Un cervello a due piazze

Un cervello a due piazze

di Maurizio Tiriticco

Proprio così! Come il letto a due piazze! Il nostro cervello non è un unicum. Perché nell’emisfero destro c’è la “femminuccia” en quello sinistro il “maschietto”! E’ la coppia che, pur con strategie e modi diversi, dà vita a tutte le nostre operazioni ed azioni, che siano scelte e volute o meno. Comunque, è la coppietta cerebrale che dà senso e finalità alla vita di ciascuno di noi. Per essere più precisi, a tutte le azioni quotidiane, volute o meno. e non solo a quelle diurne, ma anche a quelle notturne, dei nostri sogni! In effetti, quando andiamo a letto, il cervello pensa sospirando: “Finalmente! E mo’ tocca a me! I sogni so’ robba mia! Stanotte posso fare quello che mi pare! Tanto quello – che poi sarei io – sta a dormire”. In effetti, ‘sto cervello non si riposa mai. E poi di notte, libero dal mio controllo e dai miei impegni quotidiani, fa quello che gli pare e ne fa di cotte e di crude.

Ma c’è un suo grande amico! E forse anche un concorrente! Il cuore! Anche lui non si riposa mai: batte e batte e batte! E fortunatamente non lo senti, ma… se ti metti a correre perché stai perdendo il tram, il cuore si mette a battere forte forte. E, dopo un’ora di palestra, è lo stesso! Ma anche se devi affrontare un esame, là davanti alla porta dell’aula in attesa di essere chiamato dal proff, il cuore batte, e come! E batte forte forte anche se t’innamori o se hai una paura fottuta! Mi batteva da ragazzino, quando vedevo Mirella, ma anche quando cadevano le bombe. Questo cuore! Tra parentesi: ma quanto sarebbe bello scriverlo con la Q iniziale, invece che con la C! Come Quaderno, Quadrato, Questo e Quello, Quisquiglie! Comunque lo si scriva, questo cuore vuole la C, come “colpo”, come “calcio”, e a vote anche come “chiodo”. E batte batte batte, anche quando non sei ancora nato! Dentro il ventre materno tu ti succhi il pollice e quello già batte! E continua, continua… dopo la nascita, sempre, fino a quando non si è proprio stufato e la pianta! E ci pianta in asso! Pronti per le,,, assi di una cassa.

Ma adesso pensiamo al cervello! Il cuore va per conto suo; mentre il cervello va per conto… nostro! Almeno così crediamo. In effetti durante il giorno riusciamo a farlo pensare alle “cose nostre”! Ma la notte? Di notte va per conto suo! E si diverte, ora a farci sognare cose belle – e al mattino quanto ci dispiace di essersi svegliati – ora cose brutte. E allora pensiamo: menomale che era solo un sogno! Il cervello è importante! E’ il motore delle nostre azioni e delle nostre scelte. Ci serve per pensare, per conoscere, per scegliere, per fare! A volte tante cose belle e buone! A volte tante cose brutte e cattive! A volte da soli, a volte insieme ad altri! E ciò accade da sempre ed ovunque a ciascun vivente animato. E siamo tutti felici, anche perché Qualcuno ci ha detto che siamo dotati di libero arbitrio! Pare che sia un dono di Dio! Quando siamo nati, Lui, nella sua magnanimità, ci ha dotati di questa facoltà. E ci ha detto: “Tu scegli, poi ci penso io!”: E così è: a volte finiamo all’Inferno; a volte in Paradiso; a volte al Purgatorio, una sorta di prigione a tempo.

Ma torniamo a questo nostro umano cervello. Il web mi dice che è “l’organo principale del sistema nervoso centrale ed è presente nei vertebrati e in tutti gli animali a simmetria bilaterale, compreso l’uomo”. Simmetria bilaterale? Detto alla carlona, possiamo dire che ‘sto cervello è diviso in due parti, una a destra, una a sinistra, distinte, ma legate insieme da un “corpo calloso”: ma questo cos’è? Nulla a che vedere con i calli dei piedi o delle mani! E allora copio ancora dal web: “E’ una commissura interemisferica del cervellopresente nei mammiferi placentati. Si tratta di un fascio di assoni che interconnette i due emisferi cerebrali. È la commissura più importante del cervello, poiché collega tra loro i quattro lobi: frontale, temporale, parietale e occipitale”.

Le due parti, pur distinte, sono comunque legate insieme: ad una competono dati compiti, all’altra altri compiti. Eccoli. L’emisfero SINISTRO presiede alle operazioni lineari, discrete, sequenziali, diacroniche. Si tratta delle OPERAZIONI CONVERGENTI, comuni a tutti i soggetti e da tutti condivisibili. 3 x 3 = 9 sempre e comunque per tutti. L’emisfero DESTRO presiede alle operazioni spaziali, continue, reticolari, sincroniche. Si tratta delle OPERAZIONI DIVERGENTI, che caratterizzano un soggetto e lo distinguono da un altro. Qualche esempio. Posso dire che 3 x 3 = 10, o 11 o 1000 o che so io! Sulla stessa ragazza più maschietti esprimono giudizi diversi. il medesimo film, libro, pietanza, vicenda od altra cosa, ad una persona piace, ad un’altra no. Gli OGGETTi con cui si ha a che fare sono gli stessi; ma le persone, i SOGGETTI esprimono sensazioni, emozioni, giudizi diversi.

Esiste una corrispondenza tra i due emisferi del cervello e le nostre mani, gli “strumenti” che operano per gran parte delle nostre azioni. Ma è una corrispondenza ad X. L’emisfero SINISTRO, quello del CONTARE, delle operazioni logiche, interagisce con la mano DESTRA. L’emisfero DESTRO, quello del RACCONTARE, delle emozioni, del “mi piace” o “non mi piace” interagisce con la mano SINISTRA. Per i necessari approfondimenti, rinvio a quel bel saggio di Jerome Bruner, “Il conoscere, saggi per la mano sinistra”, pubblicato da Armando nel lontano 1990.

Possiamo allora grosso modo dire che l’operazione aritmetica e la ricerca scientifica sono competenza del cervello sinistro, e che la produzione artistica è frutto del cervello destro. Insomma, noi umani sappiamo bene che 3 X 3 = 9, ma possiamo anche dire che è eguale a 10, a 1000, al gatto di casa. Possiamo dire cose vere, ma possiamo anche dire tonnellate di bugie, pur di raggiungere un dato risultato. Il maschietto traditore non dirà mai alla nuova “conquista” di avere moglie e figli! Mentre l’eroe griderà sempre “viva l’Italia” di fronte al plotone d’esecuzione. Ma c’è un’ulteriore considerazione da fare. E’ noto che per millenni il maschietto ha rivendicato un ruolo primario, concedendo graziosamente alla femminuccia un ruolo secondario. Lo dice anche la Bibbia: tutta colpa di quella curiosona e golosa di Eva, che ha infranto gli ordini del Capo e ha colto e la mela dall’albero della conoscenza e se l’è mangiata avidamente. Forse nascondendosi dietro un cespuglio. Ma il Signore, che tutto sa e tutto vede, si è incazzato come una bestia e l’ha condannata: “Tu sarai addetta al parto! E quello scemo di tuo marito, che non è stato capace di controllarti, lavorerà per tutta vita!”. E così, addio Paradiso! Ne conseguirebbe che il cervello della femminuccia è solo curiosità e imprudenza, mentre quello del maschietto è laboriosità e assennatezza! Furbo il maschietto! Che ha scritto la Bibbia a suo uso e consumo! E si è inventato pure un dio maschietto! Solo in certe tradizioni esiste una “magna mater”, una “mater matuta”, dotata per altro di mille seni. Ma i maschietti queste divinità femminili le hanno cancellate in tutta fretta. O sono subordinate! Chi governa l’Olimpo è un gran maschietto! Pronto a mille travestimenti e mutazioni pur di farsi una femmina! Che sia dea o comune mortale!

In conclusione, possiamo dire che le conseguenze di questo “doppio cervello” sono nel vivere quotidiano di tutti noi, nei mille “vorrei, ma non posso”, nei mille desideri irraggiungibili! Beata la stagione dell’infanzia in cui tutto è vero. La fata turchina la sogniamo di notte! E certe madri ci “tengono buoni”, altrimenti l’uomo nero ci porta via! E a volte l’uomo nero c’è veramente! Le guerre! I terremoti e quant’altro. Ed oggi ci affligge un uomo nero invisibile, il covid! Ma ne usciremo! Perché, come dicono i francesi, “tout passe, tout casse, tout lasse”!

Robot e Bambini

Robot e Bambini
Robotica educativa alla scuola primaria e dell’infanzia

di Bruno Lorenzo Castrovinci

Succedeva un anno, fa prima della pandemia, che una maestra, riciclando delle semplicissime vaschette per le carote, riusciva a creare a costi irrisori dei biotopi terrestri, con i quali i suoi piccolissimi alunni della scuola primaria, potevano iniziare ad osservare e studiare le lumache, in un processo lento che si rifà alla pedagogia della lumaca del compianto e mai dimenticato Gianfranco Zavalloni.

A guardarlo bene una contradizione, nella frenesia di oggi, dove ogni processo subisce una forte accellerazione da parte della tecnologia.

Eppure una semplice maestra, che per insegnare, indossa un grembiule riesce a realizzare delle attività laboratoriali con i suoi alunni, semplici, efficaci, in una scuola povera di risorse, a quel tempo prima degli ingenti investimenti che negli ultimi mesi si sono susseguiti per migliorare la didattica e per consentire a chi non aveva i mezzi di dotarsi di un dispositivo per connettersi e seguire la lezione a distanza.

E se da un lato tutto, corre veloce, dall’altro la stessa maestra utilizzando con la stessa lentezza, un semplice robottino, riesce a sviluppare tantissime attività per i suoi alunni, per una molteplicità di argomenti da trattare che spaziano dall’apprendimento della lingua italiana, allo studio delle tabelline.

Una rinnovata efficacia della grande intuizione di Zavalloni, oggi associata ad una tecnologia che se saputa utilizzare fa la differenza.

L’aspetto più interessante è che tutto questo accade, immersi in un’ambiente di apprendimento dalla forte componente ludica, ma anche da un’interazione uomo macchina, che crea le basi per lo sviluppo di un linguaggio universale che inevitabilmente ci incammina verso l’intelligenza artificiale.

Il bello è che la robotica educativa con le sue attività laboratoriali, può essere applicata fin dalla scuola dell’infanzia, basti pensare che ci sono dei simpatici robot a forma di ape (Bee-Bot che Blue-Bot) che hanno sul dorso tutti i comandi per andare avanti, indietro, svoltare a sinistra e a destra e che possono nella nuova versione Blue-Bot essere utilizzati con tablet e smartphone grazie ad app dedicate disponibili per iOS e Android.  Attraverso i comandi su tablet o l’interazione diretta con il robot, è possibile impostare o inviare dei comandi all’ape robot e vederli eseguiti. Gli algoritmi, in questo modo possono essere sviluppati con facilità divertendosi, essendo un’estensione di quel mondo ludico dei giochi che carratterizza quella tenera età.

In questo modo il Pensiero computazione, appreso giocando, una nuova frontiera per lo sviluppo di competenze cognitive, che nei nuovi curriculi verticali si evolve attraverso l’utilizzo di Kit successivi, sempre più complessi con il crescere dell’età del bambino e delle sue competenze.

Una pedagogia costruttivista che ripartendo da quella Zona di Sviluppo Prossimale delineata dalla nuova generazione di giocattoli ad alta componente tecnologica destinati all’infanzia, si evolve in veri e propri kit, dove il ragazzo assembla il suo robot, in progetti stimolati dalle innumerevoli possibilità creative e con diversi utilizzi e funzioni.

Robot, i cui automatismi per gli studenti più grandi, arrivano a sfociare nell’autonomia spaziale dei droni, oggi in grado di spostarsi in vari elementi dall’aria, all’acqua, alla terra ferma.

Investire nella robotica educativa, inoltre apre uno scenario nuovo, in quest’era di restrizioni dovuti alla pandemia, in quanto la componente ludica, ancorata ai ricordi dell’infanzia, rende il tempo scuola più interessante e divertente.

E pensare che la Lego, con il suo fantastico mattoncino colorato è stata il precursore di questa evoluzione delle competenze che seguivano gli stadi di crescita del Bambino, e realizzavano uno Scalfonding tale da riuscire a progredire nella complessità dei kit di montaggio successivi.

Progetto quello della Lego, che si è evoluto, dal mattoncino universale, in grado di diventare la tessera o l’elemento per costruire qualunque oggetto che l’immaginazione di un bambino poteva avere, a Kit di assemblaggio, dove è lui stesso seguendo delle semplici istruzioni ad assemblare dei componenti precostituiti.

Un sistema che ritroviamo anche nelle sorprese de piccolo ovetto di pasqua della Kinder, che poi si è evoluto aumentanto di dimensioni.

I kit della Lego, iniziano dalla tenera età di 3 anni, con l’assemblaggio di semplici oggetti, fino ad arrivare ai set Technic, dove oggi è possibile assembra macchine e meccanismi, con ampi richiami alle leggi della fisica e della meccanica, che prendono vita con dei motori e vengono controllati dal sistema di controllo Bluetooth a distanza gestito da tablet e smartphone denominato Control+.

Sistemi che aprono le porte al più complesso mondo della robotica degli automatismi programmabili i LEGO BOOST per le bambine e i bambini di 7-12 anni e i LEGO MINDSTORMS per i bambini di 10+ anni.

Set che i bambini possono utilizzare per costruire ina utonomia anche a casa al di fuori degli ambienti di apprendimento delle aule scolastici e che se dati in comodato possono diventare uno strumento nuovo per fare la didattica digitale integrata.

La pandemia e la conseguente evoluzione della didattica ha fatto fare un salto di livello alla pluripremiata linea LEGO® Education che ora è disponibile per l’apprendimento a distanza, mettendo a disposizione degli insegnanti strumenti di programmazione e piani delle lezioni di supporto per aiutare i ragazzi a sviluppare le capacità di comunicazione, creatività e pensiero critico in modo divertente e coinvolgente.

La componente ludica, ancorata a ricordi ed oggetti che la nostra generazione ha inglobato nella sua struttura cognitiva, ne fanno un mezzo per fare rivivere a papà e mamme la magia dell’infanzia e creare quei momenti in cui genitori e figli possono stare insieme, nella scoperta di una relazione e di un rapporto oggi fortemente compromesso dalla stessa tecnologia.

Ma cos’è un robot e perché i bambini dovrebbero imparare a costruirne e programmarne uno?

A pensarci bene qual è la prima cosa che ci viene in mente quando sentiamo la parola “robot”? È una figura umanoide con un’intelligenza artificiale quasi umana in grado di svolgere compiti simili a quelli dell’uomo? È una macchina industriale assemblatrice in una avanzata linea di produzione? Un rover spaziale per esplorare pianeti sconosciuti? O il ricordo dei fantastici difensori dell’umanità della nostra infanzia?

Per noi generazione cresciuta con i cartoni animati e i manga giapponesi, rappresentano un tuffo senza fine nella nostra infanzia, in quel periodo in cui il mondo era tutto a sfumature bianco e nero.

Quelle sfumature e gradazioni di grigio, che per noi erano incredibilmente colorate nella nostra immaginazione, dove i vari personaggi di Ufo Robot, Mazzinga Z e Jeg Robot ci facevano sognare.

Oggi l’evoluzione della robotica, e dell’intelligenza artificiale, è arrivata alle porte della realizzazione dei primi androidi, e pensare che nel lontano 1982 tutto questo era pura immaginazione nel capolavoro del cinema di fantascienza del film Blade Runner di Ridley Scott.

La robotica educativa, in un mondo che si evolve veloce è pertanto un percorso obbligato per i curriculi del primo ciclo, in quanto solo la componente ludica può far nascere l’interesse diffuso alla programmazione, e costruzione di un suo robot.

Le nuove frontiere educative, anticipano sempre più la verticalizzazione dei curriculi estendendoli alla fascia 0 – 6 dove da sempre semplici attività manuali come smontare le cose per scoprire come funzionano, oggi diventano per il bambino l’ispirazione per creare un robot con il quale lo stesso può interagire, ma questo in Guerre Stellari c’era già.

Tra i kit per la robotica educativa è interessante il sistema Ozobot un robot educativo in grado di muoversi e reagire su superfici fisiche e digitali, seguendo percorsi colorati.

Nonostante le sue piccole dimensioni, in quanto appena più grande di un temperamatite, con solo 2,5 cm di altezza e diametro, è in grado di riconoscere oltre 1000 istruzioni ed è programmabile sia in digitale con l’app dedicata, sia attraverso l’uso di comunissimi pennarelli colorati.

Gli obbiettivi educativi nelle unità di apprendimento sviluppate con questo minuscolo robot educativo sono di riuscire a  coniugare alta tecnologia e immaginazione, precisione tecnica e creatività.

Un “gioco” intelligente, che rende interessante il tempo scuola, in grado di sviluppare un pensiero computazionale ricco e analitico e far diventare i bambini della scuola primaria degli inventori e non dei meri fruitori passivi della tecnologia.

Disponibile nelle versioni Ozobot Bit e Ozobot Evo, per ciascun modello sono disponibili kit multipli per la classe, oltre a puzzle di legno compatibili che permettono di costruire e montare i propri percorsi colorati, anche se si possono sviluppare infinite attività laboratoriali utilizzando comunissimo materiale didattico.

Non un sistema a se stante, dedicato al Coding, come possono essere le app, ma un nuovo semplice e piccolo strumento didattico che si aggiunge e integra a quelle già in uso, e che date le piccole dimensioni, trova spazio nell’astuccio delle penne e dei colori, o nello zaino.

Questi sono alcuni delle tantissime soluzioni didattiche destinate alla scuola primaria e dell’infanzia, sicuramente le più interessanti e diffuse, ma l’evoluzione della robotica educativa e i nuovi approcci al pensiero computazionale sono sempre più in evoluzione.

Per tenersi aggiornati utile il portale realizzato dall’associazione no profit Scuola di Robotica raggiungibile al link: https://www.scuoladirobotica.it/ e del sito realizzato dalle istituzioni scolastiche in rete “robotschool” raggiungibile al seguente link: https://www.robotschool.edu.it/

Il PNSD con delle azioni e finanziamenti mirato sta promuovendo azioni di rete tra le istituzione scolastiche per la diffusione in ambito scolastico di attività come il making, il tinkering, il coding, la robotica, la domotica e la modellazione 3D portando con sé un ripensamento profondo delle pratiche didattiche  con ambienti di apprendimento dove il docente assume sempre più il ruolo di facilitatore e accompagnatore per l’intero percorso di apprendimento che si estende anche alle grandi potenzialità della Didattica Digitale Integrata.

Se da un lato la sospensione delle attività didattiche genera non pochi problemi, al mondo della scuola, non ancora pronto ad abbandonare rigidi e arcaici metodi trasmissivi, dall’altro la robotiva educativa apre le porte al futuro, in un’era in cui inevitabilmente l’intelligenza artificiale e gli androidi muteranno completamente il mondo come oggi noi lo conosciamo.

Dall’acquisizione della morfologia alla lettura

Il bambino dall’acquisizione della morfologia alla lettura come processo di percezione selettiva 

di Pietro Boccia

  La parte della grammatica o della linguistica che ha per oggetto lo studio della struttura grammaticale delle parole, fissandone l’attinenza al nome, al pronome, al verbo e all’aggettivo, è la morfologia.

  Le forme della flessione sono rappresentate dalla coniugazione per i verbi e dalla declinazione per i nomi. La morfologia analizza i meccanismi attraverso i quali le unità di significati semplici si organizzano in significati più complessi, vale a dire le parole.

  Bisogna in ogni modo considerare alcuni aspetti fondamentali della lingua, vale a dire:

  • il prefisso che è un morfema posto all’inizio di un lessema per cambiarne o definirne il significato;
  • il prefissoide che è un morfema avente funzione lessicale e derivazionale. Esso può, quindi, essere tanto un tema o radice quanto un vero e proprio prefisso;
  • la prefissazione, che è un processo morfologico riguardante il suffisso; – il suffisso che è un elemento posto alla fine di un tema. Esso può essere alterativo (diminutivi, accrescitivi, peggiorativi, vezzeggiativi e così via) o derivativo che si ha quando una parola nasce da un’altra in sostanziale continuità di senso. Il suffisso derivativo, in base alla classe di arrivo, si classifica in deaggettivale, deavverbiale, denominale, deverbale. I suffissi sono anche agentivi, strumentali e valutativi;
  • la suffissazione si ha quando un suffisso si aggiunge a una parola già compiuta, formando, per derivazione, una parola suffissata;
  • il suffissoide che è termine morfo, derivante spesso di lingua greca o latina con la stessa funzione del suffisso ma che ha in origine o al presente significato compiuto anche come parola autonoma.

  Nella grammatica tradizionale, la morfologia studia la forma delle parole, come la flessione e la derivazione. Nella linguistica moderna, la morfologia studia la struttura della parola e descrive le varie forme che le parole assumono, secondo le categorie di numero, di genere, di modo, di tempo e di persona. Essa è uno studio delle forme organizzate in sistema nel campo biologico, geografico, sociale e linguistico. In linguistica, la morfologia s’identifica con lo studio delle parti del discorso nella loro flessione, cioè nelle variazioni, cui vanno sottoposte secondo le diverse funzioni grammaticali. Essa si distingue dalla fonologia; quest’ultima è, infatti, lo studio esclusivo dei fonemi (ad esempio, fama, dal punto di vista della fonologia è parola composta di quattro elementi o fonemi, mentre dal punto di vista della morfologia è parola formata dall’elemento radicale fam-, depositario del significato, e dal morfema -a, che segnala il valore di singolare femminile).

  La morfologia si contraddistingue anche dal lessico e  dalla sintassi, perché questi ultimi prendono in considerazione la sostanza “dei significati e dei loro rapporti”, mentre la fonologia e la morfologia illustrano le possibilità di attuazione formale, a prescindere dal contenuto (i cosiddetti “elementi significanti”). Un nuovo approccio alla morfologia deriva da una corrente del generativismo di matrice chomskiana, detta morfologia distribuita. In linguistica, il termine grammatica generativa si attribuisce a un approccio della teoria della dimostrazione per lo studio della sintassi, solo in parte ispirato dalla teoria della grammatica formale e inaugurato da Noam CHOMSKY.

  La grammatica generativa è un insieme di regole che specifica o genera in modo ricorsivo (cioè per mezzo di un sistema di riscrittura) le formule, perfettamente modellate di un linguaggio. Tale definizione implica un gran numero di differenti approcci alla grammatica.

  Il termine grammatica generativa è anche largamente impiegato per fare riferimento alla scuola di linguistica, in cui la grammatica formale gioca un ruolo cruciale. Tale grammatica dovrebbe essere distinta da quella tradizionale, perché quest’ultima è fortemente prescrittiva e non descrittiva; non è matematicamente esplicita e ha, storicamente, analizzato un insieme relativamente ristretto di fenomeni sintattici. Quest’approccio teorico comprova che la produzione delle parole non risieda nella componente lessicale della lingua, ma accompagni le stesse regole sintattiche che sono alla base della formazione delle frasi.

  Le parti del discorso, nella lingua italiana, possono essere variabili (articolo, nome, aggettivo, pronome e verbo) e invariabili (preposizione, avverbio, congiunzione, interiezione).

– Articolo

  L’articolo è la parte del discorso variabile che immette all’interno di una frase un nome con il quale forma una unità; esso, tranne che per qualche caso, deve sempre seguire un nome. L’articolo dà informazioni con precisione sul genere e sul numero del nome che segue, specificando quando è femminile, maschile, singolare o plurale. Esso consente, infatti, di specificare quando ci riferiamo a una cosa o una persona, nota a chi ascolta e a chi parla.

  Nella lingua italiana si troviamo tre tipi di articoli (determinativo, indeterminativo, partitivo). Gli articoli determinativi si mettono davanti ad un nome per puntualizzare che ci si riferisce a una persona o una cosa ben definita.

L’articolo (il) davanti alla parola giovane, fa, ad esempio, capire che non si tratta di un giovane qualunque ma di uno specifico.

  Gli articoli determinativi, poiché individuano qualcosa o qualcuno ben preciso, s’impiegano, per parlare di qualcosa o qualcuno, di cui già si è parlato. Perciò, quando se ne riparla, si adopera l’articolo determinativo (la) per riferirci a qualcosa che è già noto a chi ci ascolta. Gli articoli determinativi s’impiegano per designare un tipo di oggetti, una specie di esseri viventi, o per esprimere l’astratto; si usano per parlare di oggetti che ci appartengono strettamente; si utilizzano, inoltre, per fissare cose che sono uniche in natura o parti del corpo. I casi indicati in precedenza non contraddicono la regola dove si dice che gli articoli determinativi indicano cose o persone note a chi ascolta e a chi parla.

  La differenza è che in questi esse sono note perché fanno parte del bagaglio di conoscenze di chi parla e di chi ascolta. Gli articoli determinativi possono, poi, in specifici contesti, svolgere la funzione di un aggettivo dimostrativo, di un pronome dimostrativo, di un aggettivo indefinito. Essi hanno come genere (femminile e maschile) e come numero (singolare e plurale). Presentano, poi, differenti forme, in base alla lettera iniziale del nome, cui fanno riferimento:

  • davanti alle parole di genere maschile, che cominciano con una consonante s’impiega l’articolo (il) al singolare e l’articolo (i) al plurale;
  • davanti alle parole di genere maschile, che incominciano, però, per x, y, z e i gruppi gn, pn, ps, s + consonante, i + vocale, s’impiega l’articolo (lo) al singolare e l’articolo (gli) al plurale;
  • davanti alle parole di genere maschile che iniziano per vocale s’impiega l’articolo (l’) al singolare e l’articolo (gli) al plurale;
  • davanti alle parole maschili di origine straniera, che incominciano per h si adopera l’articolo (l’) al singolare e (gli) al plurale davanti a una h aspirata e (l’) al singolare e (i) al plurale davanti a una h non aspirata;
  • davanti alle parole di genere femminile, al singolare s’impiega l’articolo (l’) quando cominciano per vocale e l’articolo (la) quando incominciano per consonante; al plurale s’impiega l’articolo (le) in ambo i casi;
  • davanti alle parole femminili di origine straniera che incominciano per h, s’impiega l’articolo (la) al singolare e l’articolo (le) al plurale.

  Gli articoli indeterminativi si mettono davanti a un nome per designare che ci si riferisce a una persona o una cosa generica e indefinita. La funzione degli articoli indeterminativi è quella di immettere nel discorso un nome, di cui non si è parlato in precedenza.

  Gli articoli indeterminativi s’impiegano per parlare di qualcosa o qualcuno che é nominato per la prima volta; si adoperano quando non è necessario precisare la cosa o la persona, cui fanno riferimento, quando può essere una qualsiasi; s’impiegano per parlare di cose o persone delle quali non si desidera precisare o qualificare ulteriormente; talvolta, gli articoli indeterminativi s’impiegano per designare una categoria o una specie, equivalente a “ogni” o un singolo elemento di quella specie; nel linguaggio parlato, possono essere impiegati non solo per esprimere ammirazione e per esprimere una frase con senso superlativo ma anche per indicare approssimazione ed è equivalente a “pressappoco, circa”. Gli articoli indeterminativi hanno solamente il genere (femminile e maschile) e presentano differenti forme.

  Il plurale degli articoli indeterminativi è sostituito dall’articolo partitivo o da quello detto “articolo zero”, omettendolo. Davanti ai nomi di genere maschile al singolare che incominciano con una vocale (tranne i + vocale) e consonante s’impiega l’articolo (un).

  Davanti ai nomi, poi, di genere maschile al singolare che cominciano per x, y, z e i gruppi gn, pn, ps, s + consonante, i + vocale, s’impiega l’articolo (uno). Davanti ai nomi di genere femminile, al singolare s’impiega, infine, l’articolo (una) se cominciano per consonante; quando, invece, incominciano per vocale, l’articolo (una) può essere cambiato in (un’), anche se è frequente imbattersi nella forma senza apostrofo pure davanti a una vocale. Bisogna fare attenzione che l’articolo indeterminativo maschile (un) rappresenta una forma tronca e non è un’elisione; perciò, non è opportuno mai apostrofarlo.

  L’articolo indeterminativo femminile (un’) è, invece, un’elisione e si può apostrofare. L’articolo partitivo s’impiega per designare una parte o quantità indeterminata di un tutto, equivale a “un po’, alquanto “. Esso si struttura dall’unione della preposizione (di) con gli articoli determinativi. Bisogna, per impiegare la forma corretta dell’articolo partitivo, seguire le stesse regole che valgono per l’articolo determinativo. L’articolo partitivo non può essere impiegato con sostantivi che designano un singolo soggetto. Quindi, l’articolo partitivo deve essere impiegato solo con nomi che designano una massa. Infatti, non si può dire (passami un’acqua) ma solamente (passami dell’acqua).  L’articolo partitivo, al plurale, può essere impiegato come plurale dell’articolo indeterminativo ed equivale a “alcuni”, “alcune” o “qualche”. Esso, secondo alcuni studiosi, è considerato una forma non del tutto corretta perché riproduce una costruzione della lingua francese; perciò consigliano di impiegare al suo posto il nome da solo (o articolo zero).

  L’articolo partitivo in alcuni casi è impiegato per diminuire d’intensità il significato di un sostantivo astratto in espressioni particolari. Esso al plurale si può omettere, quando il nome, al quale si riferisce, è un complemento diretto oppure quando il nome al quale si riferisce è un soggetto posposto al verbo. Si sceglie di sostituire l’articolo partitivo con “alcuni, alcune”, quando è inserito in un complemento indiretto ed è preceduto da una preposizione.

– Nome

  Il nome è la parte variabile del discorso che è utile a indicare persone, animali, cose, idee, concetti, stati d’animo, azioni e fatti. In base al significato i nomi possono essere:

  • propri, quelli che designano persone, animali o cose in modo individuale.
  • comuni, quelli che individuano persone, animali o cose in modo generico.
  • concreti, quelli che indicano persone, animali o cose reali che si possono cogliere attraverso i cinque sensi.
  • astratti, quelli che designano idee, concetti, sentimenti e tutto ciò che, in generale, non si può cogliere attraverso i cinque sensi.
  • individuali, quelli che individuano una singola persona, animale o cosa.
  • collettivi, quelli che indicano un insieme di persone, animali o cose della stessa specie o categoria.

 I nomi, in base al genere, possono essere maschili e femminili. La formazione del femminile consente di suddividere, poi, i nomi in:

  • mobili, quelli che procedono dal maschile al femminile mutando la desinenza o inserendo un suffisso;
  • indipendenti, quelli che hanno forme interamente diverse per il maschile e per il femminile;
  • di genere comune, quelli che hanno la stessa forma per il maschile e il femminile;
  • di genere promiscuo, quelli che hanno un’unica forma per designare sia il maschio sia la femmina dello stesso animale.

In base al numero, i nomi possono essere:

  • singolari, quelli che riconoscono una sola unità;
  • plurali, quelli che individuano più unità;
  • variabili, quelli che al plurale cambiano la desinenza;
  • invariabili, quelli che sono individuati come numero attraverso l’articolo perché hanno la stessa forma sia per il singolare sia per il plurale;
  • sovrabbondanti, quelli che hanno due plurali diversi sia di genere sia di significato. In base alla struttura i nomi possono essere:
  • primitivi, quelli formati solo da una radice e da una desinenza, che non derivano da altre parole;
  • derivati, quelli che derivano dai nomi primitivi con l’aggiunta di prefissi e suffissi, assumendo un significato del tutto diverso;
  • composti, quelli che si modellano dall’unione di due o più parole (terremoto, altoforno cassaforte). Molti nomi composti al plurale mutano solo la desinenza finale, come terremoto in terremoti; altri cambiano la desinenza di ambedue, come ad esempio caposaldo in capisaldi.
  • alterati, quelli che, con l’aggiunta di suffissi, trasformano il significato del nome da cui derivano.

  In base ai suffissi impiegati, i nomi alterati sono diminutivi, accrescitivi, vezzeggiativi, dispregiativi.

– Aggettivo

  L’aggettivo è la parte variabile del discorso che si congiunge al nome per qualificarlo o per determinarlo. Gli aggettivi si distinguono in qualificativi e determinativi. Quello qualificativo esprime una qualità del nome, cui si aggiunge. L’aggettivo, concordando con il nome nel genere e nel numero, si declina.

  Per la declinazione, l’aggettivo qualificativo si distingue in due classi:

  • la prima classe comprende gli aggettivi che hanno la desinenza o al singolare e i al plurale per il maschile, nonché a al singolare ed e al plurale per il femminile;
  • la seconda classe è costituita dagli aggettivi qualificativi con la desinenza e al singolare e i al plurale per tutti e due i generi.

 Solo l’aggettivo pari fa classe a sé ed è invariabile come i suoi derivati (dispari, impari). Nella formazione del plurale, gli aggettivi seguono normalmente le stesse regole dei sostantivi.

  I gradi dell’aggettivo qualificativo sono tre:

  • grado positivo, quando l’aggettivo esprime una semplice qualità; – grado comparativo, quando esprime un confronto tra due termini; – grado superlativo, quando esprime il grado massimo di una qualità.

  Il comparativo stabilisce un confronto di uguaglianza, di superiorità o d’inferiorità fra due termini.

  Si hanno dunque tre specie differenti di comparativo:

  • comparativo di uguaglianza, quando la qualità espressa dall’aggettivo è uguale nei due termini messi a confronto;
  • comparativo di maggioranza, quando la qualità espressa dall’aggettivo è posseduta in grado maggiore dal primo termine di paragone;
  • comparativo di minoranza, quando la qualità espressa dall’aggettivo è posseduta dal primo termine di paragone in grado minore.

  Nei comparativi di maggioranza o di minoranza, il secondo termine di paragone può essere retto dalla preposizione di oppure dalla congiunzione che.

  Gli aggettivi qualificativi in una frase possono avere funzione attributiva, quando funzionano da attributo e predicativa quando hanno la funzione del predicato nominale.

 L’aggettivo qualificativo è sostantivato quando ha valore autonomo e non è accompagnato a un nome. Anche gli aggettivi qualificativi, come i nomi, possono trasformarsi con l’aggiunta di un suffisso, vale a dire: diminutivi; vezzeggiativi; accrescitivi; dispregiativi; peggiorativi. L’aggettivo determinativo è quello che, nei riguardi del nome, definisce il possesso, la posizione, la quantità o il numero; esso si distingue in possessivo, dimostrativo, numerale, indefinito.

  Gli aggettivi possessivi designano l’appartenenza di un oggetto (o di un essere) e, nello stesso tempo, il possessore; essi sono: mio – mia – miei – mie, tuo – tua – tuoi – tue, suo – sua – suoi – sue, nostro – nostra – nostri – nostre, vostro – vostra – vostri – vostre, loro – proprio – altrui. Gli aggettivi loro e altrui sono invariabili.

  L’aggettivo proprio è impiegato per rafforzare l’idea del possesso. Quello dimostrativo indica un soggetto o una cosa nel suo rapporto di vicinanza o di lontananza nello spazio e nel tempo. I più comuni sono: questo – questa – questi – queste, codesto – codesta codesti – codeste, quello (quel) – quella – quelli (quegli, quei) – quelle, stesso – stessa stessi – stesse, medesimo – medesima – medesimi -medesime. Altri aggettivi dimostrativi, con valore di qualità, sono: tale, quale, cotale, siffatto, cosiffatto.

  Gli aggettivi identificativi designano l’identità e l’uguaglianza tra persone o cose. Essi sono stesso e medesimo. Gli aggettivi indefiniti specificano una quantità o una qualità che sono riferite al nome e non definite con precisione. Essi sono tutto, alcuno, molto, tanto, ciascuno, poco, nessuno, altro, certo, parecchio, quanto, troppo, tale, vario, diverso, taluno, altrettanto.

  Gli aggettivi interrogativi danno vita a una domanda sulla qualità, la quantità o l’identità dei nomi, cui si espongono e sono impiegati sempre prima del nome; non sono mai preceduti dall’articolo. Gli aggettivi interrogativi possono essere adoperati sia in domande dirette sia in domande indirette. Gli aggettivi “che, quale e quanto”, utilizzati nelle interrogative, in precedenza, proposte, possono anche introdurre un’esclamazione. In questo caso sono detti aggettivi esclamativi.

  Gli aggettivi numerali designano la quantità degli esseri inanimati e animati, di cui si parla e indicano la serie naturale dei numeri cardinali o l’ordine di successione degli ordinali.

  I numeri cardinali sono formati da una serie compiuta dei numeri interi, come uno, due, tre e così via. Si suddividono, a loro volta, in:

  • unità (dall’uno al nove);
  • decine (dal dieci al novanta); –         centinaia (dal cento al novecento); –            migliaia (dal mille in su).

  I numeri cardinali sono scritti secondo i nove segni delle cifre arabe. Gli Arabi a loro volta avevano appreso questi segni dall’India. Prima delle cifre arabe erano impiegati i numeri romani (I, II, III e così via) per i numerali ordinali che designano l’ordine di successione di una serie e sono aggettivi variabili come i qualificativi della prima classe. I primi dieci numeri ordinali possiedono ciascuno una forma particolare che deriva dal latino, e sono: – (I) primo;

  • (II) secondo;
  • (III) terzo e così via.

  Gli ordinali che corrispondono ai cardinali undici e dodici hanno tre forme diverse:

  • undicesimo, undecimo, decimoprimo;
  • dodicesimo, duodecimo, decimosecondo.

I numeri ordinali che corrispondono ai cardinali dal tredici al diciannove hanno due forme:

  • tredicesimo, decimoterzo;
  • quattordicesimo, decimoquarto e così via.

  Le decine venti, trenta, quaranta e così via hanno pure due forme:

  • ventesimo, vigesimo;
  • trentesimo, trigesimo;
  • quarantesimo, quadragesimo e così via.

  Per indicare in cifre gli ordinali, s’impiegano i numeri romani, ma si possono anche utilizzare le cifre arabe con la desinenza del genere come esponente (1°, 2°… 10° rispettivamente 1^, 2^… 10^). Gli ordinali s’impiegano per indicare le divisioni di un’opera o il numero di una serie, di una fila e così via, come capitolo secondo, atto terzo, canto quinto, classe quinta, fila seconda (o seconda fila).

 Il numero  ordinale  solitamente  precede  il  sostantivo,  come  il  terzo  posto,  la settima sinfonia e così via. Ma si pospone nelle successioni di regnanti e di papi: Giulio II, Luigi XVIII; Giovanni XXIII. In questo caso si adoperano unicamente le cifre romane. Gli ordinali sono spesso sostantivati come è iscritto alla terza (classe). Sono, inoltre, impiegati nelle frazioni come due terzi, sette noni, cinque decimi e così via.

  Gli aggettivi numerali moltiplicativi hanno due forme (doppio e duplice) e possono essere infiniti. La forma doppio, triplo e così via s’impiega per designare quante volte una cosa è più grande di un’altra. La forma duplice, triplice e così via s’impiega per designare che una cosa è costituita da due o più parti o che serve per due o più impieghi o che ha due o più scopi.

  Gli aggettivi numerali distributivi sono locuzioni che designano in che modo più persone o cose sono suddivise o ordinate nello spazio e nel tempo.

  Gli aggettivi numerali frazionari sono costituiti dall’unione di un numero cardinale, che indica la parte, e di un numero ordinale.

  Gli aggettivi numerali collettivi designano un insieme numerico di persone, animali o cose (paio, coppia, dozzina, ventina, centinaio, migliaio e così via). Gli aggettivi entrambi, ambedue sono numerali collettivi ma con valore di sostantivo.

  Gli aggettivi indefiniti designano la qualità e la quantità in modo indeterminato. Le principali forme sono:

  • qualità (qualunque, qualsiasi, qualsivoglia, altro);
  • quantità (qualche, ogni, alcuno, ciascuno, taluno, nessuno, altro, poco, troppo, molto, alquanto, parecchio, tutto).

  Il superlativo esprime il grado massimo di una qualità, e si distingue in due tipi:

  • il superlativo assoluto, quando il massimo grado della qualità è espresso senza alcun paragone.
  • il superlativo relativo (di maggioranza e di minoranza), quando il massimo grado è espresso con un paragone. Il superlativo relativo si forma premettendo l’articolo al comparativo di maggioranza o di minoranza.

– Pronome

  Il pronome è una parola che sostituisce una parte del discorso (un nome, un aggettivo, un verbo, un altro pronome o un’intera frase). Il pronome può svolgere tre funzioni:

  • anaforica, quando il pronome prende il posto e segue un nome che si è nominato in precedenza, evitando così la ripetizione;
  • cataforica, quando il pronome sostituisce un nome non ancora nominato e lo precede anziché seguirlo.
  • designativa, quando il pronome fa le veci di un nome che non è presente nella frase, pur essendo parte attiva della situazione in cui si compie la comunicazione.

  Si hanno vari tipi di pronome, che, in base al loro significato, possono distinguersi in pronomi personali, possessivi, dimostrativi, indefiniti, relativi, interrogativi, esclamativi.

   Bisogna, per fare, poi, l’analisi grammaticale del pronome, distinguere:

  • il tipo (possessivo, dimostrativo, indefinito, relativo, doppio, interrogativo oesclamativo);
  • il genere (maschile o femminile);
  • il numero (singolare o plurale);
  • la funzione logica (soggetto o complemento); – la persona (prima, seconda o terza).

  I pronomi, in base al significato e alla funzione nella frase, si dividono in varie categorie, vale a dire personali (io, me, tu, lui, lei, noi, voi, loro), possessivi (mio, tuo, suo, nostro, vostro, loro), dimostrativi (questo, codesto, quello, stesso, medesimo), interrogativi (chi, che cosa, quando, che, come), esclamativi (chi, che cosa, quando, che, come), relativi (che, chi, il quale, la quale, i quali), indefiniti (qualcuno, qualche, nessuno, alcuni, alcuna).

– Verbo

  Il verbo è la parte variabile del discorso, che esprime, collocandole nel tempo, le informazioni sul soggetto. Esso (dal latino verbum, “parola”) indica un’azione che il soggetto svolge o subisce, l’esistenza o uno stato del soggetto, il rapporto tra il soggetto e il nome del predicato. Il verbo impiega desinenze diverse in base al numero del soggetto, che può essere singolare o plurale, a seconda che il soggetto cui si riferisce sia un singolo o una pluralità, e alla persona. Con riferimento alla persona se ne distinguono tre singolari (io, tu, egli/ella/esso) e tre plurali (noi, voi, essi/esse).

  I modi verbali specificano in che modo si presenta l’azione espressa dal verbo. Il modo indica, quindi, la modalità dell’azione o del modo di essere. I modi possono essere finiti (indicativo, congiuntivo, condizionale, imperativo) e indefiniti (infinito, participio, gerundio). Ci sono, poi, i tempi che indicano in quale momento si svolge l’azione o il modo di essere (presente, passato, futuro).

  Ogni modo verbale si articola in più tempi, vale a dire semplici, quelli formati da una sola voce verbale, e quelli composti, costituiti da due voci, di cui una è data dal verbo essere o avere, detti, in questa particolare funzione, ausiliari, e l’altra dal participio passato del verbo.

  I verbi possono essere transitivi e intransitivi. I primi esprimono un’azione che passa direttamente dal soggetto, che la compie su una persona, su un animale o su una cosa che ne completa il significato (complemento oggetto). I verbi intransitivi esprimono un’azione che passa indirettamente sul complemento. Le forme del verbo possono essere:

  • attive, quando il soggetto compie l’azione espressa dal verbo;
  • passive, quando il soggetto subisce l’azione espressa dal verbo.
  • riflessive, quando l’azione effettuata dal soggetto ricade sul soggetto stesso.   I verbi possono avere anche forme impersonali, quando sono espresse azioni svolte da un soggetto indeterminato. In tal caso sono impiegati solo in terza persona singolare.

  I verbi, secondo gli aspetti, possono essere iterativi, incoativi, durativi, momentanei. L’aspetto verbale indica la dimensione temporale, che viene attribuita da chi parla all’azione espressa dal verbo, a prescindere dal tempo assoluto in cui è posta. Un’azione può, ad esempio, presentarsi a chi parla o chi scrive con differenti aspetti, cioè può avere una durata nel tempo o essere momentanea.

  Nella lingua italiana, si esprime l’aspetto dell’azione soltanto in due tempi, vale a dire nell’imperfetto e nel passato remoto. Le coniugazioni del verbo, nella lingua italiana, sono tre (are, ere, ire). La prima lettera della desinenza nelle coniugazioni è detta vocale tematica (a+re, e+re, i+re ).

– Avverbio

  L’avverbio è una parte del discorso invariabile e ha la funzione di un “modificatore semantico”. Viene impiegato per trasformare o determinare il significato di altre categorie grammaticali (tipicamente gli aggettivi ma anche altri avverbi) o addirittura di cambiare un’intera frase. Per la grammatica tradizionale, l’avverbio è il modificatore soprattutto del verbo. Esso modifica il significato secondo diversi aspetti, vale a dire:

  • avverbio di tempo, che fissa il momento in cui si svolge l’azione (ieri, oggi, frequentemente, subito, all’improvviso, per tempo, prima o poi, ancora, immediatamente, dopo);
  • avverbio di quantità, che esprime in maniera vaga una determinata misura (troppo, poco, assai, scarsamente, più, meno);
  • avverbio di luogo, che specifica il luogo in cui l’azione avviene (su, giù, sopra, sotto, davanti, indietro, destra, sinistra, qui, lì);
  • avverbio opinativo o di giudizio, che permette di valutare un fatto ed è di affermazione (certo, sicuro, indubbiamente), di negazione (no, né, nemmeno, neppure) o di dubbio (probabilmente, forse, chissà, magari).

   Gli avverbi, come gli aggettivi, hanno dei gradi comparativi:

  • di maggioranza, che si formano premettendo un più al grado positivo dell’avverbio;
  • di minoranza, che si formano come il primo, ma premettono un meno al posto di più; – di uguaglianza che premettono le parole tanto o così oppure pospongono come o quanto.

 Gli avverbi possono esprimere anche il grado superlativo assoluto che si forma aggiungendo il suffisso -issimo o -issimamente al grado positivo o relativo che si forma anteponendo al grado positivo la locuzione il più e posponendo il termine possibile. Anche gli avverbi sono soggetti ad alterazioni diminutive (bene/benino), vezzeggiative (male/maluccio), accrescitive (bene/benone), peggiorative (male/malaccio).

– Preposizione

  Le preposizioni, che dal latino “praeponere” significano “porre davanti”, sono, in grammatica, una parte invariabile del discorso che sono utili a costruire un legame fra parole e frasi, specificando un rapporto reciproco e la funzione sintattica della parola, locuzione o frase che segue. Le preposizioni sono suddivise dalla grammatica italiana in tre categorie, vale a dire:

  • proprie, che possono essere semplici (di, a, da, in, con, su, per, tra, fra), e articolate quando a quelle semplici, escludendo tra e fra, si unisce un articolo determinativo; – improprie, quelle impiegate anche come nomi, aggettivi, avverbi o forme verbali, ad esempio gli avverbi (sopra, sotto, davanti, dietro, dentro, fuori, dopo e così via) e gli aggettivi (vicino, lontano, salvo, lungo e così via).
  • locuzioni prepositive, che sono quelle formate da più di una parola (a causa di, di fronte a, in compagnia di, per mezzo di).

  Le preposizioni articolate derivate da e di sono spesso usate con la funzione di articoli partitivi.

– Congiunzione

  Le congiunzioni sono la parte del discorso invariabile e servono a unire tra loro due sintagmi in una proposizione o due proposizioni in un periodo; esse possono trovarsi all’inizio delle frasi.

  Le congiunzioni si possono raggruppare in base alla loro forma o in base alla loro funzione. In base alla forma, si suddividono in semplici, quelle che sono costituite da una sola parola (e, o, non, ma, pure, mentre, come, che, se, anzi, però, anche), in composte, quando scaturiscono dalla fusione di più parole come cioè (ciò + è), affinché (a + fine + che), oppure (o + pure), perché (per + che), poiché (poi + che), appena (a + pena), eppure (e + pure), neanche (né + anche), e in locuzioni congiuntive, quando sono formate da gruppi di due o tre parole come anche se, dal momento che, ogni volta che.

 Le congiunzioni, in base alla funzione, si distinguono, poi, in coordinanti e subordinanti. Le prime coordinano le parole o proposizioni che si trovano sullo stesso piano logico e sintatticamente omogenee. Esse si distinguono in copulative positive, quelle che congiungono due elementi (e, anche, pure, inoltre, ancora, perfino, altresì) e in copulative negative quelle che non congiungono due elementi (né, neanche, neppure, nemmeno).

  Le congiunzioni disgiuntive sono quelle che uniscono due parole, mettendole in alternativa ed escludendone una (o, oppure, altrimenti, ovvero); quelle avversative che introducono un’opposizione (ma, tuttavia, però, pure, eppure, anzi, sì, nonostante, nondimeno, bensì, piuttosto, invece, mentre, se non che, al contrario, per altro, ciò nonostante).

  Le congiunzioni sì e anzi sono ormai d’impiego raro e introducono più una coordinazione sostitutiva che un’avversativa. Quelle conclusive introducono, poi, una conclusione (dunque, perciò, quindi, pertanto, allora, per cui, cosicché, inoltre, eppure, insomma, così).

 Le congiunzioni dichiarative (o esplicative) sono quelle che introducono una spiegazione, collegata a un’affermazione che le precede (infatti, difatti, invero, cioè, ossia, ovvero, vale a dire, in effetti, effettivamente, in realtà). Infine quelle correlative s’impiegano in coppia tra due proposizioni e mettono in corrispondenza due elementi (e… e, o… o, né… né, sia… sia, non solo… ma anche, ora… ora, tanto… quanto, tale… quale, così… come, come… così, sia che… sia che).

  Le congiunzioni subordinanti sono quelle che collegano due proposizioni mettendole su piani diversi come una proposizione principale, che regge il periodo, e una proposizione subordinata, che completa il significato della principale, ma ne dipende e non dà informazione senza di essa. Le congiunzioni possono essere:

  • causali quelle che introducono una subordinata causale (siccome, poiché, perché, in quanto che, giacché, dacché, dal momento che, per via che, visto che, dato che, come); – consecutive quelle che esprimono una conseguenza dell’avvenimento principale

(che, cosicché, tanto che, in modo che, così… che, tanto… che);

  • temporali quelle che introducono un’informazione di tipo temporale (quando, finché, fin quando, fintantoché, da, da che, da quando, dopo che, prima che, intanto che, non appena, ogni qual volta, ogni volta che, ora che, mentre);
  • concessive quelle che esprimono una concessione al verificarsi della principale

(anche se, anche quando, qualora, nonostante, benché, sebbene, quantunque); – condizionali quelle che esprimono una condizione (se, qualora, purché, a condizione che, a patto che, laddove);

  • modali quelle che introducono una modalità (come, come se, nel modo che);
  • avversative quelle che esprimono forme di avversità (mentre, quando);
  • eccettuative, esclusive, limitative (tranne che, fuorché, eccetto che, salvo che, a meno che, senza che, per quello che);
  • interrogative dirette (se, come, quando, quanto, perché);
  • comparative (come, così… come, più/meno… di come, più/meno… di quanto, più/meno/meglio/peggio… di quello [che], piuttosto che).

– Interiezione

  L’interiezione deriva dal latino interiectio e significa atto di gettare in mezzo; essa è un genere di parole invariabili con il valore di frase, che viene impiegata per esprimere emozioni o stati soggettivi del parlante. L’interiezione prende il significato dall’accento con cui si pronuncia.

 In base alla forma, le interiezioni si dividono in proprie o primarie, quando hanno soltanto funzione d’interiezione (ah!, eh!, oh!, boh!, ahimè!), in improprie o secondarie, quando contengono altre parti del discorso, impiegate come interiezione (zitto!, peccato!, cavolo!, mostro!) e in locuzioni interiettive, quando sono formate da gruppi di parole separate (mio Dio!, per amor del cielo!, porca miseria!, povero me!, al fuoco!, al ladro!).

La lettura come processo di percezione selettiva

Lo studio della lettura ha assunto, negli ultimi decenni del Novecento, uno status scientifico. Alcuni studiosi di psicologia hanno, infatti, riconosciuto che la ricerca sulle capacità del leggere un testo ha una forte valenza pratica. Lo esige la società complessa, soggetta a continui e veloci cambiamenti. Saper leggere non è, tuttavia, facile. Molte persone istruite sono pessimi lettori, altre leggono in maniera accettabile e soltanto pochissime sanno leggere correttamente.

La conoscenza dei meccanismi, che regolano la lettura, è, perciò, di fondamentale importanza, per aiutare chi, in tale campo, incontra difficoltà. Chi non sa leggere spesso non riesce nemmeno a comunicare con gli altri.

Saper leggere è, quindi, un’attività complessa, giacché chi si accinge alla lettura deve servirsi contemporaneamente di vari elementi (percezione visiva, capacità cognitive e linguistiche, abilità a discriminare le figure alfabetiche).

Nel processo della lettura si possono individuare tre fasi essenziali:

  • movimenti oculari;
  • trasformazione di un grafema in morfema; – memorizzazione.

Normalmente si pensa che la lettura di un testo avvenga con lo spostamento degli occhi da sinistra verso destra. L’occhio, durante la lettura, subisce, in realtà, degli spostamenti, ma questi sono provocati dai movimenti oculari. La prima azione del movimento oculare è la fissazione; la seconda è, invece, il movimento saccadico.

Il lettore, attraverso la fissazione, raccoglie le informazioni visive e, in tal modo, riesce a distinguere, in un contesto, una parte della figura o della parola; tramite il movimento saccadico stabilisce, poi, su quale parte della figura o della parola far cadere la fissazione (span percettivo). E’ naturalmente il cervello umano, che, unendo i vari dati delle fissazioni, ricostruisce globalmente le figure o le parole e permette la lettura.

I movimenti saccadici si possono, poi, suddividere in:

  • progressivi, che permettono di portare lo sguardo in avanti sul rigo di un testo; – regressivi, quelli che permettono, osservando lo stesso rigo di un testo, di ritornare      indietro;
  • di ritorno sono quei movimenti che rendono possibile, portando lo sguardo indietro,      ma in basso, di passare al rigo successivo del testo.

Il segmento di rigo di un testo che consente, tramite la fissazione, di vedere distintamente le informazioni necessarie per leggere è detto span percettivo. Questo è un segmento molto limitato, giacché al suo interno sono raccolte soltanto le lettere che sono fotografate dalla fovea (circa mm 0,5). Nella lettura è, perciò, possibile inquadrare pochissime immagini di lettere.

Sullo span percettivo, giacché le lettere in un rigo non sono mai isolate, ma sempre attigue, interferisce anche il fenomeno del mascheramento laterale. Questo fenomeno, specialmente quando l’immagine delle lettere attigue non cade al centro della fovea, rende maggiormente piccolo lo span percettivo. Ciò avviene giacché la vicinanza di tali lettere non ne permette una visione distinta e separata.

La percezione della lettura può, inoltre, essere:

  • discontinua, quando, esplorando un testo, se ne colgono soltanto frammenti; –        selettiva, quando, nel processo della lettura, il cervello sceglie solo le parti        fondamentali;
  • guidata, quando il cervello, nell’esplorazione di un testo, ne programma, in maniera  intelligente, la scelta delle parti, basandosi su tutti gli elementi conoscitivi già posseduti.

Il cervello opera, durante la lettura, in maniera logica. Esso, da un lato, mette insieme le immagini frammentate dei testi e, dall’altro, colma i vuoti che si producono a causa della selettività della percezione.

Il processo percettivo, essendo alquanto complicato, evidenzia spesso che sussiste una sostanziale differenza tra le informazioni che gli uomini percepiscono e i dati reali. Ognuno deve, per acquisire la capacità di leggere adeguatamente la realtà che lo circonda, saper individuare i principi che regolano il processo percettivo e, nello stesso tempo, sia controllarli consapevolmente sia utilizzarli efficacemente.

Le strategie di lettura, relative alle finalità e alle esigenze del lettore, sono tre:

  • lettura di consultazione, che consiste nello scorrere speditamente il testo per scorgere le informazioni e nel saltellare qua e là per acquisire un’idea generale. Si utilizzano, in genere, guide, saggi e manuali;
    • lettura orientativa, che consiste nel capire titoli, sottotitoli, inizio e fine dei paragrafi per dedurre il tema trattato;
    • lettura analitica o di approfondimento, che consiste nel leggere attentamente il testo e fare approfondimento, operando le seguenti operazioni: eseguire lo smontaggio del testo, cioè dividere in paragrafi e sottolineare; ricavare l’informazione principale di ciascun paragrafo; effettuare la nominalizzazione, cioè attribuire un titolo a ciascun paragrafo in base al contenuto.

Ogni testo, sia di ambito letterario sia di ambito non letterario, va ricondotto, in base al modo in cui è costruito e al suo contenuto, a una particolare tipologia. Gli studiosi sono soliti dividere i testi in cinque tipologie, vale a dire descrittivi, narrativi, espositivi, argomentativi, regolativi. Durante la lettura di un passo di un testo, il riconoscimento veloce della tipologia testuale semplifica considerevolmente la scelta della strategia da utilizzare per rispondere.

Gli elementi che bisogna facilmente individuare in un brano sono le informazioni specifiche, il senso globale e il significato di singole parti, nonché l’intenzione comunicativa dell’autore, lo scopo del testo e il genere cui esso appartiene. Le informazioni specifiche sono quelle di:

  • riconoscere una o più informazioni peculiari, presenti nel testo, e farlo in maniera        esplicita, vale a dire in forma letterale e in forma sinonimica;
  • specificare una o più informazioni che risultano presenti sia in forma verbale sia in      forma grafica;
  • prendere in considerazione fra più informazioni quella relativa alla domanda     specifica.

Il senso globale e il significato di singole parti devono, dunque, essere colte:

  1. con l’integrare o il collegare le informazioni che sono presenti nel testo e/o tratte

 dalle conoscenze personali;

  • con il cogliere rapporti di causa-effetto tra eventi o fenomeni anche distanti nel testo;
  • con il comprendere le informazioni implicite.

Ognuno, per cogliere l’intenzione comunicativa dell’autore, lo scopo del testo e il genere cui esso appartiene, deve:

  • riconoscere l’argomento principale di un testo;
  • capire le intenzioni, la visione dell’autore o lo scopo per cui il testo è stato scritto; – identificare la tesi che si propaga nel testo e le ragioni a supporto.

Esami di Stato 2021, online la pagina dedicata alle prove di giugno

da Il Sole 24 Ore

di Redazione Scuola

È online da ieri la pagina web dedicata alle prove conclusive del primo e del secondo ciclo di istruzione, istruzione.it/esami-di-stato/. Uno strumento che mette a disposizione di studentesse e studenti, dei docenti e di tutta la comunità scolastica documenti, informazioni e materiali sugli Esami. Sul portale sono caricate le Oordinanze che definiscono le prove di giugno, tenendo conto dell’emergenza sanitaria e del suo impatto sulla vita scolastica e del Paese, documenti di accompagnamento che forniscono informazioni dettagliate sulle modalità di svolgimento degli Esami di questo anno scolastico e una sezione riservata alle risposte alle domande più frequenti.

Il sito sarà solo uno degli strumenti pensati per sostenere la comunità scolastica in questo percorso. Come ogni anno, sono previste conferenze di servizio, sull’intero territorio nazionale, già in corso in queste settimane.

Le rubriche sui social
In vista degli Esami, sarà possibile interagire con il ministero attraverso la rubrica social #MIrisponde con richieste di chiarimento o di approfondimento. Le risposte saranno fornite sempre attraverso i canali social.

Ma ci sarà spazio anche per un racconto personale di questo particolare rito che resta nei ricordi di ogni generazione: attraverso la rubrica #ioMIricordo, il ministero animerà, nel mese di giugno, a ridosso delle prove, un racconto corale in cui ciascuno potrà utilizzare l’hashtag per condividere i propri ricordi e le proprie esperienze legati agli Esami.

Gli esami di Stato in Tv
Grazie alla collaborazione tra il ministero e la Rai ci saranno finestre dedicate agli Esami di Stato anche all’interno dei programmi di Rai Cultura (“#Maestri” e “La Scuola in Tivù”) e di RaiGulp (“La Banda dei Fuoriclasse”).

In particolare, nell’ambito de “La Scuola in Tivù”, ci sarà un pacchetto di puntate dedicato alla spiegazione approfondita dei diversi passaggi dell’Esame del secondo ciclo. Mentre nell’ambito di “#Maestri” sarà data voce alle ragazze e ai ragazzi che si preparano per le prove.

Tutti i materiali e le lezioni prodotti in questi mesi, sulle diverse discipline, saranno a disposizione delle studentesse e degli studenti e dei loro docenti per approfondimenti e ripassi.

Tutte le puntate sugli Esami saranno disponibili su Raiplay e sul sito di Rai Scuola per poterne fruire anche dopo la messa in onda. Per i più piccoli, nell’ambito della “La Banda dei Fuoriclasse”, su RaiGulp ci saranno momenti tematici dedicati all’Esame del primo ciclo e alle discipline che ne saranno oggetto.

Il ministro ha lanciato un messaggio di incoraggiamento e di supporto e presentato alcune delle attività predisposte per accompagnare la comunità scolastica fino alle prove di giugno. «Ognuno di voi ha il diritto di essere valutato. Per questo abbiamo scelto una formula, su cui voi state lavorando, che vi consentirà di esprimere tutto il vostro percorso. Con l’Esame – ha sottolineato Bianchi – si passa da una fase all’altra della vita e questo è un momento importante, bisogna dargli tutto il peso. Il ministero, i vostri docenti e tutta la comunità scolastica sono con voi in questo percorso».

Covid, studenti superiori tutti in classe il 3 o il 10 maggio: l’obiettivo di Draghi, spuntano le date

da OrizzonteScuola

Di redazione

Il governo punta al rientro in classe di tutti gli studenti per l’ultimo mese di scuola, a maggio. Giovedì in conferenza stampa il premier Mario Draghi è stato chiaro sull’argomento. Oggi, all’indomani del punto con i giornalisti, il quadro è ancora più chiaro.

L’esecutivo punta a “regalare” agli studenti più grandi almeno l’ultimo mese in classe insieme ai compagni prima della fine dell’anno scolastico. Naturalmente, secondo le ultime indiscrezioni, tutto dipenderà dall’andamento dei contagi e da quello delle vaccinazioni.

Dal ministero dell’Istruzione precisano che non c’è al momento alcuna data fissata. Anche se da altre fonti qualificate si ipotizza il 3 o il 10 maggio. Date che naturalmente rappresentano un traguardo e che ora non possono essere confermate dal momento che bisogna fare i conti con la pandemia.

Del resto, come evidente anche dalla risposta di ieri del presidente del Consiglio, Mario Draghi, in merito alle prossime riaperture, è ancora impossibile fare previsioni o fissare date.

Viene assicurato, però, che si va in quella direzione, con la prudenza necessaria richiesta dalla situazione sanitaria, facendo i conti con la curva dei nuovi casi di Covid e con le vaccinazioni.

La situazione attuale

L’unica data che c’è, al momento, è quella del 30 aprile, scadenza dell’attuale decreto 44 varato il 1 aprile dal governo Draghi: il decreto legge oltre a prevedere la presenza dei più piccoli (fino alla prima media) in classe, anche in zona rossa, stabilisce che in zona arancione le istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado (licei, istituti tecnici etc) garantiscano l’attività didattica in presenza ad almeno il 50%, fino a un massimo del 75%, della popolazione studentesca; mentre la restante parte si avvale della didattica a distanza. Invece – prosegue il testo del decreto – in zona rossa, seconda e terza media e scuola secondaria di secondo grado, si svolgono esclusivamente in modalità a distanza.

La linea e l’auspicio del governo è di riuscire a far tornare da maggio tutti in presenza o comunque oltre il 75% del totale.

Si spera che nel mese di aprile, viene spiegato, si riesca ad accelerare con le vaccinazioni del personale scolastico.  Si confida anche sulla possibilità di uno screening periodico come quello auspicato dallo stesso ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, e già partito ad esempio nel Lazio: qui la Regione, come annunciato dal presidente Nicola Zingaretti, con la campagna #ScuolaSicura, offre agli studenti delle superiori la possibilità di fare un tampone gratis, senza prescrizione medica, nella rete dei drive in del Lazio.

Sull’ipotesi di effettuare tamponi salivari, una circolare ministeriale ha precisato che non possono essere obbligatori ma su base volontaria, anche se manca ancora una ‘risposta’ da parte dell’Iss. In ogni caso, non si pensa a fare tamponi a tutti – la cui fattibilità risulterebbe piuttosto complicata – ma a un monitoraggio periodico e a campione per poter avere contezza del trend dei contagi nelle scuole, dati che ad oggi ancora mancano.

Maturità 2021: crediti scolastici e tabella di conversione

da Tuttoscuola

Maturità 2021 e crediti scolastici. L’esame di Maturità è un traguardo fondamentale del percorso scolastico dello studente ed è finalizzato a valutare le competenze acquisite al termine di ciascun ciclo scolastico. Per la maturità 2021, come per lo scorso anno, in considerazione dell’emergenza sanitaria, l’Esame consisterà in una prova orale che partirà dalla discussione di un elaborato, il cui argomento sarà assegnato agli studenti dal Consiglio di classe entro il prossimo 30 aprile. I docenti accompagneranno i candidati, supportandoli e consigliandoli, nel corso della realizzazione dei loro elaborati. Ma come funzionano i crediti scolastici che contribuiranno alla costruzione del voto di maturità 2021?

Come già lo scorso anno, rispetto alle previsioni del Dlgs 62/2017, anche per la maturità 2021 è ridefinito il computo del credito scolastico, che passa da un massimo di 40 ad un massimo di 60 punti.

Maturità 2021: crediti scolastici. Conversione del credito assegnato al termine della classe terza

La conversione deve essere effettuata con riferimento sia alla media dei voti che al credito conseguito (livello basso o alto della fascia di credito):

Tabella A Conversione del credito assegnato al termine della classe terza

Maturità 2021: crediti scolastici. Conversione del credito assegnato al termine della classe quarta

Per quanto riguarda il credito della classe quarta relativo a. s. 2019/2020, ai sensi del combinato disposto dell’OM 11/2020 e della nota 8464/2020, per il solo a.s. 2019/20 l’ammissione alla classe successiva era prevista anche in presenza di valutazioni insufficienti (quindi è prevista la fascia M < 6). Prima di effettuare la conversione in sessantesimi, i c.d.c. provvedono ad effettuare l’eventuale integrazione di cui all’articolo 4 comma 4 dell’OM 11/2020 non superiore a 1 punto (nota 28 maggio 2020 n. 8464).

Tabella B Conversione del credito assegnato al termine della classe quarta

Maturità 2021: crediti scolastici per i candidati ai percorsi di istruzione per gli adulti

Per i candidati dei percorsi di istruzione per gli adulti di secondo livello, il credito scolastico è attribuito con le seguenti modalità:

a) in sede di scrutinio finale il consiglio di classe attribuisce il punteggio per il credito scolastico maturato nel secondo e nel terzo periodo didattico;
b) il credito maturato nel secondo periodo didattico è attribuito sulla base della media dei voti assegnati e delle correlate fasce di credito relative alla classe quarta di cui alla tabella B dell’Allegato A; a tal fine, il credito è convertito moltiplicando per tre il punteggio attribuito sulla base della seconda colonna della suddetta tabella e assegnato allo studente in misura comunque non superiore a 38 punti.
c) il credito maturato nel terzo periodo didattico è attribuito sulla base della media dei voti assegnati, ai sensi della tabella C dell’allegato A, in misura non superiore a 22 punti.

Prove Invalsi 2021: CSPI esprime parere favorevole alla sospensione dei test per le seconde superiori

da Tuttoscuola

Sottoposta al parere del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (CSPI) l’ordinanza volta a sospendere lo svolgimento delle prove  Invalsi nelle classi seconde della scuola secondaria di secondo grado, limitatamente all’anno scolastico 2020/21, in considerazione della grave emergenza sanitaria che interessa l’intero Paese. Parere che si è rivelato favorevole: il CSPI è d’accordo con la sospensione delle predette prove.

Leggi il parere del CSPI

Le prove Invalsi 2021 per le seconde superiori sarebbero in calendario per maggio prossimo, ma nelle premesse dell’ordinanza viene evidenziata la difficoltà che le scuole secondarie di secondo grado incontrerebbero se dovessero gestire la simultanea somministrazione delle prove Invalsi per le classi seconde e quinte, stante la complessa gestione dei distanziamenti e la conseguente riduzione delle postazioni dei laboratori informatici utilizzati per le prove.

Tale considerazione – scrive il CSPI nel parere – ha motivato la sospensione delle prove Invalsi nelle classi seconde, in quanto si tratta di studenti per i quali sarà possibile ripetere le prove in momenti successivi, mentre ciò non sarà possibile agli studenti dell’ultimo anno, in uscita dal sistema scolastico.

Lo svolgimento delle prove Invalsi – ricorda il CSPI – è regolamentato dal D.L.vo 62/2017 che ha recepito le indicazioni presenti nel DPR 80/2013, confermando lo svolgimento delle rilevazioni al secondo e quinto anno della scuola primaria, al terzo anno della scuola secondaria di primo grado, al secondo e quinto anno della scuola secondaria di secondo grado ed eliminandone lo svolgimento nella classe prima della scuola secondaria di primo grado. Nella scuola secondaria le prove sono computer-based e prevedono la rilevazione degli apprendimenti nella lingua inglese a partire dalla classe quinta della scuola primaria.

“Le pesanti ripercussioni della pandemia sul sistema scolastico e sugli apprendimenti, che hanno interessato l’ultimo trimestre dell’a.s. 2019/20 e che, con fasi alterne, stanno condizionando l’andamento dell’anno scolastico in corso – conclude quindi il CSPI -, rendono inoltre molto difficili anche al personale dirigente, docente e amministrativo, la gestione degli aspetti organizzativi connessi alla somministrazione delle prove Invalsi. Per tali motivi, tenuto conto della complessa situazione delle scuole in questa fase della pandemia e dell’incertezza rispetto alla ripresa dell’attività in presenza, il CSPI esprime parere favorevole sulla decisione di sospendere le prove Invalsi per le classi seconde della scuola secondaria di secondo grado e invita l’Amministrazione a valutare attentamente le condizioni di contesto anche per lo svolgimento delle prove nelle altre classi”.