulla ricaduta che hanno sul pensiero riflessivo e critico, sono alcuni degli aspetti che andrebbero considerati, anche per utilizzare al meglio i materiali che le piattaforme mettono a disposizione. In questo le neuroscienze possono essere di grande aiuto: quello che impariamo dipende dai cambiamenti dei circuiti cerebrali, legati alla diversa plasticità nei diversi periodi, e ai quattro pilastri a cui si è accennato più sopra: prestare attenzione, impegnarsi, affrontare la prova e consolidare quanto appreso. Mettere in moto queste quattro funzioni, insieme alla predisposizione sociale e al linguaggio, significa per un insegnante poter incidere sulla velocità e sull’efficienza dell’apprendimento del gruppo. Le tecnologie possono offrire risorse aggiuntive o essere di ostacolo; in ogni caso incidono sul modo di procedere.

4. Pensare il già pensato e il non ancora pensato per una continuità discontinua.

Si è davvero liberi di scegliere come insegnare quando si conosce l’intero repertorio delle strategie disponibili e il loro possibile impatto. Qualunque sia la scelta che facciamo, i quattro pilastri dell’apprendimento, per dirla con S. Dehaene, sono sempre gli stessi: l’attenzione, il coinvolgimento attivo, il riscontro dell’errore e il

consolidamento. Vale per l’insegnamento in presenza così come per l’insegnamento a distanza perché, come è già stato detto, e come le neuroscienze confermano, l’apprendimento è una dimensione personale, soggettiva. Insegnare significa prestare attenzione ai comportamenti degli allievi, scegliere i percorsi, gli argomenti, gli esempi, le parole più adatte perché le conoscenze di ciascuno si trasformino in sapere scientifico-disciplinare. Fissare obiettivi chiari per l’apprendimento è un passaggio importante: chi impara deve avere chiaro lo scopo dello sforzo che gli è richiesto, che cosa ci si aspetta da lui al termine di una lezione, di un percorso curricolare, perché l’obiettivo può orientare e facilitare il compito. Altrimenti di che cosa parliamo quando ipotizziamo l’autovalutazione da parte degli studenti? Sottolineando qui che facilitare l’apprendimento non significa rendere le cose più facili. In questo modo si veicola, piuttosto, la convinzione che quando non si riesce è perchè non si hanno le capacità: far sentire tutti” in grado di” è uno dei presupposti dell’azione didattica. Facilitare significa strutturare ambienti di apprendimento ricchi, seri, che sappiano catturare l’attenzione, rimuovendo nel contempo le possibili fonti di distrazione che aumentano il cosiddetto carico cognitivo estraneo. Entrano in gioco le teorie della mente sia di chi apprende, sia di chi insegna, gli aspetti metacognitivi dell’apprendimento e la consapevolezza che “qualsiasi relazione educativa sana deve essere fondata sull’attenzione, il rispetto e la fiducia in entrambe le direzioni” (S.Dehaene, Imparare, pag.213).

5. Innovazione/cambiamento/stabilità.

Istituzionalmente la scuola si trova a fronteggiare due esigenze contrapposte: rispondere alle richieste di cambiamento e di innovazione (entrambi i termini sono spesso usati usati impropriamente come sinonimi di miglioramento) da una parte, dall’altra a preservare la stabilità necessaria a garantire l’erogazione di un servizio efficiente nella gestione delle procedure ed efficace nel raggiungimento degli esiti, cercando di governare l’instabilità e le turbolenze che l’incertezza determina. Lo fa insegnando quello che appartiene al passato, con qualche incursione nel presente, in attesa che diventi passato per poterlo insegnare.

Torno ora al titolo, alla speranza espressa da Martin Luther King con la metafora del sogno, ripetuta otto volte nel discorso davanti al Lincoln Memorial il 28 agosto 1968 quando diceva che i processi di cambiamento e di sviluppo, come la democrazia e il progresso, nascono da un sogno. Il sogno di una Scuola che insegni non a volere il migliore dei mondi possibili, ma un mondo migliore di quello in cui viviamo ora, rendendo progressivamente prossima la conoscenza da raggiungere, usando ogni disciplina per formare un pensiero capace di pensarsi oltre il tempo presente e in situazioni diverse, raffigurando scelte e responsabilità. Una Scuola dove si va per imparare qualcosa di “scientifico” che, partendo dal sapere del senso comune, permetta di comprendere l’interazione tra fenomeni sociali e naturali; dove attraverso l’uso di solide categorie interpretative (rigorosi approcci disciplinari), si contribuisca a riflettere sul modo di stare insieme e sui luoghi dove stare insieme. Dove si pensi alla costruzione di una comunità con un obiettivo comune che dia senso allo stare insieme. Una Scuola dove lo stare insieme è caratterizzato dalla collaborazione, a tutti i livelli, per comprendere la differenza tra sopportare e affrontare per superare; dove si impara che la parità dei diritti va ben oltre il genere e la razza: ha a che fare con l’umano.

BIBLIOGRAFIA

Queneau R., I fiori Blu, Einaudi
Dehaene S., Imparare, Raffaello Cortina Editore, Milano 2019; Watzlawick, Guardarsi dentro rende ciechi, TEA Pratica Ed.,Milano 2018; Gardner H., Cinque chiavi per il futuro, Feltrinelli, Milano 2006;
Ausubel D., Educazione e processi cognitivi, Franco Angeli, Milano 1991; Bandura A., Self-efficacy: the exercise of control,Freeman, N.Y. 1997;

Natura non facit saltus

Natura non facit saltus
Un altro anno difficile

di Stefano Stefanel

               In questi ultimi giorni sono uscite le Ordinanze n° 52 e 53 (3 marzo 2021) sugli esami di stato conclusivi dei due cicli dell’istruzione e il Decreto legge n° 41 (22 marzo 2021), che contiene il comma 6 dell’articolo 31 che introduce una novità di portata molto ampia: “Al fine di supportare le istituzioni scolastiche nella gestione della situazione emergenziale e nello sviluppo di attività volte a potenziare l’offerta formativa extracurricolare, il recupero delle competenze di base, il consolidamento delle discipline, la promozione di attività per il recupero della  socialità,  della  proattività, della vita di gruppo delle studentesse e  degli  studenti  anche  nel periodo che intercorre tra la fine delle lezioni dell’anno scolastico 2020/2021 e l’inizio di quelle  dell’anno  scolastico  2021/2022, il Fondo per l’arricchimento e l’ampliamento  dell’offerta  formativa e per gli interventi perequativi, di cui all’articolo 1 della legge 18 dicembre 1997, n. 440, è incrementato di 150  milioni  di  euro  per l’anno 2021.

               Io credo che qualcuno debba avvertire il Ministro Bianchi che c’è una “mancanza”, perché questi documenti “saltano” dalla fine di marzo alla fine di giugno, quasi che i mesi che ci attendono (aprile, maggio e giugno) siano mesi “indifferenti”. In questi giorni io, purtroppo, sento molto “rumore di sciabole” e questo mi mette molta paura, perché gli studenti vengono da due anni scolastici inimmaginabili e molti di loro vanno verso una bocciatura che aumenterà la dispersione scolastica e il disagio complessivo del sistema scolastico italiano, senza intervenire sul problema strutturale che questa pandemia ha scatenato. E’ vero che spendere 150 milioni di euro in sei mesi non è cosa da poco e quindi bisogna prendersi per tempo, ma l’impressione è che non ci sia preoccupazione per il numero di studenti che rimarranno indietro a causa di quanto accadrà nei prossimi tre mesi, dentro una didattica che ha aumentato, attraverso la distanza, il suo impatto formale e formalistico. Non comprendo perché questa corsa verso la dispersione non preoccupi e non preveda forme di supporto nei prossimi tre mesi per limitare quello che la pandemia ha minato nel processo di apprendimento dei nostri studenti.

               Inoltre il primo ciclo dell’istruzione è dentro uno stress test mai immaginato, non ipotetico, bensì proprio reale. E questo acuirà la dispersione soprattutto in quella scuola di frontiera che è ormai diventata la scuola secondaria di primo grado. Quindi quando arriveranno gli esami e quando partiranno le attività estive ci sarà comunque una scuola che si troverà a fronteggiare un’improvvisa dispersione. Io penso che ci si debba occupare e preoccupare oggi di quanto avverrà nei prossimi tre mesi e, di riflesso, di cosa avverrà dopo. Qualcuno può pensare che sia “naturale” che ci sia molta dispersione, visto che l’anno scorso tutti gli studenti sono stati promossi: ma la dispersione scolastica non è mai naturale e spesso è indotta da cattive pratiche didattiche e da disastrose pratiche valutative, che nella Didattica Digitale Integrata sono aumentate, non diminuite. Però, natura non facit saltus e dunque un passaggio da marzo a luglio senza tenere in debito conto cosa potrebbe avvenire in aprile, maggio e giugno è molto rischioso e non va sottovalutato.

               Parlare poi di tempo perso da recuperare, come a “qualcuno” è sfuggito, non rende giustizia alle scuole che non hanno mollato nemmeno un minuto, anche con strumenti come la Didattica digitale integrata, che avrebbero dovuto integrare e non sostituire. Il curricolo è stato appesantito da troppa didattica frontale e gli studenti non hanno potuto vivere la scuola come andava vissuta. Questo è avvenuto anche nel primo ciclo, martoriato da chiusure, quarantene, contagi e una situazione sempre mutevole e molto in bilico sul ghiaccio pronto a rompersi.


               Il decreto legge mette insieme cose piuttosto diverse tra loro, con una grande ambizione, perché vuole potenziare:

  • l’offerta formativa extracurricolare,
  • il recupero delle competenze di base,
  • il consolidamento delle discipline,
  • la promozione di attività per il recupero della socialità, della proattività, della vita di gruppo delle studentesse e degli studenti.

               L’elenco è corretto e centra i problemi principali della scuola italiana, ma quello che è necessario fare è impedire che gli studenti che dovranno recuperare siano troppi. Inoltre un simile programma per essere realizzato richiede due anni, non due mesi, certamente non un’estate sola e dunque forse è bene mettersi con calma a valutare tempi e burocrazia, perché la poesia e la fantasia non possono andare a schiantarsi sulle procedure che saranno messe a presidio di quei 150 milioni di euro. Ci sono delle potenzialità e delle criticità che è importante valutare separatamente. Partiamo dalle potenzialità:

  • è importante che la scuola mantenga la centralità sociale che questa pandemia le ha assegnato e che il suo ruolo venga riconosciuto ancora di più;
  • è necessario puntare sulla qualità dei progetti e non sulla quantità;
  • è importante far comprendere e conoscere alle famiglie le possibilità che la scuola fornisce anche al di fuori delle sue attività canoniche;
  • è necessario che la scuola sappia allearsi con gli enti locali e con i soggetti del terzo settore e dello sport per costruire progetti di senso;
  • tutte le opportunità date agli studenti per recuperare una corretta socialità, anche in estate, vanno colte.

               Proprio perché il progetto è importante vanno considerate oggi quelle che possono essere le criticità, alcune delle quali già si vedono nel testo del decreto: “Tali risorse sono assegnate e utilizzate sulla base di criteri stabiliti con decreto del Ministro dell’istruzione, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, anche al fine di ottimizzare l’impiego dei  finanziamenti di  cui  al  Programma operativo nazionale «Per la Scuola»  2014-2020, (…). Le istituzioni scolastiche ed educative statali provvedono entro il 31 dicembre 2021 alla realizzazione degli interventi o al completamento delle procedure di affidamento,degli  interventi,  anche  tramite  il coinvolgimento, secondo principi di trasparenza e nel rispetto  della normativa vigente, di enti del terzo settore e imprese sociali.

               Vediamole una per una:

  • “anche al fine di ottimizzare l’impiego dei finanziamenti di cui al  Programma operativo nazionale «Per la Scuola»  2014-2020”: se c’è qualcosa che non va ripetuta è la burocrazia dei PON. Questo è un punto non da poco, perché la burocrazia collegata ai Fondi PON sta strangolando le scuole, che si vedono costrette ancora oggi a sottostare a controlli su fondi spesi quattro-cinque anni fa per progetti già conclusi, dentro una burocrazia che non arretra neppure davanti all’evidente e conosciuta debolezza amministrativa di molte scuole;
  • “Le istituzioni scolastiche ed educative statali provvedono entro il  31 dicembre 2021 alla realizzazione degli interventi o al  completamento delle procedure di affidamento degli  interventi”: anche in questo caso il concetto di “procedura di affidamento” prevede la prospettiva di ulteriori complicazioni e che si possono abbattere sulle segreterie allo stremo già in estate;
  • tramite il coinvolgimento, secondo principi di trasparenza e nel rispetto  della normativa vigente, di enti del terzo settore e imprese sociali”: qui la domanda è semplice, “come?”. Se l’affidamento è tramite “procedure di affidamento” non può essere tramite “coinvolgimento”. O si procede per procedure o si procede per coinvolgimento: tertium non datur.  

               L’ultimo punto sopra esposto merita un approfondimento perché il “terzo settore” sta già occupando gli spazi estivi soprattutto per la fascia 6-14 anni con centri estivi e centri vacanze. Ora è evidente che una procedura aperta al mercato (come chiedono le Linee guide ANAC anti corruzione) potrebbe creare del turn over tra gli operatori, che porterà a contenziosi a livello locale, visto che gli “operatori storici” si attendono continuità dopo un anno molto difficile anche per loro. Inoltre molti enti locali sono già partiti nell’organizzazione estiva e pertanto sarà difficile progettare attività alternative o integrare le attività degli enti locali con quelli delle scuole.

               Una bella idea e una giusta attenzione al sociale devono camminare con gambe molto ben piantate avendo cura di tener conto della dispersione scolastica in arrivo dentro i prossimi tre mesi che non sono di passaggio, delle procedure di gestione economica delle scuola diventare terribilmente complicate, del radicamento sul territorio del terzo settore.

               Restituire ai bambini e ai ragazzi i loro spazi sociali e garantire al tempo stesso un supporto al curricolo informale e non-formale sono degli obiettivi di grande portata e di alto progetto educativo, che devono trovare la giusta collocazione nel difficile percorso della scuola verso l’uscita dall’emergenza.             Credo che uno spazio interessante per le scuole nell’utilizzo di questi fondi più che l’estate sia l’autunno, per poter aiutare una partenza “normale” del prossimo anno scolastico. I fondi aggiuntivi potranno aiutare a mitigare le difficoltà che ogni avvio di anno scolastico ci ha fatto finora conoscere