A. Gazzola, Un tè a Chaverton House

Gazzola, una scrittrice di successo

di Antonio Stanca

   Lo scorso Gennaio è comparsa, presso Garzanti, una nuova edizione di Un tè a Chaverton House, romanzo di Alessia Gazzola. L’opera risale al 2021 e rientra tra le “altre” della scrittrice, non tra quelle in serie. La Gazzola ha solo quarantatré anni e tanto ha già scritto. La sua scrittura può essere detta del genere letterario Chick Lit, quello che negli anni ’90 ha preso l’avvio tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra e si è andato sempre più diffondendo e affermando. Protagoniste di queste opere sono donne giovani, abili, coraggiose, fisicamente dotate. Londra e New York gli ambienti dove si muovono e quelle della moda, dell’editoria, dei grandi affari le vicende che le vedono coinvolte. Sono i tempi del postfemminismo ed elementi diversi, da romanzo rosa, romanzo giallo, thriller, possono apparire combinati. È in questo senso di totalità che può essere fatta rientrare la vasta e varia produzione di Alessia Gazzola.

   Nata a Messina nel 1982, in questa città ha compiuto gli studi superiori, si è laureata in Medicina e specializzata in Medicina Legale. Ha esercitato questa professione fino al 2017, quando ha deciso di dedicarsi completamente alla scrittura. Vive a Verona con la famiglia, il marito e due figlie. L’esordio in narrativa è avvenuto nel 2011 col romanzo L’allieva, il primo della serie con protagonista Alice Allevi, quello che avrebbe procurato alla Gazzola un successo senza precedenti come opera prima. Sarebbe stato seguito, nella serie, da altri otto romanzi, un racconto breve e tutti avrebbero avuto traduzioni in molti paesi del mondo e riduzioni televisive in Italia.

   Diventata famosa all’improvviso, la Gazzola aveva continuato a scrivere. Altre serie, quella con protagonista Costanza Macallè e l’altra con Miss Bee, avrebbe concepito e prodotto. Anche queste avrebbero avuto successo e riconoscimenti che non sono mancati ai romanzi non in serie come Un tè a Chaverton House. A proposito dei libri della Gazzola va osservato che tra il numero delle copie vendute, dei luoghi dove avviene, delle lingue nelle quali sono tradotti, degli anni delle riduzioni televisive, ci si può confondere. Il suo successo, iniziatosi col primo romanzo, non si è mai fermato e riparte sempre, ad ogni opera, si tratti di una novità, di una ristampa, di una visione o di un audiolibro. È il modo di dire, è lo stile che cambia con lei rispetto a quello che generalmente si conosceva. È più vicina la Gazzola all’espressione della lingua narrativa inglese o americana, è una maniera la sua che non conosce limiti, non distingue tra tanti discorsi, tutti li comprende, li muove, li fa procedere sicché non c’è sua opera, qualunque sia il tema, che non s’identifichi con una totalità di anime e di corpi, di pensieri e di azioni, di tempi e di luoghi. Così pure in Un tè a Chaverton House dove l’occasione per un simile movimento è offerta dalle ricerche che la giovane, bella e atletica Angelica Bentivegna, trapiantata a Milano da tempo insieme ad altri familiari siciliani, decide di compiere per chiarire quello che è rimasto un segreto, un mistero per la famiglia, la scomparsa del bisnonno Angelo Longo (o Focante?), soldato dell’esercito italiano durante la seconda guerra mondiale. Di recente si era saputo che non era morto come e quando creduto ma era vissuto ancora dopo e non si era saputo niente. Angelica è un’insoddisfatta, un’insofferente, ha da poco lasciato la scuola poiché non le andava di fare supplenze d’Inglese, vive facendo lavori di traduzione e lezioni private. È uno spirito libero e come tale non ha problemi a dedicare il suo tempo ad una ricerca sulla vita dell’antenato Angelo. Sarà lunga, la porterà in molti posti, la metterà in contatto con molte persone, la mostrerà abile, sicura, capace di adattarsi alle più diverse circostanze se non a grosse difficoltà. Centrale risulterà in questo suo peregrinare la sosta di alcuni mesi a Chaverton House, un’antica, aristocratica dimora situata nella zona del Dorset, parte sudoccidentale dell’Inghilterra. Qui il bisnonno era stato condotto prigioniero degli inglesi quando la guerra stava per finire, in questa grande tenuta era stato utilizzato, insieme ad altri prigionieri, nel lavoro dei campi, qui aveva soggiornato, da qui si era spostato anche se dalla moglie e dalle due figlie non era più tornato. Altri contatti, altre esperienze aveva avuto, Angelica le scoprirà tutte, molto esperta si rivelerà. Intanto anche per lei Chaverton House si andava svelando nella sua ampiezza, nella sua ricchezza, in tutto quanto, tra terre, coltivazioni, allevamenti, ville, giardini, palazzi, saloni, biblioteche, musei, la componeva. La guida turistica accetterà di fare in un posto simile senza rinunciare alle indagini sul lontano parente. Altre scoperte compirà in quello e in altri posti, altre cose saprà da quelle e da altre persone. Sarà instancabile, non ci sarà difficoltà, pericolo che la trattenga, sempre procederà nella ricerca. E anche altro le giungerà, anche per una come lei, sempre rivolta all’esterno, quel posto riserverà delle sorprese, le farà trovare quanto era rimasto fuori da ogni programma o sospetto. Le farà incontrare quell’Alessandro, il manager di Chaverton House, che sarebbe diventato l’uomo della sua vita, avrebbe messo ordine tra i suoi pensieri, le sue azioni, l’avrebbe liberata dalle sue indecisioni e tutto questo mentre concludeva l’indagine sulla storia del bisnonno.

   Molti tempi, molti luoghi, molta vita, molta gente ha mostrato la Gazzola nell’opera, niente ha trascurato di quanto aveva fatto parte di una vicenda così complicata, l’ha ricostruita in tutte le sue parti fossero persone o cose, pensieri o sentimenti, vita dell’anima o del corpo, storia del passato o del presente. È questa la totalità della quale si era detto agli inizi, quella del genere letterario Chick Lit, è questa la Londra di quel genere, è questa la Gazzola di quel dire.

Il carcere di nessuno

Il carcere di nessuno

 di Vincenzo Andraous

Ogni giorno c’è qualcuno che prende la parola per dare senso a quel che resta dei valori inalienabili della Costituzione.

Personaggi noti afferrano la parola per non mollare gli ormeggi di fronte alle altre parole dette in fretta per non dire nulla, peggio, per continuare a affermare che il carcere è questo, non possiamo liberarcene, men che meno renderlo migliore di quello che è diventato.

C’è così tanta malafede e ritrosia umanitaria che ai silenzi protratti per tanti innumerevoli morti ammazzati dentro una cella, improvvisamente c’è l’ìmpatto con la ragione, con la coscienza, con la dignità di ognuno e di ciascuno, degli innocenti, delle vittime e dei colpevoli.

Per quanto sorprendente irrompe il rinculo, il dietro front rispetto ai toni indifferenti al dovere giustizia e legalità cui è tenuto chiunque dentro una prigione, uomini liberi e uomini ristretti.

Ecco che a qualcuno viene improvvisamente bene innalzare i vessilli del diritto penale e penitenziario,  di un art. 27 della nostra carta magna fino a ieri declassato a poco più di niente, di una non più rinviabile pena giusta e riparatrice. Sovraffollamento,  violenza e pene aggiuntive mai contemplate da alcun codice e riforma, non smuovevano di un passo le ideologie, quelle vetuste e quelle di un presente ripiegato su se stesso.

Di colpo saggi e profani per risolvere il problema endemico all’Amministrazione Penitenziaria; il sovraffollamento, i suicidi in aumento, l’ingiustizia lasciata scorrazzare a briglia sciolta,  son tutti concordi ad accompagnare in un percorso di misure alternative migliaia di persone detenute, che fino a ieri restavano spintonati nell’angolo buio, oggi presi a esempio per risolvere qualche problemino sfuggito di mano.

Passare da una amnistia, un condono, una misura di clemenza, a una pratica effettiva delle misure alternative, queste si contemplate ma disattese da sempre, potrebbe significare riconsegnare scopo e utilità a un carcere fallimentare.

Da molti anni svolgo il mio servizio come operatore comunitario, conosco la fragilità e la solitudine di tanti ragazzi, cosa significa pregiudizio e indifferenza, rimanere soli ad affrontare la competitività di una società che sempre più non fa prigionieri.

Mi viene da pensare e consigliare sottovoce a qualcuno assai più lungimirante di me, di proseguire su questa strada finalmente, quindi approntando una rete efficace efficiente a sostenere persone detenute nella consapevolezza che la libertà è responsabilità di tutti nessuno escluso. 

Gazzetta ufficiale – Serie Generale n. 166

166 del 19-07-2025