AI ed intelligenza umana

L’intelligenza artificiale aiuta l’intelligenza umana e viceversa

Un discorso aperto sull’AI con gli alunni e con i docenti.

di Gennaro Iasevoli

L’intelligenza artificiale, attrae e vivacizza le discussioni ormai in tutti gli ambienti di lavoro, culturali e scientifici, mentre sul piano tecnico è una risorsa già ampiamente utilizzata ed apprezzata. Quando un diciottenne, per esempio, si iscrive e frequenta una scuola guida, sente l’istruttore che tra l’altro gli dice di osservare che l’auto guidata è in grado di rispettare da sola le distanze di sicurezza e di seguire le strisce bianche di delimitazione della carreggiata con sperimentata precisione; tale informazione non lo inquieta, anzi lo sorprende e lo appassiona; nel contempo richiama nella sua mente alcuni riferimenti scolastici e trasmissioni televisive che accennano all’intelligenza artificiale che, al presente, continua a macinare record su record nella ricerca scientifica. L’AI ottiene continui risultati soprattutto come supporto funzionale nella costruzione di prodotti meccatronici, aerei, treni, navi, auto, strumentazioni medico-diagnostiche, complessi architettonici, complessi abitativi, progetti ingegneristici, progetti agrari, apparecchi protesici, elettrodomestici, medicinali, alimenti. Aiuta i ricercatori nella scelta degli obiettivi, nella catalogazione storica delle esperienze, nella lettura dei dati nel contesto della singola osservazione e della sperimentazione globale, nell’allestimento delle statistiche e quindi nella evidenziazione dei risultati rispetto alla introduzione delle variabili indipendenti – recentemente è usata anche nel velocizzare gli studi sul DNA. Rappresenta quindi un supporto funzionale alla velocizzazione delle ricerche e d’altro lato accelera fortemente la diffusione e la raggiungibilità dei dati da parte dei centri e dei ricercatori posizionati in aree molto distanti geograficamente. Uno dei risvolti positivi è anche quello di porre un freno alla diffusione involontaria oppure volontaria di informazioni mediocri, incomplete o fuorvianti da parte di autori di libri mediocri di strada, offrendo, a richiesta, rapidi confronti tra informazioni, situazioni, ricerche e documenti. Pertanto autori di libri mediocri, scritti d’impeto, senza il possesso di un substrato vitale di studi rigorosi ed estesi nel tempo al cospetto di studiosi di chiara fama, in molteplici contesti culturali, accademici e geografici, sono destinati purtroppo a destare l’ironia al primo controllo epistemologico. Pertanto spetta anche ai docenti, di ogni ordine e grado, di dotarsi di mezzi idonei, insieme con gli alunni, per proporre nuovi algoritmi, sempre più interessanti, precisi, semplici e funzionali, onde alimentare la fruizione finalizzata dell’intelligenza artificiale.

I docenti e gli alunni devono ricordare comunque che a fronte di questo tsunami pervasivo ed invasivo, da parte dell’intelligenza artificiale, la società umana ha altre caratteristiche che restano solide ed immutate per quanto preziose ed irrinunciabili, riassumibili psicologicamente in tre categorie : 1) la categoria dei sentimenti, 2) la categoria dei desideri, 3) la categoria delle emozioni. Gli esseri umani sono dotati di caratteristiche intellettive, – in piccola parte in via di imitazione attraverso l’intelligenza artificiale -, che gli consentono di intervenire anche sui sentimenti, sui desideri e sulle emozioni. Ma questi fattori intellettivi sono presenti nella specie umana in varie combinazioni, pertanto si parla di persone con molteplici attitudini e con differenti livelli intellettivi. Le cause di queste differenze sono state studiate sin dall’antichità ma ancora oggi non si è giunti alla scoperta di una causa precisa. Intanto sui luoghi di lavoro per individuare le differenze attitudinali si eseguono delle valutazioni con curriculum, questionari, test e colloqui, finalizzati alle assunzioni ed alla collocazione funzionale per le mansioni da svolgere. Ma, mi chiederete: mentre per gli uomini e le donne si parla di attitudini diverse o di intelligenze multiple, che differenze possiamo notare nell’intelligenza artificiale? – bella domanda!. L’intelligenza artificiale anche se composta da molteplici algoritmi deve risultare sempre unica ed immutabile altrimenti porterebbe a risultati diversi, contrastanti e quindi sarebbe inutile, fuorviante e dannosa: l’obiettivo degli scienziati di perfezionare le funzioni dell’intelligenza artificiale, di velocizzarla e di renderla sempre più utile, economica ed accessibile. Attualmente non può esistere l’intelligenza artificiale senza la mano dell’uomo, ma già si parla dell’eventuale pericolo di un’AI autonoma rispetto all’uomo che possa in qualche modo sfuggire di mano e causargli qualche danno od addirittura tiranneggiarlo. Ma si tratta soltanto di ipotesi.

Memoria, emozione e significato

Memoria, emozione e significato

Perché il cervello ricorda ciò che ci coinvolge

 di Bruno Lorenzo Castrovinci

Ricordare, lasciandosi attraversare dal suono continuo e spesso impercettibile della colonna sonora della nostra vita, significa riconoscere che la memoria definisce chi siamo, dove siamo stati e, in larga parte, anche dove stiamo andando. Ogni scelta, ogni azione che compiamo nasce dall’intreccio dei nostri ricordi, tanto che senza di essi non saremmo nemmeno capaci di orientarci nel mondo o di muoverci nello spazio, perché anche il gesto più semplice è il risultato di ciò che abbiamo appreso esplorando, sperimentando, vivendo. La memoria non è soltanto un archivio del passato, ma una forza attiva che sostiene il presente e rende possibile il futuro.

Capita spesso di interrogarsi sul motivo per cui alcuni ricordi rimangano impressi con una nitidezza quasi dolorosa, mentre altri, pur appresi con impegno e ripetizione, sembrano dissolversi rapidamente, e questa esperienza comune rivela una verità profonda sul funzionamento della mente umana. La memoria non segue criteri puramente quantitativi, non si limita a registrare ciò che è stato ripetuto più volte, ma opera secondo una logica qualitativa, selezionando ciò che ha lasciato un segno emotivo e ciò che è stato percepito come rilevante per la costruzione del senso personale. Ciò che resta non è semplicemente ciò che è stato studiato, ma ciò che ha incontrato un significato.

Ogni ricordo duraturo nasce infatti dall’incontro tra un contenuto e un vissuto, tra ciò che accade e il modo in cui quell’accadere viene interiorizzato, interpretato, sentito. È in questo spazio di intersezione, in cui l’esperienza si carica di valore e diventa parte della storia individuale, che si collocano i processi più profondi dell’apprendimento. Riflettere su memoria, emozione e significato significa allora spostare lo sguardo da un’idea di conoscenza come semplice accumulo di dati a una visione dell’apprendere come esperienza trasformativa, capace di coinvolgere il corpo, la mente e l’identità, lasciando tracce che non si limitano a restare, ma continuano a generare senso nel tempo.

Il ricordo come esperienza vissuta

La memoria non può essere compresa se viene ridotta a una funzione puramente tecnica di immagazzinamento, perché nasce da un processo semplice nei suoi principi ma articolato nelle sue fasi, che coinvolge diversi sistemi della mente e del cervello. Ogni informazione, prima di diventare un ricordo stabile, viene inizialmente trattenuta nella memoria a breve termine, che funziona come un appoggio momentaneo, capace di mantenere per pochi secondi o minuti una quantità limitata di informazioni così come vengono percepite, senza ancora elaborarle in profondità.

Accanto a questo primo livello interviene la memoria di lavoro, che svolge un ruolo più attivo e consapevole. La memoria di lavoro non si limita a conservare l’informazione, ma permette di pensarla, comprenderla e collegarla a ciò che già sappiamo. È grazie alla memoria di lavoro che possiamo seguire un discorso, capire un testo, risolvere un problema o riflettere su ciò che stiamo imparando. Se la memoria a breve termine serve a non perdere subito un’informazione, la memoria di lavoro serve a darle un significato.

In questa fase entra in gioco l’ippocampo, una struttura profonda del cervello che ha il compito di organizzare le informazioni elaborate e di avviare il loro passaggio verso la memoria a lungo termine. L’ippocampo agisce come un coordinatore, selezionando ciò che è stato compreso e ritenuto importante e preparando queste informazioni a essere distribuite nelle diverse aree della corteccia cerebrale, dove i ricordi duraturi vengono progressivamente stabilizzati.

Un ruolo decisivo è svolto dall’amigdala, che valuta il contenuto emotivo dell’esperienza e segnala al cervello quanto quell’informazione sia rilevante. Quando un evento è accompagnato da un’emozione intensa, l’amigdala rafforza il lavoro dell’ippocampo, rendendo più probabile che quel contenuto venga conservato nel tempo. L’amigdala fa parte del sistema limbico, un insieme di strutture cerebrali che comprende anche l’ippocampo, l’ipotalamo, il giro del cingolo e alcune aree del talamo, tutte coinvolte nella regolazione delle emozioni, della motivazione e della memoria.

Il consolidamento dei ricordi non avviene solo mentre siamo svegli, ma prosegue in modo fondamentale durante il sonno, in particolare nelle fasi di sonno profondo. Durante questi cicli, il cervello riattiva e riorganizza le informazioni apprese, rafforzando i collegamenti tra ippocampo e corteccia e trasformando ciò che è stato vissuto durante il giorno in ricordi più stabili. È anche per questo che dormire bene è essenziale per imparare e ricordare.

Grazie al dialogo continuo tra sistema limbico, ippocampo, corteccia cerebrale e cicli di sonno, le esperienze emotivamente significative riescono a diventare ricordi duraturi, mentre le informazioni prive di coinvolgimento e di rielaborazione tendono a essere dimenticate più facilmente, perché il cervello è naturalmente orientato a conservare ciò che ha avuto un valore reale per l’esperienza vissuta.

Emozione e significato nella costruzione del sapere

Le neuroscienze cognitive hanno ormai superato la dicotomia tra ragione ed emozione, mostrando come ogni atto di pensiero sia attraversato da una dimensione affettiva che ne orienta la direzione e ne determina la profondità. L’emozione non ostacola il pensiero razionale, ma lo rende possibile, fungendo da bussola interna che segnala ciò che è rilevante e degno di attenzione.

Quando un contenuto viene percepito come significativo, il cervello lo collega a reti di conoscenza già esistenti, attivando processi di integrazione che trasformano l’informazione in sapere personale. Il significato nasce proprio da questa capacità di collegare, di attribuire senso, di riconoscere un valore che va oltre l’utilità immediata, e senza tale processo l’apprendimento resta superficiale e facilmente reversibile.

Dal punto di vista psicologico, la memoria assume una funzione narrativa, poiché seleziona e organizza i ricordi in modo coerente con l’immagine che ciascuno costruisce di sé. Ricordiamo ciò che ci coinvolge perché quei contenuti contribuiscono a definire chi siamo, cosa consideriamo importante e quale posto occupiamo nel mondo, trasformando l’apprendimento in un atto identitario e non semplicemente cognitivo.

La memoria come processo relazionale

Ogni apprendimento significativo si sviluppa all’interno di una relazione, perché l’essere umano apprende sempre in un contesto emotivo e sociale che influenza profondamente la qualità della memoria. In ambito educativo, questo significa riconoscere che il sapere non passa solo attraverso i contenuti, ma attraverso il modo in cui essi vengono proposti, condivisi e vissuti all’interno di una comunità di apprendimento.

Un ruolo importante in questo processo è svolto dai neuroni specchio, cellule nervose che si attivano non solo quando compiamo un’azione o proviamo un’emozione, ma anche quando osserviamo qualcun altro farlo. Grazie ai neuroni specchio, il cervello è in grado di simulare internamente le azioni, le intenzioni e gli stati emotivi degli altri, favorendo l’empatia, l’imitazione e la comprensione reciproca. In un contesto educativo, osservare un insegnante appassionato, un compagno coinvolto o un clima relazionale positivo attiva questi meccanismi di rispecchiamento, rendendo l’apprendimento più naturale e profondo.

La psicologia dello sviluppo ha mostrato come il coinvolgimento emotivo favorisca l’attenzione profonda e la motivazione intrinseca, creando le condizioni affinché l’informazione venga elaborata in modo significativo. Quando lo studente si sente riconosciuto, ascoltato e coinvolto, il suo cervello è più disponibile all’apprendimento, poiché l’emozione positiva riduce le barriere difensive e favorisce l’esplorazione cognitiva.

L’apprendimento, in questa prospettiva, non è mai un atto solitario, ma nasce dall’incontro tra soggetto, relazione e contesto, e la memoria che ne deriva è il risultato di una costruzione condivisa di significato, resa possibile anche dai meccanismi neurobiologici che ci permettono di comprendere gli altri a partire dall’esperienza condivisa.

Apprendere per ricordare, ricordare per diventare

Le evidenze neuroscientifiche e pedagogiche convergono nel suggerire che l’apprendimento autentico è sempre trasformativo, perché non si limita ad aggiungere informazioni, ma modifica il modo di pensare, di sentire e di interpretare la realtà. Ricordiamo ciò che ci coinvolge perché quel contenuto ha prodotto un cambiamento, anche minimo, nel nostro modo di vedere il mondo o di vedere noi stessi.

Quando lo studente è chiamato a riflettere, a problematizzare, a collegare i saperi alla propria esperienza, l’apprendimento si radica in profondità e diventa stabile nel tempo. Al contrario, un sapere imposto dall’esterno, appreso per obbligo o per timore della valutazione, tende a rimanere fragile, poiché non trova uno spazio autentico nella costruzione del senso personale.

La memoria, dunque, non è solo una funzione cognitiva, ma un processo di selezione esistenziale, che conserva ciò che contribuisce alla crescita e lascia andare ciò che non è stato vissuto come significativo.

Conclusioni. Ricordare ciò che conta

Ricordiamo ciò che ci coinvolge perché la memoria umana è orientata al senso e non alla quantità, e questa caratteristica rivela una profonda verità sul modo in cui apprendiamo e cresciamo. Emozione, significato e memoria non sono dimensioni separate, ma aspetti intrecciati di un unico processo che consente all’esperienza di diventare conoscenza e alla conoscenza di diventare parte della nostra identità.

Un’educazione che ignora il ruolo dell’emozione rischia di produrre apprendimenti fragili e reversibili, mentre una pedagogia capace di attivare il coinvolgimento emotivo e la costruzione di significato permette al sapere di radicarsi profondamente e di accompagnare l’individuo nel tempo. Ricordare non significa trattenere tutto, ma custodire ciò che ha contribuito a trasformarci, ed è in questa selezione che la memoria rivela la sua funzione più autentica come strumento di crescita, consapevolezza e umanizzazione dell’apprendimento.