Famiglie e adolescenti

Famiglie e adolescenti

Lo stereotipo nella rappresentazione sociale dell’adolescenza

di Gino Lelli, Andrea Sorcinelli[1]

La famiglia può essere paragonata ad una società in miniatura dove sono presenti usanze, regole e norme, che richiamano, sotto molti aspetti, a quelle della più grande struttura sociale di cui fa parte, cioè la società.

La famiglia è alla base della crescita dell’individuo, è l’elemento che incide sullo sviluppo fisico, psichico e sociale; è il punto di riferimento, la base sicura, è il supporto, il sostegno, è parte di quella forza che consente al giovane di esplorare, agire, di realizzare desideri, obiettivi e di superare le difficoltà.

Dal punto di vista dei rapporti interpersonali stabiliti al suo interno, la famiglia può essere considerata come un sistema dove tutto ciò che interessa un membro coinvolge necessariamente anche gli altri componenti.

Nella famiglia, intesa come sistema, le relazioni sono di tipo circolare e non lineare, ossia ogni forma di comunicazione è trasmessa generalmente a tutti i membri.

Tutto ciò che si manifesta a livello di un singolo membro, pertanto, può essere compreso ed analizzato solamente se si tiene conto dell’interazione con gli altri componenti.

Per capire, quindi, il comportamento di un individuo inteso come membro di una famiglia, occorre analizzare le condotte degli altri familiari poiché ciò che avviene in un sistema, può essere qualitativamente e quantitativamente diverso dalla semplice somma degli elementi che lo costituiscono. L’adattamento al contesto familiare è comunque necessario, anche se talvolta difficile, nella delicata fase dell’adolescenza e si ripercuote su quello nei confronti della società.

Analisi dei bisogni di una famiglia

Le famiglie di oggi sono caratterizzate generalmente da modelli di vita familiare che presentano ritmi sostenuti.

Vari sono i bisogni che i nuclei familiari possono presentare, questi, aumentano laddove è presente una persona diversamente abile o malata.

Negli ultimi anni, la famiglia si è gradualmente spogliata di certe sue funzioni per affidarle a istituzioni esterne tra le quali, l’istruzione, l’educazione e alcune esperienze che ora vengono offerte dalla comunità, mentre, un tempo, erano organizzate nel nucleo familiare.

Testimonianza di questa tendenza, è il numero crescente di giovani che appena la situazione economica lo consente, vanno a vivere da soli, rimanendo comunque legati alla famiglia d’origine.

La famiglia rimane, comunque, il luogo dove le persone generalmente esprimono i bisogni, anche se, negli ultimi anni, non riesce a svolgere efficacemente il suo ruolo di accoglienza delle diverse e variegate necessità.

La famiglia può essere considerata come un direttore d’orchestra che armonizza le risorse che dovrebbero soddisfare i bisogni di ogni membro. Generalmente, i componenti di una famiglia dipendono l’uno dall’altro per trovare risposta ai loro diversi bisogni fondamentali.

Alla fine, un risultato di questa messa in comune di energie e risorse è anche l’aumento dell’indipendenza individuale, per vivere una vita nella pienezza.

Così, i membri di una famiglia acquisiscono autonomia proprio attraverso quella interdipendenza che li rende capaci di rispondere ai loro bisogni.

Normalmente, si definiscono bisogni, quelli inerenti la mancanza di qualcosa o qualcuno, in un caso o nell’altro, tuttavia, concernono il contesto familiare.

Esistono 7 categorie principali di bisogni riscontrabili in una famiglia:

 

  1. Bisogni economici che comprendono:
  2. avere un reddito soddisfacente;
  3. gestire il bilancio efficacemente;
  4. insegnare ai bambini come gestirsi economicamente.

 

  • Bisogni di salute fisica e di sicurezza che comprendono:
  • fare esercizio fisico;
  • rilassarsi e riposarsi;
  • sentirsi al sicuro dal pericolo;
  • seguire un’alimentazione corretta.

 

  • Bisogni relazionali che concernono:
  • famiglia;
  • amicizie;
  • colleghi.

 

  • Bisogni della quotidianità che concernono:
  • aver cura della propria persona (per esempio lavarsi, vestirsi);
  • preparare e consumare i pasti;
  • gestire la casa.

 

  • Bisogni intimi che concernono:
  • sentirsi amato;
  • esprimere affetto;
  • sentirsi appagato nella propria vita intima.

 

  • Bisogni interiori che concernono:
  • conoscersi;
  • sentirsi utili;
  • sentirsi soddisfatti;
  • essere aperti verso le altre persone.

 

  • Bisogni educativi che concernono:
  • andare a scuola;
  • apprendere nuove conoscenze;
  • imparare nuove abilità anche in ambito di lavoro.

 

Questi bisogni hanno una differente rilevanza, ogni famiglia attribuisce diversi livelli di importanza alle varie necessità, anche a seconda dei momenti, alcune, ad esempio, possono ritenere più importanti i bisogni economici, altre, invece, quelli educativi.

Taluni bisogni possono apparire anche insignificanti per una determinata famiglia perché ne deve affrontare altri ben più importanti in un certo momento.

I vari bisogni, comunque, subiscono dei cambiamenti nel corso del tempo.

I bisogni che sono ritenuti rilevanti da una famiglia con figli neonati, o in età prescolare, non sono gli stessi di un’altra con prole adolescente o adulta.

Specificità e mutamento dei bisogni

I bisogni di una persona ed il modo di soddisfarli variano nel tempo, con il passare da una tappa all’altra del ciclo di vita, si trasformano, aumentano o si riducono, poiché ci sono esigenze diverse e nuove. Parallelamente, anche le priorità di una famiglia mutano.

Nelle famiglie con bambini piccoli, per esempio, i bisogni di questi possono impegnare la maggior parte del tempo e delle energie dei vari componenti.

Le espressioni di accudimento e affetto verso i bimbi implicano il contatto fisico, il prendere in braccio, un abbraccio, fare il solletico.

La situazione è diversa con gli adolescenti, i bisogni che manifestano sono di tipo differente e, in genere, le manifestazioni di affetto assumono altre forme quali quelle di elogi orali.

Nel caso di famiglie dove sono presenti persone con disabilità o malattie croniche i bisogni che queste manifestano sono molto specifici e vari. La natura mutevole che contraddistingue tali bisogni può porre ulteriori difficoltà alle famiglie.

Secondo la tipologia e la gravità della disabilità, una persona può avere dei bisogni che sono appropriati per la sua età, se la si rapporta alla popolazione in generale, un’altra invece che non lo sono. Ad esempio, i bisogni di cure fisiche di un genitore malato cronico possono essere simili a quelli di un bambino, richiedendo così ruoli inusuali.

Una famiglia si può trovare, quindi, ad affrontare bisogni che sono appropriati all’età dei suoi membri in alcune funzioni e non appropriati in altre.

Nel caso di persone con gravi disabilità, gli operatori professionali insieme alle famiglie definiscono l’opportunità o meno di gestire in ambito domestico o in specifiche strutture i loro bisogni. Naturalmente, vari elementi entrano in gioco, quali la capacità di intendere e volere di tali persone, la capacità delle famiglie di provvedere direttamente, l’intento di farlo e così via.

La rappresentazione sociale dell’adolescenza

Nell’adolescenza, la rappresentazione sociale struttura lo spazio consensuale all’interno del quale le interazioni hanno luogo, si diffonde nella rete di comunicazioni, creando lo scenario dove si costruiscono le rappresentazioni di sé e degli altri.

Definendo, a livello sociale, le coordinate concettuali attraverso cui guardare all’adolescenza, si struttura un universo simbolico comune, che funge da punto di riferimento e da sistema di codifica nel processo di riconoscimento sociale.

L’adolescenza assume sovente, per il senso comune, connotati di incertezza e problematicità, tali da indurre ad affrontarne la complessità attraverso la costruzione di immagini mentali semplificate e rigide, stereotipi che mediano il rapporto di conoscenza tra l’individuo e la realtà adolescenziale. Con tali schemi spesso la società si relaziona a questa tappa evolutiva.

L’adolescente, quindi, nella prospettiva adultocentrica, diviene una categoria a rischio, dalla cui potenziale pericolosità la comunità deve difendersi.

L’eccessivo peso dato a quegli atteggiamenti giovanili che violano le regole su cui vige il consenso sociale, rafforza l’immagine di un adolescente minaccioso, sovversivo nel suo rapporto con il mondo, pronto a rivoluzionare gli assetti sociali delle norme codificate.

Questi stereotipi giustificano l’eccessiva preoccupazione e il grande interesse con cui la società contemporanea osserva gli adolescenti e si occupa di loro.

Una crescente attenzione motivata proprio dalla convinzione che occorre impedire ai giovani di eludere il controllo sociale.

Il disagio è cucito sul vestito degli adolescenti sulla base di generalizzazioni, che traggono spunto da alcuni episodi evidenziati e rinforzati dai mass media.

Il malessere di pochi, diviene espressione di un’intera generazione; la violenza e l’efferatezza che vede protagonista una minoranza di adolescenti, diventa la lente attraverso cui guardare un’intera categoria sociale.

Tale malessere non è esclusivamente correlato a condizioni di svantaggio sociale o a carenze affettive e familiari. Può essere anche un disagio interiore, legato ad una particolare condizione psicologica, mascherato dal silenzio delle parole dell’adolescente.

La rappresentazione di un adolescente violento è quindi diffusa nell’attuale società. Giovani perbene misteriosamente trasformati in potenziali elementi a rischio, perché il male abiterebbe anche in una normalità che maschera e inganna, proiezione illusoria di tranquillità.

Laddove le spiegazioni non sono esaurienti, si ricorre spesso al parere di psicologi, cui si affida il compito di decifrare l’indecifrabile, di trovare una causa per ciò che sembra non averne una.

Gli adolescenti vivono generalmente il loro malessere in solitudine e silenzio, spesso la colpa è attribuita alla mancanza di dialogo, sia nelle famiglie sia in ambito scolastico. In un clima di generale allarmismo, si delinea la figura dei genitori preoccupati e ansiosi, eccessivamente protesi al controllo, impauriti da cambiamenti adolescenziali che reputano in grado di trasformare i figli, sino al punto di renderli degli estranei ai loro occhi.

Il comportamento adolescenziale è, inoltre, prospettato quale fonte di preoccupazione per la società, causa il manifestarsi di eventi che appaiono incomprensibili nella loro brutalità.

I media generalmente definiscono gli adolescenti come persone in fioritura, fragili, disorientati, vulnerabili, senza disciplina, aggressivi.

La categoria degli studenti sovente viene descritta come composta da molti elementi distratti, maleducati, oltraggiosi, provocatori, apatici per lo studio e prepotenti, disabituati ad ogni regola e spesso anche protagonisti di atti di vandalismo e bullismo.

Non si considera, però, che molte di tali manifestazioni sono dovute a smarrimento, isolamento, malessere e che possono nascondere, in realtà, richieste di attenzione e aiuto.

La connotazione dell’adolescenza quale età difficile non è, però, l’unica possibile, varie ricerche psicosociali hanno evidenziato che tale visione inficia la relazione tra adulto e adolescente nella attuale società. E’ emerso che molte manifestazioni adolescenziali sono normali e tipiche di tale fase dello sviluppo, sottolineano, inoltre, che la vulnerabilità e gli inevitabili stress non necessariamente determinano una criticità pericolosa del percorso.

L’adolescente modifica le rappresentazioni che ha di sé e delle persone significative. In questo processo di ristrutturazione della propria identità, i genitori costituiscono una fonte rilevante di approvazione e riconoscimento. L’immagine che hanno costruito, anch’essa soggetta a ristrutturazioni durante tale fase evolutiva, influisce sul modello di sé elaborato dall’adolescente, che in questa immagine si rispecchia e incide su sentimenti, comportamenti, paure, desideri e sulla valutazione di sé.

Durante l’adolescenza si realizza, in ambito familiare, una rinegoziazione dei rapporti ed una riorganizzazione adattiva, cui consegue una trasformazione delle forme e modalità specifiche di interazione tra genitori e figli.

La relazione affettiva con le figure genitoriali è un’importante fonte di sicurezza per l’adolescente, anche se, nel processo di adattamento ai nuovi compiti evolutivi, è gradualmente affiancata da altre forme di regolazione.

Conclusioni

La famiglia moderna è in una situazione di difficoltà nel rientrare nelle convenzioni che determinano l’essere sociali oggi.

Il fatto paradossale è che, mentre l’istituzione familiare è messa fortemente in discussione nelle società dove si è sviluppata e in certi casi viene dichiarata obsoleta, nello stesso tempo si sta diffondendo con ritmi differenti, nelle realtà esterne a quella occidentale, nelle quali in precedenza non esisteva.

La famiglia è comunque al centro di molte azioni individuali, seppur diverse e complesse, deve quindi cercare di riuscire a soddisfare i bisogni dei suoi membri.

Con il crescere, poi, i figli diventano più responsabili e in grado di gestire i bisogni personali. Di fatto, comunque, tutti i componenti di una famiglia hanno dei bisogni.

Suggerimenti pratici e concreti per gestire i bisogni particolarmente complessi e di tutti i giorni associati, per esempio, al convivere e al prendersi cura di una persona con disabilità o malattia cronica, le sono utili se non indispensabili.

L’immagine sociale che si viene a creare oggi dell’adolescente, rafforza l’idea che l’adolescenza sia da temere, sia la porta della devianza. Con la descrizione dei comportamenti devianti degli adolescenti, i media contribuiscono a mantenere vivo uno stereotipo che prospetta l’adolescenza come una stagione della vita pericolosa e turbolenta, dove i sentimenti esplodono incontrollati e rompono gli argini della normalità.

L’enfasi posta sul disagio offusca gli aspetti normali presenti nel percorso adolescenziale, risultati da vari studi condotti sul mondo giovanile.

Negli ultimi anni, un ulteriore ambiente dove l’adolescente vive le sue evoluzioni e intrattiene le relazioni sono i social media, luoghi non fisici bensì virtuali, contraddistinti da simboli e immagini; costituiscono lo spazio virtuale dove gli attori sociali tessono le loro relazioni con la comunità di cui sono parte, attraverso messaggi, chat, video e così via.

I mass media oggisvolgono un ruolo significativo nel processo di costruzione della rappresentazione sociale dell’adolescenza, oscillando tra informazione e spettacolo, metabolizzano la realtà e le conoscenze, restituendo una rappresentazione.

Bibliografia

  • Pellai A., Tamborini B., “La bussola delle emozioni. Dalla rabbia alla felicità, le emozioni raccontate ai ragazzi”, Mondadori, Milano, 2019
  • Ranieri M. L., “Assistente sociale domani”, Erickson, Trento, 2007
  • Ravera F., “Anime adolescenti. Quando qualcosa non va nei nostri figli. Come accorgersene e cosa fare”, Salani, Milano, 2021
  • Santrock J., “Adolescence”, MCGraw-Hill, Maidenhead, 2008
  • Siegel D. J., “La mente adolescente”, Cortina Raffaello, Milano, 2014

 


[1] Gino Lelli, Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi “Carlo Bo” di Urbino.

Andrea Sorcinelli, Sociologo.

Regolarità amministrativo-contabile e obblighi di pubblicazione: online due vademecum per i revisori dei conti

da La Tecnica della Scuola

Di Lara La Gatta

Il Ministero dell’Istruzione ha recentemente pubblicato due vademecum di interesse per i revisori dei conti delle istituzioni scolastiche.

Il primo è volto a supportare i revisori dei conti nell’ambito dell’attività di attestazione sull’assolvimento degli obblighi di pubblicazione, ai sensi dell’art. 1, comma 562, della Legge 29 dicembre 2022, n. 197.

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Il secondo riguarda invece il controllo di regolarità amministrativa e contabile.

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La pantera identitaria

La pantera identitaria

di Giovanni Fioravanti

Quando si incita ad affermare la propria identità, in sostanza si invita a sventolarla in faccia agli altri e questo certo non si può dire che sia un gesto di amicizia.

Pensare oggi di porre a coronamento del curricolo del primo ciclo di istruzione l’acquisizione della propria identità nazionale, come sembra nelle intenzioni dell’attuale ministro dell’Istruzione e del Merito, ispirato dal pensiero della coppia Galli della Loggia, Loredana Perla, rischia di mettere in serio pericolo l’impellente necessità di formare le nuove generazioni a viversi come cittadini di un mondo in cui difendere la convivenza comune e il proprio comune ambiente di vita. Significa non aver appreso la lezione della storia che è apprendimento della “grammatica della civiltà”, la propria e quella degli altri, per non ricadere nelle barbarie del passato.

Non ci sono distinguo che tengano, pretestuose denunce sull’ignoranza della storia e della geografia del proprio paese da parte di studenti e studentesse formati agli apprendimenti e alle competenze prescritte dalle attuali Indicazioni curricolari nazionali per le scuole del primo e del secondo ciclo di istruzione. Se tali carenze ci sono, le cause vanno ricercate altrove, non tanto perché non sia chiaro a cosa debba servire la scuola pubblica, ma, se mai, perché non è chiaro cosa e come la scuola pubblica debba essere.

Agitare l’identità come elemento di compattazione di un popolo nel terzo millennio del mondo dovrebbe rendere avvertiti dei pericoli che oggi comporta, rispetto ai vantaggi che si presume possano derivare.

Lo spirito patriottico dei fautori dell’insegnamento dell’identità, ci trascina tutti due secoli addietro, a quella storia risorgimentale incompiuta di un’Italia fatta che ora doveva preoccuparsi di fare gli Italiani e a questo avrebbe dovuto provvedere l’istituzione della scuola pubblica con la legge di Gabrio Casati. Ha ragione Galli della Loggia a scrivere che la scuola pubblica non può sfuggire a questo destino iscritto nella sua origine.[1]

Ma il problema è, appunto, ancora di quali italiani vogliamo formare, siamo sempre lì, ieri come oggi.

Si ha l’impressione di assistere ai corsi e ai ricorsi storici. Per Croce e Gentile il Risorgimento fu interrotto all’epoca dell’unificazione politica. Il fascismo rappresentava la prosecuzione del Risorgimento e Benito Mussolini la speranza  nel suo possibile compimento. Il primo dovette ricredersi, il secondo rimase radicato nella sua fiducia nella storia come autocoscienza di un popolo, nello specifico del popolo italiano. A questo scopo mise a disposizione del fascismo la sua riforma della scuola con la religione, filosofia del popolo, a coronamento dell’insegnamento delle medie e delle elementari.

Ora i novelli epigoni, Ernesto Galli della Loggia e Loredana Perla, propongono non più la religione come agglutinante disciplinare della scuola di base ma il canone cultural-identitario italiano, attraverso la narrazione, il racconto della storia e della geografia del paese.[2] Non solo,  rilanciano i best seller risorgimentali, Cuore e Le avventure di Pinocchio come modelli di educazione nazionale di rara chiarezza[3], la cui ripresa e diffusione scolastica è necessaria per combattere la deriva scolastico-educativa che ha le sue origini negli anni ‘60[4].

In definitiva Insegnare l’Italia è la copertura per tornare al passato, l’identità da inculcare è sempre quella della scuola gentiliana violata dalla scuola media unica, dall’abolizione del latino e dalla pedagogia progressista, è il Risorgimento che tradito dal fascismo si è realizzato nella Resistenza partigiana e l’autocoscienza generata dalla storia ha preso un’altra direzione anche sul piano dei valori educativi come la consapevolezza di appartenere all’avventura umana.

Storia e memoria vanno insieme, l’una sorregge l’altra e allora succede che non è possibile leggere la storia senza la memoria del prima e del dopo e cioè senza chiedersi che significato assume la parola identità oggi, a un quarto di secolo dall’inizio del millennio.

Nel 2005 Amin Maalouf ha scritto L’identità[5], convinto che negli anni in avvenire il problema dell’identità avrebbe indebolito il dibattito intellettuale e avvelenato la Storia. Una proposta per cercare di dominare la pantera identitaria prima che ci divori.

Amin Maalouf ci ricorda che quando il 9 novembre del 1989 è caduto il muro di Berlino molte persone hanno sperato che sarebbe iniziata in tutti i continenti un’epoca di pace, libertà e prosperità senza precedenti nella Storia. Ma dodici anni dopo, l’11 settembre 2001 questa speranza è svanita insieme al crollo delle Torri Gemelle del World Trade Center di New York.

Più nulla è stato come prima. Maalouf lo spiega sostenendo che con la fine della guerra fredda siamo passati da un mondo in cui gli attriti erano fondamentalmente ideologici a un mondo in cui gli attriti sono fondamentalmente identitari. Se il confronto ideologico fra comunismo e capitalismo si è rivelato pericoloso e rischioso, aveva però un merito, quello di suscitare un dibattito intellettuale permanente, al contrario, gli attriti identitari non suscitano alcun dibattito ideologico. L’identità non è oggetto di dibattito, è un a priori, non deriva da una scelta, un’identità si scopre, si assume, si proclama. Si afferma ad alta voce come appartenenza, come sfida di solito all’alterità, al non-io reale o immaginario che sia.

E, dunque, rilanciare il tema dell’identità significa lisciare il pelo alla pantera identitaria, camminare in equilibrio sul filo sottile che corre fra la diversità del mondo e l’esigenza di universalità.

L’opposto di quello che si propone l’insegnamento della storia prescritto dalle attuali Indicazioni Nazionali per il curricolo del primo ciclo di istruzione: “Nei tempi più recenti il passato e, in particolare, i temi della memoria, dell’identità e delle radici hanno fortemente caratterizzato il discorso pubblico e dei media sulla storia. Un insegnamento che promuova la padronanza degli strumenti critici permette di evitare che la storia venga usata strumentalmente, in modo improprio. […] Occorre, dunque, aggiornare gli argomenti di studio, adeguandoli alle nuove prospettive, facendo sì che la storia nelle sue varie dimensioni – mondiale, europea, italiana e locale – si presenti come un intreccio significativo di persone, culture, economie, religioni, avvenimenti che hanno costituito processi di grande rilevanza per la comprensione del mondo attuale…[6]

È evidente che andare a intaccare questa impostazione costituirebbe una precisa scelta ideologica, come del resto non nega Galli della Loggia il quale sostiene che nell’ambito dell’istruzione e delle scelte didattiche è impossibile la neutralità, l’assenza di una prospettiva ideologico-culturale.[7]

Attenzione, perché in questo modo si inverte, si altera la prospettiva delle attuali Indicazioni nazionali, vale a dire del nostro sistema scolastico nel suo complesso, non più la persona nella sua specificità come punto di partenza del processo di insegnamento-apprendimento ma la cultura di appartenenza come identità da acquisire, un’inversione netta da soggetto a oggetto dell’istruzione.


[1] E. Galli della Loggia, L. Perla, Insegnare l’Italia. Una proposta per la scuola dell’obbligo, Morcelliana, 2023, p. 37

[2] idem. p.79

[3] idem. p. 100

[4] idem. p. 110

[5] Amin Maalouf, L’identità, Bompiani, 2005

[6] Annali della Pubblica Istruzione, Numero Speciale, 2012

[7] E. Galli della Loggia, L. Perla, Insegnare l’Italia. Una proposta per la scuola dell’obbligo, Morcelliana, 2023, p. 37