Coltelli e trionfo dei bulli
di Gabriele Boselli
Una crescente egemonia mondiale dei violenti si esercita pure contro la scuola. Tra il violento e la vittima, con la complicità di molti psicologi, il sistema incoraggia il violento. Studenti, docenti e altro personale scolastico, in quanto soggetti con scarso potenziale giuridico di difesa, sono sempre più spesso vittime di angherie, lesioni fisiche e disconoscimento della loro dignità.
Nelle relazioni tra gli Stati come nelle società, nelle famiglie e in alcune scuole, le buone consuetudini del diritto, dell’etica e del comportamento sono sempre più compromesse. In aggiunta la loro compromissione viene “giustificata” da teorie geopolitiche, sociologiche o più spesso in ambito scolastico meramente psicologiche. Chi viene colpito giace o soffre e il prepotente trionfa impunito godendosi i frutti del crimine consolato dalla comprensione del mainstream. Il diritto, come in un momento di sincerità qualche ministro degli esteri ha confessato, vale solo “fino a un certo punto”. La Groenlandia può essere presa dagli USA “perchè ci serve”, il Donbass dopo molti secoli di appartenenza alla Russia vada a Kiev perchè stabilito da Kruscev (1), la Palestina a Tel Aviv perchè scritto in alcune versioni di libri sacri…….
Cambiando scala, nelle nostre terre reati “minori” come il furto sono di fatto depenalizzati per impraticabilità di costrizione carceraria dei ladri -quando presi- secondo gli standard di confort europei. Ogni reato anche violento nemmeno perseguibile in caso di giovanissima età del delinquente. Dopo aver denigrato per anni la scuola e le pubbliche istituzioni in genere, compromettendone il prestigio e l’autorità, i media si accorgono ora che docenti e studenti sono oggetto di ogni offesa morale e materiale, fino al loro assassinio. Il fatto nuovo è la gravità degli episodi specie in certi tipi di scuole e di etnie. Spesso si verifica la mancanza di denunce da parte delle vittime dovuta alla consapevolezza che i criminali tornerebbero comunque a vendicarsi. Alcuni episodi vengono denunciati ma la maggior parte (tanti!) vengono taciuti dai docenti colpiti per non aggiungere al danno biologico la beffa dell’accusa di “non saper farsi rispettare”. Ignorati i sociologi e i pedagogisti, la retorica dominante è degli psicologi, lesti ad accusare la scuola di non aver saputo adottare le “metodologie più opportune nei confronti degli alunni a forte disagio sociale”. Le sanzioni disciplinari sono risibili e spesso vissute come accreditamento della temibilità e dunque del prestigio del bullo. Per i deliquenti, sia nella scuola che nella società, si prospetta un generoso difetto di deterrenza e il docente o lo studente offesi devono affrontare lunghi, costosi e incerti percorsi giudiziari. Da quando la teoria del controllo disciplinare nelle scuole è passata dalla pedagogia alla psicologia gli autori del comportamento irresponsabile e violento trovano sempre una qualche giustificazione: “la famiglia del ragazzo non è stata integrata culturalmente nell’ambiente di migrazione”, “nella cultura rom rubare non è presentato come colpa”, “i genitori si stanno separando”, “il padre lo picchia”, “gli altri ragazzi lo ignorano” oppure, peggio, “era stato provocato”. Ogni riguardo all’aggressore, poca attenzione alla vittima; questi “in fondo se l’è cercata” con la sua incapacità di difendersi.
Coltelli e vuoti culturali
Come sopra accennato, la sicumera dei violenti nella scuola ha certamente cause esterne di enorme estensione e profondità. All’esterno della scuola l’incultura, l’arroganza e la violenza imperversano e mancano adeguati interventi culturali e pedagogici di contrasto. Abbandonata dal sistema la pedagogia come scienza filosofica, si finge di poter contrastare la deriva con trucchetti psicologistici. La zona buia interna delle carenze educative della scuola è individuabile anche nell’estrema inopia dei gruppi che da oltre venti/trent’anni fanno la politica culturale del MIUR, oggi MIM senza che nel sistema di valori trasteverini sia cambiato granchè. Questa è stata ed è controllata da gruppetti privi di una visione filosofico-pedagogica, culturale e alto-politica delle realtà di cui trattare. Non pensano, ma danno comunque istruzioni, producono normative “tecniche”; tali gruppetti sono pertanto graditi al potere; oltre il cambiamento dei ministri sono stati sempre sostanzialmente confermati. E hanno istituzionalizzato il non-pensare come sintagma dominante nei programmi di studio e nei concorsi, nella formazione dei docenti e dei dirigenti, trascurando se non nella sintomatologia (v. iniziative sul bullismo progettate da psicologi) gli effetti del loro vuoto di cultura. Affetti da allergia alle idee e oggettivismo, hanno gonfiato la superficie dell’istruzione e depresso la sostanza dell’educazione.
(1) M.A.Reynolds Come l’America si è trascinata in guerra, pp.53-69 in LIMES. n.8 /202