Satana e Le litanie di Baudelaire

di Antonietta Cataldi

     Come si desume dai libri sapienziali, “le fondamenta della terra furono poste mentre gioivano in coro le stelle del mattino e acclamavano tutti i figli di Dio”[1]. Dunque gli angeli c’erano già: erano figli della luce, frutto del primo atto creativo di Dio.  Sappiamo che erano spiriti dotati di libero arbitrio perché, quando il Creatore cacciò Adamo ed Eva dall’Eden, ai suoi fedelissimi disse: “Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi quanto alla conoscenza del bene e del male”[2].  Parlava agli angeli rimastigli accanto perché, secondo gli esegeti, circa 1/3 di quelli creati si era ribellato, per superbia, per presunzione, Lucifero in testa.  Leggiamo come gli si rivolge Isaia: “Come mai sei caduto dal cielo, astro del mattino, figlio dell’aurora? Eppure tu pensavi nel tuo cuore: Salirò in cielo, sopra le stelle di Dio innalzerò il mio trono. E invece sei stato precipitato negli inferi”[3].

     Dobbiamo soffermarci su quelli che, per libera scelta, si opposero a Dio. Sappiamo che furono scaraventati in abissi[4], in catene eterne, nelle tenebre[5], ma sappiamo anche che sono spiriti e che quindi la loro condanna “per il giudizio del grande giorno” è una limitazione spirituale, le loro tenebre sono uno stato morale che non impedisce loro di agire nel mondo, attraverso false apparenze, per tentare l’umanità in opposizione a Dio.  Circa la loro capacità di travestirsi, Paolo scrive: “Satana si maschera da angelo di luce. Non è perciò gran cosa se anche i suoi ministri si mascherano da ministri di giustizia; ma la loro fine sarà secondo le loro opere”[6].

     È interessante, a questo punto, notare la diversa prospettiva dell’Islam, secondo cui Dio, dalla luce, creò gli angeli come creature obbedienti e prive di libero arbitrio, mentre, dal fuoco, creò i jin, entità spirituali che, per essere dotate di libero arbitrio, potevano essere buone o malvagie. Iblis è l’equivalente di Satana e ha per missione fuorviare l’umanità[7].

     Torniamo alla Bibbia, lì dove si descrive la ribellione: “Il serpente antico, colui che è chiamato diavolo e il Satana e che seduce tutta la terra abitata, fu precipitato sulla terra e con lui anche i suoi angeli”[8].  Ora è chiaro: Satana venne cacciato dal cielo ma non dall’Eden che era, appunto, un paradiso “terrestre”. Lì, nelle sembianze del serpente che – ricordiamolo – “era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto”[9], lì, presso l’albero della conoscenza del Bene e del Male, compì la sua prima vendetta contro Dio tentando e ingannando i nostri progenitori.  Teniamo a mente tutto questo mentre passiamo a considerare il rapporto di Baudelaire col Male.

     La vita di Baudelaire è complicata fin dall’inizio. Sua madre è una giovane orfana, sposa di un ex-sacerdote che ha più del doppio dei suoi anni. Di questo padre anziano sappiamo che compone un album per mostrare al figlio, attraverso le immagini, la “lezione delle cose” e che così desta in lui la curiosità per la “cosa dipinta”.  Il problema è che muore quando il piccolo non ha ancora compiuto sei anni e la madre, l’anno dopo, si risposa con un alto ufficiale in carriera che ha già un figlio adolescente. Baudelaire si ritrova con un fratellastro assai più grande di lui, un patrigno austero, severissimo, e un “sentimento di solitudine, fin dall’infanzia”[10].  Comincia a sbandare. Inutilmente cercano di mandarlo a Calcutta per allontanarlo dalle “cattive frequentazioni”.

     A 21 anni entra in possesso dell’eredità paterna che dilapida quasi per metà in meno di due anni. A questo punto la madre si lascia convincere dal marito a farlo interdire, così che gli viene corrisposta una rendita mensile equivalente al reddito di un impiegato. Da qui derivano le grandi difficoltà finanziarie che assilleranno il poeta per tutta la vita e che saranno uno dei temi delle moltissime lettere alla madre. Da lei si sente tradito ma cerca di riconquistarla scrivendole delle proprie paure e dei tanti progetti.  Così si descrive: “Sono sempre stato vizioso e responsabile. Purtroppo! Mi mancano forse le frustate che s’impartiscono ai bimbi e agli schiavi”[11].  In uno degli appunti pubblicati postumi, di se stesso annota: “Da bambino, a volte volevo essere papa, ma papa militare, a volte commediante”[12].  L’autoanalisi precisa è, tuttavia, quella dell’appunto successivo: “Fin da bambino ho avuto in cuore due elementi contradditori, l’orrore della vita e l’estasi della vita”[13].

     Non vale solo per sé; a suo giudizio, la duplicità è l’essenza della natura umana: “In ogni uomo ci sono, in ogni momento, due postulazioni simultanee, una verso Dio, l’altra verso Satana. L’invocazione a Dio, o spiritualità, è un desiderio di salire di grado; quella di Satana, o animalità, è una gioia di scendere. A quest’ultima si devono riferire gli amori per le donne”[14]. Torneremo all’animalità quando parleremo della sua misoginia. Ora, a proposito di spiritualità, ricordiamo la sua affermazione a proposito di religione: “Darsi ancora la pena di negare Dio è infatti il solo scandalo in simile materia”[15]. È scritta prima del 1862, esclude quindi “una conversione alla fine della vita” ipotizzata da alcuni commentatori[16].

     D’altra parte, lui che denuncia lo “stile satanico della mente”[17], ricorda “fin dall’infanzia, la tendenza al misticismo e le conversazioni con Dio”[18]. E parla di “presentimenti, di segni inviati da Dio”[19], della preghiera come “serbatoio di forza”[20], del rosario come di “un medium, un veicolo, la preghiera messa alla portata di tutti”[21], delle sue umiliazioni come di “grazie di Dio”[22]. E lancia un messaggio: “Avviso ai non-comunisti: Tutto è comune, perfino Dio”[23].  Poi, quando giura a se stesso di seguire “regole eterne” per la propria vita, tra queste include l’affidarsi “a Dio, cioè alla Giustizia stessa” per il buon esito dei suoi progetti[24]. Tanti, purtroppo, resteranno irrealizzati per le sue inquietudini, i continui spostamenti che lo portano a cambiare casa 30 volte in 24 anni e fanno di lui, nella definizione di Veneziani, “il poeta dell’Altrove”[25]. Ai turbamenti si aggiungono le oscillazioni dello stato d’animo, che lo inducono a pensare che “forse sarebbe dolce essere alternativamente vittima e carnefice”[26] e a tentare due volte di mettere in pratica propositi suicidari[27].

     A volte è devoto, come quando afferma: “L’uomo che la sera dice la sua preghiera è un capitano che dispone le sentinelle. Può dormire”[28]. Altre volte è empio, come quando sostiene che “Dio è il solo essere che, per regnare, non abbia neanche bisogno d’esistere”[29]. Tuttavia non è ateo, tant’è che fa un “Calcolo in favore di Dio. Niente esiste senza scopo. Dunque la mia esistenza ha uno scopo. Quale? Lo ignoro. Dunque non sono stato io a stabilirlo. È stato qualcuno più sapiente di me. Bisogna dunque pregare quel qualcuno d’illuminarmi. È il partito più saggio”[30].  E, nell’esaminare “il dolore del cornuto”, sostiene che esso “nasce dal suo orgoglio, da un ragionamento sbagliato sull’onore e sulla felicità, e da un amore insulsamente distolto da Dio per essere attribuito alle creature”[31].  Bellissima è la sua definizione di “Dio e la sua profondità: Non si può mancare d’intelligenza e cercare in Dio il complice e l’amico che mancano sempre. Dio è l’eterno confidente in questa tragedia di cui ognuno è l’eroe”[32].  Certo può sembrare blasfemo quando, in questo contesto, usa il verbo prostituirsi ma non lo è se il termine viene inteso nel senso di offrirsi. D’altra parte, per lui “l’arte è prostituzione”[33].

     Vediamo quando passa al sentimento: “Che cos’è l’amore? Il bisogno d’uscire da se stessi. L’uomo è un animale adoratore. Adorare, è sacrificarsi e prostituirsi. Così ogni amore è prostituzione. L’essere più prostituito è l’essere per eccellenza, è Dio, perché è l’amico supremo per ogni individuo, perché è il serbatoio comune, inestinguibile, dell’amore”[34].  C’è un’altra affermazione che assume un significato diverso da quello apparente, se contestualizzata: “Quelli che mi hanno voluto bene erano gente disprezzata, direi anzi disprezzabile, se volessi piacere alla gente perbene. Dio è uno scandalo, –  uno scandalo che rende”[35].

     Anche Baudelaire ha dato scandalo alla “gente perbene”, tanto da subire una incriminazione per oltraggio alla religione e alla morale pubblica e una condanna alla soppressione di sei delle 52 poesie della prima edizione de I fiori del male, rimaste censurate per 92 anni, fino al 1949, quando la Corte di Cassazione francese ha annullato la sentenza del 1857 riabilitando l’opera. Hanno tutte come protagoniste donne di estrema sensualità: questo è ciò che lo attrae e lo conquista nel genere femminile.  Per il resto, è misoginia: “La donna non sa separare l’anima dal corpo. È semplicista, come gli animali.  –  Un satirico direbbe: perché ha soltanto il corpo”.  Di più: “Mi sono sempre stupito che si lascino entrare in chiesa le donne. Che conversazione possono avere con Dio?”[36].  E’ una sorta di condanna, per l’uomo: “Di fastidioso, nell’amore, c’è che è un delitto in cui non si può fare a meno di un complice”[37]. Perciò, “non potendo sopprimere l’amore, la Chiesa ha voluto almeno disinfettarlo, e ha decretato il matrimonio”[38].  Il poeta fa però una distinzione: una cosa è il sentimento, altra è la sessualità. “La voluttà unica e suprema dell’amore sta nella certezza di fare il male.  –  E l’uomo e la donna sanno fin dalla nascita che nel male si trova ogni voluttà”[39].

     La certezza che l’essere umano sappia “fin dalla nascita” della voluttà del male spinge Baudelaire ad essere implacabile contro George Sand quando “sostiene che i veri cristiani non credono all’Inferno. La Sand è per il Dio della brava gente, il dio delle portinaie e dei domestici di mano lesta. Ha le sue buone ragioni per voler sopprimere l’Inferno”[40].  E subito dopo: “Non si deve credere che il Diavolo tenti solo gli uomini di genio. Probabilmente disprezza gli imbecilli, ma non disdegna il loro aiuto. Anzi, proprio all’opposto, fonda su di loro grandi speranze. Guardate George Sand” e giù una serie di improperi contro costei che giudica una “indemoniata”[41].  Ricordiamo, a questo punto, come egli cataloga l’umanità: “Di grande, fra gli uomini, non c’è che il poeta, il prete e il soldato, l’uomo che canta, l’uomo che benedice, l’uomo che sacrifica e si sacrifica. Il resto è buono per la frusta”[42].  Lui è certamente un poeta, geniale e presuntuoso, che si porta via i testi che ha proposto per la pubblicazione se gli vengono richiesti “tagli indispensabili” o “ritocchi” e che se, dopo l’uscita, trova che vi sono stati introdotti, senza avvertirlo, “cambiamenti straordinari”, così, nel 1863, fa le proprie rimostranze: “Vi avevo detto: sopprimete tutto un brano, se una virgola vi dispiace nel brano, ma non sopprimete la virgola; essa ha la sua ragione d’essere. Ho passato tutta la mia vita a imparare a costruire qualche frase, e affermo senza temere di far ridere che quello che consegno alle stampe è perfettamente finito […] so quello che scrivo, e racconto soltanto quello che ho veduto”[43].  D’altra parte, è lo stesso uomo che si è chiesto: “Darsi a Satana, che cosa è?”[44]  È votarsi alla sconfitta, perché Satana ha la crudeltà che il poeta attribuisce a Dio nel momento in cui, nel suo cuore, prevale la postulazione verso il male.  Ora, quelle che erano conversazioni e preghiere divengono anatemi e toccano persino il Figlio.  Vediamo quando e come.

     L’unica volta in cui lo nomina nell’ultima parte della propria vita è con ironia: “Quando Gesù Cristo dice «Beati gli affamati, perché saranno sazi», Gesù Cristo fa un calcolo di probabilità”[45].  In pieno tumulto, invece, impreca contro di lui, pur riconoscendogli indubbia divinità: “Abbiamo bestemmiato Gesù, il più incontestabile degli Dei!”[46].  La qualità che, durante l’esame di coscienza, gli viene riconosciuta, fa di lui una vittima al momento della crocifissione. Vittima in primo luogo di Dio, diventato, nella rievocazione che gliene fa San Pietro, “colui che nel suo cielo rideva al rumore dei chiodi, che ignobili carnefici piantavano nelle tue carni vive”.

Ecco il Padre trasformato in “un tiranno”, per il quale “le nostre orribili bestemmie sono un dolce rumore” e “i singulti dei martiri e dei suppliziati una sinfonia inebriante”.  È certamente una immagine satanica, carica di un rancore smisurato, che ricorda quella   che si genera nella mente di un figlio che si sente incompreso, tradito.  Allora il padre diventa un despota, nell’accezione corrente del termine, non nel significato alto di “signore” conservato come titolo vescovile presso la Chiesa Ortodossa.  E’ un padre cattivo, che ride del dolore dell’umanità, a cominciare da quella del Figlio, con cui non la condivide.  E’ un Dio che non conosce il dolore, non lo ha mai provato: per questo rimane muto di fronte alle suppliche di Cristo e alla sua paura di essere abbandonato. Ha assegnato al Figlio un compito che ne prevede la sofferenza, l’umiliazione e la morte, come capita a tutti gli esseri umani, e il Figlio, docile, suo agnello, accetta e subisce.  D’altra parte, quale sarebbe stato il suo valore se fosse comparso e poi scomparso come una meteora?  In San Pietro c’è solidarietà verso Gesù per il suo vissuto sulla terra, dove è venuto, “col cuore gonfio di speranza e d’ardore, ad adempiere l’eterna promessa” di riscatto dal peccato originale. C’è ammirazione per la sua figura di Maestro e la severità con cui ha fustigato “tutti quei vili mercanti”. C’è compassione per lui quando le spine gli penetrano nel cranio, perché lì “viveva l’immensa Umanità”. C’è dunque rispetto per Cristo in quanto “Figlio dell’Uomo”. Il punto è che il nostro è un mondo in cui “l’azione non è sorella del sogno” e forse questo deve essere il suo rimorso. Perciò lo rinnega in quanto “Figlio di Dio” e il poeta approva il suo operato: “San Pietro ha rinnegato Gesù … Ha fatto bene!”[47]

     Baudelaire si rende conto della gravità della propria posizione, tant’è che, nella lettera alla madre del 26 marzo 1853, parla di questa poesia come di un componimento “assai pericoloso”.  Conosce la vicenda umana dell’apostolo.  Ricordiamo che Pietro è stato il primo dei discepoli a vedere in Gesù il Cristo, il consacrato di Dio.  Tra gli evangelisti, solo Matteo aggiunge “il Figlio del Dio vivente”[48].  Gesù fa spesso riferimento al Padre ma non si dichiara esplicitamente Figlio se non in risposta ad affermazioni altrui.  Quando gli anziani del popolo gli chiedono: “Tu dunque sei il Figlio di Dio?” risponde “Voi stessi dite che io lo sono”[49]. Con questa accusa e per questo reato viene condannato. Pietro che, al momento della cattura, quando tutti erano fuggiti, era stato l’unico a seguirlo, non regge di fronte agli astanti che lo indicano come suo seguace e lo rinnega tre volte.  Gesù, che lo aveva predetto, lo guarda e lui piange “amaramente”[50].  Si riscatterà, perché passerà il resto della vita a diffondere il Vangelo e, al momento del martirio, giudicandosi indegno di morire come il Maestro, otterrà di essere crocifisso a testa in giù. Ecco perché Baudelaire lo vede Santo.  Lo sdoppiamento della figura di Cristo non è incompatibile con chi ha un cuore perennemente dilaniato.  Quando “la feccia del corpo di guardia sputa sulla divinità” del Figlio, egli rinnega in lui quella del Padre, che gli ha affidato una missione impossibile in una realtà in cui i sogni non si realizzano e in cui la fine è oltraggiosa.

     Tanta rabbia contro Dio si manifesta in un’altra poesia della sezione Rivolta, dove c’è l’invito alla “Stirpe di Caino: «Sali al cielo, e sulla terra getta Iddio»”[51].  Baudelaire non riconosce Dio come un vero Padre perché l’uomo, sua creatura, ha la sua immagine, gli somiglia, ma non ha la sua sostanza.  Per di più, dopo la prematura scomparsa del padre biologico, non è stata certamente una figura positiva quella del patrigno, per il quale il figliastro è stato solo un problema.  

     Dio diventa una immagine paterna quando parteggia per il perdente e questo lo porta a credere che sia dalla parte del Poeta, maledetto alla nascita dalla sua stessa madre, che “non comprende i disegni eterni”. Perciò “l’accoglie pietoso” e lascia che “s’inebri di sole e alzi sereno le proprie braccia pie verso il Cielo, ove il suo occhio vede uno splendido trono”. È così che “il ripudiato” a lui si rivolge: “Sii benedetto, mio Dio, che dai la sofferenza come un divin rimedio per le nostre vergogne …. So che al Poeta tu riservi un posto nelle schiere beate delle sante Legioni …. So ch’è il dolor la sola nobiltà, cui mai non morderà terra né inferno”[52].  Qui sta la sua illusione, giacché lui è certamente un poeta, e per giunta rigoroso, tanto da esortarsi così: “Sii sempre poeta, anche in prosa”[53].  Ciò che non sa è che per lunghi anni nel suo cuore prevarrà la postulazione verso il male e questo lo dominerà.  Non riuscirà a elevarsi al di sopra della miseria terrena e della dannazione infernale.

     E’ giunto il momento di parlare di Satana, che Baudelaire definisce il più perfetto tipo di bellezza virile – alla maniera di Milton, cioè così: “sotto le sopracciglia d’un coraggio indomito e di un orgoglio paziente, veglia la vendetta.  Crudeli erano gli occhi, ne sfuggivano tuttavia segni di compassione e di rimorso”[54].  Vediamo il suo rapporto con Baudelaire.

     Nella poesia che introduce I fiori del male, il poeta si descrive usando un plurale che lo accomuna a tutti coloro che si trovano nella sua condizione: il loro spirito è occupato e il loro corpo distrutto dalle loro colpe, dagli “amabili rimorsi”, dai “peccati testardi”, dai “pentimenti deboli”, dall’illusione che “vili pianti” bastino a rendere puri.  Scrive: “Sul cuscino del male Satana Trismegisto ci culla lungamente lo spirito stregato …  E’ il Diavolo a tenere i fili che ci muovono! … nei cervelli bisboccia un popolo di Dèmoni e, quando respiriamo, la Morte nei polmoni scende, fiume invisibile, con dei sordi lamenti. … Ma fra i mostri che guaiscono, ululano, grugniscono, strisciano nel serraglio laido dei nostri vizi, uno ve n’è più brutto, più malvagio, più immondo! … E’ la Noia!”  Se il loro destino non è ancora approdato a crimini più truci, è perché la loro anima “non è abbastanza ardita”[55].

     Per Baudelaire, questo è tanto più vero in quanto il darsi a Satana non mette a tacere l’altra parte del suo cuore, perennemente devastato dai sensi di colpa: “Io sono un cimitero aborrito dalla luna, ove, come rimorsi, si trascinano lunghi vermi che s’accaniscono sempre sui miei morti più cari”[56].  “E lunghi trasporti funebri, senza tamburi né musica, sfilano lentamente nella mia anima; la Speranza, vinta, piange, e l’Angoscia atroce, dispotica, sopra il mio cranio chinato pianta il suo nero vessillo”[57].  È l’effetto della duplicità che alberga in lui, quella per cui ogni momento è “l’incontro a due, cupo e limpido, di un cuore divenuto il proprio specchio, pozzo di Verità – la consapevolezza del Male!”[58] Sa di non potersi nemmeno pentire. L’ha avvertito l’Orologio, dio sinistro: “Presto suonerà l’ora in cui il divino Caso, e l’augusta Virtù, tua sposa ancor vergine, e il Pentimento stesso (ahi, l’ultimo asilo!) e tutto ti dirà: Muori, vecchio vile, è troppo tardi!”[59].

     Questa poesia è inserita nella seconda edizione de I fiori del male, del 1861. Molte cose sono cambiate nella sua vita: nel 1957 è morto il patrigno, da due anni vive da sua madre ma soffre di sifilide dagli anni di Parigi, è dipendente dall’oppio e ha cominciato ad essere affetto da vertigini.  Non c’è tempo per il pentimento ma non ce n’è nemmeno la possibilità perché –  come spiega   –  “s’agita di continuo accanto a me il Demonio; mi gira attorno come un’aria impalpabile; io l’inghiotto e lo sento che mi brucia i polmoni e li riempie d’un desiderio eterno e colpevole. … Mi conduce così, lungi dallo sguardo di Dio”[60]

     In questa condizione, non può che implorare una tregua. Di qui le litanie. Ogni supplica si conclude con “abbi pietà, Satana, del mio lungo penare!”

     Le invocazioni raccolgono tutte le qualità soprannaturali che il poeta gli attribuisce, per quanto perdente a fronte di un “Dio geloso”:

     “Tu, che sei il più bello e il più sapiente degli Angeli, Dio tradito dalla sorte e privato delle lodi; Principe dell’esilio, cui è stato fatto torto, e che, vinto, sempre ti rialzi più forte”.

     Ne esalta le doti di “guaritore abituale delle angosce umane”.

     Gli riconosce il merito di insegnare “con l’amore il gusto del Paradiso anche ai lebbrosi, ai paria maledetti”.

     Gli ascrive una paternità inaspettata: “Tu che dalla Morte, tua antica e forte amante, generasti la Speranza – una folle affascinante!”

     Gli riconosce l’attitudine a consolare “l’uomo debole che soffre”, a proteggere gli ubriachi, a sostenere gli esuli, a dare alle donne la vocazione di crocerossine.

     Quasi una predilezione. Non per niente, nell’ultima invocazione, lo chiama: “Padre adottivo di tutti quelli che, con nera collera, dal paradiso terrestre Dio Padre ha cacciato”.  Può ben esserlo perché, a differenza del Padre eterno, lui conosce il peccato e sa cosa sono il dolore e la sconfitta.

     La litania si chiude con una Preghiera:

“Gloria e lode a te, Satana, nel più alto dei Cieli, dove tu regnasti, e nel profondo dell’Inferno, dove tu, vinto, sogni in silenzio! Fa’ che la mia anima, un giorno, riposi presso di te sotto l’Albero della Scienza, quando sulla tua fronte, come un Tempio nuovo, distenderà i suoi rami!”[61]

     Satana può sognare, perché è vero che regna ancora come “dio di questo mondo” in coloro ai quali “ha accecato la mente”[62] ma sa che “gli resta poco tempo”[63].  Il Giudizio universale porrà fine alla storia del peccato e il male non esisterà più nella “nuova terra” e nei “nuovi cieli”.  La sua influenza sulla creazione cesserà e potrà infine fermarsi nel Paradiso terrestre presso l’Albero della Scienza, cioè della conoscenza del bene e del male, dove per la prima volta agì da Demone. Sconfitto allora dalla Giustizia di Dio, potrà riposare, protetto dai rami dell’albero come in un Tempio nuovo.  Ricordiamo che, per Baudelaire, “è la Natura un tempio”[64]. Questo sarà un tempio nuovo, con una sua sacralità, in cui si potrà cogliere il mistero dell’esistenza.

     Lì il poeta chiede a Satana di potergli, un giorno, riposare accanto.  Che si tratti di un periodo di mille anni o del regno definitivo con Cristo[65], certo è che ci sarà un po’ di pace. Per tutti.


[1] Libro di Giobbe 38, 4-7.

[2] Libro della Genesi 3,22.

[3] Libro del profeta Isaia 14, 12-15.

[4] Seconda lettera di Pietro 2, 4.

[5] Lettera di Giuda 1,6.

[6] Seconda lettera ai Corinzi 11, 14-15.

[7] Corano, sura 72°.

[8] Libro dell’Apocalisse 12, 9.

[9] Libro della Genesi 3,1.

[10] BAUDELAIRE Charles, Il mio cuore messo a nudo, Adelphi, 1983.  Da questo volume sono tratte anche le citazioni da Razzi e da Igiene.

[11] Razzi VIII, nota 30.

[12] Il mio cuore messo a nudo XXXIX.

[13] Il mio cuore messo a nudo XL.

[14] Il mio cuore messo a nudo XI.

[15] Razzi XV.

[16] BAUDELAIRE Charles, op. cit., pag. 121.

[17] Razzi XI.

[18] Il mio cuore messo a nudo XLV.

[19] Igiene I.

[20] Razzi VI.

[21] Razzi XI.

[22] Igiene V.

[23] Il mio cuore messo a nudo XXXIII.

[24] Igiene VII.

[25] VENEZIANI Marcello, Baudelaire in viaggio tra Satana e Dio, in La Verità, 2 aprile 2021.

[26] Il mio cuore messo a nudo I.

[27] BAUDELAIRE Charles, op. cit., pag. 170-1.

[28] Igiene VI.

[29] Razzi I.

[30] Il mio cuore messo a nudo III.

[31] Il mio cuore messo a nudo XXXVIII.

[32] Il mio cuore messo a nudo XLIII.

[33] Razzi I.

[34] Razzi XXV.

[35] Razzi XI.

[36] Il mio cuore messo a nudo XXVII.

[37] Il mio cuore messo a nudo XX.

[38] Il mio cuore messo a nudo XVIII.

[39] Razzi III.

[40] Il mio cuore messo a nudo XVI.

[41] Il mio cuore messo a nudo XVII.

[42] Il mio cuore messo a nudo XXVI.

[43] Il mio cuore messo a nudo XV, nota 19, pag. 156-7.

[44] Razzi XIV.

[45] Il mio cuore messo a nudo XLI.

[46] L’esame di mezzanotte, inserita nella seconda edizione de I fiori del male.

[47] Il rinnegamento di San Pietro CXVIII, in BAUDELAIRE Charles, I fiori del male, Foschi Editore 2018.

[48] Vangelo secondo Matteo 16: 13-23.

[49] Vangelo secondo Luca 22: 70.

[50] Ibidem 54-62.

[51] Abele e Caino CXIX, in I fiori del male, cit.

[52] Benedizione I, ibidem.

[53] Igiene III.

[54] Razzi X e nota 41 pag. 136.

[55] Al lettore.

[56] LXXVI.  Spleen.

[57] LXXVIII.  Spleen.

[58] LXXXIV.  L’irrimediabile II.

[59] LXXXV.  L’orologio.

[60] CIX.  La distruzione.

[61] CXX.  Le litanie di Satana.

[62] Seconda lettera ai Corinzi 4:4.

[63] Libro dell’Apocalisse 12:12.

[64] IV. Corrispondenze.

[65] Libro dell’Apocalisse 20: 1-3; poi 21 e 22.

Nota 14 aprile 2026, AOODPIT 1667

Ministero dell’istruzione e del merito
Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione

Ai Direttori Generali e ai Dirigenti Titolari degli Uffici Scolastici Regionali
Ai Dirigenti degli Ambiti Territoriali
Al Sovrintendente Scolastico per la provincia di BOLZANO
All’Intendente Scolastico per la Scuola in lingua tedesca BOLZANO
All’Intendente Scolastico per le Scuole delle località ladine BOLZANO
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Al Comitato Nazionale per l’apprendimento pratico della Musica per tutti gli studenti
LORO SEDI

OGGETTO: “Premio Abbado Far Musica Insieme”, “Premio Abbiati per la Scuola” e “Premio Luigi Berlinguer-Trinity College London” – Concorso musicale destinato agli allievi delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado – A.S. 2025-2026.

Nota 14 aprile 2026, AOODGSIP 1454

Ministero dell’istruzione e del merito
Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione
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Ai Direttori generali degli Uffici scolastici regionali
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All’Intendenza Scolastica per le Località Ladine Bolzano
Al Dipartimento Istruzione e Cultura della Provincia Autonoma di Trento
Alla Sovrintendenza agli studi per la Regione Valle d’Aosta
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e, p. c. All’Ufficio di Gabinetto
Al Capo del Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione
Al Capo Dipartimento per le risorse, l’organizzazione e l’innovazione digitale

Oggetto: “LA SCUOLA FERMA I BULLI – Esempi di buone pratiche educative” Ministero dell’istruzione e del merito, 16 aprile 2026. Evento in diretta streaming, ore 11,00-12,00

Gazzetta ufficiale – Serie Generale n. 86