Platone, la politica, la scuola e noi

Platone, la politica, la scuola e noi
Riflessioni di un “lettore semplice”

di Carlo De Nitti [1]

L’ultima cosa che ho imparato consiste nell’avere necessariamente un’idea, chiamala pure ideale,
e a essa attenersi fermamente senza nessuna faziosità, ascoltando sempre le idee degli altri
diverse dalle proprie, sostenendo le proprie ragioni con fermezza, spiegandole e rispiegandole,
e magari perché no, cambiando la propria idea. Ricordati che, sconfitta o vittoriosa,
non c’è bandiera che non stinga al sole.

ANDREA CAMILLERI[2]

§ 1       ANTEPRIMA AUTOBIOGRAFICA …

Quello che segue è il risultato della rielaborazione di alcuni interventi che ho avuto l’onore ed il piacere di vedere sul blog paducompany.wordpress.com, fondato, diretto ed animato dall’amico e collega, prof. FRANCESCO LORUSSO – che ringrazio per la preziosa amicizia e disponibilità – di cui trascrivo la vision e la mission con caratteri tipografici volutamente diversi.

<<chi è la padù company?

Padù è una piccola pizzeria nel quartiere Picone di Bari, dove poco prima che scoppiasse l’epidemia, poi pandemia, alcuni ragazzi del liceo Cirillo hanno raccolto il mio invito, desideroso di non perdersi di “vista”, a “vedersi” così, senza alcun motivo preciso ma per il semplice piacere di stare insieme e chiedersi “come stai?”. E provare a rispondere oltre l’ovvietà, cercando risposte vere che forse corrisponderebbero a quelle di tanti adolescenti se liberi dal “si deve” e da mode e atteggiamenti giovanili in cui cercare conferme di una propria identità tra pari.

Dopo l’ultimo dei due incontri in cui piacevolmente, ruota libera, ci si è raccontati pensando anche “che fare?”, scrivevo al gruppo whatsapp che si era creato: “Ho pensato alla bella e intensa serata trascorsa insieme e alla ricchezza di contenuti che ciascuno di voi ha apportato pur nella diversità di esperienze e personalità. Provo a fare sintesi per ciascuno di noi:

· vogliamo essere un gruppo di “confronto e comunicazione di esperienze”
· quale il senso? Puntiamo su una comunicazione AUTENTICA (Oltre le apparenze) …
Più su ciò che realmente siamo (ESSERE) che sulla superficialità (APPARIRE) …sfida ambiziosa… ne vale la pena

· costruire un blog oppure un qualsiasi strumento tecnologico di comunicazione?
· temi da trattare (ci pensiamo anche in base alle competenze che abbiamo e che possiamo recuperare). Cultura: Cinema e video, musica, nuove tecnologie, sport, comics ecc… Esperienze: solidarietà, volontariato, affettività … … …”

Era il 23 febbraio e dopo pochi giorni scattavano le misure che gradualmente avrebbero modificato il nostro modo di vivere.

Abbiamo continuato a vederci, ciascuno da casa sua, su Zoom, dandoci dei “compiti”, per così dire, convinti che il desiderio di proporre “qualcosa”, proprio in un momento particolarmente difficile, sia importante e utile per molti ragazzi da raggiungere attraverso diversi social, ambiziosamente per “dirsi qualcosa” un po’ importante.

FRANCO LORUSSO>>

Il 23 febbraio 2020, io non c’ero ma mi sono fatto coinvolgere subito e, se è consentito dirlo, con entusiasmo dall’invito dell’amico FRANCO e dal suo “manifesto”, che ho riportato ex professo con caratteri diversi, in questa “avventura intellettuale”.

Nelle righe che seguono, ho riversato molto della mia autobiografia, intellettuale e non, di operatore della scuola sessantenne che ha vissuto in prima persona gli accadimenti degli ultimi quaranta anni della scuola italiana e de relato di altri quindici, provenendo da una famiglia di “scolastici”.

§ 2       Una paideia per il XXI secolo

<… guardare oltre le apparenze per cogliere l’aspetto autentico di quanto ci circonda scoprendo l’essenza delle cose>

E’ un programma tanto intenso quanto affascinante quello che si è dato “la compagnia del Padù”, dai forti connotati valoriali, per esercitare al meglio il “mestiere di uomo” – la ben nota definizione aristotelica di “etica” – ma anche di cittadino, di persona. Non è un programma meramente teoretico, che tenda alla definizione di un “noumeno” per forza di cose inconoscibile (secondo la ben nota lezione kantiana), ma è un dovere morale.

E’ il compito che ci si deve porre per educare/educarsi a superare le apparenze equivoche e gli affollati luoghi comuni, spesso ammantati di un buonsenso intriso di becero senso comune.

Guardare oltre le apparenze è il senso di ogni azione educativa che voglia insegnare a pensare, insegnare ad essere autonomi nel pensiero che innerva la vita quotidiana di ognuno a qualunque età. E’ la missione che si prefiggeva il cittadino ateniese Socrate, così efficace da rendersi inviso ai potenti da essere condannato a morte con accuse tanto artificiose quanto infamanti. E’ la missione di ogni persona che voglia vivere consapevolmente nel proprio tempo e nello spazio umano che la circonda (tutto il mondo nell’epoca della globalizzazione).

Andare oltre le apparenze è cercare l’autentico nelle relazioni umane con-vissute: in famiglia, nel lavoro, con gli amici, in ogni comunità elettiva in cui si scelga di vivere. Se non si cercasse l’autentico, ci si costringerebbe a vivere – come, sovente, purtroppo accade – in una dimensione esteriore, “tangenziale” dei rapporti umani. Mi viene da pensare al kierkegaardiano “don Giovanni”, condannato a relazioni ripetitive nella loro inautenticità.

La prospettiva di senso da implementare è, invece, quella di una humanitas sempre più completa che veda ogni persona svilupparsi integralmente in tutti i “ruoli” che incarna nella vita (studente, adolescente, adult*, amic*, lavoratore/trice, marito/moglie, fratello/sorella, nonn* etc.).

E’ la via regia per la costruzione di una comunità umana fondata sulla responsabilità che è originaria di ogni persona, in quanto essere in relazione con l’Altro da sé[3].

E’ la paideia del XXI secolo

§ 3       Piacere della scrittura tra auto-formazione e catarsi

Se i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo, come sosteneva LUDWIG WITTGENSTEIN (1889 – 1951), a me pare che la scrittura sia quel processo che consente ad ognun* di esperire i limiti di quel mondo, in cui l’io esiste con l’altro da sé, cercando sempre nuove parole e nuovi significati per interagire. Attraverso la scrittura ognun* costruisce/ri-costruisce se stesso ed il mondo in un processo dialogico che non potrà mai dirsi concluso, che durerà tutta la vita, in una forma di auto-analisi narrativa, secondo la lezione di Duccio Demetrio[4]. A ben pensarci, scrivere è anche una forma di catarsi nell’attraversamento di quell’originalissimo “romanzo di formazione” che è la vita dell’uomo. Ognun*, nel suo “universale singolare” – prendendo a prestito la definizione di uomo di JEAN-PAUL SARTRE (1905 – 1980) – si co-costruisce insieme con l’altro, incontrandolo e dialogando, in una relazione continua che non può non essere sostenuta/normata da un’etica che coniughi la responsabilità e la solidarietà. La responsabilità, declinandosi soprattutto come cura del “fragile”, per dirla con PAUL RICOEUR (1913 – 2005) non può che assumere i connotati della solidarietà.

La scrittura -, per chi la pratica ma anche per chi ne fruisce sotto forma di lettura/ascolto – si configura come un processo verso l’auto-coscienza, un render-si conto in primis di tutto quanto lo attraversa, da cui trarre anche un ineguagliabile piacere spirituale, non certo meramente autoreferenziale (se non addirittura onanistico). Esso mette in un unico circolo – ermeneutico, come lo chiamava HANS GEORGE GADAMER (1900 – 2002)? – testo, lettore ed autore: le idee, i pensieri, le parole, le vite …

Questo piacere ha un versante didattico/educativo: insegnare a scrivere – insegnare la passione per la scrittura – a tutte le età, è un compito esaltante come quant’altri mai; è l’enzima che catalizza la reazione chimica, ma anche uno dei possibili “sensi” di una delle due professioni più belle del mondo.

§ 4       Educare: interrogarsi sul senso della propria esistenza … persona in relazione

1. Ogni azione educativa che voglia essere legittimamente fondata non sulla sabbia dell’autoreferenziale, ma sulla roccia del socialmente riconoscibile ed efficace non può che partire dall’empiria, da situazioni problematiche che vuole studiare per affrontarle e risolverle. Essa deve essere e non può non essere – come spesso mi piace ripetere con le parole di GAETANO SANTOMAURO (1923 – 1973)[5] – ‘in situazione’, ovvero un’azione che, forte dei suoi principi fondanti, vuole interagire con il mondo per rinnovarlo, rinnovandosi.

2. La cifra dell’educare all’umano non può non caratterizzare una società che si configura, suo malgrado, come sempre più abbisognevole di tempi e di luoghi educativi per tutte le età della vita nella prospettiva lifelong, per la rapidità delle trasformazioni sociali e culturali che rendono sempre più precario l’equilibrio della persona. Il soggetto umano deve essere costantemente sollecitato ad interrogarsi sul senso del proprio esistere e del proprio essere, per essere sempre ‘protagonista’ della propria vita.

3. E’ questa la dimensione ‘protagorea’ della pedagogia che la rende scienza al servizio dell’uomo per realizzare lo spazio dell’educativo nella società globalizzata del XXI secolo: personalmente credo che esista un modello ‘protagoreo’ della pedagogia, al pari di quello della filosofia, come teorizzato da GIUSEPPE SEMERARI (1922 – 1996), il quale lo contrappone ad un modello “parmenideo”.

Il modello protagoreo della pedagogia è, a mio parere, invenibile in quello spazio teoretico che individua nellacrescita della persona umana il punto di imputazione e di abbrivo di ogni azione educativa che ha non può non avere il suo “equilibrio” tra un’ontologia relazionale e l’ansia del trascendente (nel senso etimologico della parola): tale condizione legittima e sostiene la ‘pedagogia in situazione’ che è ermeneutica allorchè sollecita a trovare i principi categoriali con i quali ‘comprendere’ le situazioni.

4. Solo un rinnovato impegno educativo, teoreticamente e paticamente (come ci ha insegnato ALDO MASULLO (1923 – 2020) a partire dagli anni ’80 del secolo scorso) fondato – ma anche normativamente sostenuto – che parta dalle situazioni critiche della fenomenologia dell’umano può sviluppare responsabilmente processi intimamente efficaci e relazioni prima che realizzare prodotti esteriormente efficienti buoni per operazioni di marketing di facciata.

L’effettiva relazionalità di ogni essere umano è, e deve essere, sostanziata di un’originaria responsabilità / libertà per … che lo contraddistingue, come scriveva, molti decenni or sono, GIUSEPPE SEMERARI: “noi non siamo responsabili perché siamo socialmente impegnati, ma ci impegniamo socialmente perché siamo originariamente responsabili”[6].

5. A chi scrive piace sempre pensare che gli insegnanti, tutti gli educatori ‘protagorei’ (e sono tant*) siano dei viaggiatori che non hanno una meta fissata aprioristicamente e neppure la garanzia del successo. Il loro spazio vitale di azione è nella relazione umana em-patica che si instaura in una determinata situazione – non certo occasionalistica. Ecco perché la loro opera non può essere ridotta alla mera trasmissione di un sapere preconfezionato, una “valigia di conoscenze” che non incida sulle competenze di vita, la cosiddetta “cassetta degli attrezzi”: sarebbe un lavoro pleonastico, una sorta di fatica di Sisifo …

§ 5       Educar-Ci al tempo del COVID-19: brevi spunti di riflessione

La pandemia in corso ormai da molti mesi ha sicuramente mutato alla radice le forme della relazione educativa, ma, augurabilmente, non anche l’essenza stessa del processo.

Essa ha modificato la forma nel momento in cui sancisce le regole di distanziamento, di allontanamento tra i soggetti protagonisti di un processo che è in primo luogo un incontro (parola chiave dell’educazione al tempo di Papa Francesco): di vite, di storie, di idee, di speranze, di persone …[7]

Non ci si riferisce soltanto al processo di insegnamento/apprendimento che conduce bambini/ragazzi/giovani ad impadronirsi di un certo patrimonio culturale trasmesso loro dalla società in cui vivono per mezzo dei docenti (delle scuole di ogni ordine e grado). La pandemia ha modificato la forma della relazione educativa nella misura in cui coerce educatori ed educandi a non incontrarsi se non mediante le tecnologie informatiche sempre più copiosamente rese disponibili a Tutt*.

Questo tipo di incontri necessita di un supplemento di “intelligenza emotiva” (DANIEL GOLEMAN) per tutti gli educatori affinchè la relazione educativa tra adulto e giovane/adolescente/bambin* non sia snaturata nei suoi connotati costitutivi.

Anche in questo tempo di pandemia non è il possesso /dominio assoluto delle tecnologie che fa/farà il buon/migliore docente: ma ancora una volta farà premio la capacità di coltivare ed offrire la propria humanitas nell’incontro con l’altro da sé: discenti, genitori, comunità professionale. Saranno costoro ad avere le maggiori chances di essere più efficacemente empatici. Senza timore alcuno: “[…] gli errori sono lì per essere vissuti”[8].

La distanza richiede proattività a tutti i soggetti del processo di insegnamento/apprendimento che – è bene non dimenticarlo mai – è un processo educativo in cui non è in gioco soltanto il sapere o il saper fare ma anche il saper essere. Dimensione quest’ultima accresciuta con l’inserimento nel curricolo di tutte le scuole di ogni ordine e grado dall’esperienza, in procinto di partire in quest’anno scolastico, dell’educazione civica (L. 92/2019). Lavorare nella scuola da professionisti “riflessivi” (DONALD SCHON)[9] è indispensabile.

Ma questo è un altro discorso …

§ 6       Dal “potere della cultura” all’”(in)cultura del potere”. Platone, la politica e noi

Il filosofare è sempre un con-filosofare, un filosofare insieme agli altri – studenti, amici, colleghi, sodali, concittadini – nel dia-logo, nel con-fronto, cercando insieme la certezza e possibilmente una verità, secondo il metodo socratico, che nessuno possiede in maniera assoluta. Gli unici valori che non possono mai venire meno sono la vita e la libertà: senza di essi non è possibile praticarne alcun altro.

A questo sono stato stimolato a riflettere dal dono ricevuto da mio figlio, giovane matematico, in occasione del mio sessantesimo compleanno, di un volume laterziano di ENRICO BERTI del 2010, Sumfilosophein: l’Accademia di Platone è il primo modello di con-filosofare della civiltà occidentale.

Non sono un esperto di filosofia platonica (e nemmeno greca in generale), ma mi sono immerso nel volume – che mi appresto a leggere con vero piacere – perché, si sa, “certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”, anzi, un grande “amore necessario” può tollerare “amori contingenti” – come ci ha insegnato una grande coppia di filosofi, come JEAN PAUL SARTRE (1905 – 1980) e SIMONE DE BEAUVOIR (1908 – 1986) … Quelli nati durante l’adolescenza poi sono un fenomeno carsico: indimenticabili perché accompagnano per tutta la vita in modo sotterraneo.

Scorrendo l’indice del volume, di particolare interesse ed attualità, mi appare – osservando ab extrinseco con mestizia, ormai da molti anni, le vicende politiche del nostro tempo – il rapporto tra gli Accademici, a cominciare, ovviamente, da Platone stesso, e la politica del tempo da loro vissuto.

Mi vado progressivamente convincendo che, probabilmente, la teoria platonica dello Stato ideale governato dai “filosofi”, ovvero da “quelli che hanno studiato seriamente” – come traduco io la parola in modo tanto filologicamente grossolano quanto concettualmente pregnante – consente di avere governanti all’altezza delle situazioni problematiche che la storia si incarica di far vivere agli uomini di ogni generazione.

Non è un’idea elitistica della politica la mia, anzi… E’ un problema di selezione delle classi dirigenti: essa non può (e deve) che essere meritocratica, attraverso formazioni politiche: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”[10].

Studiare non significa soltanto avere un cursus honorum negli studi formalizzati dal conseguimento di un titolo di studio “alto” … I partiti “ideologici” erano anche uno strumento di selezione della classe dirigente: dalla Costituente in poi. Un metodo di selezione che consentiva a tanti cittadini di modesta condizione socio-culturale di accedere anche ad incarichi importantissimi; penso ai casi più famosi a Giulio Pastore, a Giuseppe Di Vittorio, ad Oreste Lizzadri, a Bruno Buozzi … ma anche a tanti altri meno noti.

Con la loro scomparsa – nella società “postmoderna” (JEAN-FRANCOIS LYOTARD), prima, e “liquida” (ZYGMUT BAUMANN), poi – l’accesso alle cariche pubbliche è stato di fatto precluso a chi non avesse mezzi di fortuna per affermarsi nell’agone politico o, più di recente, a chi non fosse stato catapultato, spesso inopinatamente e senza meriti, a cariche di assoluto rilievo politico ed istituzionale.  

Penso all’attuale situazione mondiale determinata dalla pandemia ed alle “castronerie” asserite da leader politici – italiani, europei, mondiali – che mi paiono “voci dal sen fuggite”, affermazioni da “flaneurs”, sovente culturalmente inadeguati al ruolo ricoperto, ancorché liberamente, democraticamente e, quindi, legittimamente eletti.

Ripensando a Platone ed all’Accademia, mi par di ritornare all’a.s. 1975/76, durante i cosiddetti “anni di piombo”, quando la mia bravissima professoressa di filosofia “precaria” (all’epoca il termine non esisteva) introduceva un gruppo di adolescenti – e me tra loro – al primo problema filosofico che impegna Platone dopo l’uccisione di Socrate, quello dello “Stato giusto”. Un argomento di estrema attualità, allora come ora…-

Tanto l’Atene dei Trenta Tiranni in cui, nel 399 a. C., veniva condannato a morte Socrate – uomo giusto e rispettoso delle leggi della polis, anche dopo essere stato condannato (Fedone) – quanto l’Italia / l’Europa / il Mondo del XXI secolo che appare incapace di difendere i popoli da un virus tanto invisibile quanto invasivo e devastante: chi è in grado allora di reggere lo Stato, affinché possa essere perseguito il bene comune di tutti i cittadini?

§ 7       Classi dirigenti senza cultura. In che cosa dovrebbe consistere il bene comune?

In che cosa dovrebbe consistere il bene comune? Dovrebbe essere il risultato di quell’originario “contratto sociale” di rousseauiana memoria su cui è fondata la convivenza umana nelle comunità che si sono fatte società e Stato.

Può esistere un bene comune in società in cui coesistono condizioni umane radicalmente diverse tra loro? In società in cui vivono il “povero” ed il “ricco”, l’”occupato” ed il “disoccupato”, il “precario” ed il “garantito”, il “tassato” e l’”evasore”, l’”autoctono” e lo “straniero”? Non è il bene conseguito da una parte a danno e contro l’altra? Ancorché tutti siamo consapevoli di vivere in una società liquida (Baumann) e che le “classi” tradizionalmente intese pare non esistano più, le divisioni, spesso laceranti, nel corpo sociale esistono.

La percezione sempre più palese e che esistano con diversa semantica e che il dominio e la subordinazione siano i tratti distintivi anche del tempo in cui ci tocca di vivere.

C’è bisogno quindi – ancora e sempre – di politica (parola che, non a caso, deriva dalla parola greca polis che pervade il nostro tempo e le società del XXI secolo come spazio di mediazione efficace e, conseguentemente, di politici che riescano a vedere oltre il mero utile elettorale quotidiano, con una visione prospettica del mondo. Per governare un Paese (non solo l’Italia) – e penso ad un momento particolarissimo come il presente, caratterizzato dall’emergenza sanitaria e non solo – è indispensabile pensare alle prossime generazioni e non alla prossima tornata elettorale.

Che i soggetti della politica si chiamino partiti o assumano qualsivoglia altro nome è irrilevante: in ogni caso, essi non possono proliferare solo all’interno dei Palazzi senza una precisa base sociale (che si traduce in base elettorale) e senza una precisa identità culturale come oggi tanti (tutti?) sono: meri comitati elettorali a favore di questo o quel leader (nazionale, regionale, locale) ovvero strumenti di esercizio del potere. Contro tale visione della politica, si scagliava quaranta anni fa et ultra un grande politico capace di superare schemi pre-fissati come ENRICO BERLINGUER (1922 – 1984).

C’è bisogno di politica, di uno spazio di discussione e di mediazione dialettica tra istanze diverse che superi ogni visione antinomica del mondo ed il finto scontro (più che altro una messinscena) tra non ben identificate élites dominanti ed un genericamente inteso popolo tanto caro al populismo di questo secolo. Non c’è in questo discorso alcuna forma di nostalgia di panpoliticismi di ogni sorta ma l’idea che la sovranità appartiene al popolo che la esercita attraverso i meccanismi costituzionali e tra questi anche associazioni liberamente formati dai cittadini che si candidano a governare la res publica.

La speranza è l’ultima a morire, si dice, ma personalmente, la vedo tendenzialmente “grigia”: il “pessimismo della ragione” discende dalla considerazione molto bassa del meccanismo di selezione delle classi dirigenti nell’attuale epoca storica, di cui discorrevo in precedenza. Esso è legato fondamentalmente a meccanismi che, da un lato, appaiono trasparenti, dall’altro, si rivelano criptici e dissimulatori: non credo occorra aver studiato MARSHALL MCLUHAN (1911 – 1980) o JEAN BAUDRILLARD (1929 – 2007) per smascherare l’”arcano” che nascondono i meccanismi della comunicazione politica e non.

Mi piace concludere queste brevi considerazioni con un pensiero di MATTEO FANTASIA (1916 – 1994)[11] consegnato ad una conferenza che è considerata un po’ come il suo testamento spirituale“Il fondamento della cultura è utile in ogni caso e rivela il suo benefico influsso in ogni campo dell’umana attività, specie in politica, anzi la cultura è elemento essenziale al buon esito dell’azione politica […] l’uomo colto deve occuparsi di politica e il politico non può disprezzare la cultura. La rottura, la separazione dei due aspetti e la negazione di entrambi è l’oscurantismo, l’involuzione, la non civiltà”[12].

Mi auguro che in questa separazione, vista la china scivolosa presa (non da ora, absit iniuria verbis), riusciamo a fermarci in tempo… i nostri figli/nipoti potrebbero non perdonarcelo.

§ 8       La cultura per il “bene comune” per una classe dirigente degna del nome

La profonda faglia creatasi tra politica e cultura non può non interrogare noi tutt*, ben memori dell’éngagement dell’intellettuale da Platone al Novecento. In particolare, non può non porre domande in primis alle persone che vivono la propria esperienza professionale in quell’istituzione preposta a generare consapevolmente il futuro di un Paese, quel “presente del futuro” che è figlio legittimo del “presente del presente” e del “presente del passato”, come avrebbe detto Agostino, individuale e sociale: la scuola.

Da uomo di scuola quale sono, interroga me – come in una sorta di hemingwayana “chiamata alle armi” (ma, forse, vista la fascia anagrafica, solo quale “riservista” …) – mi mette di fronte:

  • alla mia quarantennale storia di “lettore semplice”: per fare qualche esempio, del protagoreo “uomo misura”; della platonica apologia del suo maestro; dell’aristotelico “animale politico”, del cartesiano “dubbio metodico”; dello spinoziano Trattato teologico-politico; del kantiano “imperativo categorico”, dei marxiani Manoscritti del 1844; del freudiano “disagio della civiltà”; delle sartriane “mani sporche”; del gramsciano “principe”; della husserliana interpretazione della crisi; della milaniana Lettera;  del Vico paciano; della “malinconia” di Hume;
  • alla mia storia di semplice allievo di un grande Maestro, GIUSEPPE SEMERARI (1922 – 1996) che a questo e tanto altro mi ha guidato, insegnandomi – per quel pochissimo che sono stato in grado di ap-prendere dal moltissimo da Lui oblativamente offertomi – a “stare al mondo”, comprendendolo e non vivendolo come un susseguirsi di eventi governati dalla mitologica mòira.

Ripenso alle parole che ho usato nel 2015 (“Il mio Pantheon”) e che riporto, sperando di non essere tacciato di autoreferenzialità: <Ho accolto / anche inconsapevolmente / il mondo ‘grande’ / dei miei “Maestri”, / ideali e reali, / nel mio ‘piccolo’ / e me lo hanno reso / meno angusto: / hanno abbattuto muri, / costruito stanze, / allargato finestre, / progettato ponti, / prosciugato paludi … / Provare quotidianamente / a continuare / è un dovere morale … / Loro il mio / personale / Pantheon laico / che mi illuminerà sempre / nel cammino che percorrerò>.

Nella società globale del terzo decennio del XXI secolo, quali sono i tempi, i modi e le forme in cui la “chiamata alle armi” di cui soprapuò realizzarsi con efficacia?

Da persona di scuola non posso che pensare all’educazione come il luogo di eccellenza dell’”incontro” tra persone che è la quintessenza della polis. Una classe dirigente nasce in primo luogo come legittima filiazione di un’azione di formazione, scolastica e non solo. La stessa lotta politica, ove reale e non un simulacro per un “pubblico”, è (o dovrebbe essere) il terreno sul quale ognun* può mettersi (ed essere messo) alla prova all’interno di un impegno di vita, eventualmente riversabile nel cursus honorum.

Pensare e ri-pensare la scuola come luogo di istruzione e formazione attraverso l’incontro empatico con l’Altro da sé ci conduce, oggi, direttamente alla lettura del Magistero di Francesco, pontefice regnante, in materia di educazione intorno al perseguimento della cultura dell’incontro nell’ottica del bene comune. Soltanto mediante l’incontro ed il dialogo – insegna il Pontefice (e non si può non essere d’accordo con lui) –  è possibile comporre le fratture che caratterizzano, lacerandolo, il tempo presente: quella tra le generazioni quanto; quella tra l’uomo singolo e la società in cui vive quella tra gli uomini e la natura e l’ambiente in cui vivono e che trasformano, assoggettandolo agli (spesso poco limpidi) interessi economici dominanti. In questo senso, la lettera enciclica Fratelli tutti. Sulla fratellanza e l’amicizia sociale è, nel tempo di emergenza che ci tocca di vivere, illuminante.

Anche in prospettiva pedagogica, il Papa rende consapevoli tutti gli uomini (qualunque sia la loro fede) che prendersi cura del mondo che ci circonda: i fratelli? Gli amici? Il prossimo? I sodali?) e ci consente di essere significa prendersi cura di noi stessi. Anche e soprattutto al tempo del Covid 19, «nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme.

Essere guidati da una classe dirigente politica (e non solo) degna del nome è indispensabile per fuoriuscire da qualunque crisi, quella sanitaria non fa eccezione.

§ 9       La classe dirigente e il suo linguaggio

Il problema che rimane nella nostra società in questo XXI secolo come nasce/ è selezionata, in generale, una classe dirigente. Il verbo “nascere” fa pensare ad un processo di formazione spontaneistica, diciamo naif, che provenga “dal basso”; il verbo “selezionare” allude ad un percorso generativo “dall’alto”, da parte di un “gotha” che seleziona mediante procedure talvolta non trasparenti per cui il “popolo” sceglie da chi farsi “dirigere” in modo più o meno trasparente.

Pregi e difetti di entrambi i procedimenti sono sotto gli occhi di tutti: “dall’alto”, il rischio è una classe di “professionisti della politica “che si trasformano per degenerazione in “casta”, come usa dire da parecchi anni con un facile slittamento semantico; “dal basso”, il rischio è un raggruppamento di neofiti i quali tendono ad assumere atteggiamenti da parvenus, vantaggiosi sul piano personale… Nihil sub sole novum, basti ripensare al testo di Giovanni Verga, Dal tuo al mio del 1903, ambientato nella Sicilia dell’ultimo decennio dell’Ottocento, al tempo dei fasci siciliani (sciolti nel 1894 dall’allora capo del governo, Francesco Crispi). Di “Luciano”, il protagonista del dramma / romanzo verghiano, al giorno d’oggi, mi pare che ce ne siano in abbondante copia. Resta il problema…

Esso ha un importante corollario nella comunicazione politica, in continua fisiologica evoluzione, come, del resto, ogni linguaggio. Ben lungi ormai da un linguaggio sintatticamente articolato e, per certi aspetti, aulico, degenerato poi in “politichese” spesso incomprensibile agli elettori, si è passati, nell’ultimo quarto di secolo, ad un linguaggio ricco di metafore “sportive” (“scendere in campo”, “squadra di governo” …) e, più di recente, ad un linguaggio ai limiti, talvolta superati, della decenza politica, istituzionale e… sintattica, nel nome dell’imperativo del “farsi capire” da tutti. Ciò non è certo l’indizio di politiche democraticamente inclusive.

Sembra passato un secolo – ma vi garantisco che ne ho memoria personale ed anche i lettori “diversamente giovani” come me, di recente entrato nel novero dei “tre volte ventenni”, ricorderanno – da quando, in Italia, si parlava di “convergenze parallele”, di “equilibri più avanzati”, si faceva lotta politica, citando il filosofo PIERRE-JOSEPH PROUDHON (1809 – 1865) o si scrivevano libri per sostenere una certa posizione politica; perfino nei neonati talk show i politici si rivolgevano ai conduttori/trici con il pronome “Ella” …

A me pare che quelli che viviamo oggi siano tutti fenomeni linguisticamente e culturalmente degenerativi della politica (mala tempora currunt…), nati da un’unica genealogia: un finto avvicinamento democratico alla lingua parlata e compresa dalle masse, ottenuto non già mediante un innalzamento del livello di queste, ma abbassando quello della comunicazione (politica e non solo…), sotto ogni punto di vista a cominciare da quello linguistico. Gli strafalcioni, poi, non si contano… Del resto, la morfosintassi (e l’ortografia… ma ormai non scrive più nessuno, tutti parlano, parlano…) non è né di destra né di sinistra né di centro variamente combinato: o è corretta o è erronea!

Utilizzare in modo competente la lingua significa anche essere meglio capaci di mediare tra posizioni diverse, tra maggioranza ed opposizione. Frasi apparentemente uguali possono celare significati opposti tra loro e soprattutto interpretabili in modo diverso, con conseguenze differenti per il popolo: si chiamava dialettica politica.

Se i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo – senza scomodare Ludwig Wittgenstein – con l’angustia di certi linguaggi politici ci attendono tempi calamitosi… ma, ovviamente, per il bene dei figli di tutti noi, spero di sbagliare

§ 10     La classe dirigente è la scuola che realizza

Platone e la sua Accademia hanno rappresentato il primo modello pedagogico di “scuola” che il mondo ellenico ha tramandato[13], che si nutriva di presenza, di vita comune, di esperienze, come ogni scuola che si rispetti.

Oggi, in quest’epoca di emergenza sanitaria dovuta alla pandemia, purtroppo, da parecchi mesi, non può essere così, ma – grazie alle tecnologie delle comunicazioni sempre più raffinate, invasive e performanti – si è riusciti a creare un succedaneo, magari efficace, ma pur sempre succedaneo: la Didattica A Distanza (acronimo DAD) e la Didattica Digitale Integrata (acronimo DDI) e, perfino, la categoria dei Docenti A Domicilio (acronimo, pure questo, DAD).

L’idea di scuola che mette in atto è lo specchio di una classe dirigente, di esprimere una weltanschauung, la sua volontà e/o capacità di essere egemone: è, in una parola, la sua “cifra”.

L’istituzione “scuola” in Italia ha sempre accompagnato e seguito le vicende della politica, divenute, ovviamente, storia, incidendo sulle vicende scolastiche. Basti pensare alla nascita della scuola pubblica nel Regno d’Italia appena unificato, allorquando fu estesa a tutte le province del regno, la la legge Casati: essa ben esprimeva la volontà egemone dei Piemontesi e dei Savoia.

Basti pensare alla nascita della scuola pubblica nel Regno d’Italia appena unificato, allorquando fu esteso a tutte le province del regno, il Regio Decreto Legislativo n° 3725 del 13.11.1859 conosciuto come legge recante il nome del Conte GABRIO FRANCESCO CASATI(1798 – 1873), illo tempore Ministro della Pubblica Istruzione: era il 28.11.1861, agli albori dell’Italia unita, proclamata circa nove mesi prima, quando il Ministro della Pubblica Istruzione del Regno d’Italia si chiamava (udite udite …) FRANCESCO DE SANCTIS (1817 – 1883) – evito ogni parola di confronto con l’oggi … . Essa ben esprimeva la volontà egemone dei Piemontesi e dei Savoia di unificare in un unico sistema scolastico l’Italia appena nata.

Anche circa sessant’anni dopo, nel 1923, un governo non ancora regime mette mano ad una riforma epocale della scuola con un filosofo come GIOVANNI GENTILE(1875 – 1944). E’ interessante notare, senza scomodare ANTONIO GRAMSCI (1891 – 1937), che la volontà egemone (in primis di egemonia culturale) si palesa e realizza ben prima del passaggio al regime con il delitto di GIACOMO MATTEOTTI (1885 – 1924) ed il combinato disposto delle leggi che sono passate alla storia con l’appellativo di “fascistissime” (1926).

Dall’inizio degli anni Novanta in poi, il mondo della scuola è stato al centro di una girandola di riforme, controriforme, riordini, etc. – probabilmente non ancora conclusa che riflette la problematicità cogente degli anni che ci tocca di vivere. Esaurita la spinta innovativa degli anni Settanta del secolo scorso (partecipazione democratica, organi collegiali etc.), la grande sfida degli anni Novanta e dell’avvio del XXI secolo (l’autonomia), negli ultimi anni, mi pare di vivere in corpore vili, nella scuola la grande crisi ideale che pervade la società “liquida”, con le connesse incertezze riflesse nella normativa legislativa. Avete notato che i decreti hanno pagine e pagine di premesse, che spesso sono contraddittori tra loro (della sintassi ho detto in precedenza), con disposizioni sovente farraginose nell’applicazione e soprattutto sovente foriere di sempre deprecabile contenzioso (che, di solito, è giovevole solo per rimpinguare con le relative parcelle gli avvocati del libero foro)?

Forse – azzardo, ma, probabilmente, sbaglio – non è l’effetto di un modello di classe dirigente che forse dalle scuole di ogni ordine e grado e dalle università ci è passata poco o affatto e, soprattutto, maluccio?

Et de hoc satis


[1] CARLO DE NITTI (Bari, 1960), laureato in filosofia, vive ed opera nella scuola pugliese dal 01.09.1986: dal 01.09.2007 è dirigente scolastico.

[2] ANDREA CAMILLERI, Ora dimmi di te. Lettera a Matilda, Milano 2018, Bompiani, pp. 107.              

[3] Si veda al riguardo GIUSEPPE SEMERARI, Responsabilità e comunità umana. Ricerche etiche, Manduria 1960, Lacaita, riedito nel 2014 per i tipi di Guerini e Associati, nella collana “Opere di Giuseppe Semerari”, a cura di ALBERTO ALTAMURA

[4] Cfr. DUCCIO DEMETRIO, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Milano 1996, Raffello Cortina editrice.

[5] Si veda, a tal riguardo, GAETANO SANTOMAURO, Per una pedagogia in situazione, Brescia, 1967, La Scuola editrice.

[6] GIUSEPPE SEMERARI, Responsabilità e comunità umana. Ricerche etiche, Manduria 1966, II edizione, Lacaita, p. 84.

[7] A tal riguardo, è fruibile molto utilmente ERNESTO DIACO (a cura di), L’educazione secondo Papa Francesco, Bologna 2018, EDB;

[8] PASQUALE ADAMO – PATRIZIA SOLLECITO, DirCi di Sì, Bari 2018, WIP Edizioni, p. 17.

[9] ENRICO BERTI, Sumphilosophein. La vita nell’Accademia di Platone, Roma- Bari, 2010, Laterza.

[10] COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA, art. 49: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

[11] MATTEO FANTASIA, intellettuale prima che politico, ha ricoperto, tra le altre, la carica di presidente della Provincia di Bari dal 1962 al 1970. A lui è intitolata la sala consiliare del Palazzo della Provincia, attualmente Città Metropolitana. A me piace ricordarlo nella veste in cui l’ho conosciuto, nel 1987, quando, abbandonata la politica attiva dopo l’assassinio di Aldo Moro, era completamente dedito all’attività culturale quale Presidente del Comitato di Bari per la Storia del Risorgimento Italiano, nella cui veste organizzò numerosi Convegni di studi con docenti universitari italiani e stranieri e ne pubblicava regolarmente gli atti e fondò la Rassegna di studi risorgimentali “Risorgimento e Mezzogiorno”, tuttora edita.

[12] MATTEO FANTASIA, Discorsi politico-istituzionali, Putignano 2006, Vito Radio Editore, pp. 247- 248.

[13] E’ proprio da escludere il saffico thiasos della prima metà del VI secolo a. C., inteso come cenacolo intellettuale?