La nuova figura dell’educatore
di Margherita Marzario
“La nuova educazione richiede educatori capaci di elaborare un’etica ecologica basata su ordinamenti pedagogici che aiutino concretamente a crescere nella solidarietà, nella responsabilità e nella cura basata sulla compassione” (cit.). Concretezza, crescita, cura, compassione: gli step del processo educativo che si possono anche desumere dall’art. 29 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia.
“La dinamica del processo educativo deve dare spazio alle esperienze di vita e ai processi di apprendimento degli studenti, ascoltarli e dialogare con loro, perché «sono anzitutto loro a richiamarci all’urgenza di quella solidarietà intergenerazionale che purtroppo è venuta a mancare negli ultimi anni». Poiché la nuova educazione viene offerta a una generazione in cambiamento, come lo è il mondo di oggi, essa deve a sua volta cambiare per ascoltare la voce e le domande dei giovani, che «hanno molto da offrire con il loro entusiasmo, con il loro impegno e con la loro sete di verità»” (cit.). Ascolto, entusiasmo dell’educatore e dell’educando, incontro intergenerazionale, osservazione, umanità: i pilastri dell’educazione ieri, oggi, sempre.
Già nel 1976 Giovanni Cavina (1924-2009), “educatore visionario” e ideatore e direttore di una residenza universitaria organizzata come una sorta di “tempio della cultura”, scriveva che “non è con una mentalità assistenziale che si aiutano i giovani a entrare nella vita. Essi devono acquisire una nuova mentalità, non aspettarsi tutto dal titolo di studio, ma imparare il gusto del rischio e la capacità di sacrificarsi. C’è troppa gente che cerca un posto e troppo poca che sa fare bene qualcosa” (nella rivista “Panorama per i giovani”). Bambini e ragazzi sono già cittadini per cui devono essere abituati anche ai doveri, ai valori costituzionali, al loro ruolo e al loro lavoro di imparare, di studiare, di prepararsi. Devono essere stimolati a conquistare e non ad acquistare ogni cosa, ad acquisire autonomie e non a conseguire premi per ogni risultato (come nelle tecnica psicologica della “token economy”), ad adempiere alle proprie responsabilità e non a occupare solo un determinato posto ambìto, a provare ogni gusto, anche l’amaro delle sconfitte e il salato del sudore per raggiungere i traguardi.
Il pedagogista Pier Cesare Rivoltella afferma: “Non siamo più capaci come adulti e come educatori di orientare i ragazzi, di aiutarli a individuare i loro bisogni più profondi, a identificare le cose che contano, partendo dalle singole situazioni. E ciò è ancora più grave oggi, rispetto a quando eravamo ragazzi noi, perché il contesto in cui vivono gli studenti di oggi è disorientante e complesso”. Prima ancora dell’orientamento scolastico i ragazzi hanno bisogno di orientamento alla vita (art. 5 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia) che, purtroppo, oggi manca agli adulti che non sanno ancora dove devono andare.
Il pedagogista Daniele Novara richiama gli adulti: “Cerchiamo di essere sempre positivi con le nuove generazioni, di offrire loro esperienze che ne valorizzino i talenti e le risorse piuttosto che volerli schiacciare nelle loro colpe”. Gli educatori devono intervenire per correggere e contribuire a costruire vie alternative a quelle devianti, facendo da leader e non da comandanti.
L’educatore don Giovanni Bosco diceva che l’educazione è cosa del cuore ma, oggi, è anche un atto di coraggio. “Coraggio” deriva dal latino “cor habeo”, che vuol dire avere cuore, agire con il cuore, perché educare è anche osare, riconoscere la propria vulnerabilità e non averne paura ma accettarla.
“«Formazione» ed «educazione» sono aspetti ben distinti del processo di crescita. Perché, oltre a “dare forma”, bisogna responsabilizzare” (cit.). Oggi ci sono più formatori che educatori, più titolati che qualificati.
L’educazione è sempre stata difficile e in alcuni periodi storici ancora di più. Basta volgere lo sguardo indietro nella storia dove si colgono esempi di grandi educatori. Oltre a don Lorenzo Milani bisogna ricordare don Giovanni Minzoni (1885-1923), che è stato educatore senza fare alcuna teoria o pedagogia ma con il suo operato che è stato definito “pedagogia implicita”: sguardo attento al “mistero che è ogni ragazzo”, formare “coscienze solide”, fondazione di una filodrammatica mista di ragazzi e ragazze (“fatto, questo, veramente rivoluzionario per quei tempi”) e tante altre iniziative, tra cui la biblioteca circolante.
La formatrice Silvia Iaccarino sostiene: “La pedagogia è il cuore pulsante del lavoro di educatori e pedagogisti, ma spesso ci troviamo a confrontarci con pratiche e modelli che continuano a influenzare il nostro presente, pur essendo culturalmente superati. Per secoli, le pratiche educative hanno cercato di plasmare i bambini come adulti “obbedienti” e “utili” facendo ampio uso di pratiche coercitive e violente: punizioni corporali, umiliazioni e violenze psicologiche sono state una realtà quotidiana per anni. Katharina Rutschky [sociologa e pedagogista tedesca] nel 1977 ha coniato un termine per indicare tutte quelle pratiche che venivano utilizzate per educare i bambini ad essere attenti, silenziosi, ubbidienti: pedagogia nera”. Educare non è indicare ai bambini come devono essere ma preparali (come enunciato nel Preambolo e nell’art. 29 lettera d della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia) a trovare il loro essere nella vita, provare il loro “ben-essere” (che non c’entra con quello economico). Si continua, però, a seguire i modelli educativi del passato, soprattutto nella terminologia: “Comportati bene”, “Mi raccomando, fai il bravo”, “Ti punisco togliendoti il cellulare”, “Non ti voglio più bene”, “Non ti comprerò più nulla” e così via.
Silvia Iaccarino aggiunge: “Le punizioni possono sembrare una soluzione rapida ai problemi, ai comportamenti ‘scorretti’ di bambini e bambine ma, in realtà, l’impatto negativo e l’inefficacia a lungo termine le rendono una strategia educativa controproducente. Educare i bambini e le bambine senza ricorrere alle punizioni richiede pazienza, coerenza e una buona dose di autoregolazione che, a volte, noi adulti dobbiamo costruire insieme a loro. I benefici a lungo termine di questo approccio sono notevoli. I bambini e le bambine che crescono in un clima di gentilezza, empatia, comprensione, hanno maggiori probabilità di sviluppare una solida sicurezza in se stessi e una stabilità emotiva che li accompagnerà lungo tutto l’arco della vita. Un approccio educativo basato sul rispetto e sulla comprensione aiuta i piccoli a sviluppare fiducia in se stessi, padronanza di sé, capacità di problem solving e capacità di autoregolare emozioni e comportamenti”. L’educatore dovrebbe comportarsi come l’istruttore di scuola guida: stare a fianco del futuro autista dando indicazioni e intervenire con il freno solo quando necessario e continuare con altre guide se il futuro patentato non ha ancora un modo di guidare sicuro o corretto. I bambini sono strumenti musicali che hanno bisogno di essere accordati per, poi, partecipare al concerto della vita. “[…] il fanciullo per il pieno ed armonioso sviluppo della sua personalità deve crescere in un ambiente familiare, in un’atmosfera di felicità, amore e comprensione” (dal Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia).
Il formatore Carlo Virzi richiama: “Uno dei più grandi errori di un educatore credo sia proprio credere di sapere quale sia la strada giusta per l’altro. In realtà non lo sappiamo – non possiamo saperlo. Possiamo solo essere presenti. A volte il nostro più grande aiuto non è forzare a cambiare le cose, ma accoglierle così come sono. È rimanere accanto senza voler aggiustare, senza fuggire, senza imporre: è abbracciare quell’inferno insieme. Credo che un potente atto educativo nasca da questa presenza: non dal dire “questa è la strada giusta”, ma dal creare e custodire le condizioni affinché l’altro possa accorgersi della propria bussola interiore, affinare il proprio ascolto e trovare il coraggio di seguirla. …e allo stesso tempo non è detto che accada nulla subito.
Ciò che di certo rimane è il nostro esempio di persone presenti e in ascolto, profondamente rispettose della vita dell’altro; è uno spazio di potere e possibilità, libero da ansia, pretesa e giudizio”. L’educazione non è fatta tanto di parole quanto di presenza, ascolto, esempio, rispetto, tutto ciò che spesso manca da parte degli adulti di oggi, spesso immaturi o inadeguati.
Lo psicoterapeuta Alberto Pellai ha scritto nel Decalogo per proteggere i nostri bambini (2018): “Diritto ad un mondo adulto che sa produrre una mente adulta comune rispetto ai bisogni di crescita di bambini, preadolescenti e adolescenti. Occorre che scuola e famiglia siano alleate e condividano metodi ed obiettivi del progetto educativo rivolto a chi sta crescendo. Se questo non succede – e i media e la cronaca nazionale ce lo raccontano ogni giorno – la crescita dei minori sarà sempre più caotica e disorganizzata”.
Prima ancora che di “istruzione di qualità”, bambini e ragazzi hanno bisogno di adulti con qualità.