ITS POP DAYS

GLI ITS POP DAYS AI BLOCCHI DI PARTENZA, A MAGGIO LA PRIMA FIERA VIRTUALE DEGLI ISTITUTI TECNICI SUPERIORI

Un evento di Confindustria, Umana e INDIRE per l’orientamento nelle Accademie del Made in Italy

Roma, 19 aprile 2021 – Diffondere e implementare la conoscenza degli Istituti Tecnici Superiori (ITS), evidenziandone il valore e l’efficacia come vere e proprie “officine del sapere tecnico” ad alto contenuto tecnologico e anche come garanzia per l’occupabilità dei giovani.

È questo lo scopo degli ITS POP DAYS, la prima fiera virtuale degli ITS, organizzata da Confindustria, Umana e in collaborazione con INDIRE che si svolgerà dal 5 al 7 di maggio in formato interamente online sul sito www.it’s pop days.it

Sarà una tre giorni dedicata all’orientamento di queste vere e proprie Accademie del Made in Italy del sistema terziario professionalizzante, una sorta di “città digitale”, che opererà attraverso una piattaforma online appositamente progettata. 

Sarà possibile navigare tra gli stand virtuali di 92 Fondazioni ITS iscritte con cui dialogare in diretta tramite live chat, oltre alla possibilità di partecipare a incontri e webinar tematici sulla formazione, sul lavoro e sul futuro delle nuove generazioni.

Con l’arrivo dei fondi del Recovery Plan, l’Italia è a una svolta e i primi driver su cui indirizzare i progetti e le risorse europee sono quelli della formazione e dell’occupazione giovanile. 

Gli iscritti agli ITS sono ancora troppo pochi rispetto al fabbisogno delle imprese e per questo è necessario promuovere la scelta degli Istituti Tecnici Superiori come investimento sul futuro. Secondo il monitoraggio INDIRE, infatti, l’83% dei diplomati in queste eccellenze del territorio ha trovato lavoro a un anno dal diploma, di cui il 92% in un’area coerente con il percorso concluso e, in alcuni percorsi, l’occupazione ha raggiunto il 100% dei diplomati.

Si tratta di percorsi terziari professionalizzanti, dove la competenza tecnologica si sposa con la pratica aziendale. Sono correlati a 6 aree tecnologiche:

  1. Efficienza energetica
  2. Mobilità sostenibile
  3. Nuove tecnologie della vita
  4. Tecnologie innovative per i beni e le attività culturali – Turismo
  5. Tecnologie dell’informazione e della comunicazione
  6. Nuove tecnologie per il Made in Italy (Servizi alle imprese; Sistema agro-alimentare; Sistema casa; Sistema meccanica; Sistema moda).

Il legame strutturale con la manifattura e i servizi collegati sono la chiave del sistema ITS. Grazie alla partecipazione attiva delle imprese sia nella co-progettazione didattica che nella governance stessa degli Istituti, rappresentano un accesso privilegiato al mondo del lavoro.

Gli ITS POP DAYS saranno l’occasione per conoscere e avvicinarsi a un percorso formativo che può costituire un trampolino di lancio per il futuro dei nostri giovani.

Ristori anche agli studenti

Scuola. Ristori anche agli studenti

Franco Buccino

REPUBBLICA ED. NAPOLI 19 APRILE 2021

Con la conclusione delle vacanze pasquali, tradizionalmente, comincia una fase dell’anno scolastico a dir poco caotica. Parti importanti dei programmi ancora da svolgere, interrogazioni sempre più incalzanti, la gita di fine anno, e poi scrutini, esami, promossi, bocciati, rimandati con uno o più “debiti”. Sembra impossibile, e però miracolosamente si porta a termine tutto.

O meglio, si portava. Perché la pandemia, tra l’altro, ha stravolto i ritmi e i tempi della scuola. Sono scomparse, o quasi, le occupazioni, le gite, le visite didattiche, le interrogazioni fuori aula in “confessionali” di fortuna, e spesso anche le ore di lezione, almeno quelle in presenza. Già l’abbiamo visto lo scorso anno. E ora si replica. Con una aggravante: in tante regioni del centro nord si sono ridotte le ore di lezione in presenza. Da noi non è cambiato quasi niente: poche erano, pochissime sono diventate.

Ci sono vistose carenze della scuola, del tempo scuola, del sistema scuola, che riguardano le opportunità di apprendimento, le occasioni di rafforzamento o di recupero, i laboratori e le attività integrative, perfino la socializzazione e il tempo libero. Si sta diffondendo il timore che quest’anno si svilupperà un forte contenzioso tra quanti saranno colpiti da bocciature o “debiti” e le scuole.

Diciamocelo con franchezza: il ricorso è temuto dalle scuole. Non tanto nel merito, perché il giudizio del consiglio di classe è difficile da ribaltare, quanto per gli aspetti burocratici e relativi adempimenti in capo ai componenti del consiglio stesso. Nel merito invece, in verità, il ricorso dovrebbero farlo tutti gli alunni e studenti: bocciati, promossi e rimandati. Per le privazioni che hanno subito quest’anno e il precedente. E non certo fare il ricorso contro i docenti, e neppure contro la singola scuola. Lo farei contro chi ha deciso con superficialità per chiusure generalizzate. Contro chi ha diffuso dati generici o non veritieri, come Regioni ed Enti Locali. Contro la solita inadeguata amministrazione scolastica, che in questa fase, al posto di vergognarsi per il fallimento della sua azione e per le sue responsabilità, sta pensando di “chiudere un difficile anno scolastico” senza contenzioso, con le solite circolari contraddittorie e di difficile lettura.

A me , come a tanti altri, è capitato di invitare le persone, i genitori, gli studenti, i docenti, un po’ a rassegnarsi per questa pandemia, a capire perché si chiudevano le scuole, a non radicalizzare le proteste contro la dad, che comunque è uno strumento in mano alla scuola. A invogliare i compagni a sostenere il ragazzo disabile in presenza (magari proprio quel disabile tante volte allontanato dall’aula e dai compagni!). Non è stato facile dire cose in cui non si credeva, e però lo scopo era ed è quello di pretendere per questi ragazzi, tutti, dei recuperi sostanziali di gran parte di quello che hanno perso.

È tempo di ristori. Per tutte le categorie. Anche se ci saranno delle furbate, anche se magari non si riuscirà a bloccare la chiusura di tante attività e il licenziamento di tante persone, quando finirà la cassa integrazione. Anche se la ripartenza sarà, in ogni caso, dura e dolorosa. Perché non pensare, allora, a ristori per i nostri studenti, i nostri alunni, che hanno “perso” due anni di scuola? Bocciati e promossi. Ristori con quote individuali e variabili: più consistenti per i ragazzi  che frequentavano una scuola già povera e carente di tempo scuola, spazi e laboratori, prima che chiudesse.

Io credo che su questo ”ricorso collettivo”, su questo piano di “ristori” per i nostri alunni, figli e nipoti, ci sarebbe un consenso e un sostegno, e una capacità di mobilitazione dell’intera nazione.

Caccia a 100mila insegnanti: il 60% dei posti vuoti è al Nord

da Il Sole 24 Ore

di Eugenio Bruno e Claudio Tucci

Parte la caccia a 100mila prof. Mentre le scuole contano i giorni che mancano al 26 aprile e che dovrebbero portare alla riapertura anche delle superiori nelle zone gialle e arancioni, il governo già pensa al 1° settembre e al modo per avere tutti i docenti in cattedra. Riuscirci non è scontato sia perché gran parte dei vuoti (il 60%) si concentrano al Nord, sia perché l’ultima parola sulle risorse a disposizione non è stata detta.

La mappa dei posti vacanti

Secondo le prime elaborazioni della Cisl Scuola, anticipate al Sole 24Ore del Lunedì, terminate le operazioni di pensionamento (circa 30mila cessazioni di docenti, inclusi i 2mila per limiti d’età), i posti vacanti al 1° settembre per i professori sfiorano i 100mila, inclusi i 5mila in più sul sostegno della scorsa manovra. La fetta principale delle disponibilità, oltre 20mila, è come sempre in Lombardia; in generale, 6 posti su 10 sono al Nord, da Bologna in su. Ma è una fotografia “in corso d’aggiornamento” vista le oltre 90mila domande di mobilità inoltrate dagli insegnanti nonostante i blocchi triennali e quinquennali. E quindi, il 7 giugno, quando verranno pubblicati i movimenti, rischiamo di assistere a una nuova mobilitazione di massa dei docenti (circa 50mila), soprattutto in direzione Nord-Sud, e dunque alla necessità di aggiornare la mappa dei posti scoperti.

Nel frattempo, Palazzo Chigi e Istruzione hanno già iniziato a vagliare, in raccordo con l’Economia, diversi ipotesi per riempire i 100mila vuoti appena citati. A partire dalla ricognizione dei docenti attualmente presenti nelle graduatorie dei vecchi concorsi o nelle Gae a esaurimento. Ma se consideriamo che, attingendo a questi canali, negli scorsi anni si è riusciti a riempire meno del 30% dei posti autorizzati è chiaro che bisognerà cercare altrove. Al netto dell’inserimento pressoché sicuro dei 32mila insegnanti del concorso straordinario e dell’impossibilità ormai altrettanto certa di poter contare sui 46mila previsti dalle due selezioni ordinarie al palo, la strada principale sembra ancora quella del corso-concorso “sanatoria” per 50-60mila precari (su cui si veda Il Sole 24Ore di Lunedì 29 marzo).

Ma la soluzione finale dipenderà anche dalle risorse disponibili. Secondo i primi calcoli, assumere 100mila docenti costerebbe già il primo anno circa 3,5-4 miliardi di euro (da cui detrarre ovviamente i risparmi per i mancati pagamenti dei supplenti che verrebbero stabilizzati). Da qui la prudenza dei tecnici di via XX Settembre e la contestuale ipotesi di spalmare l’esborso totale su un arco almeno triennale. In questo caso, a settembre si proverebbe ad assumere a tempo indeterminato 70-80mila docenti, poi altri 10-15mila in ciascuno dei due anni successivi.

Il nodo sostegno

I desiderata del governo si scontrano con una difficoltà nella difficoltà: reperire docenti specializzati sul sostegno per riempire sia le scoperture d’organico storiche sia i 5mila nuovi ingressi previsti dalla manovra 2021 (che sul triennio diventano però 25mila). Se è vero che per l’immediato si può contare sui quasi 20mila reduci del V quinto ciclo di Tirocini formativi attivi (Tfa) già l’anno prossimo potrebbe esserci qualche difficoltà in più. Anche se gli atenei hanno confermato alla ministra dell’Università, Cristina Messa, di essere pronti a formarne 22mila, al momento il totale dei posti bandibili si ferma a 19mila visto il tetto di 40mila specializzandi autorizzato dal Mef per il triennio 2018-2020. All’Istruzione l’onere di chiederne 3mila in più e all’Economia il compito di concederli.


Proroga in vista per i 60mila supplenti dell’organico aggiuntivo anti-Covid

da Il Sole 24 Ore

di Eu.B e Cl.T.

Il conto dei professori da nominare per assicurare la riapertura delle scuole in sicurezza a settembre è destinato ad aumentare. Nel computo vanno aggiunti i 60mila docenti, stavolta a tempo determinato, che hanno fatto parte quest’anno dell’organico Covid e che saranno utili anche l’anno prossimo. A confermarlo è stato nei giorni scorsi lo stesso ministro Patrizio Bianchi durante un incontro con le organizzazioni sindacali. Anche se resta da capire quanti ne serviranno e per quanti mesi.

Ma partiamo dai punti fermi. A cominciare dall’amara considerazione che l’emergenza sanitaria si trascinerà anche nei prossimi mesi e dunque le regole di distanziamento anti-contagio torneranno ancora utili. Da qui la scelta del ministero dell’Istruzione di confermare, almeno per il 2021/22, l’organico aggiuntivo Covid-19, creato lo scorso anno da Lucia Azzolina, che ha provveduto a stanziare complessivamente circa 2 miliardi di euro, di cui 1,5-1,6 proprio per consentire alle scuole di assumere a tempo determinato docenti e personale tecnico-amministrativo.

Secondo i calcoli della Cisl Scuola, con le risorse a disposizione nel 2020/21, si potevano stipulare circa 60mila contratti con docenti e altri 20mila con personale Ata. Da fonti sindacali, risulterebbero firmati circa 90mila contratti (parte di essi possono però riguardare posti a orario ridotto o sostituire supplenti). Nel complesso, quindi, la conferma per il 2021/22 potrebbe interessare circa 80mila tra prof e Ata.

Passando alle questioni da risolvere, la prima riguarda la gestione di questo organico aggiuntivo, che nei mesi scorsi si è rivelata complessa. Con ritardi nel pagamento degli stipendi, giunti anche dopo 4 mesi di lavoro. Nell’interpretazione dei sindacati molti problemi sono dipesi dal fatto che lo Stato ha stanziato le risorse, lasciando poi libere le scuole di decidere come usarle: in sostanza, tutto è dipeso dalla tipologia di personale assunto e dal costo del singolo contratto.

Per evitare il bis, i sindacati della scuola, praticamente all’unisono, hanno chiesto al ministro Bianchi di “trasformare” i posti Covid in organico di fatto, e quindi di coprirli con contratti almeno fino al 30 giugno. Ma il responsabile di viale Trastevere non ha ancora dato una risposta definitiva. Complici le difficoltà a sciogliere il nodo risorse che, come abbiamo raccontato nell’altro articolo in pagina, s’intreccia con le immissioni in ruolo e dunque con l’intera operazione settembre.

Superiori in classe al 100% in zona gialla e arancione, fino alla terza media in rossa

da Il Sole 24 Ore

di Claudio Tucci

Il governo ci riprova, e dal 26 aprile è pronto a riportare in presenza al 100% tutti gli studenti, compresi quelli delle superiori, nelle aree gialle e arancioni. Anche in zona rossa si allenta un po’ la stretta: tutti in classe fino alla terza media, per le secondarie di secondo grado invece il rientro tra i banchi si porta al 50%.

L’obiettivo dell’intervento, che confluirà in un prossimo provvedimento normativo, lo hanno sintetizzato il premier, Mario Draghi, e il ministro della Salute, Roberto Speranza, ieri in conferenza stampa a palazzo Chigi: consentire a quasi tutti i circa 8,5 milioni di alunni di poter trascorrere un mese, o poco più, in classe, e quindi assaggiare un primo ritorno alla normalità, dopo ormai quasi due anni scolastici trascorsi in prevalenza “da remoto”. Soddisfatto anche il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi: «Con questa decisione – ha aggiunto – mandiamo un messaggio di speranza e di responsabilità. Nei prossimi giorni lavoreremo con i nostri uffici territoriali, gli enti locali, le scuole, i tavoli prefettizi».

Ma l’intenzione di massima dell’esecutivo rischia di scontrarsi, tuttavia, con i problemi e le difficoltà che gli istituti vivono dallo scorso settembre, e che non si esauriscono nel solo trasporto pubblico, dove il premier Draghi ha ricordato l’investimento di 390 milioni di euro (in parte però ancora da assegnare agli enti territoriali) e le limitazioni alla capienza sui mezzi (50%).

Al netto del rebus trasporti, che rappresenta un nodo importante e in larga parte irrisolto, occorrerà affrontare in una manciata di giorni poi il tema degli spazi: un ritorno massiccio al 100% in molte regioni creerà infatti non pochi ostacoli agli istituti superiori (diversi presidi ipotizzano già doppi turni per gli alunni). C’è poi «lo screening tramite tamponi veloci, ma non abbiamo avuto ancora novità – ha evidenziato Antonello Giannelli, a capo dell’Anp, l’Associazione nazionale presidi -. Tutti auspichiamo la riapertura ma il tema è la fattibilità, non abbiamo informazioni che le condizioni vi siano».

Sempre sulla scuola, è in arrivo anche un’altra novità. Per la prima volta, gli scrutini potrebbero essere anticipati al 1° giugno, quindi prima del termine delle lezioni, che in base ai calendari regionali quest’anno è fissato tra il 5 e il 12 giugno. A prevedere l’anticipo degli scrutini (e in buona sostanza della scuola) è un’ordinanza dell’Istruzione all’esame del Consiglio superiore della Pubblica istruzione (Cspi). L’anticipo degli scrutini, secondo quanto si apprende, servirebbe a programmare poi i corsi per il recupero degli apprendimenti, nelle modalità “aperte” anche a territori e terzo settore, ipotizzati nelle scorse settimane dal governo, e che dovrebbero – anche qui il condizionale è d’obbligo – andare avanti per tutta l’estate.

Bullismo, il Miur condannato per lite temeraria: è la prima volta

da Il Sole 24 Ore

di Marisa Marraffino

Per la prima volta in un caso di bullismo il Miur dovrà risarcire il danno da lite temeraria ai genitori di un bambino di dieci anni, aggredito da un compagno durante la ricreazione e lasciato da solo nei bagni per quarantacinque minuti.

Lo ha stabilito il Tribunale di Potenza (giudice Giuseppe Lomonaco), con la sentenza 425 pubblicata lo scorso 12 aprile, che si è pronunciato sui fatti accaduti in una scuola primaria a causa della mancata sorveglianza dei docenti.

I fatti
L’insegnante si era accorta della violenza soltanto dopo essere stata avvertita da altri bambini e aveva trovato l’alunno in bagno mentre perdeva sangue. Nessuno si era preoccupato di avvisare i genitori, venuti a conoscenza dell’episodio soltanto al momento dell’uscita dei ragazzi da scuola.

Nonostante la responsabilità dell’istituto scolastico fosse chiara, trattandosi di un evidente caso di culpa in vigilando, ai genitori è toccato fare causa per ottenere il risarcimento del danno, quantificato in oltre 6mila euro, ai quali dovranno aggiungersi adesso le spese legali e mille euro a titolo di lite temeraria, che viene riconosciuta quando il giudice configura un abuso dello strumento processuale a scopi meramente dilatori.

La sentenza
«E’ pacifico – si legge nella sentenza – che l’alunno sia stato autorizzato a recarsi da solo nei bagni dell’istituto senza che l’insegnante prevedesse di accompagnarlo o si sia premurato di verificare che entrasse nella sfera di vigilanza dei bidelli o di altri insegnanti».Da qui la responsabilità dettata dall’articolo 2048 del Codice civile che viene meno soltanto quando la scuola può dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitare l’evento.

Va ricordato, poi, che l’obbligo di vigilanza è maggiore quanto più piccoli sono gli alunni. In questo caso si trattava di un caso di bullismo maturato all’interno di una scuola primaria dove l’obbligo di sorveglianza è rafforzato proprio per l’età degli studenti. Oltra al danno biologico, il giudice ha disposto il risarcimento del danno morale, inteso come «dolore, vergogna, paura disistima, disperazione».

A pesare il fatto che il bambino sia stato lasciato da solo per quarantacinque minuti, senza che nessuno se ne accorgesse, indice palese di «turbamento e della vergogna di farsi vedere dall’insegnante e dagli amici di classe nella particolare condizione di sconfitto ed umiliato dalla disputa avuta con l’altro coetaneo».

La vittima, inoltre, aveva smesso per qualche giorno di andare in classe, oltre a manifestare l’intenzione di cambiare scuola. Tutti segnali degli episodi di bullismo in corso, sottovalutati dalla scuola.

Rischi prevedibili
Per il giudice, infatti, i rischi di finire vittima di bullismo sono prevedibili soprattutto quando gli studenti sono nel pieno dell’età evolutiva. «L’età adolescenziale e preadolescenziale – si legge nella sentenza – è connotata da peculiare fragilità (…) in quanto proprio in quella fase i bambini tendono caratterialmente a prevalere sull’altro sino ad instaurare una competizione caratteriale e fisica».

I precedenti
Non è la prima volta che i giudici si pronunciano sul danno morale derivante dalle aggressioni subite in ambito scolastico. La pronuncia di Potenza arriva dopo la sentenza n. 1087 del Tribunale di Reggio Calabria (giudice Stella) del 20 novembre scorso che aveva definito il bullismo «un dolore dell’animo» da risarcire tenendo conto delle proiezioni che le violenze e le umiliazioni hanno nel tempo nella vita di chi le subisce. Le sentenze degli ultimi anni hanno rafforzato la tutela delle vittime di bullismo, fissando principi chiari e condivisi, che non possono più essere ignorati.

Studenti italiani all’avanguardia nella consapevolezza economica e ambientale

da Il Sole 24 Ore

di Eu. B.

I giovani italiani mostrano una maturità e un orientamento al futuro sorprendenti e unici. A una consapevolezza ambientale si abbina quasi sempre la consapevolezza economica. L’attenzione per l’ambiente e per il denaro è trasversale al genere. Il ruolo dei gentiori resta cruciale. Sono i principali risultati di una ricerca che il Museo del Risparmio di Intesa Sanpaolo ha promosso per indagare come i giovanissimi (13-18enni) affrontano il tema della sostenibilità in senso ampio.

Il progetto
Si tratta di un approfondimento di natura complementare all’attività educativa del progetto Save che il Museo ha disegnato e propone da tre anni insieme al Bei Institute, per sensibilizzare i giovani all’uso consapevole delle risorse finanziarie e ambientali, all’economia circolare e all’inclusione sociale.Sono state raccolte 400 interviste tramite tecnica Cawi (Computer assisted web interviewing) rivolte a un campione di 13-18enni rappresentativo dell’universo di riferimento per sesso, singole età anagrafiche e area geografica di residenza.

La maturità dei giovani italiani
Secondo la ricerca i giovani italiani mostrano una maturità e un orientamento al futuro sorprendenti e unici. L’adesione al tema della sostenibilità è alta, segno di una sensibilità radicata, si potrebbe dire ‘nativa’ per la generazione dei Fridays for future. Sia quando si tratta di attenzione verso le risorse ambientali, sia quando si tratta di gestione del denaro. Sia il punteggio medio dell’indice di consapevolezza ambientale che quello dell’indice di consapevolezza economica sono pari a 6.7 punti in una scala da 0 a 10.
Il 96.1% dei giovani italiani ha sentito parlare del problema del cambiamento climatico. L’impegno in prima persona dei giovani per ridurre lo spreco delle risorse naturali ottiene un punteggio pari a 6.7. La gravità della mancanza di attenzione degli adulti verso le tematiche ambientali è giudicata in un punteggio di 7.9.
L’83.5% dei giovani italiani che ha soldi a propria disposizione dichiara l’abitudine a pensare come usarli. L’85.9% risparmia denaro con una finalità ben precisa (per realizzare un progetto o, secondariamente, per allontanare la paura di diventare povero). La capacità individuale di tenere sotto controllo le spese rimandando quelle non necessarie è pari a 7.1.

Consapevolezza ambientale ed economica di pari passo
Per i nostri giovani la consapevolezza ambientale e quella economica sono intimamente connesse: chi ha grande attenzione per le risorse naturali gestisce con uguale cura il denaro.Dalla consapevolezza della finitezza – in alcuni casi vera e propria scarsità di risorse -evocata dalle ripetute crisi economiche, lavorative, sociali, climatico-ambientali e ora pure sanitarie, i ragazzi hanno imparato la responsabilità nell’uso dei beni di cui dispongono.

Attenzione per l’ambiente e per il denaro trasversale al genere
A una trasversalità di partenza dell’attenzione all’ambiente e al denaro seguono però alcune peculiarità tra ragazzi e ragazze. Pur ottenendo, rispettivamente, 6.8 e 6.9 punti nell’indice di consapevolezza ambientale e 6.9 e 6.9 in quello di consapevolezza economica, le seconde hanno un minore tendenza dei primi (5.3 contro 5.6), a usare il denaro pensando solo alla propria felicità. Inoltre, sentono con maggiore frequenza di valere poco e amano le storie sui social che raccontano di persone di diverse parti del mondo.I ragazzi invece sono più felici, hanno infatti un punteggio pari a 7.1 mentre le ragazze si fermano a 6.7.

Il ruolo cruciale delle famiglie
I genitori svolgono ancora un ruolo di primaria importanza per i 13-18enni italiani, vengono infatti presi a modello da una larghissima maggioranza di ragazzi sia quando si parla di sostenibilità ambientale che di sostenibilità economica. Ma se il modello di riferimento familiare è quasi esclusivo per quanto riguarda la consapevolezza economica, perché i genitori sono la prima fonte di denaro e sono spesso l’unico modello esistente, il ruolo dei genitori diventa meno esclusivo quando si tratta di sostenibilità ambientale. Sia perché i ragazzi di solito sono più bravi nell’adottare i nuovi comportamenti (fare la raccolta differenziata, prestare attenzione allo spreco di acqua, usare forme di mobilità alternativa, eccetera), sia la questione ambientale è affrontata ampiamente dai media e nei contesti extra-familiari.

Miur e Rai Cultura insieme verso gli esami di Stato

da Il Sole 24 Ore

di Redazione Scuola

L’esame di Stato del secondo ciclo, la Maturità 2021, con tutte le sue novità: dall’elaborato, che sarà assegnato a ciascuna ragazza e ciascuno ragazzo entro fine aprile, alle modalità di svolgimento del colloquio, al Curriculum dello studente. Sarà il tema al centro del nuovo appuntamento “La Scuola in Tivù – Percorsi di Maturità”, in onda su Rai Scuola, dal 19 al 29 aprile, dal lunedì al giovedì, con due puntate quotidiane, dalle 15.30 alle 16.30, in replica dalle 19.30 alle 20.30. Tutti i contenuti resteranno poi sempre a disposizione della comunità scolastica sul portale di Rai Scuola (https://www.raiscuola.rai.it/) e su Rai Play (https://www.raiplay.it/).

Protagonisti degli approfondimenti che andranno in onda nei prossimi giorni saranno esperti individuati dal ministero dell’Istruzione che illustreranno, puntata dopo puntata, cosa è e come si struttura l’elaborato (anche con esempi relativi ai diversi percorsi scolastici), come si articola il colloquio, come si compone e si compila il Curriculum dello Studente. Non mancheranno, poi, momenti specifici di approfondimento sull’analisi del testo, sui Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento (Pcto) e sull’insegnamento dell’Educazione civica.

Sarà dedicata agli Esami di Stato 2021 anche la programmazione del venerdì di #maestri, in onda dal 7 maggio al 25 giugno – alle 15.20 su Rai3 e alle 17.40 su Rai Storia – sempre in collaborazione con l’Istruzione. Al centro della conversazione principale di ogni puntata, condotta da Edoardo Camurri, ci saranno le studentesse e gli studenti che racconteranno, in collegamento da casa, gli argomenti dei loro elaborati, per farli diventare oggetto di ragionamento insieme a una ‘maestra’ o un ‘maestro’ in studio.

L’offerta di Rai Cultura per la #Maturità2021 sarà completata da un percorso online sul portale di Rai Scuola (www.raiscuola.rai.it/percorsi/maturita) dove sarà possibile trovare tutti i materiali dedicati all’esame.

“Maturità. Lezioni e approfondimenti per l’esame di Stato”, in particolare, è il percorso didattico costruito con lezioni tenute da insegnanti, docenti universitari, accademici e divulgatori per tutte le studentesse e gli studenti che stanno per affrontare questa prova.

Con l’ausilio di programmi televisivi dedicati e approfondimenti divisi per discipline, su www.raiscuola.rai.it i maturandi e i loro docenti potranno trovare materiale audiovisivo sui protagonisti della Letteratura italiana e straniera, sulla Storia dell’arte, la Storia contemporanea, le Lingue classiche, le Lingue straniere, la Filosofia e il Debate, le Scienze sociali, l’Economia e il Diritto, la Musica e la Danza e una serie di lezioni interdisciplinari.

Per le materie scientifiche ci saranno: Matematica, Fisica, Biologia e Biotecnologie, Scienze della terra, Chimica e uno speciale sui profili de “I giganti della Scienza”. Una sezione sarà dedicata all’Educazione civica.

Riapertura scuole il 26 aprile, sindacati preoccupati: nessuna garanzia in più. Continuare con la Dad

da OrizzonteScuola

Di redazione

Riapertura scuole il 26 aprile, ma “quali misure di sicurezza in più sono state nel frattempo approntate visto che in tutte zone di rischio, comprese arancione e gialla, debbono permanere tutte le precauzioni anticovid per scongiurare la diffusione del contagio?”, chiedono i sindacati Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola, Snals e Gilda

Il “rischio ragionato”, di cui ha parlato il Presidente del Consiglio Draghi in conferenza stampa, “non basta a dare tranquillità e garanzie al personale e agli alunni, le cui condizioni relativamente al distanziamento sono rimaste immutate, nonostante le varianti del virus”, hanno sottolineato i sindacati commentando la decisione del ritorno delle attività in presenza a scuola dal prossimo 26 aprile.

“Occorre anzitutto aggiornare i protocolli di sicurezza, che sono fermi all’estate del 2020; poi – hanno aggiunto – occorre attivare un’efficace azione di tracciamento, potenziare i trasporti e, soprattutto, occorre consentire che le scuole possano auto organizzarsi circa gli orari di ingresso e di uscita, la durata delle lezioni e quant’altro occorra per garantire il lavoro e le lezioni in sicurezza”.

Secondo il presidente Anief, Marcello Pacifico, è preferibile continuare in Dad e concentrarsi sulla riapertura a settembre, lavorando per questo obiettivo da subito. “La situazione non è cambiata, oggi le classi sono sempre quelle”, ha spiegato al Tgcom24. Riaprire le scuole adesso, ha spiegato il sindacalista, “è molto rischioso. Dovremmo riunirci invece subito per riniziare il prossimo anno in sicurezza”.

E domani i sindacati sono convocati al ministero proprio per discutere del protocollo di sicurezza per gli Esami di Stato e della riapertura delle scuole.

Riapertura scuole, obiettivo lezioni in presenza il 26 aprile: tra aumento contagi, problema trasporti e classi pollaio

da OrizzonteScuola

Di Fabrizio De Angelis

Da Viale Trastevere, negli ultimi giorni, sembra ci sia stata un’accelerazione per quanto concerne la riapertura delle scuole prevista dal Governo a partire dal 26 aprile: il rientro in classe è senza dubbio uno dei temi portanti che riguardano le aperture che il governo sta provando ad adottare in tutto il Paese. Tuttavia, anche questo, ennesimo rientro in classe, appare piuttosto complicato e non lascia tranquilli tutti.

Il ritorno a scuola in presenza in zona gialla e arancione al 100% per tutti e alle superiori al 50% in zona rossa, fa parte del “rischio ragionato, non folle” secondo il ministro della Salute Roberto Speranza, che ha definito l’istruzione “architrave della nostra società“.

Rimane sempre il dubbio: la scuola è sicura? Secondo una statistica riportata dal quotidiano Il Tempo, in coincidenza della riapertura scuole i contagi fra la popolazione in età scolare sarebbe più alta di altre fasce d’età. Secondo il quotidiano Il Tempo, infatti, nelle prime due settimane di aprile, in base ai dati dell’Istituto Superiore di Sanità, i contagi nella fascia 0-3 anni sono cresciuti del 10,18%, la percentuale più alta, seppur in numeri assoluti ‘piccoli’. Nella popolazione tra i 3-5 anni i nuovi positivi sono aumentati dell’8,79%, mentre tra i 6-10 anni del 7,92 e tra gli 11-13 del 7,35. Incremento lievemente superiore nella fascia 14-19, con un aumento percentuale del 7,47 per cento.

Il ritorno in classe sembra aver mantenuto ad ogni modo dei problemi già precedenti, come i trasporti e il sovraffollamento delle aule: il primo punto in effetti è molto delicato e riguarda proprio nello specifico le scuole secondarie di secondo grado. “Qualsiasi programma di riapertura deve prevede un miglioramento dei trasporti pubblici locali”, ha detto il Ministro che ha spiegato: “la competenza è dei Comuni e delle Regioni ma ciononostante oggi pomeriggio ho convocato i presidenti della Conferenza regionale, delle Province e dei Comuni per discutere di come organizzare i trasporti sicuri“.

Sul secondo tema, quello del distanziamento delle aule, il presidente dell’ANP Giannelli è categorico: “La scuola è un luogo naturale di assembramento. Se si torna al 100% in molte aule non sarà possibile rispettare il metro di distanziamento. In questo caso la scuola si vedrà costretta a ridurre la presenza dei ragazzi e alternarla alla dad, facendo rotazioni. Bisogna valutare questo rischio”.

Nella mattinata del 19 aprile le organizzazioni sindacali e l’amministrazione tratteranno il tema della riapertura scuole e dell’aggiornamento del protocollo di sicurezza, anche per quanto riguarda l’Esame di Stato. Si tratta di un incontro arrivato in seguito alla richiesta dei sindacati per aggiornare proprio il protocollo di sicurezza.

Un segnale di grande sensibilità“, dice Maddalena Gissi, segretaria Cisl Scuola, che spera “di avere indicazioni certe sul tracciamento e sull’uso delle mascherine FFP2 come indicato dagli scienziati“. In ogni caso, l’esito della riunione sarà condiviso con Il Cts che si esprimerà su questi temi. 

E in settimana, ha annunciato la ministra Mariastella Gelmini, ci sarà un tavolo con i colleghi delle Infrastrutture, dell’Istruzione e i presidenti delle Regioni dove si affronteranno “i temi della logistica“, a cominciare da quello cruciale dei trasporti. “Ci vorrà il tracciamento per individuare in tempo eventuali contagi a scuola, ma il ritorno in classe almeno per un mese è un fatto doveroso“, ha ribadito Gelmini.

Sulle scuole c’è un limite fisico, perlomeno per quanto riguarda i trasporti, per esempio nell’attesa dell’autobus e poi sui mezzi stessi. Servono anni non mesi per ordinare nuovi mezzi. E’ chiaro che bisognerà organizzare anche questo”, ha detto il presidente della Conferenza delle Regioni e governatore del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga.

Bisogna ricordare che le scuole, grazie al decreto Sostegni, hanno ricevuto 150 milioni da spendere anche per la sicurezza, come l’acquisto di mascherine, obbligatorie dai 6 anni in su, impianti si areazione, prodotti di igiene degli ambienti, termoscanner, tamponi.

Riaperture dal 26 aprile: sindacati convocati dal Ministro. Unicobas e altri proclamano sciopero

da La Tecnica della Scuola

Sulla possibile riapertura di tutte le scuole a partire dal 26 aprile prossimo le posizioni non sono univoche.

Secondo i sindacati del comparto scuola l’espressione usata dal presidente Mario Draghi (“rischio ragionato”) “non basta a dare tranquillità e garanzie al personale e agli alunni, le cui condizioni relativamente al distanziamento sono rimaste immutate, nonostante le varianti del virus”.

I sindacati si chiedono: “Quali misure di sicurezza in più sono state nel frattempo approntate visto che in tutte zone di rischio, comprese arancione e gialla, debbono permanere tutte le precauzioni anticovid per scongiurare la diffusione del contagio?”
E proseguono: “Occorre a tal fine anzitutto aggiornare i protocolli di sicurezza, peraltro mai puntualmente applicati, che sono fermi all’estate del 2020; poi occorre attivare un’efficace azione di tracciamento, potenziare i trasporti (che sono il luogo dove le persone che frequentano la scuola corrono i rischi maggiori di contagio) e, soprattutto, occorre consentire che le scuole – supportate dagli uffici scolastici regionali, e non più costrette a seguire le discutibili decisioni delle Regioni, fin qui dimostratesi ampiamente non all’altezza – possano auto organizzarsi circa gli orari di ingresso e di uscita, la durata delle lezioni  e quant’altro occorra per garantire il lavoro e le lezioni in sicurezza”.

Molto netta, invece, la protesta di Usb, Unicobas e Cobas Sardegna che hanno proclamato uno sciopero generale della scuola per il 6 maggio “perché – scrive USB Scuola – in una condizione in cui la scuola dovrebbe essere al centro dell’attenzione di ogni membro del Governo e del Parlamento per consentire la frequenza in assoluta sicurezza del 100% degli studenti e dei lavoratori, si dà il via a riaperture propagandistiche, senza quelle condizioni che, come diciamo da un anno e più ormai, devono essere messe in atto immediatamente per garantire contemporaneamente il diritto alla salute e il diritto all’istruzione dal nido all’università”.

Sul versante politico va segnalata una dichiarazione di Francesco Boccia (PD) secondo cui “le riaperture graduali in base all’andamento dei contagi riteniamo siano state decise con il consueto rigore”.
“Nella scuola italiana – aggiunge Boccia – gli studenti, i genitori così come gli insegnanti e tutto il personale, attendono con ansia di conoscere le nuove misure di sicurezza per evitare il rischio di contagi da variante inglese. Sicuramente sarà stato predisposto un pacchetto immediato di interventi per salvaguardare la salute di tutti e proteggere la vita. Auspico, così come chiedono tanti sindaci e presidenti di provincia, che siano stati predisposti tamponi rapidi continui, un rigido distanziamento, l’igienizzazione continua e il tracciamento casi sospetti in tempo reale”.

Commenti positivi da parte del 5S Gianluca Vacca: “Finalmente arrivano segnali di speranza sulla possibilità di far ripartire diverse attività nelle prossime settimane. Per il M5S il ritorno in classe di studentesse e studenti rimane prioritario e ci aspettiamo, come ha detto anche la nostra sottosegretaria Floridia, che saranno garantite lezioni in presenza per tutti, a prescindere dal colore delle Regioni. Riaprire tutte le scuole non appena possibile è la direzione che il Parlamento ha individuato votando recentemente un’importante mozione e impegnando il Governo a perseguirla”.

Nella serata di domenica arriva anche la notizia che nella giornata di lunedì è in programma un incontro fra il ministro Bianchi e i sindacati: “Un segnale di grande sensibilità” commenta Maddalena Gissi, segretaria nazionale Cisl Scuola, che aggiunge: “Domani ci sarà un tavolo per aggiornare il protocollo sulla sicurezza in vista della ripresa al 100%. Permangono le nostre preoccupazioni sulle condizioni delle attività didattiche in presenza; i dirigenti scolastici hanno sperimentato da tempo tutte le possibili soluzioni ma con la frequenza di tutti , specialmente nella secondaria , si rischia di produrre molti disagi. Speriamo di avere indicazioni certe sul tracciamento e sull’uso delle mascherine FFP2 come indicato dagli scienziati”.

Ritorno 26 aprile, per i ministri Gelmini e Speranza è doveroso: ora la “palla” passa alle scuole

da La Tecnica della Scuola

Quasi tutte le scuole italiane si apprestano a riaprire con gli studenti di nuovo in presenza. Le esigenze sono note da tempo, ormai da quasi un anno: si tratta delle mascherine Ffp2, dei tamponi rapidi con monitoraggi periodici, dell’areazione automatica, di più trasporti per raggiungere gli istituti, oltre che di terminare il prima possibile le vaccinazione del personale. Al governo, però, sembra che le priorità siano ancora da decidere. Tanto da continuare ad organizzare riunioni con gli enti locali. E’ a loro che spetterà, infatti, predisporre le misure da adottare, ad iniziare dall’organizzazione dei trasporti. Subito dopo, già in settimana, la “palla” delle decisioni da prendere passerà ai dirigenti scolastici e agli organi collegiali delle scuole, cui spetterà stabilire regole e soprattutto eventuali orari di entrate-uscite scaglionate. Solo che i giorni al 26 aprile, sono ormai veramente pochi. E gli strumenti su cui agire, se si eccettuano circa 18 mila euro a scuola giunti dal Decreto Sostegni, non sono molto diversi rispetto al rientro generalizzato dello scorso settembre.

Gelmini: tornare in aula almeno un mese

“Per tutti gli aspetti della logistica in settimana ci sarà un tavolo con” il ministro “Giovannini, Bianchi e presidenti regionali”, ha detto il ministro degli Affari regionali e delle Autonomia Mariastella Gelmini al Caffè della Domenica su Radio24.

“Ci vorrà il tracciamento per individuare in tempo eventuali contagi a scuola, ma il ritorno in classe almeno per un mese è un fatto doveroso”, ha sottolineato la titolare del dicastero degli Affari regionali.

Speranza: mandiamo fiducia ai giovani

Molti addetti ai lavori esprimono più di un dubbio. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, fino a pochi giorni fa era tra i più intransigenti verso le riaperture: dopo la conferenza di venerdì scorso del premier Mario Draghi ha però cambiato idea. Ed ora spiega perché anche lui è improvvisamente diventato pro-aperture.

Intervistato da Lucia Annunziata, durante Mezz’ora in più su Rai 3, ha detto che si riapre “la scuola perchè è l’architrave della nostra società per ripartire e dare un segnale di fiducia ai ragazzi. La scelta del governo è stata chiara e netta e vogliamo che il più altro numero di ragazzi possa essere in presenza”.

“Si tratta di un rischio ragionato, non folle, ma dobbiamo chiedere aiuto alle persone, soprattutto ora avremo ancora più bisogno di attenzione, mascherine, distanziamento, lavaggio mani”, ha esortato Speranza.

Miozzo: decisioni da prendere sul territorio

Agostino Miozzo, ex capo del Cts, oggi consigliere del ministro Patrizio Bianchi è dello stesso parere: sul Messaggero, Miozzo dice che è “giusto fare test a campione e lezioni all’aperto, turni solo dove serve, ma la riapertura delle scuole è un grande risultato”.

Miozzo dice che ci saranno “ingressi scaglionati e decisioni da assumere sul territorio. Nei ragazzi italiani “questo lungo periodo senza lezioni lascerà segni importanti”, perché “i neuropsichiatri infantili dicono di avere i reparti strapieni, i tentativi di suicidio e autolesionismo sono molti” e “questa generazione sta male”.

Rispetto al rischio contagi, Miozzo ammette che le scuole non ne sono esenti, “ma bisogna fare una distinzione tra l’interno e l’esterno della scuola. All’interno, certo, c’è una quota di rischio di contagio, ma ridotta dalle regole”, mentre “all’esterno restano i problemi dei trasporti e degli assembramenti. Sui quali, però, molto è stato fatto”.

Fedriga: sui trasporti c’è poco da fare

Non sembra dello stesso avviso il neo presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga: durante il programma “Mezz’ora in più” su Rai 3, ha detto che per quanto riguarda i trasporti pubblici, legati alla riapertura delle scuole in presenza, “c’è un limite fisiologico rappresentato dal numero insufficiente di bus”.

“Come Conferenza delle Regioni, insieme ad Upi ed Anci abbiamo chiesto un incontro al Governo per rivedere gli orari di entrata ed uscita dalle scuole”, ha detto ancora Fedriga.

Sindacati: la lista degli interventi è lunga

Ancora più perplessi si dicono i sindacati. “La decisione di tornare a lavorare in presenza, a partire dal 26 aprile, in tutte le scuole di ogni ordine e grado, pur essendo un obiettivo condiviso, è stata assunta”, hanno scritto Flc-Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda, si basano “su un calcolo di ‘rischio ragionato’ che non basta a dare tranquillità e garanzie al personale e agli alunni, le cui condizioni relativamente al distanziamento sono rimaste immutate, nonostante le varianti del virus”.

Per le sigle principali è “necessario – ed è bene che le autorità preposte, tutte, riflettano attentamente sul da farsi – che in questi giorni che ci separano dalla effettiva generale apertura del 26 aprile vengano messi in atto provvedimenti adeguati”.

Quello che chiedono è “un’efficace azione di tracciamento, potenziare i trasporti (che sono il luogo dove le persone che frequentano la scuola corrono i rischi maggiori di contagio) e, soprattutto, occorre consentire che le scuole – supportate dagli uffici scolastici regionali, e non più costrette a seguire le discutibili decisioni delle Regioni, fin qui dimostratesi ampiamente non all’altezza – possano auto organizzarsi circa gli orari di ingresso e di uscita, la durata delle lezioni  e quant’altro occorra per garantire il lavoro e le lezioni in sicurezza”.

Come serve “non appena esaurite le attuali priorità vaccinali stabilite dal Governo, riprendere subito e portare rapidamente a termine la vaccinazione del personale scolastico”.

Infine, i sindacati chiedono “di aggiornare i protocolli di sicurezza, peraltro mai puntualmente applicati, che sono fermi all’estate del 2020”.

Attività didattiche, la prossima sarà un’estate diversa?

da La Tecnica della Scuola

Prove generali di ripartenza domani 19 aprile in molte Regioni con tantissimi studenti che potranno ritornare nelle loro scuole con un obiettivo coraggioso e calcolato di permettere a tutti, dal 26 aprile, di poter riprendere le attività formative in presenza almeno per un mese prima della conclusione dell’anno scolastico.

È da apprezzare e incoraggiare, anche da parte degli operatori scolatici tutti, questa scommessa del Ministero per il beneficio, sotto l’aspetto psicologico e formativo, in quanto permetterebbe di ristabilire quei contatti di comunità che sono tanto mancati agli studenti e della cui importanza, per una crescita significativa, ci siamo accorti proprio in questo periodo di distanza fisica a cui siamo stati costretti per quattordici lunghi mesi.

Ancora più innovativa e da valutare positivamente è la proposta del Ministero di far vivere agli studenti un’estate socializzante che permetta loro di approfondire tematiche, di intessere relazioni, di riflettere sull’esperienza provocata da un lockdown così prolungato, imprevisto e inimmaginabile.

Estate diversa

Per questa iniziativa sono stati stanziati 150 milioni ma ancora più interessante è la decisione di coinvolgere in questo progetto di riorientamento i Comuni, le Province e le Regioni e c’è da augurarsi anche le scuole, non solo come esecutrici di decisioni e direttive, ma come protagoniste per definire un ampliamento dell’offerta formativa anche assegnando loro la possibilità di reclutare per queste esperienze formative il personale più motivato sia interno al collegio, sia esterno.

Sarebbe opportuno cogliere questa occasione per sperimentare nuove forme di reclutamento dal basso per rompere il circolo vizioso dei concorsi farciti di ricorsi e di lungaggini che arrivano sino alla Cassazione o alla Corte Costituzionale.

È opportuno ricordare che già in altre occasioni, come la strutturazione delle “sezioni primavera”, previste dalla legge 296 del 2006, è stata data questa opportunità di selezionare le figure professionali direttamente alle scuole e si son potute realizzare ottime esperienze sulle quali le “cabine di regia regionali” dovrebbero fare un monitoraggio e raccontare queste esperienze come “best practices”.

Inoltre il coinvolgimento degli Enti Locali può tornare utile per creare quel “capitale sociale” necessario alla creazione di una scuola di qualità cui tendere dopo la pandemia.

Le indagini internazionali e i dati Invalsi stanno tutti lì a dimostrare che i risultati migliori nelle performance degli apprendimenti vengono raggiunti nelle parti d’Italia dove si riesce a creare questa sinergia tra stakeholders, genitori, imprese ed Enti Locali.

Ampliamento offerta formativa estiva

Per questo motivo nel Decreto Sostegni si è pensato da parte del Ministro di attivare interventi di potenziamento attraverso centri estivi diurni, servizi socio-educativi territoriali, centri con funzione educativa e ricreativa per potenziare l’offerta formativa extracurriculare, il recupero delle competenze di base, il consolidamento delle discipline, la promozione di attività per il recupero della “socialità” degli studenti, realizzando un grande piano nazionale contro povertà e fragilità educative e la conseguente dispersione scolastica.

Come tutte le proposte innovative di questi ultimi 20 anni hanno trovato una forte opposizione delle oligarchie che operano nel sistema scolastico e che vorrebbero spesso sostituirsi al Ministro.

Né la proposta di un’ESTATE DIVERSA deve essere letta artatamente come un voler gettare colpe al personale docente che ha saputo, invece, affrontare le novità dell’emergenza sanitaria con un piano di lavoro di didattica digitale integrata, di cui possono ritenersi orgogliosi.

I centri estivi rientrano nella migliore tradizione culturale dei percorsi formativi sperimentati da anni del nostro Paese e possono diventare un nuovo modo di vivere la socialità fuori dalle “mura scolastiche”, per riportarla a settembre anche all’interno delle aule scolastiche.

Classi pollaio più forti del Covid, le norme Gelmini valgono ancora: 30 alunni alle superiori, no sdoppiamenti

da La Tecnica della Scuola

Dopo la comunicazione delle scuole agli Ambiti territoriali delle decisioni dei Collegi dei docenti sulle quote di autonomia, sta entrando nel vivo la “partita” degli organici. Da questi, infatti, deriveranno eventuali soprannumerarietà, sulla base delle graduatorie d’istituto dei docenti di ruolo. In molti casi, però, il quadro non è ancora definito. Innanzitutto perché per alcune settimane potrebbero esserci integrazioni derivanti dall’organico di fatto. Ma anche perché vi sono casi in cui i dirigenti scolastici, ma anche le famiglie, chiedono all’ufficio di competenza di poter formare classi sinora negate.

Peggio del 2020

Il problema è che, come un anno fa, le norme rimangono immutate, ferme ai parametri introdotti col dimensionamento Tremonti-Gelmini, in particolare con la famigerata Legge 133 del 2008. Solo che in queste condizioni la richiesta del Comitato tecnico scientifico di rispettare il distanziamento fisico non è certo agevolata: quasi sempre, infatti, gli alunni vengono collocati in aule che non superano i 40-50 metri quadri.

Continuano quindi a formarsi, anche in piena pandemia, classi con oltre 30 alunni, a volte anche in presenza di disabili. Il tutto in ossequio alle rigide norme sulle formazioni di classi iniziali.

Anzi, le cose vanno pure peggio: perché per il 2020 il governo aveva approvato una deroga che prevedeva, in particolari casi, classi da non più di 23 alunni. Oggi di quella deroga non c’è più traccia.

La denuncia

Su questo tema, la nostra redazione continua a ricevere lamentele. Ed è di questi giorni la denuncia pubblica di Mario Rusconi, presidente Anp Lazio-Roma sulla “composizione delle classi”, perchè nulla è stato fatto “nel ritorno a scuola da settembre 2020 ad oggi. Risultano classi che possono variare da 22 a 29/30 alunni, talvolta con la presenza di alunni disabili”, dice il sindacalista.

Secondo Rusconi “è grave che, ad oggi, non sia stata cambiata la norma che prevede una tale composizione numerica. Rischiamo di tornare” in presenza al 100% “con classi sovraffollate, che costituiscono non solo un potenziale pericolo per la salute dei nostri ragazzi, ma anche un danno formativo grave per quegli studenti più fragili”.

I numeri delle classi

Ricordiamo che i parametri minimi per la formazione delle prime classi prevedono numeri piuttosto elevati: 18 alunni all’infanzia, 15 alla primaria, 18 alle medie e 27 alle superiori. A meno che non vi siano disabili: nel caso siano gravi non si potrebbe andare oltre le 20 unità (indicazione che però nei fatti spesso viene superata).

Senza disabili si può arrivare a classi da 29 alunni nella scuola dell’infanzia, 27 alla primaria, 28 alle medie e 30 alle superiori. Numeri davvero alti, che anche in questo caso non di rado vengono oltrepassati.

Ma non finisce qui. Perché per la formazione delle classi intermedie, soprattutto alle superiori, i dirigenti concedono difficilmente classi attorno ai 15 alunni, così capita che la classe si sopprime.

La politica dell’amministrazione è semplice: non vi devono essere aggravi di spesa rispetto a quanto prefissato. Come dire: il diritto allo studio si può assolvere altrove, ma senza mai uscire dai conti prefissati. Se poi a rimetterci è l’alunno, che deve farsi decine di chilometri al giorno per raggiungere la scuola, non è un problema.

I vincoli scattano anche sulla concessione di classi aggiuntive. Se, ad esempio, ad una scuola giungono richieste di iscrizioni superiori alle classi “concesse” dall’ufficio scolastico, la scuola è costretta a rifiutarne una parte.

Il caso Atri: 46 iscritti, solo una classe

È il caso di Atri, nel teramano, dove al liceo scientifico ad indirizzo sportivo dell’IIS ‘Adone Zoli’ sono giunte un alto numero di domande di iscrizione al prossimo anno scolastico, in tutto 46. Un numero che sembrerebbe perfetto per creare due classi da 23. Invece, non se ne parla: l’ex Provveditorato concede solo una classe, magari da 26-28.

Almeno una quindicina di ragazzi dovranno trovarsi un’altra scuola. Con il rifiuto dell’amministrazione, in pratica, si crea un doppio danno: lo spostamento obbligato di tanti ragazzi, probabilmente su un altro corso di studio o in un’altra località, considerando che il liceo sportivo non è presente in tutti gli istituti superiori; ma anche la formazione di una classe con il massimo numero.

Le proteste del sindaco

Le agenzie di stampa riportano che il sindaco di Atri, Piergiogio Ferretti, ha scritto al ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi: non si dà pace, non comprende perché non si possano creare due classi prime.

Lo scorso 5 febbraio aveva scritto anche all’Ufficio scolastico regionale “senza ottenere risposta”.

“Sin dalla prima istituzione del Liceo ad indirizzo sportivo – ha detto il sindaco – si è attuata una serie di investimenti tesi a incoraggiare lo sviluppo di tale indirizzo”.

Di fronte al rifiuto della seconda classe si dice “basito e sconvolto: il fatto che un istituto della città di Atri raccolga così tanti iscritti – dice – è solo una notizia positiva che deve rallegrarci e devono essere messe in campo tutte le azioni per accogliere al meglio gli studenti. Invece si nega loro il diritto a scegliere, come hanno potuto fare i loro coetanei, il proprio indirizzo di studi preferito”.

Il sostegno della Regione Abruzzo

Anche il presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio, sostiene le ragioni del sindaco e degli studenti di Atri. “È paradossale che ormai da troppi anni ci si ritrovi quasi sempre a dover chiudere classi o intere scuole perché gli alunni diminuiscono, soprattutto nelle aree interne dove non reggono determinati parametri, e quando invece ci sono richieste importanti si costringono i ragazzi a scegliere altri indirizzi o altri luoghi”.

“Il sindaco – dice Marsilio – ha pienamente ragione nella sua protesta e noi sosterremo insieme a lui, nei confronti del ministro dell’Istruzione, questa protesta affinché autorizzi l’apertura della seconda classe”.

La Regione Abruzzo, infine, era già all’opera per chiedere il riconoscimento del convitto e potenziare il liceo ad indirizzo sportivo.