Disabilità, mappare i dati per assicurare i diritti

Disabilità, mappare i dati per assicurare i diritti
Vita del 09/11/2022

Cambiare il livello della narrazione sulla disabilità in Italia si può. Ma, per riuscirci, bisogna ripartire da quello che ci dicono i numeri. Ne è convinta Francesca Fedeli della fondazione FightTheStroke che ha lanciato la piattaforma Disabled Data proprio per iniziare a far chiarezza sul tema cominciando da informazioni chiare, coerenti ed accessibili a tutti

“Nei giorni scorsi si è parlato molto dell’accessibilità di Gardaland, però, guardando i dati, magari ci rendiamo conto che quella del parco giochi non è la priorità principale su cui adoperarsi per il mondo della disabilità”. I numeri sono importanti. Spesso anche più delle parole, se non vogliamo che queste siano dette al vento, per giunta in contesti delicati. Francesca Fedeli, fondatrice e anima della Fondazione FightTheStroke, impegnata nel supporto a famiglie con bambini sopravvissuti ad un ictus alla nascita e con una disabilità di paralisi cerebrale infantile, ha lavorato sulla questione per più di un anno. Ora, assieme a un team di aziende partner, ha presentato un progetto di mappatura dei dati sul tema della disabilità con l’intento di colmare un vuoto informativo. Non solo riguardo la paralisi cerebrale infantile, condizione di cui si occupa la sua organizzazione, ma tutto il mondo della disabilità. Che, spesso, rimbalza sui grandi media solo per casi di cronaca, senza approfondimenti in merito. Genesi e obiettivo dell’iniziativa li ascoltiamo direttamente dalla sua voce.

Perché è nata Disabled Data?
La piattaforma è nata dall’esigenza di cercare dei dati su cui costruire progetti, come spesso succede anche in altri contesti. Proprio nel cercare numeri attendibili sulle persone con disabilità, ci siamo scontrati con la difficoltà di reperirli. Magari esistevano, ma in quel momento non erano accessibili, come il portale dedicato dell’Istat rimasto chiuso per un po’ di tempo. Oppure erano discontinui, nel senso che venivano raccolti, ma solo attraverso dei campionamenti.

Quindi che cosa avete fatto?
Mettendoci nei panni di un giornalista o di chiunque volesse effettuare una ricerca, abbiamo provato a simulare il percorso che avrebbe seguito: ci siamo resi conto che occorrevano almeno ottanta clic per recuperare quella ventina di tabelle che, mediamente, servono per arrivare all’informazione chiave. Nel nostro caso, capire quante sono le persone con disabilità in Italia.

Perché è così difficile?
Le banche dati ci dicono che in Italia il numero è di circa tre milioni di persone, pari al 5% della popolazione. Però esistono statistiche che, a livello più globale, indicano il 15%. Perciò ci siamo adoperati per rendere i dati disponibili più coerenti, fruibili e accessibli.

Da qui Disabled Data?
Il nome indica che gli stessi dati non riescono ad esprimere il loro potenziale a causa di un contesto non abilitante. Abbiamo fatto convergere i numeri dalle diverse banche dati, principalmente Istat ed Eurostat, dividendoli in sette macro temi: ora sono accessibili a tutti, forniti in un formato fruibile dal punto di vista grafico e dell’accessibilità. La piattaforma è libera, tutti i dati sono aperti, a disposizione di chi voglia cambiare il livello della narrazione della disabilità in Italia.

C’è un problema a riguardo?
È una narrazione basata principalmente sui fatti di cronaca, che difficilmente si slega dalla singola notizia, sia essa riferita a un bambino a cui manca l’insegnante di sostegno o a qualcuno a cui è stato tolto il posto in treno o, come dicevamo, a un problema di accesso a un parco. In altri casi, si parla dei risultati eccezionali ottenuti in seguito a una performance sportiva, con toni pietistici o altamente ispirazionali. Raramente, però, ciascuno di questi racconti è supportato da analisi di contesto, per capire, ad esempio, la ragione per cui a quel bambino manca l’insegnante di sostegno.

Cosa suggerite?
Noi vogliamo favorire la possibilità di trovare risposte all’altezza dei problemi che si pongono. Chiedendoci cosa ci dicono i dati? Tornando all’esempio, gli alunni con disabilità: sono un trend in crescita? Forse occorre finanziare di più la parte di formazione degli insegnanti di sostegno? L’obiettivo della piattaforma è dunque quello di fornire delle leve a chi scrive, a chi fa ricerca, a chi influenza le decisioni politiche affinché vengano cambiate le cose, senza fermarsi alla cronaca.

Quali sono i prossimi passi?
Rimane il problema della discontinuità dei dati e dei modi con cui vengono raccolti. Abbiamo scoperchiato un tema che svela tanti altri problemi. Ci auguriamo che qualcuno adotti il progetto e gli faccia compiere un ulteriore miglioramento, integrandolo con altre banche dati, ragionando insieme se questo può essere un approccio utile anche per le istituzioni. Che in qualche caso già si sono messe in contatto con noi. Abbiamo costruito la piattaforma dal basso perché diventasse un bene comune.

di Nicola Varcasia

Lettera del ministro Valditara

La lettera del ministro Valditara in occasione della Giornata della libertà è un errore pedagogico, un atto contrario alla libertà dell’insegnamento e al senso della scuola

di Francesco Sinopoli, segretario generale FLC CGIL

Le agenzie di stampa hanno rilanciato la lettera che il ministro dell’Istruzione e del Merito Valditara ha inviato alle nostre scuole in occasione della giornata che ricorda la caduta del Muro di Berlino nel 1989. È legittimo che il ministro ricordi quella data, ma leggendo e rileggendo la nota inviata alle scuole, confesso di essere rimasto perplesso e assai preoccupato, sia per i contenuti che per il tono.
Il professor Valditara ha infatti recitato una lezione di storia contemporanea, che appare più un giudizio che l’analisi rigorosa di quanto è davvero accaduto, prima e dopo il 1989. Non spetta certo ad un ministro indicare giudizi storici in una lettera per lo più inviata a tutte le scuole, a tutti i docenti e agli studenti. Vorrei sommessamente ricordare che nelle nostre scuole, pubbliche e private, vige ancora il dettato costituzionale sulla libertà di insegnamento e di ricerca, e che una eventuale lezione di storia contemporanea spetta ai docenti, non certo ad un ministro, la cui funzione resta di tutt’altra natura. Immergersi, come egli ha fatto, in giudizi storici sulla storia recente è un pessimo segnale, perché diseducativo, inutile e lesivo della libertà di pensiero di studenti e docenti.
Nessuno, oggi, può e deve sentirsi orfano del Muro di Berlino, ovviamente. Tuttavia, rappresentare la storia del comunismo come male storico radicale, e come caduta dell’utopia della liberazione, ancora minacciosamente presente in Cina, ad esempio, non è un’analisi, è un giudizio, e pure falso. Quell’impatto storico, di cui parla il professor Valditara, non dice nulla sull’esperienza di quei comunisti italiani (e francesi, e tedeschi, per citarne solo alcuni) che hanno liberato l’Europa dal nazifascismo e contribuito a scrivere la nostra Costituzione, o a debellare la mala pianta degli estremismi terroristici che hanno insanguinato la storia recente, o a governare in modo progressivo e moderno lo sviluppo di grandi città. Provengo da un’altra storia politica e culturale, non sono mai stato iscritto al PCI o alla FGCI, ma trovo inaccettabile questa semplificazione della storia del comunismo europeo, che ha avuto tra i suoi artefici personalità come Gramsci, Di Vittorio, Lama, Berlinguer, Ingrao, Reichlin, (e potrei citarne all’infinito), la cui vita resta ancora oggi modello di riferimento per tante generazioni. Il loro messaggio, condiviso dai padri socialisti, rimane come pietra scolpita nel tempo: la democrazia è un fine, e ha molti limiti, per questo va riformata, poiché quella liberista determina forme estreme di diseguaglianze e fratture sociali, esclusioni ed espulsioni, povertà ed emarginazione. La democrazia è il limite politico allo strapotere di ogni forma illiberale di capitalismo (termine che il ministro si è guardato bene dal citare).
Contrapporre, come fa il professor Valditara, il crollo del Muro di Berlino alla vittoria delle sorti “magnifiche e progressive” della liberaldemocrazia non è altro che l’introduzione nelle nostre scuole di una indicazione e una mistificazione ideologica.
È fondamentale studiare e conoscere la storia del Novecento, e sarebbe importantissimo riuscire a far riflettere le nostre studentesse e i nostri studenti su cosa è accaduto anche dopo il 1989 per comprendere la crisi profonda in cui si trova oggi l’umanità ben esemplificata dalla guerra in Ucraina.
Ho festeggiato con entusiasmo la caduta del muro di Berlino sulle note di Roger Waters e dei Pink Floyd, ma so bene, oggi nel 2022, che il 1989 ha rappresentato uno spartiacque. Quella che Francis Fukuyama ha chiamato la fine della storia ha significato il dilagare del mercato senza limiti e della dimensione predatoria del capitale spinto dalla globalizzazione.
Quando il ministro cita esplicitamente l’attualità della guerra in Ucraina, compie un errore, di lettura storica e di interpretazione degli eventi. Egli, infatti, scrive: “Questa consapevolezza è ancora più attuale oggi, di fronte al risorgere di aggressive nostalgie dell’impero sovietico e alle nuove minacce per la pace in Europa. Il crollo del Muro di Berlino segna il fallimento definitivo dell’utopia rivoluzionaria. E non può che essere, allora, una festa della nostra liberaldemocrazia”. Come si vede, si tratta di una mistificazione ideologica. Cos’è stata infatti la storia della Federazione russa dopo il 1989? E qual è oggi l’impianto ideologico della Russia di Putin? Perché dopo l’entusiasmo per la Perestroika e la difesa del parlamento dal tentato golpe del 1991 il popolo russo si è fatto sedurre dal nazionalismo totalitario di Putin? Quali sono le responsabilità di questa deriva? Chi li ha abbandonati quando si erano affidati all’Occidente e si sono ritrovati alla fame? Sono interrogativi decisivi ai quali non si può rispondere con una frasetta in una lettera. Sono gli interrogativi alla base di una guerra atroce e disumana di cui tutto il mondo sente il peso. Questi sono interrogativi decisivi per una scuola che voglia assolvere alla sua missione: educare ad un essere cittadini in un mondo complesso, ad affrontare la complessità.
Il compito della scuola, però, non è quello di crearsi vecchi e nuovi nemici, contro i quali puntare vecchi e nuovi cannoni. Il compito della scuola è quello di insegnare a pensare criticamente, è quello di illustrare eventi e fatti storici con rigore scientifico, nella più totale libertà di insegnamento, di ricerca e di dialogo tra docenti e studenti. Quando un ministro parla di “aggressive nostalgie dell’impero sovietico” quale messaggio lancia sul piano didattico? Quale interpretazione storica introduce nelle nostre aule? È qui che la legittimità della letterina relativa a una Giornata diventa esercizio illegittimo di una ideologia. Vorrei sommessamente dire al ministro che il presidente russo Putin in tante occasioni, pubbliche e private, ha voluto presentarsi quale erede dell’epopea degli zar, della Grande Madre Russia, dell’identità linguistica, culturale e politica di “quel” popolo russo. Quella stessa identità gli è servita quale pretesto per invadere l’Ucraina, nel tentativo, tutto propagandistico, di “denazificarla” pretendendo territori, aree, città. Insomma, più Caterina seconda che Stalin. Quale messaggio dunque intendeva lanciare Putin? Non deve dirlo il ministro, ma la libera ricerca nel dialogo libero e fruttuoso tra docenti e i loro studenti. Questa è la scuola pubblica, questo ne è il senso, questo ne è l’indirizzo culturale e pedagogico. Se non si intende questo passaggio, è giustificata la sensazione di un ministro che punta a introdurre tracce ideologiche più che seguire i valori e le libertà.
Infine, un interrogativo vorrei rivolgere al ministro Valditara. Egli è entrato oggi “a gamba tesa” su un tema assai delicato: come si insegna la storia del Novecento a studenti nati nel ventunesimo secolo, che esprimono bisogni cognitivi inediti, forme di apprendimento diverse dalle generazioni precedenti, usano altri linguaggi, sono sottoposti a valanghe di sollecitazioni e informazioni molte delle quali esterne alla didattica scolastica? Per trovare risposte a questo interrogativo fior di ricercatori, filosofi, pedagogisti, storici lavorano in tutto il mondo.
Sarebbe il caso che il ministro Valditara lo ricordasse prima di inviare lettere da Minculpop più che ministro della repubblica.


Il Segretario generale FLC CGIL

Francesco Sinopoli

Personale scolastico e diritto alla mensa gratuita

Personale scolastico e diritto alla mensa gratuita
Stato dell’arte e ricognizione normativa

di Leon Zingales

Con l’inizio della mensa scolastica, in numerose Istituzioni scolastiche, sono nati forti interlocuzioni con gli Enti locali per quanto concerne l’individuazione del personale scolastico con diritto della mensa gratuita. L’obiettivo di questo contributo è focalizzare l’attenzione sullo stato dell’arte normativo.

Il punto di riferimento assoluto è l’articolo 21 del CCNL relativo al personale del Comparto Scuola per il quadriennio normativo 2006-2009 tuttora applicabile

Art. 21 CCNL 2006-2009 Individuazione del personale avente diritto di mensa gratuita. 1. Il diritto alla fruizione del servizio di mensa gratuita riguarda il personale docente in servizio in ciascuna classe o sezione durante la refezione. 2. Laddove, per effetto dell’orario di funzionamento adottato dalle singole scuole, nella sezione risultino presenti contemporaneamente due insegnanti, entrambi hanno diritto al servizio di mensa. 3. Nella scuola elementare ne hanno diritto gli insegnanti assegnati a classi funzionanti a tempo pieno e a classi che svolgano un orario settimanale delle attività didattiche che prevede rientri pomeridiani, i quali siano tenuti ad effettuare l’assistenza educativa alla mensa nell’ambito dell’orario di insegnamento. 4. Nella scuola media ne hanno diritto i docenti in servizio nelle classi a tempo prolungato che prevedono l’organizzazione della mensa, assegnati sulla base dell’orario scolastico alle attività di interscuola e i docenti incaricati dei compiti di assistenza e vigilanza sugli alunni per ciascuna classe che attui la sperimentazione ai sensi dell’art. 278 del decreto legislativo n. 297/1994. 5. Il personale ATA di servizio alla mensa usufruisce anch’esso della mensa gratuita. 6. Ulteriori, eventuali modalità attuative possono essere definite in sede di contrattazione integrativa regionale, ferme restando le competenze del MIUR per quanto concerne le modalità di erogazione dei contributi ai Comuni.

In altre parole, usufruiscono del diritto alla mensa gratuito tutti i docenti e gli ATA in servizio in ogni ordine di scuola ove è presente la refezione scolastica.

Ai sensi dell’articolo 3 della legge 14 gennaio 1999, n. 4, recante “Disposizioni riguardanti il settore universitario e della ricerca scientifica nonche’ il servizio di mensa nelle scuole”, si è disposto che vi sia, da parte dello Stato, l’obbligo di provvedere a erogare un contributo agli enti locali per le spese sostenute in relazione al servizio di mensa scolastica offerto al personale insegnante, dipendente dallo Stato o da altri enti.

Più recentemente il decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95 (convertito dalla legge 7 agosto 2012, n. 135), con l’articolo 7, comma 41, ha così disposto: “Il contributo dello Stato alle spese, di competenza degli enti locali, di cui all’articolo 3 della legge 14 gennaio 1999, n. 4, è assegnato agli enti locali in proporzione al numero di classi che accedono al servizio di mensa scolastica, con riferimento all’anno scolastico che ha termine nell’anno finanziario di riferimento”.

Di conseguenza, il contributo che lo Stato riconosce per le spese sostenute per i pasti del personale statale per la mensa, di cui trova iscrizione nel pertinente capitolo dello stato di previsione del MIUR, è pagato direttamente ai Comuni in proporzione al numero di classi che accedono al servizio di mensa scolastica.

Poiché il contributo è in proporzione al numero delle classi che accedono al servizio a prescindere dalla platea del personale statale avente diritto alla mensa, si registra un importo riconosciuto di gran lunga inferiore alla spesa complessiva effettivamente sostenuta dagli Enti Locali. In particolare l’Anci stima che la spesa effettivamente sostenuta sia almeno il doppio, e la differenza viene sostenuta con risorse proprie dei Comuni. Ed è proprio questa la vera ragione dei contenziosi tra Enti locali ed Istituzioni scolastiche.

L’ultima emissione autorizzata dal Ministero dell’Istruzione, a titolo di rimborso ai Comuni delle spese per la mensa del personale scolastico statale, si è registrata con i Decreti Direttoriale nn.2346-2347-2348 del 26 novembre 2021. In tali decreti, considerando il diverso calendario scolastico dei differenti gradi di scuola e la diversa incidenza del personale scolastico tra l’istruzione primaria, secondaria di primo grado e dell’infanzia che può fruire della mensa, si è ritenuto di attribuire un peso specifico per i vari ordini di scuola in ragione del numero dei giorni del calendario scolastico nei differenti gradi di istruzione per il numero di pasti fruiti dal personale al giorno per classe (2 unità nella scuola dell’infanzia, 1 alla primaria, 0,4 alla secondaria di primo grado).

In tali decreti, il contributo complessivamente pari a 62.776.678,00 mln di euro, è stato assegnato direttamente ai Comuni, secondo le modalità e i criteri di cui al comma 41, art.7 della legge 135/2012.

Le risorse assegnate sono consultabili al link:

https://www.anci.it/wp-content/uploads/PUBBLICAZIONE-Contributo-Mensa-Annualita-2021.xls

Bibliografia

  • Art.21 CCNL 2006-2009;
  • Legge n.4 del 14 gennaio 1999;
  • Decreto Legge n.95 del 6 luglio 2012
  • Legge n.135 del 7 agosto 2012;
  • Decreti Direttoriale nn.2346-2347-2348 del 26 novembre 2021

N. Macrì, Favole ri-Costituenti

Insegnare la Costituzione ai bambini

di Nella Macrì, Mario Maviglia

Si può far conoscere la Costituzione ai bambini di scuola primaria rendendo accessibile una materia che apparentemente appare ostica e complessa? La risposta è un sì convinto, ma dipende dall’approccio che si adotta. È quanto si è proposta la prof.ssa Nella Macrì con il suo libro “Favole ri-Costituenti”, scritto per conto della Commissione scuola ANPI “Dolores Abbiati” di Brescia, presieduta da Mario Maviglia, e di cui la stessa Macrì fa parte, ed edito da Liberedizioni, 2022.

Le “Favole ri-Costituenti sono cinque brevi testi narrativi focalizzati sui valori e sui principi fondativi della nostra Costituzione. Sono nate dalla consapevolezza che sia sempre più indispensabile intervenire fin dall’infanzia per radicare il senso di appartenenza ad una comunità istituzionale, esplicitando le ragioni e i diritti, ma anche i doveri, che conseguono alla creazione e condivisione di regole comuni. Per indirizzare i nostri cittadini in erba al senso di responsabilità personale, al rispetto per gli altri e alla convivenza e renderli consapevoli di cosa significhi essere “cittadini”, si è scelta la forma testuale della favola che ben si presta a fare da ponte a contenuti così complessi, in quanto vicina alla sensibilità dei bambini e al loro universo fantastico.

E per meglio raggiungere l’immaginario infantile e motivare alla lettura e alla riflessione intervengono le pregevoli illustrazioni di Mabel Morri, che ben danno corpo al significato traslato delle favole ed offrono interessanti suggestioni anche sul piano artistico.

I protagonisti delle favole, tratti dal mondo della Natura, alle prese con situazioni di vita quotidiana di forte impatto sociale ed emotivo, sollecitano i piccoli lettori a riflettere sui valori della libertà e della democrazia e consentono una prima conoscenza della nostra Costituzione.

In un prato, una cicala oziosa, come vuole la tradizione, osserva una fila di formichine operose che vanno e vengono dal loro magazzino sotterraneo nei pressi del Grande Melo.

Le sfugge un commento: «Perché lo fanno? Sembra così faticoso!»

Una delle formichine la sente e risponde: «Vuoi sapere perché lavoro?»

E dopo un breve dialogo spiega che il lavoro per lei va oltre il guadagnarsi da vivere.

 «È sapermi libera, ma anche utile alle mie compagne che, lavorando, sono utili a me; se ognuno fa bene il suo lavoro, tutti ne traggono vantaggio». Sorpresa, la cicala pensa: “In effetti, sembra interessante”. Poi torna a frinire, ma il dubbio si fa strada nella sua mente.

Così prende avvio la nostra storia, che prosegue presentando Cicala, Ape e Coccinella confrontarsi sulla diversità e sulla necessità del rispetto per tutti, erba Loglio e erba Eufrasia battersi per una convivenza democratica senza distinzioni di alcun tipo e ancora bruchi e farfalle dibattere sull’uguaglianza di genere.

Infine, contattati tutti i viventi del prato, all’ombra di Grande Melo, i rappresentanti del nostro piccolo mondo naturale si riuniscono tutti insieme in assemblea. Inevitabili gli scontri e i tentativi di mantenere privilegi di “casta”, ma alla fine Grande Melo li aiuta a comprendere la necessità di mediare e condividere. E cosi individuano e definiscono principi democratici a garanzia dei diritti di tutti.

È così che cicale, formiche, bruchi, farfalle e altri insetti, ma anche erbe, fiori, frutti e il Grande Melo, partendo da un prato senza regole, dove la prevaricazione, le disuguaglianze, il disconoscimento del valore della diversità, sono il tessuto che sottende ai rapporti tra le specie, ci chiariscono quali siano i valori fondanti della nostra Costituzione. E ci lasciano intuire il nostro percorso verso la libertà, l’uguaglianza e la democrazia.

Questo libro assume un’importanza particolare in questo momento in cui si assiste spesso a forme di oltraggio o di strisciante noncuranza dei principi costituzionali. La democrazia e la libertà sono valori che abbiamo ereditato dalla Resistenza e che la Costituzione ha incardinato nel nostro ordinamento giuridico; ma tanto la democrazia quanto la libertà non sono date una volta per sempre, ma vanno perseguite e tutelate continuamente.

Ecco perché è importante che le giovani generazioni vengano messe nella condizione di apprendere e di mettere in atto questi principi fin dalla scuola primaria in modo da sviluppare una coscienza democratica come antidoto ad ogni forma di discriminazione e di violazione dei diritti umani.

Le “Favole ri-Costituenti”, con la loro narrazione metaforica, possono aiutare la realizzazione di questo processo e costituire un valido sussidio per il lavoro didattico dei docenti, soprattutto se – a partire dalla lettura delle favole – si sviluppano percorsi didattici in forma laboratoriale con il coinvolgimento attivo dei bambini.

Scuola digitale: Ministero lancia consultazione per ridefinire le azioni del PNSD

da Tuttoscuola

Scuola digitale e per davvero, anche a costo di ripensare un po’ tutto. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito invita infatti docenti e dirigenti scolastici a riflettere sulla loro idea di scuola del futuro attraverso la compilazione di un questionario per dare una nuova veste al PNSD e ridefinirne le azioni. “E’ tempo di rinnovamenti”, dice l’allegato alla nota pubblicata dal MIM lo scorso 27 settembre.  “Nell’ottica di una progettualità condivisa, si ritiene fondamentale l’apporto di coloro i quali, nella quotidianità del ‘fare scuola’, hanno ben chiari gli effettivi bisogni, la percezione di cosa ha realmente funzionato e possono suggerire modalità e azioni nuove o più efficaci” spiega ancora.

Per il Ministero è dunque necessaria la costruzione di un nuovo Piano che tenga conto di quanto accaduto nel corso della pandemia, del valore delle azioni già intraprese e che dia ascolto alle esigenze e alle idee di chi opera all’interno della scuola tutti i giorni, affinché l’innovazione diventi prassi quotidiana. Perché la scuola digitale – si legge nella nota ministeriale – non è una semplice combinazione di hardware e software e la pandemia, nella sua drammaticità, ha evidenziato nuove opportunità e l’importanza di una integrazione sistemica di tecnologie digitali e competenze, nei contesti di istruzione e formazione”. 

Ricordiamo che il PNSD, previsto dalla Legge 13 luglio 2015, n. 107, nasce come documento di indirizzo con il quale questo Ministero ha inteso promuovere l’innovazione e la digitalizzazione attraverso una strategia complessiva per un nuovo posizionamento del sistema educativo italiano nell’era digitale. Un’azione culturale che partiva da un’idea rinnovata di scuola, in cui le tecnologie dovevano diventare quotidiane, ordinarie, abilitanti e al servizio delle attività scolastiche. Non solo quelle orientate ai processi di insegnamento-apprendimento e alla formazione, ma anche agli aspetti amministrativi e gestionali, trasversalmente a tutti gli ambiti della scuola.

Nell’ottica di una progettualità condivisa, il Ministero ritiene fondamentale l’apporto di coloro i quali, nella quotidianità del “fare scuola”, hanno ben chiari gli effettivi bisogni, la percezione di cosa ha realmente funzionato e possono suggerire modalità e azioni nuove o più efficaci. Per fare questo, si invitano docenti e dirigenti scolastici a riflettere sulla loro idea di scuola del futuro attraverso la compilazione di un questionario. In una seconda fase si intende estendere l’attività di ascolto anche agli studenti.

Sarà possibile partecipare alla consultazione rispondendo al questionario entro le 23.59 di martedì 15 novembre 2022. I link ai questionari saranno inviati con apposita mail a tutte le istituzioni scolastiche.

Salone Internazionale del libro di Torino

Mercoledì 9 novembre alle 18.00, il Salone Internazionale del libro di Torino presenterà ai docenti i progetti (tutti ad accesso gratuito) proposti alle scuole primarie e secondarie di I e II grado relativi al corrente anno scolastico 2022/2023, che si concluderanno tra il 18 e il 22 maggio nella cornice della XXXV edizione della manifestazione a Torino.

L’incontro sarà on-line sulla piattaforma digitale SALTO+.

https://www.salonelibro.it/salto-scuola/salto-scuola-articolo/salto-scuola-al-salone-1-category/la-presentazione-dei-progetti-dedicati-alle-scuole.html