Media digitali e scuola come Learning Organization

Media digitali e scuola come Learning Organization

di Renato Candia

Premessa

    Nel più o meno recente panorama di consumo relativo all’utilizzo di social media, è emerso un dato evolutivo sulle tipologie che nella fascia più giovane di utilizzatori riscuotono maggior successo (come TikTok) e quelle in fase di apparente declino (come Facebook). Cosa rende più appetibile (ovvero più efficace da un punto di vista della comunicazione) un social media piuttosto che un altro? Certamente l’accessibilità (modi e linguaggio) e il ritorno di immagine (quantità di condivisione sociale).

TikTock è un social network cinese che appartiene alla ByteDance ed è attualmente il più celebrato da giovani e giovanissimi (che lo preferiscono a Facebook, a Instagram e altri social di pari fama planetaria), tanto che, per esempio, anche importanti leader politici del nostro Paese hanno cominciato a frequentarlo già a partire dalla scorsa campagna elettorale. TikTok è una piattaforma di condivisione di brevi video autoprodotti dagli utenti: il Tiktoker abituale si racconta attraverso il proprio video, ovvero un vero e proprio testo-spot che parla di lui. È anche vero che TikTock è attualmente sotto la lente d’ingrandimento di servizi segreti di diversi Paesi in quanto i server cinesi di funzionamento della piattaforma, capaci di accumulare enormi quantità di informazioni, sono di fatto potenziali archivi di dati personali dei milioni di suoi utilizzatori, con evidenti possibili compromissioni di sicurezza in materia di privacy.

Facebook è invece e in qualche modo, la madre di tutti i social network e si fonda, com’è noto, sulla costruzione di relazioni tra individui non in presenza ma su piattaforme digitali di condivisione. A Facebook è correlato da tempo un campo di studi, denominato Facebook Depression, riferito alle patologie che verrebbero specificamente attribuite agli utilizzatori di questo e altri social media analoghi, riconosciute a loro volta come forme di ansia sociale nell’acronimo F.O.M.O., Fear of Missing Out, paura di essere esclusi. Ma non è propriamente solo questa la motivazione del suo attuale stato di declino. Va ricordato che il suo creatore Zuckerberg è comunque già da tempo ben più dedicato allo sviluppo di Meta, altro modello di esperienza di condivisione digitale su piattaforme sempre più sofisticate che puntano ad un maggior coinvolgimento sensoriale dei suoi utenti.

L’appeal indotto da TikTok ha molto a che fare col linguaggio che sviluppa. Si tratta infatti di una modalità di partecipazione dell’utente che insiste sulle dinamiche dell’espressività prima che su una specie di esclusivo peer to peer identitario: il testo-spot del singolo utente parla di lui per lui. Più in generale la relazione comunicativa con la piattaforma degli utenti tende a sganciarsi da un piano di referenzialità personale con il quotidiano che i vari interlocutori possono intrattenere tra loro, per rinviare a una forma (quella del testo-spot, appunto) a partire dalla quale la relazione comunicativa diventa scambio di forme. La questione quindi torna a porsi sia come fatto linguistico (la costruzione del testo-spot), sia come fatto comunicativo (l’efficacia del testo-spot che si fa criterio di competitività nel momento in cui diventa evento-spettacolo per i follower che frequentano la piattaforma).

L’aspetto linguistico rinvia a competenze specifiche. La costruzione del testo-spot richiede idee e una grammatica di tempi, ritmi, coordinamento visivo-sonoro, struttura narrativa e gestione digitale che richiamano a loro volta i quadri programmatici generali della Media Education. Tuttavia la frequentazione dell’ambiente digitale ha molto a che fare anche con i modi del suo consumo e della sua fruizione.

Il lettore digitale

Il testo digitale non funziona come la pagina scritta, anche nei casi di sua simulazione come per esempio può essere un E.Book. Il come e il perché sono ampiamente affrontati nel lavoro di Lisa Iotti che si intitola 8 secondi – Viaggio nell’era della distrazione (Milano, 2020), nel quale l’autrice, incontrando vari studiosi che da approcci disciplinari diversi (psicologico, psichiatrico, sociologico, medico, filosofico ecc…) si sono occupati delle mutazioni comportamentali nell’approccio tramite tecnologie digitali ai processi di apprendimento (ma anche più direttamente nell’approccio a semplici saperi funzionali), mette in evidenza una sorta di stato evolutivo dell’arte, mostrando quale sia il fuoco attuale su cui si concentrano le principali problematiche. Per esempio, secondo uno studio recente della Tate Gallery di Londra (che si sta facendo promotrice dello Slow Looking, per ritornare a visioni più lente e ragionate attorno alle opere d’arte) otto secondi è il tempo medio che attualmente impiega un visitatore di mostre d’arte davanti a un’opera. Il testo-tipo per TikTok deve poter rimanere dentro i tempi di attenzione dei suoi utilizzatori e l’esercizio della lettura di testi cartacei ha ben poco a che fare con i tempi del testo-spot.

Del resto tutto il mondo internet, nel suo insieme, ha abituato nel tempo a un diverso approccio con l’informazione e la conoscenza. Iotti in proposito evidenzia il termine scrolling, ovvero scorrere velocemente il testo, che è diverso da skipping, ovvero saltare parti del testo istintivamente meno cruciali per la comprensione: internet, ricorda l’autrice, è fatto appunto per scorrere le pagine e non per soffermarsi su di esse. Questa riflessione sulle codifiche nei linguaggi digitali dei testi non può mancare di considerare il presente come un territorio in continua ricerca e in costante espansione. Sono bastati davvero pochi anni perché lo smartphone diventasse indispensabile come un paio di scarpe per camminare, in un contesto domestico-lavorativo dominato dall’uso di personal computer. I giovani cosiddetti nativi digitali, che non hanno attraversato storicamente questo passaggio da un precedente passato prossimo di natura analogica, posseggono approcci diretti con un’esperienza linguistica del tutto originale, che sembrerebbe considerare azzerato, da un punto di vista espressivo, quel passato. Parafrasando Roland Barthes si potrebbe ipotizzare addirittura il punto di partenza di una affermazione sociale del digitale come una sorta di grado zero del linguaggio.

Il contesto della comunicazione in digitale, sulla spinta delle aspettative autogenerate dalle piattaforme social e dai suoi utilizzatori (ma non soltanto), è perciò terreno fertile di ricerca i cui risultati sono visibili nelle innumerevoli funzionalità attivate dalle applicazioni contenibili in un nomale smartphone. Le app rispondono ai bisogni di facilitazione della navigazione web: ma facilitare significa anche velocizzare i tempi della navigazione digitale, e velocizzare significa anche poterne moltiplicare le azioni, in una sorta di vortice che si alimenta da solo e che finisce col non essere più sete di conoscenza ma bulimia informativa. L’uso dello smarthphone agisce su aree del cervello che comprendono, in quanto conseguenza di un’azione fisica, anche centri del piacere: quali? Chris Anderson, l’ex direttore di Wired, dichiarava tempo fa che nella scala di valori che va dalle caramelle al crack derivato dalla cocaina, lo schermo è più vicino al crack che alle caramelle. Dipendenza dunque o più banalmente promozione della pigrizia mentale? Come ricordava Franco Lorenzoni, la comodità di avere tutti i saperi che servono in una tasca dove sta lo smartphone porta con sé il problema che i saperi, appunto, sono nella tasca e non nella testa.

L’orizzonte attuale di questa tendenza, considerando proprio i contesti dell’apprendimento scolastico, mostra piattaforme che sviluppano modelli di linguaggio generativo, come la Chat Gpt, una chat di intelligenza artificiale addestrata per simulare conversazioni tra esseri umani, generare risposte all’interno di un discorso, comprendere modalità e sfumature del discorso umano, tradurre testi da una lingua a un’altra, costruire testi con risposte articolate a partire da pochi imput forniti dall’utilizzatore, elaborare testi originali come veri e propri esercizi di scrittura creativa, ecc… L’accesso alla Chat Gpt è molto semplice, consente anche un periodo iniziale gratuito di prova e questa sua duttilità (di accesso e di funzionalità) l’ha portata ad essere già piuttosto nota e diffusa tra gli studenti delle scuole secondarie. Chat Gpt aiuta (ovvero facilita, velocizza, sostituisce…) i compiti, elabora per proprio conto sulla base delle istanze dello studente, funziona molto bene nella creazione di esperienze interattive, ma resta strumento e come tale fa parte di un contesto di apprendimento che tuttavia, di per sé, non può esaurire.

Risorse di apprendimento

La questione più generale, e sempre più discussa oggi, riguarda, com’è piuttosto noto, il posizionamento delle tecnologie digitali di comunicazione all’interno dei processi di apprendimento. Risulta evidente che il ruolo delle tecnologie digitali e dei social media non può darsi come esaustivo nel contesto di una programmazione didattica, ma può efficacemente collocarsi come strumento per la pianificazione e realizzazione di azioni che siano parte di un sistema di apprendimento che richiede, per forza di cose, maggiore ampiezza e complessità. Di questo ragiona Gino Roncaglia (cfr.: L’età della frammentazione, Bari-Roma, 2020) che propone un modello di messa a sistema delle componenti che vanno a definire e comporre un processo di apprendimento, anche alla luce di quanto sopra riferito. Per Roncaglia il processo di apprendimento si compone di quattro tipologie di risorse: contenuti, strumenti, agenti e condizioni. L’autore, sviluppando la tipologia dei contenuti, individua ulteriori sottocategorie tra le quali una in particolare, che qualifica i contenuti per il loro grado di copertura curricolare. Da questo punto di vista egli distingue tra risorse cosiddette integrative (che hanno una natura granulare, come schede, film, video, learning object…) e risorse cosiddette complesse (che l’autore descrive come strutturate e a copertura curricolare, come sono per esempio i libri di testo). Il lavoro del docente richiede l’integrazione reciproca di entrambe e il loro uso coordinato poiché se la risorsa integrativa, come quella digitale, viene utilizzata in modo esclusivo questo limita l’esercizio di quelle competenze che si riferiscono alla gestione della complessità, creando, in altre parole, una sorta di universo di apprendimenti parallelo, legato e limitato all’emotività e alla funzionalità dell’oggetto che dovrebbe accompagnare ai saperi e non sostituirsi ad essi. Le risorse complesse come i libri testo servono invece a ricondurre l’esperienza granulare a un sistema di contesto dove le conoscenze si strutturano tra loro producendo temi e saperi articolati, o, per dirla con l’autore, “…sono le sole in grado di fornire il quadro di raccordo, il filo conduttore all’interno del quale potranno essere utilmente impiegate” (p.54). Le risorse integrative, allora, sono quelle che il docente sa individuare in funzione degli interessi, degli stili di comportamento e di apprendimento, delle attitudini del singolo studente e che sapranno fare leva su un suo miglior grado di motivazione e coinvolgimento all’interno del processo di apprendimento che la scuola saprà offrirgli.

Attraverso le risorse integrative si accede e si esercita la risorsa complessa, ma l’efficacia della risorsa integrativa si misura dalla capacità dell’insegnante di fare relazione cooperativa con ciascuno dei suoi studenti, di poter utilizzare le leve emotive per costruire utili reciprocità, di aggiornare le modalità di trasmissione dei saperi nelle forme della condivisione dei saperi stessi, ascoltando i propri interlocutori, costruendo e condividendo strumenti identitari, facendo attenzione a definire i fabbisogni, anche e soprattutto nella considerazione della loro mutevolezza, che è anche maturazione e percorso di crescita.

La scuola tutta come Learning Organization

Il rapporto insegnante-studente, in una logica di didattica della relazione, è un modello che non va pensato esclusivamente dentro lo spazio circoscritto dell’aula, o nelle cornici di ambienti di apprendimento anche innovativi, come un laboratorio attrezzato. Allargare questa visione al sistema scuola del suo complesso, suggerisce e spiega l’idea che sta alla base del concetto di organizzazione orientata all’apprendimento (Learning Organization), per la quale quel modello di relazione è applicabile a tutte le componenti dell’Istituzione scolastica.

Nella scuola gli studenti, nello specifico di età e ordini di classi, comunicano tra loro, comunicano con i loro insegnanti, gli insegnanti comunicano tra loro e con gli staff organizzativi, col Dirigente e con i suoi collaboratori, con il personale amministrativo, con i collaboratori scolastici, con le famiglie, ovviamente in una dinamica di scambio e reciprocità a seconda delle situazioni, in una rete complessa di confronto di individualità che si ritrovano (che dovrebbero ritrovarsi) accomunate nelle stesse intenzioni che caratterizzano lo specifico del progetto formativo della scuola. Questo modello organizzativo, nato negli anni ’90 in relazione alle teorie sull’organizzazione aziendale è venuto ad affermarsi con una certa attenzione anche nel mondo delle Istituzioni scolastiche: cfr in proposito Gareth Morgan, Images, Milano, ultima ed. aggiornata 2015; Peter Senge, La Quinta disciplina, Milano, 1992; Serena Greco, Un nuovo modello organizzativo per la scuola che cambia, in Nuovo Gulliver News n. 233, 2022. Gareth Morgan, per esempio, definisce la Learning Organization come un modello auto-regolativo e usa la metafora dell’Organizzazione come cervello. Ancora nel 2016 viene editato dall’OCSE un rapporto che si intitola significativamente “Che cosa rende una scuola un’organizzazione che apprende?” e propone un modello a più dimensioni, di cui la prima è forse quella maggiormente rappresentativa: “sviluppare e condividere una vision sull’apprendimento di tutti e di ciascuno capace di coniugare qualità ed equità”. E di quanto l’interesse istituzionale attorno alla Learning Organization cominci ad essere questione sempre più fondante di una rinnovata idea di scuola lo può testimoniare anche il webinar INDIRE “Documentare a scuola … Documentare la scuola”, tenutosi lo scorso dicembre’22, e curato da Valentina Toci,  Maria Teresa Sagri, Domenico Morreale e Elettra Morini.

Il principio di fondo, che si sviluppa proprio dall’importanza di promuovere, costruire e gestire relazioni all’interno dell’Istituzione scolastica, in tutte le componenti e a tutti i livelli che in essa vi operano, è quello di Leadership condivisa: disponibilità all’apprendimento, attenzione alla comunicazione interna ed esterna, ascolto di qualunque tipo di utente, condivisione e de-privatizzazione delle conoscenze e dei documenti programmatici (è molto importante per esempio avere consapevolezza che le circolari siano lette e comprese, che lo sia il PTOF, che lo sia per certi versi, almeno quelli che hanno a che fare con l’elenco delle attività e dei progetti e delle relative schede, anche il Programma annuale, ecc…), rilevazione sistematica dei fabbisogni e delle competenze interne, riflessione sulle pratiche professionali e attenzione alla formazione.

Appaiono piuttosto evidenti le analogie col modello didattico dell’apprendimento cooperativo: rendere relazione comune di apprendimento non soltanto il rapporto tra insegnante e studente, ma anche tutti gli altri rapporti professionali tra operatori, nel rispetto delle autonomie di ruoli e mansioni, significa in buona sostanza condividere una vision comune che rinforzi le azioni che attuano l’apprendimento dentro lo specifico della singola Istituzione scolastica, dando espressione di coerenza attraverso il riconoscimento di una condizione identitaria della scuola dove ciascuna delle singole componenti si trova a operare.

Nella scuola il rispetto deve valere per tutti!

Cuzzupi: Nella scuola il rispetto deve valere per tutti!

A fronte dei paradossali episodi di violenza e d’intolleranza verso il personale scolastico, l’UGL Scuola non teme di farsi portavoce di quei valori che devono essere alla base dell’Istituzione scolastica quali il rispetto e l’educazione.

Questo vale, sempre e comunque. I ruoli vanno considerati nella loro giusta ottica senza alcuna giustificazione o alibi. Alunni, famiglie, docenti sono tutti posti sullo stesso piano, ma ognuno ha un compito che deve rimanere nel perimetro dettato dall’educazione e dal rispetto verso il prossimo.

Ciò che stiamo vivendo – afferma decisa Ornella Cuzzupi nella sua veste di Segretario Nazionale UGL Scuola e d’esperta docente – rappresenta una fase della scuola italiana da analizzare con estrema attenzione. Nell’ambito scolastico, tra le mura di quello che dovrebbe essere un vero sacrario dell’educazione, si stanno verificando, troppo spesso, una serie di gravi episodi che vanno dal bullismo, alla violenza gratuita verso studenti e personale scolastico. Un campanello di allarme per la nostra società. La crescita umana e culturale degli studenti non può prescindere da processi inclusivi basati sul rispetto. L’istituzione scolastica deve ritrovare la giusta dimensione esaltando la propria autorità di tutela nei confronti di chiunque, e sottolineo chiunque, ponga in essere atteggiamenti aggressivi e violenti”.

Ma come suo solito, Il Segretario Cuzzupi non si lascia andare ad enunciazioni solo teoriche, ma indica la strada da percorrere e si rivolge, in questo caso, direttamente alle istituzioni.

Occorre partire dal dialogo e dalla reciproca comprensione, i giovani vanno ascoltati e compresi così come i docenti devono, sì, recepire le problematiche della loro età elaborando idonee strategie educative ma nell’ambito di un ruolo che non può ne deve mai essere minimizzato o reso complementare. Il rispetto – continua Cuzzupi – scaturisce dalla condivisione di principi e valori recepiti da tutti. Le famiglie hanno un ruolo fondamentale in un tale meccanismo, ma sono i docenti e gli operatori della conoscenza coloro ai quali tocca il peso, la responsabilità e il giusto rispetto per la guida pedagogica e formativa di quello che sarà il futuro della nazione. Il Ministro dell’Istruzione e del Merito, on. Valditara, unitamente al sottosegretario on. Frassinetti a cui si richiamano deleghe delicatissime dovranno puntare con decisione al potenziamento delle attività di educazione civica proteggendo chi opera correttamente e mai dimenticando che quello che si fa oggi troverà piena realizzazione nel domani del nostro Paese”.

Federazione Nazionale UGL Scuola