Stefano Benni tra le donne
di Antonio Stanca
L’anno scorso presso Feltrinelli è comparsa una nuova edizione de Le Beatrici di Stefano Benni. L’opera, che sta tra il racconto e il teatro, si compone di otto monologhi tenuti da otto donne diverse e incentrati sulle esperienze piuttosto disagiate, sulla vita misera di ognuna di esse. Tra un monologo e l’altro ci sono sei poesie e due canzoni. L’edizione originale dell’opera risale al 2011 e d’allora molte volte, in molte città d’Italia, ha avuto adattamenti teatrali ai quali spesso ha collaborato l’autore.
Nato a Bologna nel 1947, Benni vi è morto nel 2025 a settantotto anni dopo aver svolto un’intensa attività di scrittore, poeta, giornalista, autore teatrale. Molti racconti e romanzi ha scritto, alcuni di notevole successo, ha preso parte a spettacoli musicali, ha tenuto seminari sull’immaginazione e la lettura. Vasta e varia è stata la sua produzione, noto è diventato da quando ha esordito, da quando si è spostato dagli ambienti rurali dove era cresciuto, si era formato, ed è approdato ai grossi centri urbani dove ha preso parte alla vita culturale, artistica che si svolgeva. Non aveva, però, rinunciato a quei principi morali che gli erano provenuti dai primi ambienti, a quei valori che erano entrati a far parte del suo spirito, della sua anima, che inalterati sarebbero rimasti di fronte a qualunque esperienza compresa quella che gli aveva fatto assistere alla loro crisi una volta venuto a contatto con i modi, i costumi della modernità. Aveva sofferto nel vedere come il mondo fosse diverso, come non valessero più quelle che considerava regole inalterabili perché ispirate ad un unico senso di giustizia, di verità, ad una coscienza liberata da ogni dubbio, ad una vita sicura, certa. Gravemente deluso rimarrà Benni nel dover constatare come fosse finito quel bene che aveva fatto parte della sua prima vita, come avesse dovuto cedere il passo ad un male tanto diffuso da essere diventato sistema. Non ci sarà opera, di qualunque genere sia, dove non emerga questo stato di sofferenza, questa condizione di angoscia vissuta dall’autore. E altro motivo che ricorrerà in molti suoi lavori sarà quello di farli interpretare da più personaggi, di far comparire, parlare, agire molte persone, di non limitarli ad una sola situazione ma di rappresentarla come fenomeno diffuso, esteso, come proprio della vita. Molte sono spesso le presenze che Benni, nelle sue opere, chiama in causa perché dicano di quanto soffrono, di quanto cattiva è diventata la vita moderna, molte le testimonianze che adduce a conferma di quella crisi di valori dall’autore tanto sofferta. È come se volesse addurre quante più prove possibili, come se volesse convincere meglio o di più. Così succede pure in Le Beatrici dove otto donne sono mostrate impegnate a tenere un monologo in un teatro immaginario, di fronte ad un pubblico immaginario. Ognuna parlerà di sé, della sua vita, di quella passata, di quella presente, ognuna farà sapere con un linguaggio alterato, aggravato dallo sdegno, dal rancore, dall’agitazione, dalla violenza propria delle situazioni estreme, quanto di grave le è capitato, come è andata a finire in una condizione di esclusa, di sconfitta, perché è successo. Da dolersi, da lamentarsi, da pentirsi ma anche da accusare avrà ognuna di quelle donne. I loro sono tra i casi più gravi, tra gli esempi peggiori di una condizione sociale che si è tanto evoluta da non aver più tempo né spazio per coloro che non sanno, non possono inserirsi nel movimento generale, nel generale processo evolutivo. Nella nuova vita che si è venuta a creare non c’è posto per loro e costretti si vedono ad accettare una condizione tra le più misere se non tra le più oscene qualunque sia o sia stata la loro origine, la loro storia, la loro età.
Anche nelle poesie, nelle canzoni che compaiono agli intervalli dell’opera non cambiano i toni, i temi, i linguaggi. Nel complesso si può dire come di una protesta collettiva, di un’accusa a più voci rivolta, gridata da quelle donne contro quanto ha permesso che si verificassero situazioni così gravi, contro un modello di vita che non riconosce, non si sofferma su chi ha bisogno, è debole, non può. È un altro esempio di quella maniera plurima che Benni usa in numerose sue opere poiché così crede di far conoscere meglio i problemi di una società, di una vita che si dichiara avanzata, progredita, che ambisce ad altezze sempre maggiori. Non si è mai rassegnato lo scrittore alla crisi che ha investito la modernità. Non sarebbero state possibili, pensa, differenze, contraddizioni così gravi se si fosse tenuto conto di certe regole. Averle omesse, trascurate ha fatto stare insieme al bene anche il male, ha fatto sì che non s’intervenisse a correggere simili errori, ha lasciato che fossero le loro vittime a denunciarli.
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