Il diritto non chiede più il permesso!

Il diritto non chiede più il permesso!
SuperAbile INAIL del 22/04/2021

La Federazione italiana per il superamento dell’handicap ha messo a disposizione di tutte e tutti un kit informativo destinato a minori stranieri e con disabilità, famiglie, associazioni, operatrici e operatori del settore

“Toc, Toc… È permesso? Sono il diritto…”. É davvero proprio così? Sono i diritti a dover chiedere il permesso per poter esser riconosciuti e validati?
Dallo scorso 22 marzo – in occasione della XVII Settimana di azione contro il razzismo – le cose sono cambiate: “I diritti non chiedono permesso” perché la FISH (Federazione Italiana per il superamento dell’Handicap) ha messo a disposizione di tutte e tutti l’omonimo kit informativo destinato a minori stranieri e con disabilità, famiglie, associazioni, operatrici e operatori del settore.
Questo vademecum risulta essere il prodotto finale di un progetto intitolato Disabilità: la discriminazione non si somma, si moltiplica – Azioni e strumenti innovativi per riconoscere e contrastare le discriminazioni multiple, finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, avente l’obiettivo di affrontare una questione molto sentita negli ultimi tempi: il tema delle discriminazioni multiple riguardante tutte le persone che oltre ad avere una disabilità, per esempio, presentano caratteristiche – quali il genere, l’età, l’orientamento sessuale, religioso, la razza ecc. – per cui vengono marginalizzate ed escluse dalla società.
Come si legge nella presentazione del progetto: “In Italia non esiste ancora una chiara definizione delle multi-discriminazioni, e la stessa legislazione nazionale sulle discriminazioni, a parte la dimensione lavorativa, non indica con chiarezza le conseguenze delle discriminazioni e/o della mancanza di pari opportunità, né definisce specificatamente l’accomodamento ragionevole, che gli Stati devono garantire […] (art. 5 della CRPD).
Una delle categorie più colpite dalla mancanza di una legislazione ad hoc su tale istanza, è quella dei minori stranieri con disabilità. E a tal proposito il suddetto kit, che è espressione di percorsi, azioni e saperi condivisi, mette a disposizione della comunità, strumenti, informazioni necessari a promuovere una cultura pienamente inclusiva e all’insegna delle pari opportunità, facendo riferimento ad alcuni diritti in particolare: il diritto alle prestazioni sanitarie, socio-sanitarie e sociali, il diritto all’istruzione (in quest’ultimo caso, con un’attenzione di riguardo sui DSA – Disturbi specifici dell’apprendimento – e i BES – Bisogni Educativi Speciali).
Indubbiamente questo è uno strumento utile, ma sono fermamente convinto che debba fungere da supporto ad un approccio integrato.
Infatti, la possibilità di contrastare il problema delle discriminazioni dipende anche dalle competenze delle figure educative che supportano i minori, dalla loro capacità di sfruttare al meglio queste nuove pratiche, dal lavoro di rete tra i contesti di fiducia.
Se solo uno di questi attori viene meno, allora l’intervento rischia di subire una battuta d’arresto.
È molto importante il lavoro di mediazione, di sostegno alla genitorialità: le famiglie non sempre hanno le autonomie necessarie e gli strumenti per accompagnare in maniera adeguata il minore con disabilità nel suo progetto di vita, soprattutto nella fase iniziale di comunicazione alla diagnosi. Una fase ancora più complessa per genitori stranieri poco integrati nel territorio.
Che dire, di strada ne stiamo facendo su questo fronte, ma bisogna ancora lavorarci sodo.
E voi, quali azioni mettete in campo per essere promotori di questo cambiamento?
Scrivete a claudio@accaparlante.it oppure sulle mie pagine Facebook e Instagram.

di Claudio Imprudente

Lo “Screening Anticorpale”

Lo “Screening Anticorpale”

di Paolo Manzelli

Lo Screening degli anticorpi è un test di indagine del sangue , per evidenziare la avvenuta  immunizzazione da anticorpi del tipo Immunoglobuline (IgM..IgG ), in risposta all’ antigene proteina Spyke del virus Sars.Cov.2. Il Test anticorpale, si ritiene utile effettuarlo dopo almeno 15.gg dalla somministrazione dei “Vaccini Genetici” , al fine di controllare se quel tipo di Vaccino Genetico ha ancora un livello di protezione sufficiente .

Rf.1) : https://www.auxologico.it/…/test-sierologico-dopo….

Il “Vaccino Genetico” , produce anticorpi (immunoglobuline IgM ed IgG) , generate dal nostro sistema immunitario delle Cellule dette ,Linfociti- B) , 1) sia per “Riconoscere” il Fac-simile della Proteina Spyke (da noi prodotta),ed anche , 2) per Neutralizzarla .

Rf.2.) Vaccini Genetici: https://www.edscuola.eu/wordpress/?p=139498

Pertanto Lo “Screening Anticorpale” in commercio ,ci dice quale quantita’ di anticorpi permane in circolazione nel sangue ma in vero “non” sappiamo se tale quantita’ (comunque approssimativa) ,– 1.) è una “quantita-residua”, al netto della neutralizzazione dei Fac-simili dello Spyke, (da noi prodotti per la inoculazione del “Vaccino Genetico”), che pertanto puo’ ancora agire come protezione attiva permanente contro il Virus Sars Coiv.2 ,

ovvero , — 2.) se quando il test anticorpale ,fornisce una  eventuale ottima quantita’ di anticorpi (prevalentemente IgG) essa è causata solo perche lo Screening “non” è stato neppure abile a riconoscere il Fac-Simile dello Spyke dal Vaccino Genetico.

Troppo spesso i Virologi, Infettivologi e piu’ in generale molti altri medici ,evitano di mettere in rilievo la distinzione tra : 1.) l’ immediato “Riconoscimento” degli anticorpi  ed 2.) il complesso processo di “Neutralizzazione”, della proteina Spyke , che deve coinvolgere in sequenza anche le altre risposte immunitarie quelle attuate dai Lifociti T e dalle Cellule-NK .Conosciamo infatti che la attivita’ Neutralizzante dei Linfociti-T  è altamente adeguata alla risposta immunitaria anti-virale.

Infatti e noto che le Cellule T- (T.1.helper)secernono Interleuchine mentre quelle T.2-citotossiche, innescano la fagocitosi del Macrofagi con cui il virus viene definitivamente “sterilizzato”.

Infine Virologi, Infettivologi e altri Medici, trattando come simultanea la successione tra “Riconoscimento e Neutralizzazione” dell’ antigene Spyke, sembrano dimenticare che gli anticorpi  (IgG) sono una risposta “specifica” in relazione al “Fac-simile della Proteina Spyke” (da noi prodotto come cavie OGM), la quale imita solo la sezione S1 (a volte indicata come “N”) della Effettiva composizione proteica del Virus Sars.Cov.2 , che invece ha una doppia composizione articolata nelle sub-unita’ S1+S2 ,che si modifica nelle varianti virali.

Infine sappiamo che la Risposta Immunitaria Naturale è molto articolata e quindi  dobbiamo considerare lo “Screening Anticorpale” solo come una contabilità troppo  riduttiva  degli anticorpi (IgG) che come similmente nella “tara del peso” permangono ancora attivi dopo 15.gg circa dalla completa Vaccinazione-

Rf3.) Anticorpi Monoclonali : https://www.edscuola.eu/wordpress/?p=143097

Alcune recenti ricerche hanno evidenziato che alcune persone infettate dal virus Sars.Cov.2 , hanno sviluppato soltanto la immunita’ mediata da Linfociti-T (che producono Interleuchine) , in completa assenza di anticorpi specifici (IgG) sviluppati dai linfociti-B.

Infine anche effettuando  lo “Screening Anticorpale” ,eseguito per riconoscere la efficacia dei “Vaccini Genetici” , permangono in tutta evidenza , seri dubbi sulla validita’ e la durata nel tempo della “Vaccinazione di Massa” , cio’ proprio in quanto il “Riconoscimento Anticorpale” ed anche  la eventuale   successiva “ Neutralizzazione” ,non  permettono ancora di evitare una Seconda Infezione che puo’ degenerare in una piu’ o meno grave malattia da COVID.19-

Di conseguenza rimane  evidente il perche, Virologi, Infettivologi e molti medici consigliano  ancora come utile il mantenimento delle protezioni macroscopiche tradizionali della Mascherina , del Distanziamento di un metro e del Lavarsi ripetutivamente le mani.

Infine purtroppo su queste basi di costante INCERTEZZA , e con un elevato tasso di Ignoranza diffusa , i politici Nazionali ed Europei, si apprestano ad approvare la PATENTE VACCINALE (Geen Pass – per attestare di essere stati “ liberamente”  Vaccinati ).

Le Linee pedagogiche del sistema integrato “zerosei”

Le Linee pedagogiche del sistema integrato “zerosei”
L’introduzione e i diritti dell’infanzia

di Pietro Boccia

Le Linee pedagogiche del sistema integrato “zerosei” rappresentano l’ultima fatica dell’ispettore Giancarlo Cerini, che, come presidente della Commissione istituita durante la pandemia del Covid 19, ha condotto a termine e pubblicato a fine marzo del 2021.  Esse sono suddivise in sette parti.
Giancarlo Cerini ha appena, come ha scritto l’amica Preside Anna Maria De Luca su Facebook, fatto in tempo a lanciare le sue Linee guida per la fascia 0-6 anni.
Ho esaminato ed elaborato tutto il documento, ma pubblico sulla Rivista Educazione&Scuola, per ricordare la perdita di cui la scuola, come continua la Dirigente calabrese, è  rimasta orfana, soltanto l’introduzione e la prima parte.

L’articolo 10 del D.lgs n. 65/2017 prevedeva l’affidamento di elaborare le Linee pedagogiche per il sistema integrato “zerosei” anni ad una Commissione nazionale. Questa, in maniera definitiva, è stata costituita con D.M. n. 55/2020, che ha modificato la composizione di quella dell’anno precedente (D.M. n. 325/2019). Anche questo decreto era intervenuto per cambiare la composizione della Commissione originaria istituita nel gennaio del 2018 con il Decreto ministeriale n. 48.

Le Linee pedagogiche sono un punto di riferimento per l’intero Sistema integrato “zerosei”, in cui i diversi documenti concernenti i nidi, i servizi educativi e le scuole dell’infanzia si posizionano, cogliendo un significato unitario. Esse si prefiggono l’obiettivo di cogliere positivamente:

  • i contributi delle scienze dell’educazione;
  • gli apporti delle migliori consuetudini educative;
  • le indicazioni delle specifiche normative europee e italiane.

Tutto ciò allo scopo di motivare culturalmente e di orientare praticamente non solo chi opera nei nidi, nei servizi educativi e nelle scuole dell’infanzia, ma anche chi ha responsabilità nel costruire il nuovo progetto, vale a dire il personale educativo, i docenti, le famiglie, i decisori politici e gli amministratori.

“Siamo ambiziosi – ha sostenuto il Presidente della Commissione del sistema integrato “zerosei”, Giancarlo Cerini, sul quotidiano Il Sole 24 Ore (1 aprile 2021) – vogliamo arrivare al 40%, ancora più degli europei e abbiamo bisogno di creare e rafforzare strutture che siano belle, luminose e accoglienti, dei veri e propri campus, sarebbero degli spazi bellissimi per bambini e genitori: così faremo crescere anche la domanda dei genitori per i servizi, che non è scontata, e sarebbe un’ottima risposta ai diritti dei bambini”.

Il documento delle Linee pedagogiche si inserisce su una situazione, la quale, giacché la società sta vivendo una fase di crisi delle sfide pedagogiche (di scuola aperta, di relazioni sociali intense, di vicinanza e accoglienza), immagina un rilancio di tali sfide con uno sguardo costruttivo e con strutture a misura delle bambine e dei bambini verso un futuro maggiormente sostenibile.

I  diritti dell’infanzia

Il sistema integrato di educazione e d’istruzione dalla nascita ai sei anni è stato istituito il 13 aprile del 2017 con D.lgs n. 65. Esso ha, da un lato, l’obiettivo di superare le disuguaglianze e le barriere non solo territoriali ed economiche, ma anche sociali e culturali, e, dall’altro, ha, come finalità, l’esigenza di assicurare, durante l’intera infanzia, le pari opportunità di sviluppo delle potenzialità sociali, cognitive, emotive, affettive, relazionali di tutte le bambine e di tutti i bambini in un ambiente di apprendimento, professionalmente qualificato.

Il sistema integrato “zerosei”, propone, per attuare tali obiettivi, una visione unitaria a favore di un percorso educativo storicamente distinto in due segmenti:

  • 0-3 anni, che comprende nidi, micro-nidi, servizi educativi e sezioni primavera;
  • 3-6 anni, che corrisponde alle scuole dell’infanzia.

Le Linee pedagogiche del sistema integrato “zerosei” hanno, come riferimento, il rispetto dei diritti delle bambine e dei bambini, sanciti dalla Convenzione internazionale del 20 novembre 1989. Oggi tutti sanno “quanto critiche e allarmanti – recita la prima parte delle Linee pedagogiche – siano le condizioni di vita dell’infanzia, anche in alcune realtà italiane, ed è evidente come il rispetto dei diritti dei bambini non si risolva in una semplice dichiarazione formale, ma è necessario che essi vengano tradotti in scelte legislative e amministrative, in coerenti prassi organizzative, educative e di cura che offrano una concreta garanzia del loro perseguimento. Tale compito spetta alla Repubblica nelle sue diverse articolazioni, dallo Stato alle Regioni e agli Enti locali, in stretta e continuativa collaborazione tra loro. Si tratta di progettare insieme, nel rispetto delle competenze istituzionali, condizioni di apprendimento e di socializzazione che garantiscano ad ogni bambino il diritto soggettivo all’educazione e consentano a ciascuno di sentirsi riconosciuto e accolto nella propria unicità e diversità”.

Le bambine e i bambini non sono soltanto soggetti che stanno crescendo e, pertanto, destinatari di interventi e cure, ma sono anche soggetti di diritto a tutti gli effetti, che, all’interno della famiglia, della società e delle istituzioni educative, devono poter esercitare le prime forme di cittadinanza attiva. Bisogna, dunque, valorizzare e sostenere i nidi, i servizi educativi e le scuole dell’infanzia per tutti; essi devono essere capaci, rinnovandosi continuamente, tanto di assecondare i nuovi bisogni e di diventare luogo di benessere, quanto di promuovere l’uguaglianza educativa e l’integrazione/inclusione culturale e sociale. In tal modo il sistema integrato “zerosei” anni potrebbe contribuire all’attuazione degli articoli 2, 3 e 31 della Costituzione.

I documenti europei, le leggi nazionali e quelle regionali hanno, in questi ultimi tempi, sviluppato, in considerazione delle esperienze e delle prassi educative maturate nei nidi, nei servizi educativi e nelle scuole dell’infanzia con la partecipazione attiva di educatori, insegnanti e ricercatori, maggiormente i diritti dell’infanzia, soprattutto quello all’educazione e alla cura fin dalla nascita. La collaborazione ha consentito di passare, in pochi decenni, ad un livello di riflessione e di consapevolezza tale da produrre una prospettiva educativa da zero a sei anni, basata su salde fondamenta e adeguata ad accrescere le premesse per la creazione di un autentico sistema integrato.

Anche la Commissione europea, con la Carta dei diritti fondamentali del 2000, aveva, recependo la Convenzione ONU del 1989, previsto il diritto, a livello individuale, all’istruzione e alla formazione. Successivamente, i documenti europei, soprattutto quelli promulgati dal 2011 in poi, sono diventati strumenti di un confronto aperto sui problemi educativi con il contribuito anche di un gran numero di esperti italiani, che, in un crescendo culturale, hanno offerto scenari attuativi dei diritti delle bambine e dei bambini, attivabili all’interno di nidi, di servizi educativi e di scuole dell’infanzia di alta qualità. Tali servizi sono contraddistinti sia da accessibilità, da sostenibilità, da inclusività e da professionalità del personale docente e non, sia tanto da un’accurata progettazione del curricolo quanto da sistemi efficaci di monitoraggio e di valutazione, nonché da finanziamenti congrui.

Le politiche a favore dell’infanzia sono, per le Linee pedagogiche, considerate come la strada maestra per progettare comunità non solamente solidali, giuste ed eque, ma anche attente all’educazione dell’infanzia e orientate a favorire il dialogo, la coesione sociale e l’inclusione. In diversi documenti dell’Unione europea è avvalorata la centralità del bambino nel rispetto delle sue esigenze di crescita.

In essi si afferma che la bambina e il bambino hanno diritto:

  • ad essere coinvolti nelle scelte che li riguardano;
  • ad affrontare diverse e complicate esperienze;
  • a socializzare;
  • a relazionarsi con coetanei e adulti diversi dalle figure parentali.

Ci si rende, così, conto che le bambine e i bambini devono essere disponibili, per costruire autentici percorsi di conoscenza, a relazionarsi con gli altri sia coetanei che adulti e ad apprendere attraverso codici linguistici diversi. A tale scopo, l’intero territorio deve predisporsi ad un impegno verso l’infanzia con una robusta proposta di nidi, di servizi educativi e scuole dell’infanzia di elevato profilo educativo, migliorando, così, con costi sostenibili, la cura educativa come processo formativo non solo mirato ma anche inclusivo per le bambine e i bambini.

Per le Linee pedagogiche, elaborate dalla Commissione, “l’educazione e la cura sono inseparabili”. Sono di riferimento, a tale intreccio, cinque dimensioni per le politiche proattive a favore dell’infanzia e per le prassi educative coerenti. Tali dimensioni sono:

  • l’accesso ai servizi, tramite una diffusione e distribuzione adeguate sul territorio nazionale;
  • l’elevata professionalità degli operatori, sostenuti e agevolati non solo nelle scelteeducative, nelle pratiche didattiche e nei progetti di ricerca, ma anche negli scambi con realtà differenti e nella riflessione comune sulle proprie attività;
  • l’elaborazione di un curricolo per il benessere personale, eretto sul riconoscimento dellediversità e capace di favorire la continuità;
  • il monitoraggio continuo, basato sulla valutazione e sull’autovalutazione;
  • le normative nazionali e regionali per garantire non solo la qualità dell’offerta formativa, ma anche i diritti sia delle bambine e dei bambini sia del personale scolastico e delle famiglie;
  • i finanziamenti strutturali che devono essere congrui non solo per rafforzare l’esistente, ma anche per incrementarlo e per qualificare l’offerta.

L’approccio dell’Unione europea, attraverso il Consiglio del 22 maggio 2019 che ha deliberato relativamente ai sistemi di educazione e cura di alta qualità della prima infanzia, ha, pertanto, una prospettiva organica, olistica e inclusiva. Esso ha come sfondo l’esigenza di comprendere lo sviluppo globale della persona e di rispondere ai bisogni di ognuno, contestualizzati a livello sociale, culturale ed economico.

In tal modo, sicuramente si prospetta un sistema efficiente di nidi, di servizi educativi e di scuole dell’infanzia, che si caratterizza per un’elevata professionalità e per degli ambienti attraenti e stimolanti, nei quali le relazioni educative e gli apprendimenti potranno essere costruiti insieme dalle bambine, dai bambini, dagli educatori/insegnanti e dai soggetti adulti.

Le Linee pedagogiche affrontano anche il sistema integrato pubblico-privato, sostenendo che esso è attualmente un quadro di riferimento delle politiche educative; infatti, si sostiene che il forte incremento dei servizi 0-6 è stato prodotto negli ultimi anni sia dalla presenza di strutture comunali e statali sia dall’apertura di servizi privati. L’integrazione tra gestioni diverse é stato, poi, per l’intera rete, un valore aggiunto, perché ha legittimato azioni per un continuo miglioramento, riguardanti la qualità e il rinnovamento delle pratiche educative.

Il rafforzamento delle politiche educative per l’infanzia deve essere favorito e sostenuto da un’efficace governance; solo in tal modo la consapevolezza organizzativa delle istituzioni pubbliche può, attraverso distinti livelli di coordinamento, atti ad integrare aspetti normativi, educativi, organizzativi, gestionali e di costante monitoraggio, evidenziare migliori condizioni e determinare la solidità del sistema integrato. Anche l’aspetto della sostenibilità finanziaria è, secondo le Linee pedagogiche, di fondamentale importanza. Esso deve fondarsi sulla fiscalità generale per i nidi e per i servizi educativi pubblici, nonché per le scuole statali e comunali.

Per quanto concerne le scuole paritarie dell’infanzia e i servizi educativi a titolarità privata, devono, a tale fiscalità, provvedere e contribuire:

  • le famiglie;
  • gli utenti, attraverso le rette;
  • i privati, con gli investimenti.

La complessa problematica della fiscalità deve, in ogni modo, essere disciplinata nel quadro delle politiche a sostegno dell’infanzia, affinché sia effettivamente possibile riconoscere il diritto all’educazione fin dalla nascita di tutte le bambine e di tutti i bambini. E’, inoltre, necessario, come sostengono le Linee pedagogiche, che siano diffusi, in maniera omogenea, i nidi e i servizi educativi da 0-3, come già fissato nel 2002 negli obiettivi di Barcellona, con una copertura su tutto il territorio nazionale di almeno il 33% di servizi a tempo pieno (nidi, micronidi e sezioni primavera).

Bisogna, poi, fare, in considerazione che i servizi integrativi (spazi-gioco, centri per bambini e famiglie, servizi educativi in contesto domiciliare), sono, in tale prospettiva, elementi complementari e integrativi dell’offerta, adeguati investimenti non solo sulla diffusione quantitativa ma anche sull’accessibilità, come condizioni essenziali affinché i nidi e i servizi educativi dell’infanzia possano svolgere pienamente la loro funzione e il loro ruolo.

Le politiche scolastiche per i diritti dell’infanzia devono indicare che la presenza di una rete di nidi, di servizi educativi e di scuole dell’infanzia di qualità possa trasformare, in sintonia con l’art. 3 della Costituzione italiana, una città e un territorio a misura umana e inclusivi. Statisticamente la scuola dell’infanzia, rapportata alle bambine e ai bambini della stessa età è pari:

  • al 90,1% per le bambine e i bambini di 3 anni;
  • al 92,4% per le bambine e i bambini di 4 anni;
  • all’87% per le bambine e i bambini di 5 anni.

Occorre, tuttavia, considerare che il 7,4% delle bambine e dei bambini di 5 anni è iscritto in anticipo alla scuola primaria nell’anno scolastico di riferimento. Perciò, il numero dei bambini di 5 anni che frequenta una struttura educativa è pari al 94,4%.

Ferie del personale Covid

Ferie del personale Covid: ricognizione normativa

di Clotilde Graziano e Leon Zingales *

  • Personale Covid

L’art. 231 bis della Legge 17 luglio 2020, n. 77 ha previsto l’introduzione dall’interno della comunità scolastica del personale COVID con incarichi fino al termine delle lezioni.

Art. 231 bis – Misure per la ripresa dell’attività didattica in presenza   1. Al fine di consentire l’avvio e lo svolgimento dell’anno scolastico 2020/2021 nel rispetto delle misure di contenimento dell’emergenza epidemiologica da COVID-19, con ordinanza del Ministro dell’istruzione, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, sono adottate, anche in deroga alle disposizioni vigenti, misure volte ad autorizzare i dirigenti degli uffici scolastici regionali, nei limiti delle risorse di cui al comma 2: a) derogare, nei soli casi necessari al rispetto delle misure di cui all’alinea ove non sia possibile procedere diversamente, al numero minimo e massimo di alunni per classe previsto, per ciascun ordine e grado di istruzione, dal regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 2009, n. 81; b) attivare ulteriori incarichi temporanei di personale docente e amministrativo, tecnico e ausiliario (ATA) a tempo determinato dalla data di inizio delle lezioni o dalla presa di servizio fino al termine delle lezioni, non disponibili per le assegnazioni e le utilizzazioni di durata temporanea. In caso di sospensione delle attività didattiche in presenza a seguito dell’emergenza epidemiologica, il personale di cui al periodo precedente assicura le prestazioni con le modalità del lavoro agile. A supporto dell’erogazione di tali prestazioni le istituzioni scolastiche possono incrementare la strumentazione entro il limite di spesa complessivo di 10 milioni di euro. Ai maggiori oneri derivanti dal periodo precedente si provvede mediante utilizzo delle risorse del Programma operativo nazionale Istruzione 2014-2020, anche mediante riprogrammazione degli interventi131; c) prevedere, per l’anno scolastico 2020/2021, la conclusione degli scrutini entro il termine delle lezioni. 2. All’attuazione delle misure di cui al comma 1 del presente articolo si provvede a valere sulle risorse del fondo di cui all’articolo 235, da ripartire tra gli uffici scolastici regionali con decreto del Ministro dell’istruzione, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze. L’adozione delle predette misure è subordinata al predetto riparto e avviene nei limiti dello stesso. 3. Il Ministero dell’istruzione, entro il 31 maggio 2021, provvede al monitoraggio delle spese di cui al comma 2 per il personale docente e ATA, comunicando le relative risultanze al Ministero dell’economia e delle finanze – Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato, entro il mese successivo. Le eventuali economie sono versate all’entrata del bilancio dello Stato e sono destinate al miglioramento dei saldi di finanza pubblica.

L’Ordinanza Ministeriale 5 agosto 2020 n. 83 “Ordinanza concernente le misure per la ripresa dell’attività didattica in presenza nell’anno scolastico 2020/2021 nel rispetto delle misure di contenimento dell’emergenza epidemiologica da COVID-19”  ha previsto che i dirigenti preposti agli uffici scolastici regionali (USR) attivasserol’organico Covid, per il solo anno scolastico 2020/2021 e nel limite delle dotazioni finanziarie definite ulteriori incarichi temporanei di personale docente e ATA, in relazione alle specifiche esigenze delle istituzioni scolastiche.

Tali supplenze sono state trattate come supplenze temporanee conferite utilizzando le graduatorie di istituto. Pertanto la disciplina delle ferie è quella specifica del personale che presta servizio su supplenza breve.

  • Ferie del personale Covid

Per docenti e ATA che prestano servizio su una supplenza breve o fino al termine delle attività didattiche vige la disciplina contenuta nell’art. 19 del CCNL 2007. Le ferie sono proporzionali al servizio prestato e dunque ai giorni contenuti nel contratto (e non alle ore di servizio settimanali quando si tratta di spezzone orario). Nel computo delle ferie non rientrano i giorni fruiti come permesso non retribuito o per altri motivi.

Art.19 c.2 CCNL 2007   Qualora la durata del rapporto di lavoro a tempo determinato sia tale da non consentire la fruizione delle ferie maturate, le stesse saranno liquidate al termine dell’anno scolastico e comunque dell’ultimo contratto stipulato nel corso dell’anno scolastico. La fruizione delle ferie nei periodi di sospensione delle lezioni nel corso dell’anno scolastico non è obbligatoria. Pertanto, per il personale docente a tempo determinato che, durante il rapporto di impiego, non abbia chiesto di fruire delle ferie durante i periodi di sospensione delle lezioni, si dà luogo al pagamento sostitutivo delle stesse al momento della cessazione del rapporto

A modificare la norma contrattuale è intervenuta la Legge 24 dicembre 2012, n. 228 (Legge di Stabilità 2013) che ha esteso a tutto il personale scolastico (a tempo indeterminato e determinato) l’obbligo di fruire delle ferie durante i periodi di sospensione delle attività didattiche. In particolare l’art.1 comma 54 della suddetta legge,facendo cessare disposizioni normative e contrattuali più favorevoli (art 19 CCNL),ha disposto che le ferie non dessero luogo in alcun caso alla corresponsione di trattamenti economici sostitutivi. Il personale docente e amministrativo, tecnico e ausiliario supplente breve e saltuario o docente con contratto fino al termine delle lezioni o delle attività didattiche, potrà ricevere il compenso per le ferie non godute limitatamente alla differenza tra i giorni di ferie spettanti e quelli in cui è consentito al personale in questione di fruire delle stesse.

Art.1 Legge 228 del 24 dicembre 2012 ………………………………………………………….. 54. Il personale docente di tutti i gradi di istruzione fruisce delle ferie nei giorni di sospensione delle lezioni  definiti  dai calendari scolastici regionali, ad  esclusione  di  quelli  destinati agli scrutini, agli esami  di  Stato  e  alle  attività valutative. Durante la rimanente parte dell’anno, la fruizione delle ferie è consentita per un periodo non superiore  a  sei  giornate  lavorative subordinatamente alla possibilità di sostituire il personale che  se ne avvale senza che vengano a determinarsi oneri  aggiuntivi  per  la finanza pubblica. 55. All’articolo 5, comma 8, del decreto-legge 6  luglio  2012,  n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, e’ aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Il presente comma non  si applica al personale docente e amministrativo, tecnico  e  ausiliario supplente breve e saltuario o docente con contratto fino  al  termine delle  lezioni  o  delle  attività didattiche,  limitatamente  alla differenza tra i giorni  di  ferie  spettanti  e  quelli  in  cui  e’ consentito al personale in questione di fruire delle ferie». 56. Le disposizioni di cui ai commi 54 e 55 non possono  essere  derogate dai contratti collettivi nazionali di  lavoro.  Le  clausole contrattuali contrastanti sono disapplicate dal 1° settembre 2013.

La nota n. 72696 del 4 settembre 2013, emanata dal Ministero dell’economia e delle finanze – Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato, ha esplicitato che i giorni di sospensione delle lezioni comprendono, oltre a luglio e agosto, anche i primi giorni di settembre e gli ultimi di giugno secondo il calendario scolastico, le vacanze natalizie e pasquali, i ponti, le eventuali sospensioni per l’organizzazione dei seggi elettorali e per i concorsi.Il personale docente, quindi, deve essere considerato in ferie «d’ufficio» nei suddetti periodi.

Ferie del personale Covid DocenteFerie del personale Covid ATA  
I docenti sono considerati in ferie d’ufficio nei periodi di sospensione delle lezioni (Natale, Pasqua, eventuali giornate deliberate dai Consigli d’Istituto) ma rimane loro una differenza tra quanto spettante e quanto fruito che potrà essere legittimamente monetizzata. In particolare l’USR Lazio (regione nella quale le attività didattiche terminano l’8 giugno), con il Decreto di Modifica all’assegnazione di ulteriori contratti di personale docente e ATA del 04/02/2021 ha valutato che i contratti sino all’8 giugno (per scuola primaria e secondaria) e quelli fino al 30 giugno (scuola infanzia) non consentono di fruire ferie per, rispettivamente, 10 e 11 giorni. I calcoli sono validi nel caso di contratti corrispondenti all’inizio delle lezioni. In caso contrario, è necessario computare in base all’inizio effettivo.I collaboratori scolastici o altro personale ATA dovranno obbligatoriamente fruire delle ferie spettanti entro la conclusione del contratto e ciò è sempre possibile stante la vigente norma contrattuale. Non a caso l’USR Lazio, con il Decreto di Modifica all’assegnazione di ulteriori contratti di personale docente e ATA USR Lazio del 4 febbraio 2021, ha precisato che il personale collaboratore scolastico può sempre fruire le ferie, salvo il caso di interruzioni imprevedibili del contratto, e, dunque, non può chiedere di monetizzare quelle non fruite

A prescindere dalla possibilità di monetizzazione, bisogna rammentarel’Orientamento Applicativo SCU_093 ARAN del 15 luglio 2015 che evidenzia come la mancata fruizione delle ferie per motivi di servizio, entro i termini contrattualmente previsti, deve rappresentare un fatto eccezionale in quanto il diritto alle ferie viene qualificato, nell’ambito del nostro ordinamento giuridico (in primo luogo dall’art. 36 della Costituzione) come un diritto irrinunciabile per il lavoratore. Difatti “in via ordinaria, l’amministrazione è tenuta ad assicurare il godimento delle ferie ai propri dipendenti, nel rispetto delle scadenze previste dal contratto, attraverso la predisposizione di appositi piani ferie e, in caso di inerzia dei lavoratori o di mancata predisposizione dei piani stessi, anche mediante l’assegnazione d’ufficio delle stesse. Un’attenta pianificazione delle ferie, infatti, è diretta a garantire, da un lato, il diritto dei dipendenti al recupero delle proprie energie psicofisiche e, dall’altro, ad assicurare la funzionalità degli uffici.

Recentemente, il principio è stato ribadito dalla Corte di Cassazione, con la Sentenza n. 13613 del 2 luglio 2020, i cui punti considerati più rilevanti sono evidenziati nell’approfondimento.

Approfondimento: contenuti rilevanti della Sentenza n. 13613 del 2 luglio 2020 a) Sussiste “il diritto di ogni lavoratore alle ferie annuali retribuite; b) Il diritto di ogni lavoratore alle ferie annuali retribuite deve essere considerato “un principio particolarmente importante del diritto sociale dell’Unione, al quale non si può derogare e la cui attuazione da parte delle autorità nazionali competenti può essere effettuata solo nei limiti esplicitamente indicati dalla direttiva 2003/88 (vedi, in tal senso, sentenza del 12 giugno 2014, C-118/13, punto 15 e giurisprudenza ivi citata)”; c) Il Datore di lavoro deve assicurarsi che il lavoratore sia “effettivamente in grado di fruire delle ferie annuali retribuite, invitandolo, se necessario formalmente, a farlo e nel contempo informandolo – in modo accurato e in tempo utile a garantire che tali ferie siano ancora idonee ad apportare all’interessato il riposo e il relax cui esse sono volte a contribuire – del fatto che, se egli non ne avesse fruito, tali ferie sarebbero andate perse, nella specie alla cessazione del rapporto di lavoro”.  

Bibliografia

  • Legge 17 luglio 2020, n. 77;
  • L’Ordinanza Ministeriale 5 agosto 2020 n. 83;
  • CCNL 2007;
  • Legge 228 del 24 dicembre 2012;
  • Nota n. 72696 del 4 settembre 2013 emanata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze;
  • Decreto USR Lazio del 4 febbraio 2021 di Modifica all’assegnazione di ulteriori contratti di personale docente e ATA;
  • Orientamento Applicativo ARAN SCU_093 del 15 luglio 2015;
  • Sentenza Corte di Cassazione Civile n. 13613 del 2 luglio 2020.

* Dirigenti Scolastici Istituto Comprensivo “Luigi Pirandello”, Patti ed Istituto Comprensivo “Anna Rita Sidoti”, Gioiosa Marea

In zona gialla e arancione rientro in aula dal 70 al 100%

da Il Sole 24 Ore

di Eugenio Bruno

Un po’ come quando si passa dagli exit poll alle proiezioni e le percentuali post voto cambiano lo stesso accade per il rientro in classe alle superiori. Che all’ultima curva guadagna 10 punti e, nelle zone gialle e arancioni, sale dal 60 al 70 per cento. A prevederlo è il decreto legge sulle riaperture approvato ieri sera in Consiglio de ministri che, contemporaneamente, conferma la doppia soglia 50-75% per i territori in “rosso”.

Per il resto lo schema concordato martedì con governatori ed enti locali esce confermato dall’ultimo confronto a Palazzo Chigi. A partire da lunedì 26 aprile, dunque, gli studenti di tutta Italia saranno in presenza fino alla terza media. Oltre si applicheranno le doppie percentuali appene citate. Con una flessibilità territorio per territorio, scuola per scuola, che dovrebbe consentire a ciascun preside di trovare la soluzione migliore per far quadrare i conti su spazi e distanze. Ferma restando l’applicazione dei due vincoli anti-distanziamento in vigore da mesi: distanza di un metro tra le bocche degli alunni (con obbligo di mascherina) e capienza limitata al 50% sui mezzi pubblici.In attesa delle altre misure sui trasporti annunciati dal ministro delle Infrastrutture, Enrico Giovannini, che già guardano a settembre.

Perché l’obiettivo su cui tutti concordano è che dopo l’estate, contagi e vaccini permettendo, si dovrà puntare al 100% di presenza lungo tutta la penisola. Magari rivedendo il tetto di alunni per classe come ha annunciato il titolare dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, ai microfoni di Tgcom24. Nel frattempo, ha spiegato, vanno usati «tutti gli spazi disponibili, a partire da quelli all’aperto».

Se sugli screening a tappeto decideranno le Regioni (e la Lombardia ha già annunciato che da maggio si avvarrà dei test salivari sperimentati dalla Statale di Milano) sulla corsia preferenziale per i maturandi l’ultima parola spetterà ai dirigenti scolastici. Anche se nella nota ministeriale di accompagnamento agli istituti scolastici, in arrivo forse già oggi, potrebbe spuntare un riferimento a una tutela rafforzata per gli alunni dell’ultimo anno che tra meno di due mesi saranno chiamati a confrontarsi con l’esame di Stato light voluto da Bianchi.

Nel Dl riaperture un capitolo è dedicato infine alle università. Per loro lo schema messo a punto dalla ministra Cristina Messa è quello già previsto nelle bozze precedenti. E cioè: nelle zone rosse bisogna dare la priorità agli studenti del primo anno; in quelle arancioni e gialle il rientro in presenza può riguardare tutti i corsi e tutti gli studenti. Con la scelta affidata ai singoli atenei. Ma tra i rettori prevale la prudenza. Quello della Federico II, Matteo Lorito, ha già deciso che la capienza nelle aule si fermerà al 50 per cento. E c’è da giurarci che molti suoi colleghi faranno lo stesso.

Sei studenti delle superiori su dieci sono contrari al ritorno in presenza al cento per cento

da Il Sole 24 Ore

di Redazione Scuola

La riapertura delle scuole superiori per tutti gli studenti contemporaneamente, per il momento, sembra rimandata. Dopo le forti resistenze mostrate da parte soprattutto di Regioni e presidi, principalmente per motivi organizzativi (distanziamento nelle classi, trasporti, ecc.), dal Governo arriva una parziale frenata: nel nuovo decreto anti-Covid dovrebbe essere prevista “solo” una presenza variabile tra il 60% e il 100% nelle zone gialle e arancioni (la quota la stabiliscono i singoli istituti), di almeno il 50% in quelle rosse. Nessun obbligo di apertura totale. Un approccio, questo, che incontrerebbe i favori anche degli studenti, come mostra un sondaggio effettuato dal portale Skuola.net su un campione di 1500 alunni delle superiori: la maggior parte – circa 6 su 10 – si sono infatti detti contrari se non del tutto (31%) quantomeno in parte (28%) al ritorno di massa in aula per concludere l’anno.

Alla base delle forti perplessità sulla ripresa definitiva della scuola ‘normale’ di un numero così ampio di ragazzi ci sono varie ragioni, su tutte la paura. Del contagio? Non proprio: per 1 su 3 il timore maggiore è che i professori decidano di sfruttare un’ipotetica finestra di lezioni in aula, tutti i giorni, per recuperare il terreno perduto nei mesi scorsi, caricando gli alunni di interrogazioni e verifiche a ripetizione.

Il 17%, invece, è preoccupato che riaprendo le scuole possa aumentare nuovamente la diffusione del virus, partendo proprio dalle classi e dai mezzi pubblici. Il 5% arriva addirittura ad affermare di non sentirsi pronto a tornare in mezzo alla gente dopo un periodo d’isolamento così lungo.

Ma la fetta più consistente (43%) ammette di essere spaventata da un po’ tutti questi aspetti. Preoccupazioni che non appaiono così infondate. Lo dimostra il dietrofront, per ora ipotetico ma quasi certo, del Governo. Lo confermano i racconti degli stessi ragazzi.

Sul fronte trasporti, ad esempio, tra chi frequenta quotidianamente bus, tram, metropolitane e treni per andare a scuola appena il 10% promuove il servizio in termini di rispetto del distanziamento sociale. Per il 45% ci sono spazi a sufficienza solo alcune volte, mentre per il restante 45% i mezzi pubblici sono costantemente pieni negli orari in cui vengono utilizzati.

Discorso simile per le distanze in classe, tra i banchi: con riferimento alla propria scuola, solo il 28% è sicuro che sia possibile garantire, con tutti gli studenti in presenza, la possibilità di essere distanziati l’uno dall’altro. Come detto, però, pur trattandosi di una minoranza (41%) c’è anche chi vedrebbe di buon occhio una ripresa generale della scuola.

La motivazione principale risiede soprattutto nella voglia di iniziare a riappropriarsi della vita pre-pandemia (è così per il 27%), seguita dal desiderio di rivedere finalmente tutti i compagni di classe e i professori (lo dice il 21%) o semplicemente dal fatto che la Dad nel loro caso non è riuscita a sostituire la didattica ordinaria (20%). Anche qui, comunque, la maggioranza (32%) chiama in ballo tutte quante queste ragioni. Avendo sofferto da ogni punto di vista la lunga “clausura”.

Dopo un anno di Dad i docenti si scoprono più motivati e apprezzano di più le nuove tecnologie

da Il Sole 24 Ore

di Redazione Scuola

Dall’ansia e il disorientamento del 2020, alla stanchezza con tanta voglia di ripartire del 2021: la sintesi della seconda edizione della Emotion Revolution Survey – studio Microsoft realizzato in collaborazione con PerLAB sugli effetti emotivi della Didattica a distanza durante la pandemia.

L’appuntamento è stata l’occasione per scattare una fotografia sulla situazione attuale grazie ai dati di Emotion Revolution Survey – seconda edizione dello studio Microsoft realizzato in collaborazione con PerLAB sugli effetti emotivi della Didattica a distanza durante la pandemia – e riflettere sul futuro dell’Istruzione e della Formazione nel nostro Paese, una volta superata la fase emergenziale.

Sentimento predominante che accomuna docenti e studenti è senza ombra di dubbio la stanchezza (per il 56% degli studenti e il 27% dei docenti) ma, se lato studenti prevalgono ancora emozioni negative come la solitudine (46%) e l’insicurezza (30%), che possono senz’altro avere un impatto negativo sull’apprendimento, lato docenti si registrano invece emozioni più positive rispetto allo scorso anno.

I dati dell’Emotion Revolution Survey del 2020 avevano evidenziato ansia, insicurezza e disorientamento per la situazione d’emergenza da poco insorta. Le emozioni dei docenti emerse nel 2021 sembrano descrivere un nuovo senso di speranza e determinazione nel reagire alle criticità legate all’emergenza pandemica.

Dopo un anno di Didattica digitale integrata, i docenti dichiarano di essere più motivati (41%) e di aver ritrovato nuovo entusiasmo per il proprio lavoro (25%). Dalla ricerca emerge anche come in questo ultimo anno gli insegnanti abbiano iniziato ad apprezzare i benefici degli strumenti digitali: non solo il 76% degli insegnanti dichiara un netto miglioramento del loro rapporto con le nuove tecnologie, l’87% del campione ritiene che la Didattica digitale integrata sia uno strumento molto utile per potenziare l’apprendimento; strumenti tecnologici come le sintesi vocali, la lettura immersiva e focalizzata, l’utilizzo di molteplici linguaggi iconico-visivi e uditivi sono percepiti ora come tool in grado di favorire un ambiente d’apprendimento più inclusivo, immediato e coinvolgente, soprattutto per gli studenti con bisogni educativi speciali. Secondo l’84% dei docenti intervistati, l’utilizzo articolato e interattivo della tecnologia può aiutare a ridurre il rischio di dispersione scolastica.

Arriva il “Curriculum dello studente” alla Maturità. Ed è polemica

da la Repubblica

Ilaria Venturi

È passato un poco sotto silenzio, tranne molto rumore nei social ed ora ecco arrivare le prime prese di posizione della politica. Dopo essere stato introdotto dalla legge 107 del 2015, il Curriculum dello studente entra in vigore alla Maturità 2021. Si tratta di una certificazione che sarà allegata al diploma sul profilo scolastico di ogni ragazzo e ragazza che include anche le certificazioni linguistiche conseguite e le attività extrascolatiche svolte nel corso degli anni. La novità riguarda quasi mezzo milione di studenti, oltre settemila scuole sedi di esame, 26 mila classi.

In sede d’esame sarà presentato alla commissione, che ne terrà conto nella valutazione (non ha un peso in crediti). Superata la prova il documento sarà integrato con i risultati e con il diploma ufficiale e potrà essere usato per la ricerca del lavoro o per l’iscrizione all’università. L’inserimento del Curriculum previsto dalla Buona Scuola come allegato alla Maturità è avvenuto con un decreto nel 2017: doveva essere introdotto già dallo scorso anno, poi prorogato. Quest’anno diventa effettivo, per valutare i ragazzi nel triennio. E a ribadirlo è l’ordinanza ministeriale del 3 marzo.

Il ministero all’Istruzione ha aperto una piattaforma per la sua compilazione, a cura delle scuole, mentre la parte delle attività “extra” – dai corsi di lingua, teatro, danza, fotografia allo sport, dalla musica ad attività di volontariato – deve essere compilata dagli studenti. Ma contestualmente si è aperto il dibattito: è una piccola rivoluzione o la formalizzazione delle differenze di contesto familiare di provenienza degli studenti? Insomma, cosa viene davvero certificato: un percorso che va oltre il profitto o disuguaglianze sociali?

“Purtroppo quest’anno la maggioranza che sostiene il governo non ha pensato di riaprire il dibattito e il ministero dell’Istruzione ha reso operativa questa nuova forma di certificazione della diseguaglianza inventata dal governo Renzi”, osserva il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni. “Un errore, non solo perché somiglia ad un atto di scherno, visto che i nostri ragazze e ragazzi sono chiusi in casa da troppo tempo a causa della pandemia – prosegue il vicepresidente della commissione cultura di Montecitorio – ma soprattutto perché la logica che ispira questa scelta è quella favorire una cultura strisciante che scambia il merito degli studenti con la capacità di spesa sul mercato della formazione”.

A salutare l’arrivo del Certificato dello studente come una piccola rivoluzione è Giorgio Vittadini, docente di Statistica metodologica all’Università Bicocca di Milano e presidente della Fondazione per la sussidiarietà. “Saranno considerati non solo gli aspetti cognitivi, appresi in aula, ma anche quelli legati alla personalità, noti come character skills“, è il suo commento uscito su Sussidiario.net. “Un recente studio – spiega Vittadini – ha dimostrato che proprio gli aspetti non cognitivi (quali l’apertura mentale, la capacità di collaborare, lo spirito di iniziativa) sono fattori cruciali nell’apprendimento, nel lavoro e nella vita sociale. Ad esempio, all’incremento di un punto nella stabilità interiore (coscienziosità e apertura all’esperienza) corrisponde un aumento di 12 punti sul voto Invalsi”.

Si ritorna al grande dibattito sulle cosiddette soft skills. Non trascurabile e liquidabile con un semplice: no grazie. Ma il punto è un altro: per ridurre le disuguaglianze la scuola può avere un ruolo agendo anche sull’apprendimento di competenze trasversali. Succede, ad esempio, per le certificazioni linguistiche ormai offerte a prezzi contenuti da tutti gli istituti. Il rischio è che la scuola si limiti solo a certificare ciò che la famiglia garantisce: dove finisce, allora, il valore educativo che tra i banchi rende a tutti uguali possibilità di farcela?

“Invece di impegnare il tempo dei funzionari del Ministero, degli insegnanti e dei presidi nella nuova sfida del Curriculum dello Studente si sarebbe dovuto – conclude Fratoianni – dargli gli strumenti, anche economici, per mettere in campo dall’anno prossimo il più grande arricchimento dell’offerta formativa scolastica ed extra-scolastica, pubblica e gratuita, che la storia repubblicana abbia mai conosciuto. Solo così si recupera il gap creato dall’aumento delle diseguaglianze sociali, accelerato dalla pandemia e dalla Dad. Il Parlamento e il ministro intervengano per trovare subito una soluzione a questo errore”.

Voce critica è il sociologo dell’educazione dell’Università di Cagliari, Marco Pitzalis: “È l’apoteosi di una scuola borghese che non ha più vergogna di esserlo”. Quello che viene messo nero su bianco, spiega, sono le differenze di contesto familiare da cui provengono i ragazzi. “La sociologia ha ampiamente mostrato come le famiglie di classe media investano in attività esterne (corsi di musica, corsi di lingua, viaggi all’estero…) e facciano un lavoro educativo che produce i suoi effetti proprio nella realtà scolastica. Cinquanta anni fa, il sociologo Pierre Bourdieu mise in luce come tutte le qualità acquisite dagli studenti provenienti da famiglie con alto capitale culturale finissero per essere naturalizzate e considerate dagli insegnanti come un dono personale, e non come un’eredità. Bourdieu denunciò questa ideologia del dono”.

Insomma, in questo modo è come “istituzionalizzare e rendere definitive le disuguaglianze: ciò che hai fatto e ciò che non hai fatto per capacità o meno culturali o economiche della famiglia. Vi pare giusto?”. Dietro, secondo Pitzalis, “c’è l’idea di un’educazione morale al carattere che riguarda una cultura reazionaria: così si entra nella capacità di stare al mondo di un individuo, nella definizione della sua personalità. È un terreno scivoloso”.

Il dibattito non è solo su questioni di  principio. Nei gruppi social di insegnanti si discute sull’utilità: chi sostiene che la scuola debba limitarsi all’insegnamento e alla valutazione delle discipline chi sta già “impazzendo”, come coordinatore delle classi quinte, sugli adempimenti per l’esame e teme un aggravio burocratico. C’è anche chi racconta che in una scuola il coordinatore della Pcto, ex Alternanza scuola-lavoro, deve far fare agli studenti un corso online per la stesura del curriculm che varrà 15 ore di “alternanza”.

Per tornare in aula non basta una circolare E ora meno verifiche

da la Repubblica

Chiara Saraceno

La marcia indietro era, purtroppo, inevitabile. I ragazzi/e delle superiori (speriamo solo loro) non torneranno a scuola in presenza al 100%, anche nelle zone arancioni e gialle.

Continueranno ad alternare didattica a distanza e in presenza.

Da un anno, nonostante gli sforzi dei singoli presidi e insegnanti, poco è stato fatto per fare in modo che gli studenti, specie delle superiori, potessero frequentare in presenza in sicurezza: aumento delle aule, ma quindi anche degli insegnanti con sdoppiamento delle classi dove necessario, tamponi effettuati sistematicamente, riorganizzazione dei trasporti.

Tutto, salvo i banchi monoposto con o senza rotelle, è rimasto come all’epoca della prima chiusura oltre un anno fa, mentre il virus continua a girare e a modificarsi. È giusto chiedere che ciascuno, anche i ragazzi/e, osservi scrupolosamente le norme di prevenzione del contagio. Ma, mentre si condannano gli assembramenti fuori scuola o nello struscio, non si può far credere che passare quattro o cinque ore al chiuso in aule con 25 persone o più, distanziate di un metro “da rima buccale” non costituisca, di fatto, un assembramento.

Tutti noi avremmo voluto che tutti i ragazzi/e, anche quelli delle superiori, ritornassero a scuola al 100%. Avremmo voluto che si lavorasse concretamente in questa direzione in questi mesi, non semplicemente aspettando che il virus per magia sparisse. Invece li abbiamo tenuti a casa, per altro senza un’apprezzabile impatto di contenimento del virus , e ci siamo scordati di ciò che andava fatto per consentire che tornassero in sicurezza, per loro e per noi. E che andrà comunque fatto, perché a settembre non ci si ritrovi di nuovo allo stesso punto.

Chiediamo quindi ancora questo sacrificio ai ragazzi/e. La didattica mista non è sicuramente un dramma, se organizzata bene dal punto di vista del ritmo temporale (meglio alternarla durate la settimana, invece che settimanalmente) e soprattutto dal punto di vista didattico. Ma si faccia in modo che la didattica in presenza non si riduca a verifiche a raffica e a corse a finire il programma. Che gli insegnanti si prendano il tempo per ascoltare i loro studenti, per riflettere con loro sull’esperienza di questi mesi, magari anche per fare con loro attività che sono venute del tutto meno in questo lungo anno: laboratori, lavori di gruppo, visite a un museo, incontri con artisti o con persone che possono aiutare la comunicazione e l’auto-riflessione. Non sarà tempo perso, al contrario. Potrebbe anche aiutare a recuperare chi si è perso, per scoraggiamento o mancanza di motivazione. Insieme ad una circolare sulle percentuali di didattica in presenza o sulle distanze tra “rime buccali”, forse il ministero potrebbe mandare una circolare che raccomandi di preoccuparsi meno delle verifiche e più dell’ascolto e della ri-motivazione dei loro studenti. E nel frattempo impegnarsi davvero perché a settembre non ci si ritrovi allo stesso punto, dal punto di vista logistico, organizzativo e didattico. Non sarebbe più perdonabile.

La frenata del governo: da lunedì in classe al 60%

da Il Messaggero

Impossibile da realizzare, l’idea di riportare tutti gli studenti in classe a partire da lunedì prossimo è definitivamente sfumata. Non sarà quindi garantita la presenza al 100% degli alunni ma si parte da una quota inferiore: almeno dal 60%. Un dietrofront del governo che comunque rasserena gli animi. Prima le rimostranze dei presidi e poi, ieri, quelle delle Regioni hanno fatto sì che il governo decidesse per una riapertura delle classi graduale. È quanto emerso dall’incontro Stato-Regioni con i comuni e le province. Le aule troppo piccole e i bus sovraffollati non possono garantire un rientro in sicurezza al 100%. È così da un anno, del resto. E le scuole lo sanno bene: le condizioni non sono cambiate. L’obiettivo si sposta su settembre. Servono nuovi spazi per garantire il distanziamento tra i banchi e, soprattutto, serve una riorganizzazione del trasporto pubblico locale che non vada in tilt nelle ore di punta: lo scaglionamento dei due orari di ingresso adottato fino ad oggi, uno alle 8 e uno alle 10, non ha retto neanche il carico del 50%. Quindi deve necessariamente essere incrementato il servizio pur mantenendo la riduzione della capienza al 50%, nel rispetto delle misure anti-Covid. Difficile immaginare infatti che tra 4 mesi non ci sia più bisogno di mantenere le distanze a bordo dei bus per evitare infezioni. «L’obiettivo da realizzare quanto prima – ha detto ieri il Ministro dell’istruzione, Patrizio Bianchi, durante l’incontro tra Governo ed enti locali – deve rimanere quello di riportare tutti in presenza al 100%. Bisogna continuare a lavorare anche e soprattutto in vista di settembre a cui dobbiamo arrivare preparati».
Ma intanto la scuola adesso finirà come è iniziata: con la didattica a distanza. Le scuole superiori dovranno garantire la presenza almeno al 60% degli alunni e dove possibile dovranno raggiungere il 100%. La precedenza va data ai ragazzi dell’ultimo anno: chi ha la maturità a giugno, deve stare in presenza. Mancano infatti meno di due mesi al 16 giugno, giorno di inizio per gli esami che saranno solo orali. «Bene ha fatto il governo ad ascoltare le nostre proposte – ha dichiarato il presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga – apprezziamo che si sia deciso di partire da una soglia minima del 60%, magari rivolgendo uno sguardo di attenzione agli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori», Inoltre nelle zone rosse, dove rimanevano chiuse le classi seconde e terze di scuola media e i 5 anni del liceo, si entrerà in classe al 100% fino in terza media e tra il 50 e il 75% alle superiori.

I DIRIGENTI

Di fatto, quindi, spetta ai dirigenti scolastici valutare la quota di ragazzi tra i banchi in base alle caratteristiche territoriali e dell’istituto: «Ritengo sia una scelta di buonsenso e ragionevolezza che viene incontro alle nostre richieste di questi giorni e che tiene conto delle criticità non risolte – ha commentato il presidente nazionale dell’Associazione nazionale presidi, Antonello Giannelli è bene che siano i dirigenti scolastici a decidere le percentuali degli studenti in presenza perché lo faranno considerando le condizioni del territorio e delle istituzioni scolastiche, garantendo la massima sicurezza per tutti».
Tra i nodi irrisolti, oltre ai trasporti, c’è anche il tracciamento dei contagi: il mondo della scuola ha chiesto più volte la possibilità di avere screening periodici anche con tamponi tra gli studenti. Ma per ora questa richiesta resta inascoltata: graverebbe troppo sulla tenuta del servizio delle Asl.
Lorena Loiacono

Giannelli (Anp): si dia potere d’assunzione al Preside per uscire dal balletto delle supplenze

da La Tecnica della Scuola

“Lo dico molto chiaramente e non è ideologico: o si passa alle scuole il potere assunzionale oppure da questo problema del balletto dei supplenti non ne usciremo mai.” Così il presidente dell’Anp Antonello Giannelli, in occasione dell’appuntamento di Tecnica della Scuola Live del 20 aprile.

Un tema, quello dei concorsi, su cui peraltro La Tecnica della Scuola torna a interrogare i propri lettori, per conoscere le opinioni divergenti e comprendere così pure gli interessi in gioco e le aspettative.

Questa è la domanda che poniamo ai nostri lettori: alla luce dell’alto numero di posti vacanti e considerando pure l’emergenza Covid-19, i nuovi docenti vanno assunti in ruolo tramite concorso ordinario tradizionale per titoli ed esami; oppure vanno reclutati tramite selezione per soli titoli e servizi?

Reclutamento docenti

Ancora il presidente Giannelli, estremamente caustico: “Sono 20 o 30 anni che non si riescono a fare concorsi per tempo. E negli anni i precari aumentano. Bisogna cambiare radicalmente strategia”.

Un esempio pratico? Ce lo fornisce nel corso della diretta di Tecnica della Scuola Live: “A scuola esiste un comitato di valutazione che formula un parere sull’anno di prova del docente. Poi sta al Dirigente se confermare in ruolo il docente o meno. Io penso che questo meccanismo potrebbe essere destinato anche alle assunzioni. Se io nella mia scuola ho un certo bisogno di docenti, devo potere fare un concorso per quei posti. Non ha nulla a che fare con l’ideologia e non ha nulla a che fare con l’espressione presidi manager presidi sceriffo, che periodicamente torna alla ribalta dopo essere stato coniato con la Buona Scuola del 2005″.

“Quando si arriva a fine aprile e non si è ancora provveduto al reclutamento di settembre, è talmente tardi che è chiaro che poi saltano fuori delle sanatorie. La congiunzione di due disperazioni, quella delle scuole in cerca di docenti e quella dei precari in cerca di posto, sortisce come effetto un matrimonio non troppo felice”.

Sui concorsi occorre trovare una sintesi politica

Sul tema dei concorsi e del reclutamento è intervenuto in questi giorni anche il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, che auspica una sintesi politica tra le diverse posizioni e parti politiche.

D’accordo con il titolare del Mi c’è anche Maddalena Gissi, leader Cisl scuola, la quale, intervistata dal nostro vice direttore Reginaldo Palermo, così commenta le vicende concorsuali del nostro Paese e le polemiche scaturite dalle ultime disposizioni del ministro della PA Renato Brunetta: “Non abbiamo interesse ad alimentare uno scontro fra i giovani che ambiscono a entrare nella scuola e che hanno presentato domanda; e tanti che hanno maturato un’anzianità e un’esperienza che invece vorremmo fosse valorizzata”, sottolinea la segretaria generale Cisl Scuola.

Decreto Covid, alunni alle superiori almeno al 70%: il Governo alza la quota nelle zone gialle e arancioni

da La Tecnica della Scuola

Cambio dell’ultimo momento nella percentuale di presenza minima di studenti nelle scuole superiori delle zone gialle e arancioni, a partire dal prossimo 26 aprile: nella versione dell’ultimo decreto sulle riaperture, approvato dal Consiglio dei ministri il 21 aprile, il 60% concordato ventiquattr’ore prima con gli enti locali, con alcune Regioni che chiedevano di mantenere il 50%, viene integrato e diventa almeno 70%.

Mentre nei territori “rossi”, dove i contagi sono ancora paurosamente sopra i 250 casi ogni 100 mila abitanti, si colloca tra il 50 e il 75% in zona rossa.

Cosa c’è scritto nel decreto

Il decreto definitivo sulle riaperture porta dunque dal 60% al 70% il limite minimo per le superiori in presenza nelle zone gialle e arancioni.

“Dal 26 aprile e fino alla fine dell’anno scolastico si torna in classe anche nelle scuole superiori (secondarie di secondo grado). La presenza è garantita in zona rossa dal 50% al 75%. In zona gialla e arancione dal 70% al 100%”, si legge nel testo approvato dal CdM ed ora atteso dalla conversione in legge tramite le Camere.

Le disposizioni per la frequenza dell’Università

Per le università il dl prevede che “dal 26 aprile al 31 luglio nelle zone gialle e arancioni le attività si svolgono prioritariamente in presenza”.

Invece, sempre per la frequenza degli atenei, “nelle zone rosse si raccomanda di favorire in particolare la presenza degli studenti del primo anno”.

Gli impegni per settembre

Prendo corpo, intanto, una “corsia preferenziale” per i maturandi del quinto superiore.

C’è anche un impegno dentro il governo per trovare un nuovo sistema di orari e dei trasporti che deve essere ripensato, a partire da settembre: a sollevare il problema è stato il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi.

Covid, sì ai test salivari a scuola: al via a maggio in Lombardia. Fontana: affidabili come i tamponi molecolari

da La Tecnica della Scuola

Dopo tanta attesa, i test salivari arrivano nelle scuole. Accadrà a maggio e si partirà da quelle lombarde. Il direttore generale del Welfare di Regione Lombardia, Giovanni Pavesi, ha detto che “è partita una lettera precisa dell’assessore Moratti al Ministero della Salute per chiedere che ci venga formalmente autorizzato l’utilizzo del tampone salivare molecolare su tutto il territorio regionale, dopo la sperimentazione svolta nel Comune di Bollate”. La risposta sarebbe già pervenuta ed è positiva.

Fontana: parte la sperimentazione

“Da maggio – ha confermato il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana – la Lombardia utilizzerà in ambito scolastico i test salivari molecolari frutto di una sperimentazione attuata dall’Università degli Studi di Milano”.

Secondo il presidente della Lombardia questo genere di verifiche sulla presenza del Covid-19 sulla popolazione scolastica è più attendibile di quanto è stato detto sino ad oggi: a dirlo, nella stessa giornata, è stato anche il professor Massimo Gallidirettore del reparto di Infettivologia dell’ospedale Sacco di Milano.

“Questi test, meno invasivi e più semplici da utilizzare, hanno la stessa validità del tampone nasofaringeo molecolare”, ha assicurato Fontana.

Il virus sarà ben controllato

Il fine è quello “attuare un monitoraggio ancora più accurato della diffusione del virus, senza la necessità di impiegare personale sanitario, che potrà dedicarsi alla campagna vaccinale e alla cura dei pazienti ricoverati e non negli ospedali”, ha sottolineato il presidente della Lombardia.

La richiesta di utilizzare i salivari molecolari era già stata avanzata diversi mesi fa al Cts nazionale senza ottenere risposte: ora, però, la situazione è cambiata.

“Finalmente ieri – ha ricordato Fontana – il ministro Roberto Speranza ha confermato che tutti i tipi di test già autorizzati in Paesi che fanno parte del G7 possono essere utilizzati anche in Italia. Pertanto, considerando che questo test ha già ottenuto l’autorizzazione in gran parte di questi tra cui la Francia, Usa e Giappone, la nostra regione sarà la prima ad utilizzarlo in Italia, in sostituzione del tampone molecolare nasofaringeo, al momento unico strumento per confermare la positività al Covid-19″, ha concluso il presidente.

Moratti: sganciati dagli operatori sanitari

Anche la vicepresidente e assessore al Welfare delle Lombardia, Letizia Moratti, ha espresso la sua soddisfazione per il via libera all’impiego dei test salivari-molecolari anche in Italia.

“Questo strumento diagnostico, già in uso in Europa e Stati Uniti – ha detto Moratti, che è stata anche ministro dell’Istruzione con il governo Berlusconi – non comporta la presenza di personale sanitario per la raccolta del campione e pertanto, nella sua estrema semplicità e praticità, si presenta ideale per le scuole”.

“Il test salivare molecolare – ha tenuto a dire Moratti – non dipendendo da operatori professionali e da luoghi dedicati, consentirebbe di liberare una notevole quantità di risorse attualmente impiegate in personale e logistica come oggi impongono i tamponi”.

“Questo vantaggio appare allo stato attuale di notevole importanza, dato che il Paese e le Regioni stanno organizzando una campagna vaccinale di lunga durata e ampia portata e, contemporaneamente, piani di riaperture progressive di tante attività sociali e produttive”, ha concluso Moratti.

Test salivari gratis anche per spostarsi?

A breve, l’impiego dei test salivari si realizzerà anche in altri ambiti. “Prevedere un pass per spostarsi da una Regione all’altra o muoversi per motivi turistici – ha detto la senatrice Mariolina Castellone (M5s) della Commissione Igiene e Sanità – sarà una delle soluzioni per evitare che i contagi tornino ad aumentare con lo spostamento di persone positive asintomatiche”.

“Oltre ai tamponi molecolari e antigenici potranno giocare un ruolo importante anche i test salivari, una volta validati, che come MoVimento 5 Stelle abbiamo sempre sollecitato, a partire dal sottosegretario Pierpaolo Sileri che già a settembre ne ipotizzava un uso massiccio per le scuole”.

Secondo la senatrice grillina i costi per i test salivari dovrebbero essere totalmente a carico dello Stato. “L’odioso rischio è di creare dei cittadini di serie A che possono permettersi tamponi e cittadini di serie B che non possono”, ha concluso Castellone.

Riapertura scuole, Bianchi: “Utilizzare anche spazi all’aperto”

da La Tecnica della Scuola

Utilizzare gli spazi aperti e recuperare il legame col territorio. È questo il monito del ministro dell’istruzione Patrizio Bianchi a pochi giorni dal rientro in presenza degli studenti. Ne ha parlato a ‘TgCom24’:

“Dall’anno scorso a quest’anno è stato fatto molto. Il governo precedente aveva dato 400 milioni per gli interventi leggeri e sono stati utilizzati tutti. Quello che è dentro al Piano nazionale di rilancio è qualcosa di più: è il ridisegno del nostro patrimonio educativo, bisogna ripensare agli spazi educativi. Ci sono molte risorse, quasi 1 miliardo per scuole nuove, 4,5 miliardi per il ridisegno delle scuole.

Lezione all’aperto? “Lo avevamo detto già da tempo, la scuola deve utilizzare tutti gli spazi, non solo all’aperto ma anche ritornare a scoprire il territorio, i musei, i tanti luoghi dell’imparare, non solo per adesso ma anche dopo la pandemia dovrà essere una scuola molto più aperta e presente sul territorio, su questo stiamo lavorando tantissimo. In questi mesi di formazione a distanza, le scuole sono state aperte”.

“A me dispiace sempre vedere aule con 27-28 studenti – spiega Bianchi – bisogna andare su modalità educative molto più articolate e ridurre la numerosità delle classi. Nella situazione specifica dobbiamo gestire non solo la sicurezza all’interno della scuola, abbiamo aggiunto 150 milioni per l’ampliamento dell’offerta didattica, ma dobbiamo garantire la sicurezza anche al di fuori delle scuole”.

Trasporti

Uno dei temi caldi è quello dei trasporti, che il Ministro conferma essere un punto importante: “Ne discutiamo continuamente, stiamo raggiungendo quest’obiettivo del 100% nel momento in cui stiamo aprendo ad altre attività. Anche nel confronto europeo abbiamo visto che la nostra gestione non è stata peggiore di altri. Aprendo altre attività, vanno ad accumularsi sul sistema dei trasporti, non solo i ragazzi che incidono per il 15-20%. dobbiamo tener conto che è un processo che riguarda non solo le scuole. I territori sono differenziati, alcune situazioni riescono a gestire meglio questo passaggio, sui grandi centri si stanno concentrando grandi pressioni. Sono stati immessi molti mezzi nuovi, in molti centri minori gli scuolabus per i più piccoli funzionano molto bene”.

Alle superiori 6 studenti su 10 contrari al rientro in presenza al 100%

da Tuttoscuola

La riapertura delle scuole superiori per tutti gli studenti contemporaneamente, per il momento, sembra rimandata. Dopo le forti resistenze mostrate da parte soprattutto di Regioni e presidi, principalmente per motivi organizzativi (distanziamento nelle classi, trasporti, ecc.), dal Governo arriva una parziale frenata: nel nuovo decreto anti-Covid dovrebbe essere prevista ‘solo’ una presenza variabile tra il 60% e il 100% nelle zone gialle e arancioni (la quota la stabiliscono i singoli istituti), di almeno il 50% in quelle rosse. Nessun obbligo di apertura totale. Un approccio, questo, che incontrerebbe i favori anche degli studenti, come mostra un sondaggio effettuato dal portale Skuola.net su un campione di 1500 alunni delle superiori: la maggior parte – circa 6 su 10 – si sono infatti detti contrari se non del tutto (31%) quantomeno in parte (28%) al ritorno di massa in aula per concludere l’anno.

Alla base delle forti perplessità sulla ripresa definitiva della scuola ‘normale’ di un numero così ampio di ragazzi ci sono varie ragioni, su tutte la paura. Del contagio? Non proprio: per 1 su 3 il timore maggiore è che i professori decidano di sfruttare un’ipotetica finestra di lezioni in aula, tutti i giorni, per recuperare il terreno perduto nei mesi scorsi, caricando gli alunni di interrogazioni e verifiche a ripetizione. Il 17%, invece, è preoccupato che riaprendo le scuole possa aumentare nuovamente la diffusione del virus, partendo proprio dalle classi e dai mezzi pubblici. Il 5% arriva addirittura ad affermare di non sentirsi pronto a tornare in mezzo alla gente dopo un periodo d’isolamento così lungo. Ma la fetta più consistente (43%) ammette di essere spaventata da un po’ tutti questi aspetti.

Preoccupazioni, le loro, poi non così infondate. Lo dimostra il dietrofront, per ora ipotetico ma quasi certo, del Governo. Lo confermano i racconti degli stessi ragazzi. Sul fronte trasporti, ad esempio, tra chi frequenta quotidianamente bus, tram, metropolitane e treni per andare a scuola appena il 10% promuove il servizio in termini di rispetto del distanziamento sociale. Per il 45% ci sono spazi a sufficienza solo alcune volte, mentre per il restante 45% i mezzi pubblici sono costantemente pieni negli orari in cui vengono utilizzati. Discorso simile per le distanze in classe, tra i banchi: con riferimento alla propria scuola, solo il 28% è sicuro che sia possibile garantire, con tutti gli studenti in presenza, la possibilità di essere distanziati l’uno dall’altro.

Come detto, però, pur trattandosi di una minoranza (41%) c’è anche chi vedrebbe di buon occhio una ripresa generale della scuola. La motivazione principale risiede soprattutto nella voglia di iniziare a riappropriarsi della vita pre-pandemia (è così per il 27%), seguita dal desiderio di rivedere finalmente tutti i compagni di classe e i professori (lo dice il 21%) o semplicemente dal fatto che la Dad nel loro caso non è riuscita a sostituire la didattica ordinaria (20%). Anche qui, comunque, la maggioranza (32%) chiama in ballo tutte quante queste ragioni. Avendo sofferto da ogni punto di vista la lunga ‘clausura’.