Informativa su Valutazione Dirigenti scolastici e CCNI FUN 2024/2025

Al Capo Dipartimento dott.ssa Carmela PALUMBO

Dipartimento per il Sistema Educativo di Istruzione e Formazione

Al Capo Dipartimento dott. Nando MINNELLA

Dipartimento per le Risorse, l’Organizzazione e l’Innovazione digitale

Oggetto: Informativa su Valutazione Dirigenti scolastici e CCNI FUN 2024/2025

La UIL Scuola, in riferimento alla procedura di valutazione dei Dirigenti scolastici, segnala la mancata restituzione del punteggio definitivo. Nella consapevolezza che il Sistema di Valutazione viene applicato per la prima volta e che quindi possano insorgere problematiche non previste sia nella procedura di attribuzione del punteggio sia nella gestione della piattaforma dedicata sul SIDI, è necessario procedere in tempi stretti con la definizione del punteggio di valutazione, in modo che immediatamente dopo si possano attivare le procedure previste in caso contestazione da parte del Dirigente scolastico.

La restituzione del punteggio rimane un atto propedeutico alla completa applicazione del CCNI riguardante il riparto e l’utilizzo delle risorse del FUN 2024/2025, che rimane in attesa della firma definitiva dopo il visto degli organismi di controllo. La mancata sottoscrizione definitiva investe tutti i Dirigenti scolastici che hanno vista modificata la fascia di complessità della scuola di titolarità a seguito dei piani di dimensionamento regionali, con il rischio di dover restituire somme o di non percepire ancora la corretta retribuzione di parte variabile, conseguentemente verrebbe ritardato il pagamento dell’indennità di risultato delle reggenze.

Per quanto detto, la Uil Scuola chiede un riscontro urgente in merito alle criticità segnalate.

In attesa di riscontro, si porgono cordiali saluti.

Giuseppe D’Aprile

Segretario Generale

S. Benni, Le Beatrici

Stefano Benni tra le donne

di Antonio Stanca

   L’anno scorso presso Feltrinelli è comparsa una nuova edizione de Le Beatrici di Stefano Benni. L’opera, che sta tra il racconto e il teatro, si compone di otto monologhi tenuti da otto donne diverse e incentrati sulle esperienze piuttosto disagiate, sulla vita misera di ognuna di esse. Tra un monologo e l’altro ci sono sei poesie e due canzoni. L’edizione originale dell’opera risale al 2011 e d’allora molte volte, in molte città d’Italia, ha avuto adattamenti teatrali ai quali spesso ha collaborato l’autore. 

   Nato a Bologna nel 1947, Benni vi è morto nel 2025 a settantotto anni dopo aver svolto un’intensa attività di scrittore, poeta, giornalista, autore teatrale. Molti racconti e romanzi ha scritto, alcuni di notevole successo, ha preso parte a spettacoli musicali, ha tenuto seminari sull’immaginazione e la lettura. Vasta e varia è stata la sua produzione, noto è diventato da quando ha esordito, da quando si è spostato dagli ambienti rurali dove era cresciuto, si era formato, ed è approdato ai grossi centri urbani dove ha preso parte alla vita culturale, artistica che si svolgeva. Non aveva, però, rinunciato a quei principi morali che gli erano provenuti dai primi ambienti, a quei valori che erano entrati a far parte del suo spirito, della sua anima, che inalterati sarebbero rimasti di fronte a qualunque esperienza compresa quella che gli aveva fatto assistere alla loro crisi una volta venuto a contatto con i modi, i costumi della modernità. Aveva sofferto nel vedere come il mondo fosse diverso, come non valessero più quelle che considerava regole inalterabili perché ispirate ad un unico senso di giustizia, di verità, ad una coscienza liberata da ogni dubbio, ad una vita sicura, certa. Gravemente deluso rimarrà Benni nel dover constatare come fosse finito quel bene che aveva fatto parte della sua prima vita, come avesse dovuto cedere il passo ad un male tanto diffuso da essere diventato sistema. Non ci sarà opera, di qualunque genere sia, dove non emerga questo stato di sofferenza, questa condizione di angoscia vissuta dall’autore. E altro motivo che ricorrerà in molti suoi lavori sarà quello di farli interpretare da più personaggi, di far comparire, parlare, agire molte persone, di non limitarli ad una sola situazione ma di rappresentarla come fenomeno diffuso, esteso, come proprio della vita. Molte sono spesso le presenze che Benni, nelle sue opere, chiama in causa perché dicano di quanto soffrono, di quanto cattiva è diventata la vita moderna, molte le testimonianze che adduce a conferma di quella crisi di valori dall’autore tanto sofferta. È come se volesse addurre quante più prove possibili, come se volesse convincere meglio o di più. Così succede pure in Le Beatrici dove otto donne sono mostrate impegnate a tenere un monologo in un teatro immaginario, di fronte ad un pubblico immaginario. Ognuna parlerà di sé, della sua vita, di quella passata, di quella presente, ognuna farà sapere con un linguaggio alterato, aggravato dallo sdegno, dal rancore, dall’agitazione, dalla violenza propria delle situazioni estreme, quanto di grave le è capitato, come è andata a finire in una condizione di esclusa, di sconfitta, perché è successo. Da dolersi, da lamentarsi, da pentirsi ma anche da accusare avrà ognuna di quelle donne. I loro sono tra i casi più gravi, tra gli esempi peggiori di una condizione sociale che si è tanto evoluta da non aver più tempo né spazio per coloro che non sanno, non possono inserirsi nel movimento generale, nel generale processo evolutivo. Nella nuova vita che si è venuta a creare non c’è posto per loro e costretti si vedono ad accettare una condizione tra le più misere se non tra le più oscene qualunque sia o sia stata la loro origine, la loro storia, la loro età.

    Anche nelle poesie, nelle canzoni che compaiono agli intervalli dell’opera non cambiano i toni, i temi, i linguaggi. Nel complesso si può dire come di una protesta collettiva, di un’accusa a più voci rivolta, gridata da quelle donne contro quanto ha permesso che si verificassero situazioni così gravi, contro un modello di vita che non riconosce, non si sofferma su chi ha bisogno, è debole, non può. È un altro esempio di quella maniera plurima che Benni usa in numerose sue opere poiché così crede di far conoscere meglio i problemi di una società, di una vita che si dichiara avanzata, progredita, che ambisce ad altezze sempre maggiori. Non si è mai rassegnato lo scrittore alla crisi che ha investito la modernità. Non sarebbero state possibili, pensa, differenze, contraddizioni così gravi se si fosse tenuto conto di certe regole. Averle omesse, trascurate ha fatto stare insieme al bene anche il male, ha fatto sì che non s’intervenisse a correggere simili errori, ha lasciato che fossero le loro vittime a denunciarli.

R. Briani – S. Scicolone, Guida alla valutazione dei Dirigenti scolastici

R. Briani – S. Scicolone, Guida alla valutazione dei Dirigenti scolastici

pp. 280 – ISBN 9788862503549

Per rispondere alle sfide della valutazione cui da quest’anno i Dirigenti scolastici delle scuole italiane verranno sottoposti, la nostra Casa editrice propone una guida specifica e ragionata che, in un unico agile volume, contiene:

• strumenti normativi essenziali;

• approfondimenti su temi specifici;

• indicazioni operative più opportune per affrontare adeguatamente le sfide della valutazione.

La guida, aggiornata ai nuovi obiettivi nazionali e regionali per l’anno scolastico 2025/2026, fornisce una bussola per orientare l’azione dei Dirigenti scolastici verso il loro pieno raggiungimento. Al contempo si propone di favorire la consapevolezza del Dirigente scolastico sulla rilevanza della valutazione in un’ottica di miglioramento professionale continuo, a beneficio della comunità scolastica.

La pubblicazione inaugura una collana periodica, aggiornata ogni anno per offrire ai Dirigenti scolastici un prodotto sempre in linea con le nuove normative e con gli obiettivi annuali.

LE AUTRICI

Raffaella Briani, componente dello staff Nazionale dell’ANP (Associazione nazionale dirigenti pubblici e alte professionalità della scuola), è dirigente scolastico dal 2012. Abilitata all’esercizio della professione forense, è autrice di diverse pubblicazioni di diritto amministrativo e di giustizia amministrativa.

Sandra Scicolone, componente dello staff Nazionale dell’ANP (Associazione Nazionale dirigenti pubblici e alte professionalità della scuola), è dirigente scolastico dal 2013. Svolge intensa attività di formazione e aggiornamento per dirigenti e docenti su tematiche organizzative e didattiche.

Con una prefazione di Antonello Giannelli, Presidente dell’ANP (Associazione nazionale dirigenti pubblici e alte professionalità della scuola). Esperto di tematiche organizzative, gestionali e giuridiche afferenti al settore scolastico, fautore dell’innovazione didattica, è autore di numerose pubblicazioni di diritto scolastico.

La valutazione… strumento educativo o selettivo?

La valutazione… strumento educativo o selettivo?

di Cettina Calì

Parlare di valutazione non è mai una cosa facile. Valutare, infatti, non è solamente un atto tecnico, una prassi burocratica, ma rappresenta un gesto educativo che incide profondamente sul percorso formativo e personale degli studenti. La valutazione, strumento formativo, dovrebbe sostenere   i percorsi di crescita degli studenti ed orientare le scelte didattiche degli inseganti. Da più parti, però, si continua ad accendere il dibattito sul vero significato della valutazione nella scuola italiana: valutare  è davvero uno strumento educativo – formativo o continua a svolgere prevalentemente una funzione selettiva, classificatoria, una mera applicazione formale delle disposizioni normative?

Tutta la normativa italiana, dal DPR 122/2009 al D.Lgs. 62/2017, dalle Indicazioni nazionali   per il curriculo alla OM 172/2020 etc, colloca il processo valutativo come parte integrante dell’apprendimento ed assolve alla funzione formativa e orientativa, valorizzando l’intero percorso di apprendimento e non solo il risultato finale. Valutare significa valorizzare i progressi, l’impegno e le potenzialità, promuovere l’autovalutazione e la consapevolezza dello studente.

Tuttavia, è innegabile che nella realtà delle scuole, la valutazione continua a essere fortemente legata al voto numerico, al giudizio descrittivo e finisce per perdere la sua vera funzione, risultando talvolta riduttiva e classificatoria. Per molti studenti la valutazione viene vista come l’espressione di un giudizio sulla loro persona, divenendo fonte di ansia, in quanto elemento di confronto con i compagni. Il voto viene percepito come un’etichetta e l’errore non viene vissuto come un’occasione di crescita, come un momento reale che possa far capire come migliorare laddove vi sono criticità. Le famigle, dal canto loro, vedono la valutazione solo come un indicatore numerico del percorso scolastico del proprio figlio, dando poco importanza alle competenze acquisite, concentrandosi solo sulle conoscenze disciplinari.

Durante l’intero processo valutativo, ciò che è carente è un tempo reale dedicato alla riflessione sulla valutazione, che necessita di osservazione, confronto collegiale; momenti, questi ultimi, sacrificati, spesso, in nome dell’urgenza e  dell’adempimento da espletare

La valutazione, infatti, come già detto dovrebbe accompagnare ed orientare gli studenti, rendere visibile il loro percorso, valorizzando progressi, impegno e competenze, e non solo misurare il risultato di una semplice prova mediante un voto che talvolta non è accompagnato né da descrizioni, né tantomeno da feedback narrativi.

Il Dirigente Scolastico assume un ruolo centrale di leadership educativo perchè è chiamato a promuovere il dialogo collegiale, a valorizzare le competenze professionali dei docenti e a guidare la costruzione di pratiche valutative condivise e coerenti con il curricolo d’istituto, assumendo un ruolo decisivo nel dare senso e direzione alla valutazione stessa.

Attraverso l’organizzazione di incontri collegiali (dipartimenti, classi parallele etc) sarà possible:

  1.  far riflettere sul valore pedagogico della valutazione e sull’ossservazione dei processi, creando  e condividendo   criteri comuni ed indicatori valutativi chiari e trasparenti, che permettano di costruire  nuove pratiche valutative, che superino  la logica selettiva a vantaggio della  funzione formativa e orientativa dell’intero processo valutativo, evitando difformità ed interpretazioni soggettive;
  2.  richiamare la necessità di progettare per competenze, assicurando coerenza tra obiettivi di apprendimento, attività didattiche, strumenti di verifica e modalità valutative, in una prospettiva inclusiva ed orientata al futuro;
  3. creare rubriche valutative che valorizzino la valutazione in itinere e promuovano l’autovalutazione degli stuudenti, garantendo  il successo formativo di tutti, in coerenza con gli articoli 3 e 34 della Costituzione, che affidano alla scuola il compito di rimuovere gli ostacoli che limitano il pieno sviluppo della persona. Attraverso l’uso sistematico di feedback descrittivi, di momenti di autovalutazione, infatti,  si  incentiva e si sostiene  la consapevolezza degli studenti e si favoriscono  i momenti di  personalizzazione degli interventi didattici;
  4. favorire inclusività e attenzione ai bisogni educativi, richiamando il rispetto dei PDP e PEI, che devono contenere modalità valutative  eque, personalizzate e coerenti con gli stessi percorsi e nel rispetto dei bisogni educativi di ciascun alunno;
  5. invitare i docenti a spiegare, durante i momenti di comunicazione con famiglie e studenti, i  criteri e le finalità della valutazione, per un’attività partecipata  e condivisa al  percorso educativo. Non dimentichiamo che l’ascolto e  la chiarezza riducono conflitti ed aumentano la fiducia;
  6. proporre  percorsi di formazione sulle pratiche valutative, valorizzando esperienze interne e buone pratiche. Senza la formazione, il cambiamento resta solo un adempimento formale;
  7. organizzare momenti periodici di riflessione e autovalutazione collegiale, analizzando gli esiti scolastici ed i processi messi in atto, monitorando il RAV ed il Piano di miglioramento, raccogliendo anche i feedback di studenti e famiglie,  per verificare l’efficacia delle scelte adottate e apportare eventuali miglioramenti.

In conclusione, la  scuola non può limitarsi soltanto  a recepire il cambiamento normativo del processo valutativo, ma è chiamata a reinterpretarlo in chiave pedagogica, affinché la valutazione resti coerente con la sua funzione formativa. Se è vero che le norme definiscono cornici e obblighi, è pur vero che  non possono sostituirsi alla riflessione professionale del processo di insegnamento/apprendimento.

Giornata europea della protezione dei dati personali

Il 28 gennaio si svolge la Giornata europea della protezione dei dati personali promossa dal Consiglio d’Europa con il sostegno della Commissione europea e di tutte le autorità europee per la protezione dei dati personali a partire dal 2007.

Giorno della Memoria

Con la Legge 211/00 la Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, Giorno della Memoria, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonche’ coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

Le lingue e gli sguardi sul mondo nel XIII secolo

Le lingue e gli sguardi sul mondo che nel XIII secolo europeo prefigurarono le vie della modernità

 8° Convegno internazionale a Ragusa, il 24 gennaio 2026, presso il Laboratorio degli Annali di storia

Sotto la direzione scientifica del professor Carlo Ruta, storico delle società e delle culture e fautore tra i più motivati in favore dell’interdisciplinarietà negli studi sociali e delle correlazioni tra le scienze, si aprirà a Ragusa nel pomeriggio del 24 gennaio 2026 l’ottavo Convegno internazionale promosso dal Laboratorio degli Annali di storia in collaborazione, come di consueto, con ambienti della ricerca scientifica tra i più qualificati. Parteciperanno ufficialmente l’Università degli Studi di Bari, l’Università degli Studi di Genova, l’Università di Siena e l’Unitelma Sapienza Università degli Studi di Roma, oltre che il Laboratorio di Studi Marittimi e Navali «Ferdinand Braudel», collegato istituzionalmente con l’ateneo genovese. 

Anche stavolta lo studioso si è mosso lungo le coordinate di un piano storiografico coerente, indirizzando lo scandaglio, come spiega, «sul rapporto, complesso e in misura larga inesplorato tra la formazione delle lingue nazionali d’Europa, che interagì organicamente con l’eruzione delle letterature in volgare, e i sostrati profondi della vita sociale e delle culture materiali». La dimensione focale prescelta, chiarisce il professor Ruta, «è quella del XIII secolo, proposto come punto di svolta di una lunga fase incubativa e formativa nelle aree linguistiche romanze, come sintesi epocale nell’organizzazione degli Studia generalia e come snodo cruciale nell’elaborazione logica e scientifica, che riusciva a progredire in quelle fasi sotto l’egida dell’aristotelismo fisico». Secondo lo studioso «occorre tener conto che le culture materiali, i fenomeni sociali, i fatti linguistici e gli esperimenti letterari hanno una base cognitiva comune e propongono tecnologie, movenze e modelli operativi che non possono mancare di punti di contatto. Ai fini della consapevolezza storica è produttivo allora accorciare le distanze ed esplorare con metodologie idonee le connessioni di quel transito europeo, ambiguo e satura di tensioni che ne fecero la differenza». 

Ecco allora il programma dei lavori che si svolgeranno nel pomeriggio di sabato 24 gennaio 2025 dalle ore 14,30 alle ore 20,00. Il convegno sarà aperto da un ragionamento storico di Carlo Ruta, che ha per tema: «Il XIII secolo in Europa: sguardo sulla rivoluzione delle lingue, dal sedimento popolare all’esperimento dotto, alle confluenze nazionali. Indagine sulle eversioni concettuali che incubarono le visioni del mondo della modernità». Seguiranno quindi i contributi tematici di un ampio gruppo di studiosi e ricercatori che affronteranno una pluralità di problematiche mirate. 

La storica Sandra Origone argomenterà su «Il notaio, professionista della penna, e l’incontro con realtà diverse». La studiosa delle letterature Giuseppa Tamburello si concentrerà su «Un XIII secolo cinese con le sue implicazioni linguistiche e letterarie». L’epistemologo Giuseppe Varnier focalizzerà la figura di «Dante: un poeta-filosofo e la rinascita della filosofia alla fine del XIII secolo». Sarà poi la volta del ricercatore medievista Marco Leonardi con un focus su «Il primo confronto con i Novissima tempora della storia. Come le cronache domenicane del tardo XIII secolo hanno presentato un nuovo laboratorio di studio e di analisi della realtà circostante». La storica dell’arte Maristella Trombetta argomenterà su «La lirica d’arte e le culture materiali del Mezzogiorno nel Regnumdi Federico II». Lo storico Emiliano Beri che si intratterrà su «Le lingue e le forme lessicali delle marinerie liguri nei commerci con i paesi d’Oltremare e nella cantieristica navale agli albori dell’età moderna». Il paletnologo Alberto Cazzella parlerà del «Rapporto tra linguistica e archeologia in relazione al problema dell’Indoeuropeo». Lo storico Antonello Folco Biagini tratterà di «Lingue dominanti e lingue minori nei processi multiculturali tra età moderna e contemporanea». Il geografo Nunzio Famoso argomenterà su «Evoluzione e letteratura gaelica alla svolta del XIII secolo, L’impatto del colonialismo inglese». La sinologa Pamela Kyle Crossley relazionerà su «Le diramazioni linguistiche dei mondi euroasiatici lungo l’età premoderna». 

In margine al convegno, nella mattinata di domenica 25 gennaio, dalle 10,30 alle 13,00, si terrà infine una tavola rotonda di riflessioni e contributi aggiuntivi sui temi trattati durante i lavori, ai fini di un ampliamento del dibattito, dopo cui il direttore scientifico annuncerà l’argomento e la data del 9° Convegno internazionale.

International Day of Education

Il 24 gennaio è la Giornata Internazionale dell’Istruzione, proclamata nel 2018 dall’ONU.

Resolution adopted by the General Assembly on 3 December 2018

Viaggio della Memoria 2026

Inizia il 15 gennaio il Viaggio della Memoria 2026 della scuola italiana in ricordo delle vittime della Shoah.

L’iniziativa, promossa dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, in collaborazione con l’UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane), quest’anno si struttura come un’esperienza formativa in movimento, capace di integrare viaggio, apprendimento ed esperienza collettiva. Saranno oltre 100 i partecipanti delle delegazioni scolastiche coinvolti nel percorso Scuola Futura – Viaggio della Memoria 2026, provenienti da tutte le regioni italiane, tra cui una rappresentanza dei finalisti della XXIV edizione del Concorso nazionale “I giovani ricordano la Shoah” (per l’anno scolastico 2025/2026).

Il viaggio è concepito come un laboratorio itinerante di formazione e preparazione al Giorno della Memoria del 27 gennaio.

La conclusione delle attività formative laboratoriali è prevista a Cracovia nei giorni 20 e 21 gennaio 2026, alla presenza del Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara.

Coltelli e trionfo dei bulli

Coltelli e trionfo dei bulli

di Gabriele Boselli

Una crescente egemonia mondiale dei violenti si esercita pure contro la scuola. Tra il violento e la vittima, con la complicità di molti psicologi, il sistema incoraggia il violento. Studenti, docenti e altro personale scolastico, in quanto soggetti con scarso potenziale giuridico di difesa, sono sempre più spesso vittime di angherie, lesioni fisiche e disconoscimento della loro dignità.

Nelle relazioni tra gli Stati come nelle società, nelle famiglie e in alcune scuole, le buone consuetudini del diritto, dell’etica e del comportamento sono sempre più compromesse. In aggiunta la loro compromissione viene “giustificata” da teorie geopolitiche, sociologiche o più spesso in ambito scolastico meramente psicologiche. Chi viene colpito giace o soffre e il prepotente trionfa impunito godendosi i frutti del crimine consolato dalla comprensione del mainstream. Il diritto, come in un momento di sincerità qualche ministro degli esteri ha confessato, vale solo “fino a un certo punto”. La Groenlandia può essere presa dagli USA “perchè ci serve”, il Donbass dopo molti secoli di appartenenza alla Russia vada a Kiev perchè stabilito da Kruscev (1), la Palestina a Tel Aviv perchè scritto in alcune versioni di libri sacri…….

Cambiando scala, nelle nostre terre reati “minori” come il furto sono di fatto depenalizzati per impraticabilità di costrizione carceraria dei ladri -quando presi- secondo gli standard di confort europei. Ogni reato anche violento nemmeno perseguibile in caso di giovanissima età del delinquente. Dopo aver denigrato per anni la scuola e le pubbliche istituzioni in genere, compromettendone il prestigio e l’autorità, i media si accorgono ora che docenti e studenti sono oggetto di ogni offesa morale e materiale, fino al loro assassinio. Il fatto nuovo è la gravità degli episodi specie in certi tipi di scuole e di etnie. Spesso si verifica la mancanza di denunce da parte delle vittime dovuta alla consapevolezza che i criminali tornerebbero comunque a vendicarsi. Alcuni episodi vengono denunciati ma la maggior parte (tanti!) vengono taciuti dai docenti colpiti per non aggiungere al danno biologico la beffa dell’accusa di “non saper farsi rispettare”. Ignorati i sociologi e i pedagogisti, la retorica dominante è degli psicologi, lesti ad accusare la scuola di non aver saputo adottare le “metodologie più opportune nei confronti degli alunni a forte disagio sociale”. Le sanzioni disciplinari sono risibili e spesso vissute come accreditamento della temibilità e dunque del prestigio del bullo. Per i deliquenti, sia nella scuola che nella società, si prospetta un generoso difetto di deterrenza e il docente o lo studente offesi devono affrontare lunghi, costosi e incerti percorsi giudiziari. Da quando la teoria del controllo disciplinare nelle scuole è passata dalla pedagogia alla psicologia gli autori del comportamento irresponsabile e violento trovano sempre una qualche giustificazione: “la famiglia del ragazzo non è stata integrata culturalmente nell’ambiente di migrazione”, “nella cultura rom rubare non è presentato come colpa”, “i genitori si stanno separando”, “il padre lo picchia”, “gli altri ragazzi lo ignorano” oppure, peggio, “era stato provocato”. Ogni riguardo all’aggressore, poca attenzione alla vittima; questi “in fondo se l’è cercata” con la sua incapacità di difendersi.

Coltelli e vuoti culturali

Come sopra accennato, la sicumera dei violenti nella scuola ha certamente cause esterne di enorme estensione e profondità. All’esterno della scuola l’incultura, l’arroganza e la violenza imperversano e mancano adeguati interventi culturali e pedagogici di contrasto. Abbandonata dal sistema la pedagogia come scienza filosofica, si finge di poter contrastare la deriva con trucchetti psicologistici. La zona buia interna delle carenze educative della scuola è individuabile anche nell’estrema inopia dei gruppi che da oltre venti/trent’anni fanno la politica culturale del MIUR, oggi MIM senza che nel sistema di valori trasteverini sia cambiato granchè. Questa è stata ed è controllata da gruppetti privi di una visione filosofico-pedagogica, culturale e alto-politica delle realtà di cui trattare. Non pensano, ma danno comunque istruzioni, producono normative “tecniche”; tali gruppetti sono pertanto graditi al potere; oltre il cambiamento dei ministri sono stati sempre sostanzialmente confermati. E hanno istituzionalizzato il non-pensare come sintagma dominante nei programmi di studio e nei concorsi, nella formazione dei docenti e dei dirigenti, trascurando se non nella sintomatologia (v. iniziative sul bullismo progettate da psicologi) gli effetti del loro vuoto di cultura. Affetti da allergia alle idee e oggettivismo, hanno gonfiato la superficie dell’istruzione e depresso la sostanza dell’educazione.

(1) M.A.Reynolds Come l’America si è trascinata in guerra, pp.53-69 in LIMES. n.8 /202

Gazzetta ufficiale – Serie Generale n. 15

15 del 20-01-2026

Giornata del Rispetto

“Oggi si celebra la Giornata del Rispetto, una ricorrenza che ci invita a riflettere sul significato profondo che esso riveste per ogni persona e per la società intera: una riflessione che si impone in misura ancora maggiore dopo l’uccisione del giovane Abanoub Youssef avvenuta proprio tra le mura di un istituto scolastico spezzino.

Il rispetto non è una scelta, è un valore necessario: non esiste società civile se non vi è rispetto tra le persone che la costituiscono. Il rispetto per l’altro, per la sua vita, la sua individualità, le sue scelte, i suoi ideali, le sue aspirazioni; il rispetto verso le regole; il rispetto verso i beni. Questa è l’imprescindibile base su cui fondare il presente e il futuro di una nazione civile.

Il rispetto si insegna e si impara. La famiglia e la scuola sono i due grandi pilastri che hanno l’importante compito di educare al rispetto. Solo una società fondata sul rispetto può consentire ai giovani di costruire il proprio futuro. E solo con il rispetto si possono costruire relazioni sane, positive tra le persone.

La scuola “costituzionale”, che ho fortemente voluto, pone la persona al centro della propria azione educativa: una persona che ha diritti ma anche doveri, che conosca il valore della libertà e della responsabilità, una persona la cui autoaffermazione non può mai prevaricare l’altro.

La scuola deve essere un porto sicuro, una palestra in cui apprendere nozioni, valori e civiltà; un luogo sereno in cui acquisire capacità complesse, riflettere, liberare i propri talenti; la scuola deve essere un trampolino di lancio verso la vita futura.

Proprio per garantire sempre la effettività del rispetto, consideriamo la sicurezza un valore importante perché tutela i nostri giovani e chi lavora per il loro futuro”.

Così il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, in occasione della Giornata del Rispetto.

Le lame del disonore

Le lame del disonore

di Vincenzo Andraous

Il sangue della vergogna imbratta le speranze, il futuro, la fatica dell’impegno dentro una vita tutta ancora da percorrere nella salita come nella discesa.

Un giovanissimo accoltellato, ammazzato senza un sussulto di pietà.

Lo scontro non avviene in strada, ai margini della carreggiata, nel solito vicolo cieco dove non èpossibile giocare alla play station, non è consentito resettare, ritornare indietro.

In quel vicolo cieco si rimane lì, non sei autorizzato adafferrare a tuo piacere il copione e gettarlo via insieme alle proprie responsabilità.

Oltrepassato il limite non è possibile gridare “io scendo da questo palcoscenico, questo film non mi piace più”.

E’ troppo tardi,  si rimane lì con le mani sporche di sangue degli innocenti a scavarti la fossa.

Questa sequenza drammatica ma non virtuale come qualcuno può pensare, non prende corpo e sostanza nei luoghi sub-urbani della nostra coscienza, non si presenta con le mani in tasca e le gambe larghe in mezzo alle strade della movida.

La botta letale irrompe nelle aule di una scuola, negli spazi dove si trasmettono non soltanto e non solamente le nozioni, ma i valori del rispetto e delle relazioni, quel rispetto e quelle relazioni che sono importanti proprio perchè senza non esiste l’altro, di conseguenza la vita stessa piega di lato, la vita stessa soccombe alla violenza, la vita stessa è un retrovia dove non s’avverte alcuna reciprocità, dove la prossimità appare un disfacimento così profondo che confonde l’amore con l’appropriazione indebita, con la prepotenza dei gesti, delle azioni, dei comportamenti che non hanno cittadinanza alcuna con il cuore, bensì con il freddo di una lama quale timbro sul passaporto del tutto mi è concesso.

Anche toglierti la vita. 

Nel sentire la notizia di questo accadimento, mi è ritornato alla mente un incontro di qualche anno addietro che ho svolto con una quarta o quinta superiore, si parlava di rispetto, dignità, relazione, di violenza che non sana altra violenza, di bullismo e di come i dazi si pagano sempre. In molte sostenevano una certa omertà, alcune ripetevano come dischi incantati “ io non faccio l’infame “,  usando uno slang altamente inflazionato.

Al termine dell’evento alcune ragazze sono venute a salutarmi ed a parlarmi.

Una di loro ha aperto la sua borsa e mi ha fatto vedere che si portava appresso un serramanico: “io non ci sto a farmi mettere sotto, a farmi fare del male, lo uso per difendermi”.

Sono riuscito a farmi dare quel pezzo di identità confusa e l’ho buttato nell’immondizia, il suo vero posto.

Forse di fronte a drammi come questo, per giunta avvenuto in una scuola, in una scuola, in una scuola, reprimere e vietare non è più sufficiente, c’è bisogno di investimenti economici di peso, di interventi e risorse umane capaci di prevenire le difficoltà, soprattutto quelle emotive dei più giovani, dove il disagio non è più una parola qualunque. 

Forse

Gazzetta ufficiale – Serie Generale n. 14

14 del 19-01-2026

Hard Skills, Soft Skills, Life Skills

Hard Skills, Soft Skills, Life Skills

Competenze per la vita in un’umanità che resta incompiuta

 di Bruno Lorenzo Castrovinci

Crescere, studiare, imparare: tre verbi che accompagnano l’essere umano lungo l’intero arco della vita e che, troppo spesso, vengono compressi dentro un’idea riduttiva di educazione, fatta di programmi da svolgere, prove da superare, voti da assegnare. La scuola della tradizione, ancora oggi rimpianta con nostalgia, è quella in cui il sapere veniva interrogato e misurato, scandito da interrogazioni e verifiche che avevano il sapore del giudizio finale. Ma cosa resta davvero di quell’apprendimento, una volta archiviata la prova?

Nel nostro tempo, segnato da un accesso immediato, continuo e sovrabbondante alle informazioni, il problema non è più l’accumulo del sapere, ma la sua trasformazione in conoscenza significativa. Saper collegare, interpretare, usare ciò che si conosce è diventata la vera sfida educativa. Eppure, proprio mentre la complessità del reale cresce, il discorso sulle competenze viene spesso semplificato, frainteso o persino demonizzato, come se educare alle competenze significasse rinunciare alla profondità culturale o alla formazione umanistica.

Al contrario, parlare seriamente di competenze significa riconoscere che l’educazione autentica non è un processo a basso costo. Richiede tempo, relazioni, contesti ricchi, professionalità elevate. Richiede, soprattutto, una visione dell’essere umano non come macchina da istruire, ma come soggetto in continuo divenire.

Nel dibattito educativo si è soliti distinguere tra hard skills, soft skills e life skills. Le hard skills rimandano alle competenze tecniche e disciplinari: leggere, scrivere, calcolare, argomentare, utilizzare strumenti, padroneggiare linguaggi e conoscenze specifiche. Sono le più visibili, le più facilmente misurabili, quelle che la scuola tradizionalmente presidia. Le soft skills riguardano invece la dimensione relazionale ed emotiva: comunicare, collaborare, gestire conflitti, riconoscere e regolare le emozioni. Le life skills, infine, toccano il livello più profondo, ovvero la capacità di affrontare la vita quotidiana, prendere decisioni consapevoli, adattarsi al cambiamento, costruire un’identità equilibrata.

Questa distinzione è utile sul piano descrittivo, ma diventa sterile se non si coglie il principio che le unifica. Le neuroscienze, la pedagogia e la psicologia concordano su un punto essenziale: le competenze non crescono in compartimenti separati. Ogni apprendimento autentico è un processo integrato, che coinvolge cognizione, emozioni, esperienza, relazione. Non si impara mai “solo con la testa”, e non si cresce mai solo accumulando contenuti. È in questo quadro che assume un ruolo centrale il concetto di neotenia.

Neotenia, la base biologica e culturale dell’educazione

Con il termineneotenia si indica una caratteristica tipica della specie umana: il mantenimento, anche in età adulta, di tratti propri dell’infanzia, come la plasticità cerebrale, la curiosità, la capacità di apprendere, la dipendenza dall’altro e l’apertura al cambiamento. A differenza di molte altre specie, l’essere umano non raggiunge mai una forma “definitiva”: resta strutturalmente incompiuto.

Dal punto di vista biologico, la neotenia si manifesta in uno sviluppo lento e prolungato del sistema nervoso; dal punto di vista psicologico, nella possibilità di continuare a modificare schemi cognitivi, emotivi e comportamentali; dal punto di vista pedagogico e culturale, nella capacità di apprendere lungo tutto l’arco della vita. L’essere umano non smette di imparare perché cresce, ma cresce perché continua a imparare.

La neotenia non è una fragilità da colmare, ma una risorsa evolutiva straordinaria. Essa rende possibile l’educazione permanente, il cambiamento, la trasformazione personale e sociale. Ogni discorso serio sulle competenze, dunque, dovrebbe partire da qui: dall’idea che educare significa accompagnare una struttura aperta, non addestrare un sistema chiuso.

Hard skills, il sapere come costruzione, non come prestazione

Le hard skills vengono spesso associate allo studio, alla concentrazione, alla prestazione scolastica, come se appartenessero esclusivamente all’età dell’istruzione formale. In realtà, l’acquisizione di competenze tecniche e disciplinari è un processo che accompagna l’intera vita, proprio perché l’essere umano conserva nel tempo la propria natura neotenica.

Imparare a leggere il mondo, a risolvere problemi, a utilizzare strumenti cognitivi e tecnologici non significa ripetere meccanicamente procedure, ma costruire significati. L’apprendimento profondo nasce quando il sapere viene compreso, messo in relazione, applicato, discusso. Dal punto di vista pedagogico, valorizzare le hard skills significa superare una didattica trasmissiva e promuovere contesti in cui il sapere diventa esperienza, ricerca, riflessione.

La psicologia dell’apprendimento conferma che ciò che viene appreso in modo significativo non solo si conserva più a lungo, ma può essere trasferito in contesti nuovi, diventando realmente utile per la vita.

Soft skills, imparare a stare con gli altri e con sé stessi

Le soft skills attraversano tutte le età e tutti i contesti di vita. Comunicare, collaborare, gestire emozioni e conflitti non sono abilità accessorie, ma dimensioni strutturali dell’essere umano, che per sua natura è relazionale e aperto all’altro.

La neotenia rende possibile questo apprendimento continuo, permettendo all’essere umano di restare capace di osservare, imitare, rivedere le proprie posizioni e crescere attraverso il confronto. Le competenze relazionali non si trasmettono con una lezione frontale, ma si apprendono vivendo contesti educativi e lavorativi in cui il rispetto, l’ascolto e il riconoscimento sono pratiche reali.

In ambito educativo, un clima relazionale positivo favorisce l’apprendimento e il benessere; in ambito lavorativo migliora la cooperazione e riduce il disagio; nella vita sociale rafforza il senso di appartenenza e responsabilità. Sentirsi riconosciuti è una condizione essenziale per crescere.

Life skills, educare alla vita che cambia

Le life skills rappresentano il cuore dell’educazione alla complessità. Affrontare il cambiamento, tollerare l’incertezza, prendere decisioni, organizzare il proprio tempo, prendersi cura di sé sono competenze che non si acquisiscono una volta per tutte, ma si costruiscono nel tempo.

La neotenia rende l’essere umano particolarmente adatto a questo apprendimento, perché non siamo programmati per risposte rigide, ma per adattarci, rielaborare, crescere anche attraverso l’errore. Le life skills emergono soprattutto nei momenti di transizione, quando le certezze vacillano e diventa necessario ridefinire sé stessi.

Dal punto di vista pedagogico, offrire esperienze autentiche e responsabilizzanti significa permettere alle persone di sentirsi competenti, capaci, agenti della propria vita. La psicologia conferma che queste competenze sono strettamente legate al benessere, alla resilienza e alla salute mentale.

Conclusione

Ripensare hard skills, soft skills e life skills alla luce della neotenia significa riconoscere che l’educazione non ha come obiettivo la chiusura del processo formativo, ma il suo continuo rilancio. Non si tratta di “finire” di educare, ma di accompagnare l’essere umano nella sua naturale incompiutezza.

La scuola, la famiglia, il lavoro e la comunità educante nel suo insieme sono chiamati a creare contesti che valorizzino questa apertura, integrando conoscenza, relazione ed esperienza. Educare alle competenze per la vita significa, in ultima analisi, educare persone capaci di abitare il mondo senza irrigidirsi, di cambiare senza perdersi, di restare umani in una realtà sempre più complessa e sempre più tecnologica.