Sconti su internet e telefonia

Sconti su internet e telefonia, ora anche per chi ha una disabilità motoria. Ma non intellettiva
Redattore Sociale del 18/10/2021

La delibera pubblicata da Agcom il 14 ottobre estende agevolazioni, prima riservate a utenti sordi e ciechi, anche a persone con grave disabilità motoria. Ancora escluse le disabilità intellettive. Coordown: “Rammarico”. Anffas: “Ennesima discriminazione, speriamo si ponga rimedio, o dovremo intervenire”.

ROMA. Gli sconti per internet e telefonia saranno anche per chi ha una disabilità motoria e non solo per chi è sordo o cieco: è una delle principali novità contenute nella delibera n. 290/21/CONS, pubblicata il 14 ottobre dall’Agcom, che riguarda appunto le agevolazioni tariffarie sulla telefonia e sul traffico dati. “L’aspetto più innovativo del provvedimento consiste nell’estensione delle agevolazioni tariffarie – spiega Agcom – attualmente riconosciute solo agli utenti non vedenti e non udenti, anche agli utenti invalidi con gravi limitazioni della capacità di deambulazione”.
E’ previsto inoltre “l’ampliamento delle offerte agevolate di rete mobile, tra cui tutti i destinatari del provvedimento possono scegliere, per beneficiare dello straordinario veicolo di inclusione sociale rappresentato dalle applicazioni web”. Tecnicamente, “l’Autorità ha definito una soglia pari a 50 gigabyte, in base alla quale gli operatori devono identificare, tra le varie offerte presenti sul mercato, un’offerta con disponibilità di dati inferiore alla soglia, una con disponibilità dati superiore e un’offerta unlimited. Il prezzo praticato agli aventi diritto sarà pari al 50% del prezzo base della relativa offerta di mercato. L’Autorità ha previsto, per gli utenti con gravi limitazioni della capacità di deambulazione, una fase sperimentale di applicazione delle misure, della durata di dodici mesi prorogabili, al fine di ottenere informazioni sulla nuova platea e sull’efficacia delle misure adottate. I nuovi destinatari delle agevolazioni possono inviare le richieste di adesione entro una finestra temporale di 90 giorni, dal 1° gennaio al 1° aprile 2022. Il termine entro cui gli operatori sono tenuti a rendere disponibili le agevolazioni è di 180 giorni dalla data di pubblicazione della nuova delibera”.

Come spiega la commissaria Agcom Elisa Giomi, relatrice della delibera, “l’evoluzione tecnologica avanza al fianco delle persone con disabilità nei più svariati ambiti sociali ed economici, ed è per questo che, come Autorità garante, è nostro dovere adeguare puntualmente i regolamenti di riferimento così da consentire a questi consumatori di avvalersi dei servizi di rete alle migliori condizioni economiche possibili. Estendere al maggior numero possibile di beneficiari uno sconto sul prezzo dei servizi di comunicazione elettronica, oltre a rispondere ad esigenze legate ad un basso livello di reddito, costituisce un valido incentivo all’utilizzo di strumenti in grado di garantire inclusione sociale, vita indipendente e abbattimento delle barriere”.
Bene, ma non benissimo
Un importante passo avanti, dunque, ma “non per tutti”: a mettere in evidenza i limiti della delibera e ridimensionarne la capacità inclusiva, interviene CoordDown, che “con rammarico” fa notare come restino escluse, dalle agevolazioni previste, le persone con disabilità intellettiva. “Spiace che non vi sia consapevolezza dell’importanza che ormai ricoprono smartphone e tablet, ad esempio per tanti ragazze e ragazzi con sindrome di Down, nella comunicazione interpersonale, nelle relazioni, nella costruzione stessa di percorsi di autonomia, di spostamenti nei territori – dichiara Antonella Falugiani, Presidente CoorDown – Spiace, al di là di qualsiasi considerazione economica, che siano prevalsi ancora vetusti stereotipi secondo cui disabilità intellettiva e tecnologia siano fra loro incompatibili. Quella delibera poteva servire a sottolineare le potenzialità e a promuovere l’immagine positiva di tante persone. Il che vale di più di qualsiasi sconto”.

Critico anche Roberto Speziale, presidente di Anffas nazionale: “Si tratta di un’ennesima ed intollerabile discriminazione a danno delle persone con disabilità intellettive e del neurosviluppo e dei loro familiari, che non trova alcuna logica giustificazione. L’auspicio è che si tratti solo di una ‘dimenticanza’, alla quale si porrà presto rimedio. Diversamente l’intero movimento che rappresenta queste forme di disabilità (oltre il 65% di tutte le disabilità) si vedrà, proprio malgrado, costretto a mettere in atto tutto quanto necessario per contrastare questa ennesima ingiustizia e discriminazione”.

Bonus verso il riordino

Bonus verso il riordino: ecco le 60 agevolazioni meno presenti nel 730
Il Sole 24 Ore del 18/10/2021

Su 81 bonus fiscali indicati nel modello 730 di quest’anno, 60 sono usati da meno dell’1% dei contribuenti. Una frammentazione con cui Governo e Parlamento dovranno confrontarsi per riordinare le agevolazioni, così come impone il disegno di legge delega per la riforma fiscale.

Il dato emerge da un’elaborazione del CAF Acli per Il Sole 24 Ore del Lunedì, su un campione di 1,3 milioni di dichiarazioni. L’analisi considera tutte le detrazioni e deduzioni riportate nel Quadro E del 730 (Oneri e spese), con la sola esclusione dei bonus casa, che sono legati a investimenti per la riqualificazione e hanno una “filosofia” diversa rispetto agli sgravi sulle spese personali e familiari. «Un prelievo con così tante agevolazioni diventa inefficiente – osserva Paolo Conti, direttore generale del Caf Acli -. Guardiamo solo il caso delle erogazioni liberali, che spaziano da quelle per l’ospedale Galliera fino al fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato». Donazione, quest’ultima, finalizzata a ridurre il debito pubblico ed effettuata da un solo contribuente ogni 100mila, con una media di 178 euro.

Il fatto che un bonus sia poco usato, però, non vuol dire che sia inutile: si pensi, ad esempio, alla detrazione del 19% sull’acquisto dei cani guida per i non vedenti, presente in media in 0,2 dichiarazioni ogni 100mila. Semmai, l’estremo livello di dettaglio raggiunto dalle agevolazioni testimonia il disordine con cui si sono stratificate. È un fatto che tutti gli ultimi Governi hanno lanciato nuovi bonus, spesso settoriali e con regole molto restrittive, fino ad arrivare al totale di 602 tax expenditures, di cui 171 riferite solo all’Irpef, come riporta l’ultimo Rapporto sulle spese fiscali. «Se si è arrivati a questo punto – spiega ancora Conti – è anche perché la genericità delle definizioni può causare arbitrio e comportamenti elusivi: per questo motivo il legislatore ha regolato in modo specifico le spese agevolabili, ma certamente oggi abbiamo un sistema troppo complesso».

Non sappiamo ancora quale via prenderà il Governo per il riordino. Il disegno di legge delega indica solamente tre princìpi ispiratori: finalità delle agevolazioni, equità ed efficienza del prelievo. Di certo, scorrendo l’elenco dei 60 bonus meno usati se ne trovano molti che potrebbero essere raggruppati in categorie più ampie e omogenee.

Prendiamo il caso delle erogazioni liberali. Ne esistono di tanti tipi, a volte deducibili, a volte detraibili con differenti percentuali: dagli enti parco agli istituti di ricerca, dalle fondazioni musicali alla Biennale di Venezia, dalle organizzazioni di volontariato alle popolazioni colpite da calamità naturali. La finalità è nobile, così come la generosità dei donatori. Ma nessuna di queste singole voci si trova compilata in almeno l’1% dei modelli 730. «Si potrebbe semplificare il quadro individuando una percentuale massima di donazioni deducibili in rapporto al reddito del dichiarante – suggerisce Conti – e identificare un elenco dei possibili beneficiari delle donazioni, meglio se richiamando altre liste ufficiali già esistenti».

Lo stesso approccio potrebbe essere seguito anche per le spese a favore dei disabili, che oggi sono disperse in diversi righi e codici della dichiarazione. Basti pensare alla differenza tra spese per l’acquisto e per il mantenimento del cane guida (per quest’ultimo il bonus è fisso) o alla detrazione specifica per i costi dei servizi di interpretariato a favore dei sordi, usata da 10 contribuenti ogni 100mila. Senza dimenticare gli sgravi sull’acquisto dei veicoli per disabili e sulle spese sanitarie a loro riservate.

Il tema è delicato e le cifre in gioco spesso rilevanti a livello individuale (l’importo detraibile per i veicoli supera i 15mila euro); ma i margini per un riordino ben calibrato ci sono. Così come nel campo delle spese sostenute dalle famiglie per i figli. Qui c’è un bonus best-seller, che riguarda la frequenza scolastica e si ritrova nel 6,6% dei modelli 730: in pratica, 6.600 su 100mila. È una detrazione che si applica per lo più sulla mensa (scuole pubbliche) o sulla retta (scuole private). Accanto a questa, però, ce ne sono altre che premiano costi specifici, non sempre in modo logico.

La detrazione sulla retta del nido, ad esempio, sta sparendo dai 730, soppiantata dal bonus nido dell’Inps. Quella sulla spese sportive dei ragazzi – usata dal 3,6% dei contribuenti – si ferma a una spesa massima di 210 euro e non agevola tutte le attività per il tempo libero. «Anche queste spese si possono raccogliere in un’unica voce – commenta Conti – stabilendo un importo massimo deducibile legato a ciascun figlio, includendo mense e rette scolastiche, tasse universitarie e canoni d’affitto per i fuori sede, ed eliminando distinzioni cervellotiche come i 100 chilometri di distanza minima tra l’ateneo e la residenza dello studente».

a cura di Dario Aquaro e Cristiano Dell’Oste

Esordi psicotici: un’attenzione particolare ai processi di recovery

Esordi psicotici: un’attenzione particolare ai processi di recovery
State of Mind del 18/10/2021

L’esordio psicotico avviene in genere prima dei 30 anni ed è preceduto da una serie di cambiamenti e anomalie psicologiche e comportamentali. Il decorso del disturbo nei casi di psicosi è fortemente condizionato dalla tempestività della presa in carico e dall’adeguatezza degli interventi integrati attuati nei primi due anni successivi all’esordio psicotico.

“Resta comunque ancora molta strada da fare. Anche se gli antipsicotici di seconda generazione riescono finalmente a colpire il cuore biologico della malattia, non potranno però mai trovare al paziente un lavoro o degli amici: nessuna molecola sarà mai così potente da donargli magicamente la capacità di sviluppare d’un colpo rapporti sociali normali. Questa è una prerogativa che spetterà sempre all’uomo: al medico, al familiare e, da oggi in poi, anche al malato stesso (L’Enciclopedia – Dizionario Medico, Roma, La biblioteca di Repubblica, 2004, pag. 1178)”

Cosa s’intende con il termine psicosi ed esordio psicotico?
Il termine psicosi indica una vasta gamma di disturbi psichiatrici che si manifestano con severi sintomi di varia natura, in cui l’individuo sperimenta una distorsione o una perdita di contatto con la realtà, ossia un’incapacità di distinguere il proprio mondo interiore dalla realtà esterna. La psicosi può essere intesa come un cambiamento radicale che ha effetti sconvolgenti sul sé causando il deragliamento, l’interruzione o la paralisi della traiettoria di sviluppo della persona.
I disturbi psicotici hanno un’età di insorgenza compresa tra i 14 e i 35 anni, si manifestano con sintomi positivi (inizialmente dispercezioni, fino a franchi deliri ed allucinazioni) e negativi (ritiro sociale, apatia, rallentamento, appiattimento emotivo). In sintesi, comprendono disorganizzazione del pensiero e del linguaggio, bizzarrie comportamentali, disturbi affettivi e marcato calo del funzionamento (APA, 2013). Inoltre, possono essere presenti altri sintomi quali deflessione dell’umore, ansia, disturbi del sonno, disturbi dell’attenzione, della concentrazione e della memoria che comportano spesso scarsa prestazione scolastica o lavorativa. I principali disturbi psicotici o forme di psicosi sono: Schizofrenia, Disturbo delirante, Disturbo schizofreniforme, Disturbo schizoaffettivo e Disturbo psicotico breve.
L’esordio psicotico (FEP – First Episode Psychosis) avviene in genere prima dei 30 anni, l’insorgenza in età adolescenziale, con esordio prima dei 18 anni, è stimata del 18% (Davi, 2014). Si presenta come un evento apparentemente improvviso ma in realtà è preceduto da fasi prodromiche (della durata media di cinque anni), durante le quali avvengono una serie di cambiamenti e anomalie psicologiche e comportamentali (Larson et al, 2010; Heiden& Hafner, 2000). L’esordio psicotico può comportare la riduzione dei movimenti verso l’autonomia dalla famiglia e inibire la formazione dell’identità e la padronanza di sé.

L’importanza della presa in carico precoce degli esordi psicotici
Come precedentemente sottolineato, diverse ricerche svolte durante gli anni ‘90, hanno mostrato come fosse possibile rintracciare nella storia di vita di pazienti psicotici una serie di segnali e sintomi predittivi dello sviluppo patologico, la cui presenza in ragazzi giovani determina uno Stato Mentale a Rischio (ARMS – At Risk Mental State) (McGorry& Singh, 1995;  Yung et al, 1996). L’intervento precoce e tempestivo nei confronti di questi casi può avere effetti positivi sul decorso stesso della patologia, ritardando o prevenendo il primo episodio psicotico (Cozzi, 2017).
Diventa quindi fondamentale effettuare una corretta raccolta anamnestica volta a individuare i fattori di rischio che possono avere un ruolo nello sviluppo della psicosi. E’ stata riscontrata una frequente comorbidità dell’abuso di sostanze nei giovani, in particolare di sesso maschile, con recente esordio psicotico; si è ipotizzato che la tendenza ad usare droghe sia un tentativo di mitigare i sintomi psicotici negativi, la depressione o il disagio derivante dalle conseguenze del disturbo. Nonostante il sollievo soggettivo che può portare, l’abuso di sostanze ha spesso effetti deleteri sulla psicosi: peggiora la sintomatologia, aumenta le ricadute ed i conseguenti ricoveri ripetuti e incrementa la violenza e i suicidi (Smith e Hucker,1994). Il periodo in cui si manifestano i primi sintomi senza essere adeguatamente trattati è definito DUP (Duration of Untreated Psychosis), la sua durata è una variabile importante nella prognosi del disturbo, in particolare per quanto riguarda la remissione dei sintomi positivi (Norman, Lewis & Marshall, 2005).
Le ricerche ed evidenze scientifiche hanno portato dunque allo sviluppo di nuovi ed efficienti approcci e modelli di riconoscimento ed intervento, focalizzati sulle fasi prodromiche del disturbo, approcci che vengono definiti Interventi Precoci (EarlyIntervention). Si è assistito sempre più ad una visione ottimistica riguardo agli esiti nel trattamento delle psicosi. Le ragioni si possono riconoscere in due aspetti: nello sviluppo di farmaci antipsicotici di nuova generazione che hanno dimostrato una maggiore efficacia e minori effetti collaterali e nella consapevolezza che un intervento nelle fasi precoci della malattia potesse garantire una migliore qualità di vita al paziente ed ai suoi familiari e una prognosi maggiormente favorevole.
Un intervento precoce efficace dovrebbe essere (Malla e Norman, 2001) tempestivo, adattato a persone giovani che spesso vivono con le loro famiglie e che non hanno familiarità con i servizi e avere i seguenti obiettivi (Spencer, Birchwood, &McGovern, 2001): ridurre il tempo di DUP, accelerare il processo di guarigione attraverso efficaci interventi biopsicosociali, ridurre l’impatto negativo della psicosi sull’individuo e massimizzare il funzionamento sociale e lavorativo, prevenire le ricadute e la resistenza al trattamento farmacologico.

Situazione italiana: Programma 2000 e programma strategico GET UP
La letteratura internazionale e l’esperienza clinica hanno evidenziato come il decorso del disturbo, che presenta un’elevata variabilità in termini prognostici, sia fortemente condizionato dalla tempestività della presa in carico e dall’adeguatezza degli interventi integrati attuati nei primi due anni successivi all’esordio.
La prima e pionieristica esperienza organica di prevenzione secondaria delle psicosi nata in Italia è rappresentata dal “Programma 2000®”, programma di individuazione e intervento precoce all’esordio di patologie mentali che, dopo un iter burocratico e di definizione organizzativa e concettuale iniziato nel 1997 da un’idea di Angelo Cocchi e Anna Meneghelli, ha avviato l’attività sul campo nel 1999 come iniziativa sperimentale regionale, attuata dal Dipartimento di Salute Mentale dell’Azienda Ospedaliera Ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano. Anche alla luce dei risultati ottenuti il Programma è stato reiterato a partire dal gennaio 2002, rendendo possibile un assetto più esteso e più articolato. Attualmente ha sede operativa presso il Centro Psicosociale di via Livigno 3 a Milano, DSM Psichiatria 2.
Il Programma 2000® nasce come una possibile risposta preventiva di fronte alle usuali abitudini terapeutiche prevalentemente riparative, ed ha come destinatari giovani al primo episodio psicotico, o comunque al primo contatto con il Servizio e con una durata della psicosi non trattata (DUP) inferiore a 2 anni, e giovani considerati, per una combinazione di fattori e di evidenti segnali, ad alto rischio di psicosi.
Nell’ambito del “Programma 2000®” sono stati condotti, in un quadro di stretti collegamenti e collaborazioni internazionali, alcuni filoni di ricerca strategici, oltre ad aver sviluppato nel tempo un preciso e personalizzato modello di cura e intervento nelle psicosi all’esordio riconosciuto e valorizzato in ambito nazionale e internazionale. Un esempio di come l’esperienza e la competenza maturate in questo campo dall’équipe clinica di Programma 2000® ha potuto coinvolgere la partecipazione di docenti, esercitatori e supervisori all’interno della grande ricerca nazionale denominata Programma Strategico GET UP (Genetics, Endophenotypes and Treatment: Understanding early Psychosis), finanziato dal ministero Della Salute nell’ambito della Ricerca sanitaria finalizzata nazionale e promosso dall’università di Verona che si fonda sull’attuazione precoce di specifici interventi farmacologici e psicosociali, inclusivi di una psicoterapia ad orientamento cognitivo-comportamentale per il paziente, di un intervento psicoeducativo con le famiglie e di un’organizzazione dell’assistenza secondo il modello del case management che coinvolga tutte le figure professionali del dipartimento. Consta di 4 progetti e si pone l’obiettivo di testare l’efficacia di interventi innovativi per soggetti all’esordio di psicosi e per le loro famiglie, attuato in 115 centri di salute mentale dislocati tra Veneto, Emilia Romagna, le provincie di Bolzano, Firenze e Milano. Gli operatori che hanno ricevuto la formazione agli interventi specifici hanno acquisito competenze organizzative e cliniche che hanno modificato le pratiche attuate nei servizi. Sono entrati inoltre a far parte del programma dai 400 agli 800 soggetti all’esordio psicotico, che sono stati valutati al baseline e con un follow-up a breve termine in cui è stato raccolto DNA e materiale biologico che, con alcuni dati clinici d’esordio, ha costituito una biobanca di notevole importanza per l’identificazione di marcatori evolutivi.

Riabilitazione e Recovery: dalla malattia alla persona
La Disabilità è da dove partiamo, la Recovery è la nostra destinazione e la Riabilitazione la strada che percorriamo (Liberman, 2008)”
Oltre all’individuazione dei fattori potenzialmente predittivi della possibilità di un esordio psicotico, come abbiamo fin qui visto, è diventato fondamentale anche l’aspetto riabilitativo ed il recupero in giovani che hanno avuto almeno un esordio psicotico. La riabilitazione psichiatrica è quell’insieme di interventi mirati a migliorare il funzionamento di persone con disabilità psichiche, in modo di essere in grado di svolgere un ruolo con successo e soddisfazione nell’ambiente di vita scelto con il minor sostegno continuativo possibile (Anthony, Farkas, Cohen, Gagne, 2002).
Un altro termine che ha preso piede da qualche anno e sul quale ci si concentra è quello di recovery, dal verbo inglese to recover che significa riaversi, riprendersi, recuperarsi, indica il percorso o processo che si compie nel superamento della psicosi. Il termine non significa necessariamente guarigione clinica, ma enfatizza il viaggio compiuto da ciascuno nel costruirsi una vita al di là della malattia. A differenza della parola “guarire”, recovery implica un’idea di processo, di percorso evolutivo e di viaggio che non ha una vera e propria fine; non si tratta dunque di un esito coincidente al ritorno alla condizione precedente al problema, quanto più di un percorso volto alla attivazione di risorse che permettono al soggetto di vivere in maniera piena la sua vita (Coleman, 1999).
“Condurre una vita produttiva e soddisfacente anche in presenza delle limitazioni imposte dalla malattia mentale. È lo sviluppo, personale e unico, di nuovi significati e propositi man mano che le persone evolvono oltre la catastrofe della malattia mentale (Anthony, 1993)”.

Esistono diversi tipi di recovery (Anthony, 1993):
– Recovery clinico (criteri oggettivi e misurabili): consiste nella remissione prolungata dei sintomi che costituiscono la diagnosi, presenti ad un livello subclinico per frequenza ed intensità; riduzione delle ospedalizzazioni e delle recidive; aderenza terapeutica.
– Recovery funzionale/sociale (criteri oggettivi e misurabili): coinvolgimento a tempo pieno o parziale in un’attività che presuppone l’esercizio di un ruolo valido – come il lavoro o la scuola – che sia costruttiva e appropriata all’età. Una vita parzialmente o totalmente indipendente dalla supervisione da parte della famiglia o dei servizi, in modo che l’individuo sia responsabile per le esigenze quotidiane nella gestione del denaro, dei beni personali, dei famaci, degli appuntamenti nel fare la spesa e preparare da mangiare. Buoni rapporti con i familiari. Attività ricreative in luoghi e contesti normali in cui è richiesto il rispetto di regole. Relazioni soddisfacenti con i pari, caratterizzate dal curare in modo attivo le amicizie più strette e il mantenere una rete sociale di conoscenti.
– Recovery personale (criteri soggettivi e oggettivi in parte misurabili): consiste nella crescita personale e nella riappropriazione delle proprie esperienze di vita, una speranza realistica per un futuro migliore che deriva dal fronteggiare i sintomi e la disabilità in maniera attiva, recuperando un senso di sé positivo. Empowerment che deriva dal successo nel raggiungere i propri obiettivi, dalla partecipazione al trattamento e dal trovare per sé nuovi ruoli soddisfacenti e socialmente validi. Si focalizza sul processo attivo di costruzione di un’esperienza di vita significativa, così come definita dalle persone stesse.

Sebbene il termine recovery comprenda aspetti appartenenti a tutte e tre queste categorie, esso implica in primo luogo un processo di cambiamento personale e di riappropriazione del potere e del controllo della propria vita al di là della remissione sintomatologica.

Dal punto di vista pratico è fondamentale nel recovery agire tempestivamente su più livelli:
– Biologico: assumere regolarmente la terapia, fare attività fisica all’aperto, controllare la propria dieta, evitare l’assunzione di alcool e droghe.
– Psicologico: instaurare un’alleanza e un dialogo continuo con un operatore del Centro di Salute Mentale (psichiatra, infermiere, psicologo, assistente sociale o tecnico della riabilitazione) poichè conosce questo disturbo e sa come aiutare nell’affrontare i pensieri e le difficoltà che accompagnano la psicosi.
– Sociale: riprendere gli studi, cercare un lavoro con l’aiuto dei tecnici della riabilitazione, riallacciare i rapporti con gli amici o risperimentarsi al più presto in nuove occasioni di incontro e svago.

L’interruzione di alcuni di questi passaggi può rallentare la ripresa o favorire una ricaduta.
Secondo l’approccio del recovery, quindi, radicalmente diverso da quello proposto dalla medicina tradizionale occidentale, fenomeni inusuali, tra cui udire le voci, non vengono considerati come un sintomo di malattia o di perdita di contatto con la realtà, ma come esperienze significative e reali per chi le vive e quindi dotate di senso ed integrabili nella vita della persona (Casadio, 2014).
Nel mese di marzo 2012, l’amministrazione dei servizi per l’abuso di sostanze e la salute mentale (SAMHSA) ha annunciato una definizione aggiornata di “recupero” dai disturbi mentali. Definiscono la recovery come “un processo di cambiamento attraverso il quale gli individui migliorano la loro salute e benessere, vivono una vita autodiretta e si sforzano di raggiungere il loro pieno potenziale”. Sulla base della visione del recupero come diritto, la cura della salute mentale orientata al recovery è concettualizzata come una collaborazione tra utenti del servizio e fornitori che deve essere guidata dalla visione del tipo di vita che una persona vorrebbe condurre.

Servizi di salute mentale orientati al recovery
In passato, la diagnosi di una grave malattia mentale, come può essere la psicosi, era associata ad una vita di disabilità (Frese, Knight, & Saks, 2009). I trattamenti per la malattia mentale erano focalizzati principalmente sull’uso di farmaci per ridurre i sintomi, con disabilità a lungo termine sia attesa che accertata (Dipartimento della salute e dei servizi umani degli Stati Uniti, 2003). Gli utenti del servizio, i membri della famiglia ed i professionisti della salute mentale hanno sostenuto una visione più ampia di recupero che non si limitava al sollievo dai sintomi, ma che includeva un ripristino dei vari domini per i quali la maggior parte delle persone riteneva importante la propria salute mentale e il proprio benessere. Tali domini includevano sicurezza e alloggi a prezzi accessibili, occupazione significativa, sostegno tra pari/sociale/familiare, sviluppo personale e arricchimento e impegno con la comunità, attività e organizzazioni. Approcci precoci alla cura della salute mentale o non avevano riconosciuto l’importanza di questi domini del tutto, o non erano riusciti ad affrontarli efficacemente.
L’aumento delle evidenze scientifiche per l’implementazione di pratiche e sistemi orientati al recovery ha portato ad un maggior riconoscimento e consenso (Compagni et al., 2007). Tuttavia, è necessario identificare con maggiore chiarezza il contributo che i servizi di salute mentale possono dare in questo senso (Slade et al., 2011) e come queste pratiche possano essere integrate comportando un cambiamento all’interno dei sistemi di cura dei Paesi anziché rimanere realtà singole ed isolate che non si contaminano.
Il paradigma del recovery propone un riorientamento ed una trasformazione delle politiche di salute mentale, in grado di dialogare con il modello di psichiatria inaugurato in Italia con la legge 180 e allo stesso tempo in grado di promuovere una modalità di trattamento multidisciplinare, flessibile, personalizzata che fa affidamento ridotto sui farmaci e include la partecipazione dell’utente e della sua famiglia, enfatizzando il ruolo del contesto e riducendo pratiche coercitive e di ricovero ospedaliero. Lo scopo dei professionisti è quello di dotare la persona di risorse, informazioni, abilità, reti sociali e supporti per gestire la loro condizione e per aiutarli ad accedere alle risorse di cui ritengono di avere bisogno per vivere le loro vite. Ciò implica una relazione tra i professionisti e le persone che essi servono radicalmente diversa da quelle tradizionale in termini di potere e dipendenza (Casadio, 2016).

Questo significa che i servizi di salute mentale devono essere molto più interessati al benessere e alla salute complessiva della persona e devono fornire supporti per dare la possibilità alle persone di funzionare come cittadini nella loro comunità.
Ci sono diversi modi in cui il sistema di cure può supportare la ripresa di persone affette da disagio mentale e questo avviene promuovendo relazioni, benessere e offrendo trattamenti che migliorino le possibilità di inclusione sociale (Slade, 2009).

Gli obiettivi dei «servizi di salute mentale orientati al recovery» sono pertanto diversi dagli obiettivi dei «servizi tradizionali di trattamento e di cura». Passaggio: da uno staff che è sentito lontano, perchè considerato in una posizione di “esperto” che ha una “autorità”, a qualcuno che si comporta più come un “personal coach o trainer”, mettendo a disposizione le proprie abilità e conoscenze professionali, mentre nel contempo impara dagli utenti e conferisce loro un valore, che è esperto attraverso l’esperienza (Robert & Wolfson, 2004). Poichè gli individui con malattia mentale possono condurre vite relativamente normali e realizzate anche se sono vulnerabili alle ricadute e devono essere seguiti per un tempo indefinito, i servizi devono diventare, da un posto dove gli utenti ricevono assistenza e trattamento, a posti che li dotano di strumenti per gestire se stessi e per costruire le loro vite dove e come desiderano farlo. Tali servizi tendono ad andare oltre la tradizionale assistenza clinica per aiutare la persona con malattia mentale a reinserirsi nel tessuto sociale, incorporando nel concetto di guarigione gli esiti raggiunti nelle dimensioni della qualità di vita, del lavoro, dell’abitazione, dell’amicizia e della vita sociale (Appleby, 2007).

I principi dei servizi di salute mentale orientati al recovery dovrebbero essere:
– Unicità dell’individuo;
– Scelte individuali e indipendenti;
– Diritti e atteggiamento proattivo;
– Dignità e rispetto:
– Comunicazione e partnership con i Servizi;
– Continua valutazione e misurazione della pratica clinica orientata alla recovery; (Herefordshire partnership NHS Foundation Trust «Recovery Principles in the UK).

Soprattutto nei paesi anglosassoni, negli ultimi 30 anni una serie di fattori concomitanti hanno determinato la nascita e lo sviluppo del “Recovery Movement” che si articola in diversi criteri tra cui: la deistituzionalizzazione e l’integrazione nella vita comunitaria, il desiderio degli utenti psichiatrici di avere maggior controllo sul proprio destino, il crescente movimento per i diritti umani, la disponibilità di psicofarmaci meglio tollerati.
In sintesi, nella pratica orientata al Recovery (Davidson et al., 2009) i criteri da considerare sono:
– Primarietà della partecipazione;
– Favorire l’accesso e il coinvolgimento;
– Garantire la continuità della cura;
– Utilizzare una valutazione basata sui punti di forza;
– Offrire una pianificazione individualizzata del percorso di Recovery;
– Fungere da “guida per il Recovery”;
– Conoscere e sviluppare l’inclusione comunitaria;
– Identificare e affrontare le barriere al Recovery.

Ogni servizio o trattamento o intervento o supporto deve essere valutato in questi termini: quanto aiuta il paziente a raggiungere i suoi obiettivi di guarigione?

È possibile misurare il recovery?
Grazie ad un maggior riconoscimento del concetto di recovery nel trattamento della malattia mentale, si è dato via alla progettazione di diversi strumenti per valutare sia il recovery personale che l’orientamento in questa direzione dei servizi sanitari. Infatti, la necessità di orientare i servizi di salute mentale verso il recupero personale richiede l’utilizzo di misure che consentano di valutare sia il processo di recupero individuale degli utenti sia quanto un particolare programma, agenzia o sistema nel suo insieme sia efficace nel promuovere tale recupero (White, 2006).

In letteratura si trovano diverse review che hanno cercato di fare una rassegna dei principali strumenti utilizzati attualmente. Al riguardo, nonostante l’esistenza di definizioni comunemente accettate, la variabilità relativa alla concettualizzazione di un processo tanto soggettivo, complesso e multidimensionale come il recupero personale ostacola la creazione e selezione di misure oggettive per la sua valutazione. Inoltre, c’è una grande variabilità per quanto riguarda le dimensioni utilizzate dagli attuali strumenti valutativi.

Uno strumento ad oggi utilizzato per la maggiore è il RAS (Recovery Assessment Scale) che misura il recovery personale. I fattori psicologici indagati sono:
– Fiducia in sé stessi e speranza;
– Disponibilità a chiedere aiuto;
– Orientamento ad obiettivi ed al successo;
– Fiducia negli altri;
– Non sentirsi dominati dai sintomi.

Il RKI (Recovery Knowledge Inventory) (Bedregal et al. 2006) valuta le attitudini e le conoscenze dei professionisti della salute mentale riguardo al recovery. Le aree valutate sono:
– Ruoli e responsabilità nel Recovery;
– Non linearità del processo di Recovery;
– I ruoli della autodefinizione e dei pari nel Recovery;
– Aspettative rispetto al Recovery.

Possiamo concludere evidenziando come sia necessario specificare, unificare e chiarire il concetto ed il modello di recovery. Questo è l’unico modo per raggiungere il consenso sui domini che lo compongono; ciò consentirà a sua volta di selezionare gli strumenti più appropriati per valutare tale concetto. Nello stesso modo, se gli elementi che contribuiscono al processo di recovery sono compresi e specificati, sarà possibile scegliere gli strumenti che servono per valutare i servizi di salute mentale e, quindi, sarà possibile migliorare il processo e l’approccio attuato nei confronti della persona.

di Annalisa D’Errico,
OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Mestre

Valutazione: prospettive a confronto

“Valutazione: prospettive a confronto”, convegno di FLC CGIL con la partecipazione del ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi
L’evento sarà trasmesso in diretta streaming sul sito e sul canale YouTube della FLC CGIL
Roma, 18 ottobre – La  FLC CGIL organizza un convegno dedicato alla valutazione degli alunni, delle scuole e di sistema, dal titolo: “Valutazione, prospettive a confronto” che si terrà mercoledì 20 ottobre dalle ore 15.00 alle ore 18.00.

L’incontro che si aprirà con una tavola rotonda dal titolo: “Valutare gli alunni, valutare le scuole. Istruzioni per l’uso pedagogico, formativo e organizzativo” a cui parteciperanno: Beppe Bagni, presidente CIDI, Cristiano Corsini, professore associato di Pedagogia Sperimentale e valutazione scolastica all’Università di Roma Tre, Pietro Lucisano, professore ordinario di Pedagogia Sperimentale all’Università La Sapienza, Elisabetta Nigris, professoressa ordinaria di Progettazione didattica e valutazione all’Università Bicocca di Milano, Roberto Ricci, presidente Invalsi e Paolo Sestito, vice Capo del Dipartimento Bilancio e controllo della Banca d’Italia.

Dalle ore 17.00, “faccia a faccia” sulla valutazione tra il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi e il segretario generale FLC CGIL, Francesco Sinopoli.

La diretta streaming sul sito e sul canale YouTube della FLC CGIL.

La valutazione nella scuola primaria

La valutazione nella scuola primaria
Appunti di metà autunno

di Stefano Stefanel

            Quest’anno ho avuto una prima grande fortuna, cioè quella di essere chiamato dalla dirigente scolastica Daniela Venturi dall’Ambito 13 della Toscana (Provincia di Lucca) a tenere un corso di formazione sulla valutazione nella scuola primaria, cui hanno partecipato docenti di scuola primaria degli Istituti comprensivi di Porcari, “Piaggia” di Capannori e di Lucca (IC 3 e IC 4): questo corso si è tenuto tra fine maggio e fine giugno a cavallo degli scrutini ed ha permesso di valutare il processo di valutazione prima e dopo la redazione della scheda sperimentale. Ho avuto poi una seconda grande fortuna, cioè quella di essere chiamato dalla dirigente scolastica Martina Guiducci e dalla maestra Alessandra Galvani a tenere un corso di formazione per l’Istituto comprensivo di Montefiorino (Modena), cui hanno partecipato docenti di scuola primaria e una docente di scuola dell’infanzia. La terza grande fortuna di quest’anno è stata l’assegnazione della reggenza presso l’Istituto comprensivo di Pasian di Prato (Udine), dove – grazie alla grande collaborazione di tutte le docenti della scuola primaria coinvolte dalle coordinatrici didattiche di sede Elisa Fain, Luisa Del Torre, Anna Barbetti e Valentina Moretti – abbiamo avviato in brevissimo tempo una importante sperimentazione dividendo l’anno scolastico in due periodi disomogenei (dal 16 settembre al 31 ottobre e dal 2 novembre all’11 giugno) e quindi redigendo una sintetica scheda diagnostica che verrà trasmessa ai genitori ai primi di novembre.

            Da questo privilegiato punto di vista ho potuto affrontare in modo disteso e approfondito tutte le tematiche connesse alla valutazione per obiettivi, tenendo comunque sempre di vista le Linee guida ministeriali del 4 dicembre 2020 e l’ultimo numero della Rivista dell’Istruzione (2/2021) curato dall’amico Giancarlo Cerini poco prima di lasciarci. I due corsi di formazione e l’attività sperimentale hanno messo in luce alcuni elementi di questa sperimentazione, che non mi pare inutile affrontare in questo intervento di metà autunno.

DALLA SOLITUDINE AL COINVOLGIMENTO

            Il primo elemento chiave della sperimentazione della scheda per obiettivi è l’oggettivo pericolo di isolamento che corrono le scuole primarie, compresse tra una scuola dell’infanzia che non riesce a “bucare” la sua posizione (anche se ormai tutti i bambini passano da lì) e una scuola secondaria di primo grado che, sempre di più e sempre più erroneamente, si ritiene prossima al secondo ciclo e non al primo. La valutazione per obiettivi (che dovrebbe essere estesa e in tempi rapidi a tutti gli ordini di scuola) non solo non è compresa, ma molto spesso non è neppure apprezzata dalla scuola secondaria, quasi che la arbitraria docimologia che sta devastando la scuola italiana sia un elemento oggettivo di valutazione e non un “reperto archeologico della misurazione”. Da questa solitudine valutativa la scuola primaria non  ce la farà ad uscire da sola e l’unico soggetto che può spingere l’Istituto comprensivo a ragionare di valutazione in forma ordinata e verticale è il dirigente scolastico.

            Dalle esperienze che sto vivendo mi pare di poter, purtroppo, dire che molti dirigenti scolastici si sono già stancati dell’argomento e, dopo una prima fiammata nell’inverno scorso, hanno delegato ai docenti della scuola primaria tutto il processo, senza farsi coinvolgere più di tanto. Senza il supporto diretto e operativo dei dirigenti scolastici scuole dell’infanzia e scuole secondarie non si muoveranno mai da sole e non entreranno in sinergia con la scuola primaria in questo importante processo di verticalizzazione valutativa. Sembra, a volte, che la nostra categoria sia disponibile a presidiare ogni argomento per un paio di mesi, poi non c’è più tempo e pazienza nella speranza che  le cose vadano avanti da sole, mentre, invece, spesso si arenano.

            Uno degli elementi nefasti del mancato coinvolgimento di tutto l’istituto è l’effetto lenzuolo che prendono molte schede di valutazione, con un numero di obiettivi così elevato, che qualunque lettura o comprensione da parte dei genitori è minata in partenza. Schede con 30, 40, 50 obiettivi sono nella normalità e nel web se ne trovano anche con più obiettivi. In realtà una qualunque attività didattica, anche riguardante tutte le discipline che si insegnano nella scuola primaria e che non dovrebbero comunque mai essere secondarizzate, cioè divise rigidamente, può essere descritta da 10-15 obiettivi complessivi. Purtroppo le docenti di scuola primaria temono molto di omettere qualcosa e scambiano la scheda di valutazione per una sorta di documento in cui dare conto di tutto quello che fanno. Anche in questo caso è solo il dirigente scolastico colui che può fermare l’effetto lenzuolo, tranquillizzando le docenti e spostando la loro concentrazione sugli obiettivi dell’apprendimento e non su quelli dei minuti passaggi contenutistici. Un interessante elemento di confronto è quello di somministrare semplici questionari a genitori e docenti degli altri ordini di scuola per verificare come la scheda per obiettivi viene compresa e accettata. Le maestre del lucchese lo hanno fatto in maniera egregia e in tre domande sono riuscite a fotografare il sistema (i genitori, nella fattispecie, hanno capito il ruolo della scuola e dichiarato di aver compreso la scheda,  ammettendo però che preferivano i numeri). Questo lavoro di analisi veloce e tabulabile è necessario per capire come andare avanti, ma deve essere veicolato dall’Istituto scolastico non dalle singole maestre.

IL RAPPORTO TRA L’OBIETTIVO E IL CURRICOLO

            Il rapporto tra l’obiettivo e il curricolo molto spesso è stravolto perché in molte scuole non si lavora con i curricoli redatti dalle scuole, ma con i vecchi programmi cui fanno ancora riferimento sussidiari e testi di supporto. Con le maestre di Lucca e di Montefiorino abbiamo però condotto un interessante lavoro , analizzando la scheda e i suoi obiettivi e cercando di capire che tipo di didattica si portano dietro. Tre elementi da questo lavoro sono emersi in maniera molto netta:

  • l’obiettivo non deve mai essere un contenuto e non deve mai coincidere con questo (un contenuto si apprende conoscendolo), ma l’obiettivo ha bisogno dei contenuti per poter essere raggiunto;
  • l’obiettivo non deve mai essere descritto con aggettivi che orientano la lettura e che sviano la comprensione; l’uso, ad esempio, di “semplice” o “breve” porta il genitore a credere che la scuola primaria sia facile e che chiunque possa dire la sua: se il contenuto di quanto si apprende nella scuola primaria è “facile”, il processo di apprendimento è “difficile” e questo molti genitori non lo capiscono perché ritengono che il trasferimento di un contenuto dall’adulto al bambino faccia acquisire competenze (invece cementa una retrograda mentalità da quiz): “facile”, “semplice”, “breve”, ma anche “complesso”, “approfondito” sono l’idea dell’adulto, non la descrizione di quello che sta facendo l’alunno. Per uno studente di 6 o 7 anni un testo scritto (anche breve) è difficile quanto lo è un saggio (anche non breve) per un liceale;
  • va chiarito se l’obiettivo è un obiettivo assoluto (correttezza grammaticale ad esempio, che si acquisisce anche da piccoli) o legato all’età e alla specifica didattica della scuola (la competenza linguistica in lingua inglese, ad esempio) per evitare che l’obiettivo sia raggiunto in prima, ma sia “perso” in terza, segno che quello non era un obiettivo, ma solo uno step di passaggio.

            Alla base del curricolo d’istituto esistono poi i tempi della sua attuazione. La partizione “tradizionale” in quadrimestri o trimestri in rapporto alla valutazione per obiettivi è sbagliata e non serve a nulla: un obiettivo non si spezza a metà e la sua declinazione intermedia è inutile o addirittura nociva. Quindi bisogna definire obiettivi diversi per tempi diversi legando l’obiettivo al curricolo progettato. Con le maestre dell’Istituto comprensivo di Pasian di Prato stiamo sperimentando la valutazione di un primo periodo diagnostico di un mese e mezzo: questo ha imposto delle schede che abbiano non più di 5-6 obiettivi e che diano conto di come lo studente si è traghettato nel presente anno scolastico. In questa sperimentazione a Pasian di Prato abbiamo redatto tre schede: una per le classi prime, una per le classi dalla seconda alla quinta, una per le classi della scuola primaria con particolari finalità “La Nostra Famiglia”, dipendente dal nostro Istituto e annessa al Centro di Riabilitazione omonimo, che si occupa di disabilità.

            Le scuole dell’Ambito lucchese e l’Istituto comprensivo di Montefiorino, in forma distesa, hanno ragionato attorno a questi problemi e la risposta è stata veramente ottima, con le maestre che hanno potuto argomentare con calma su temi molto significativo, anche facendo riferimento a termini di confronto. Una lettura di varie schede tratte da molte e diverse scuole d’Italia, con la “deduzione” del curricolo correlato ad ogni scheda, ha poi permesso di ragionare con senso critico sulla propria scheda e sul proprio curricolo, in uno spazio di approfondimento necessario. Credo che solo una struttura cooperativa produca un sistema di valutazione che dia conto correttamente del processo di apprendimento degli studenti di scuola primaria.

Ora di lezione, è possibile ridurla? Il chiarimento del Ministero

da OrizzonteScuola

Di redazione

È possibile ridurre le ore di lezione? A questa semplice domanda risponde il Ministero dell’Istruzione con una FAQ dedicata sulla sezione “Torno a scuola”.

Ricordiamo che nella scuola superiore e, più raramente, nella scuola media, può essere prevista, in base ai principi dell’autonomia scolastica e della flessibilità oraria, una riduzione della durata delle ore di lezione.

La modulazione del tempo scuola, comunque in conformità alla normativa vigente, è rimessa all’autonomia organizzativa delle singole istituzioni scolastiche che, in ragione delle specifiche situazioni di contesto (esigenze delle famiglie, mobilità degli studenti, gestione territoriale dei trasporti), possono ricorrere a forme di flessibilità, si legge in una FAQ redatta dal Ministero dell’Istruzione.

La flessibilità oraria, però, non può tradursi in contrazione dell’offerta formativa: c’è obbligo di mantenerla in base a quanto previsto dagli ordinamenti scolastici.

Per fronteggiare l’emergenza Covid-19, alcune scuole hanno infatti adottato lo scaglionamento degli orari di ingresso e di uscita per evitare assembramenti. La necessità di coordinare i servizi scolastici e di trasporto pubblico può, in taluni casi, rendere necessario differire o scaglionare gli orari di inizio e termine delle lezioni. Questo anche al fine di evitare assembramenti degli studenti nelle aree di ingresso e uscita, nonché durante gli spostamenti nelle pertinenze delle scuole.

Supplenze, ancora problemi con la mail di convocazioni. Docenti e ATA rischiano di perdere nomine

da OrizzonteScuola

Di redazione

Supplenze temporanee conferite con la nuova modalità di risposta alla convocazione: tanta confusione e anche qualche supplenza persa. Si invoca l’aiuto dei sindacati…

Ecco alcune testimonianze dei nostri lettori

sono una docente che ad oggi non ha ricevuto alcuna convocazione e non perché non mi spettasse ma perché vengo saltata. Mi spiego meglio: mi trovo nella seconda fascia delle graduatorie d’istituto. Grazie ad alcune amiche e colleghe che si trovano in terza fascia, sono venuta a sapere di convocazioni arrivate a loro e non a me e a questo nessuno sa dare una spiegazione. Mi sono rivolta al mio sindacato, che ha provveduto ad inviare una mail alla scuola che ha mancato la convocazione e la supplenza è stata revocata, ma dopo un paio di settimane mi trovo nella stessa situazione con altre ben due scuole.. insomma, sembra che quest’anno il rischio è quello di non lavorare!
Mando questa mail per comprendere se questo sistema sta dando problemi anche ad altre persone, sperando possa risolversi. Cordialmente.”

Sono stata convocata per una supplenza che inizierebbe venerdì, a cui sono molto interessata, e in cui ho possibilità di essere accettata. Nella mail però non sono segnati i giorni di lezione, solo il monte ore settimanale. Purtroppo, avendo già delle ore in un’altra scuola dove siamo ad orario definitivo, per me non sapere l’orario e i giorni è limitante: se accettassi e mi chiamassero ma poi gli orari fossero incompatibili, perderei diritto per tutto l’anno scolastico.

E poi, purtroppo un classico

Salve, sono la docente Jessica Davino, nonostante io avessi accettato positivamente la convocazione mandatami presso l’istituto ***** sulla classe di concorso A018 per 10 ore con scadenza 30/06/2022, non sono stata nominata perchè dalla segreteria mi è stato risposto che nel sistema non vedono la mia risposta e quindi hanno nominato una persona dopo di me dicendomi che sarebbero tornati sui loro passi solo se avessi portato le prove della mia risposta positiva alla convocazione.
Invio questa mail perchè io ho risposto positivamente alla convocazione seguendo il nuovo sistema del “rispondi qui” ed accedendo con le mie credenziale dello spid, ma non trovo in alcun modo traccia della mia risposta tramite questo link.
Al termine dell’accettazione mi è comparso la scritta nel rettangolo verde “la sua risposta è stata inviata correttamente.
In virtù di tale risposta elettronica del sistema non ho ritenuto opportuno creare prove di questo mio inoltro, diversamente avrei provveduto a contattare la scuola in oggetto.
Spero di poter arrivare a capo di questo disguido potendo essere tutelata in un mio diritto.
Attendo un vostro riscontro e grazie per la disponibilità

Decreto Dipartimentale 18 ottobre 2021, AOODPIT 1894

Co-funded by the Asylum, Migration and Integration Fund of the European Union

Ministero dell’Istruzione
Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione Direzione Generale per lo studente, l’inclusione e l’orientamento scolastico

Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione 2014 – 2020 – Misura emergenziale Alfabetizzazione Linguistica e accesso all’istruzione ALI-MSNA 2° Volo

Legge Costituzionale 18 ottobre 2021, n. 1

Legge Costituzionale 18 ottobre 2021, n. 1

Modifica all’articolo 58 della Costituzione, in materia di elettorato per l’elezione del Senato della Repubblica. (21G00156)

(GU n.251 del 20-10-2021)  

La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica, con la maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, hanno approvato;

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Promulga la seguente legge costituzionale:

Art. 1

1. Al primo comma dell’articolo 58 della Costituzione, le parole: «dagli elettori che hanno superato il venticinquesimo anno di eta’» sono soppresse.

La presente legge costituzionale, munita del sigillo dello Stato, sara’ inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.

Data a Roma, addi’ 18 ottobre 2021

MATTARELLA

Draghi, Presidente del Consiglio dei ministri

Visto, il Guardasigilli: Cartabia


ERRATA-CORRIGE  

Comunicato relativo alla legge costituzionale 18 ottobre 2021, n. 1, recante: «Modifica all’articolo 58 della Costituzione, in materia di elettorato per l’elezione del Senato della Repubblica.». (Legge costituzionale pubblicata nella Gazzetta Ufficiale – Serie generale – n. 251 del 20 ottobre 2021). (21A06347)

(GU Serie Generale n.252 del 21-10-2021)

Nella formula di promulgazione della legge costituzionale citata in epigrafe, pubblicata nella sopra indicata Gazzetta Ufficiale, alla pag. 1, dove e’ scritto:
«La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica, con la maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, hanno approvato;»,
leggasi:
«La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica, con la maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, hanno approvato; Nessuna richiesta di referendum costituzionale e’ stata presentata;».

Nota 18 ottobre 2021, AOODGSIP 2334

Ministero dell’Istruzione
Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e di formazione Direzione generale per lo studente, l’inclusione e l’orientamento scolastico

Ai Direttori Generali e ai Dirigenti titolari degli Uffici Scolastici Regionali
Ai Dirigenti delle Istituzioni scolastiche Sedi di scuola primaria
Alla Sovrintendenza Scolastica per la Scuola in lingua italiana di Bolzano
All’Intendenza Scolastica per la Scuola in lingua tedesca di Bolzano
All’Intendenza Scolastica per la Scuola delle località ladine di Bolzano
Al Dipartimento Istruzione per la Provincia di Trento
Alla Sovrintendenza agli studi per la Regione Autonoma della Valle D’Aosta
A Sport e salute S.p.A.
e, p.c. Al Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione
Al Comitato Italiano Paralimpico
Al Comitato Olimpico Nazionale Italiano
Ai Coordinatori regionali di Educazione Fisica e sportiva

Oggetto: Proroga scadenza Progetto nazionale “Scuola Attiva Kids” per la scuola primaria anno scolastico 2021/2022.

Nota 18 ottobre 2021, AOODGOSV 25096

Ministero dell’Istruzione
Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione
Direzione generale per gli ordinamenti scolastici, la valutazione e l’internazionalizzazione del sistema nazionale di istruzione
Uff. 1

Agli Uffici Scolastici Regionali LORO SEDI
Al Sovrintendente agli Studi per la Regione Autonoma della Valle d’Aosta
Al Sovrintendente Scolastico per la Provincia Autonoma di Bolzano
Al Sovrintendente Scolastico per la Provincia Autonoma di Trento
All’Intendente Scolastico per le scuole delle località ladine di Bolzano
All’Intendente Scolastico per la scuola in lingua tedesca di Bolzano

Oggetto: OMRON – Giornate Formative Docenti – Programma autunnale.

Con la presente si comunica che la Omron Electronics organizza, nell’ambito delle attività di aggiornamento per i docenti previste dal protocollo d’intesa con il Ministero dell’istruzione, un Corso Base Programmazione PLC NX1 e supervisione con NA.

Si allega alla presente locandina del programma del Corso in oggetto.

IL DIRIGENTE
Giacomo Molitierno