Mauro Corona continua a ricordare
di Antonio Stanca
All’anno scorso risale la ristampa, presso Mondadori, de Il soffio del gallo forcello, un racconto di Mauro Corona pubblicato la prima volta molti anni fa, nel 1994. Per scriverlo Corona aveva impiegato una sola notte. Lo aveva fatto perché gli era stato chiesto dal maestro Aldo Colonnello che nel 1989 a Montereale Valcellina, in provincia di Pordenone, aveva fondato il Circolo Culturale detto il Menocchio e intorno ad esso andava animando un’attività di un certo interesse.
Va notato che da un po’ di anni Corona sta ristampando sue opere precedenti quasi volesse ripercorrere strade già battute o ricordare vecchi tempi. Ora ha settantasei anni, è diventato un noto personaggio televisivo, ha scritto molte opere, ha fatto di esse le testimonianze più dirette, le più autentiche di un tempo, di un luogo, di una vita, di un’epoca che la modernità ha guastato, rovinato nei suoi valori morali, spirituali, quelli dell’anima, dell’idea, li ha sostituiti con altri completamente diversi. Ripubblicando le sue opere è come se Corona non volesse rassegnarsi ad una perdita così grave, come se volesse evitarla dal momento che più degli altri sono quelli della sua generazione che la stanno soffrendo e non è facile che la accettino. Perciò Il soffio del gallo forcello, che dice di quando l’autore era ancora bambino e il padre lo portava alla caccia del gallo forcello, gli è sembrato il modo migliore per rivivere quelli che considera gli anni più belli della sua vita, i più sentiti, i più vissuti nello spirito, non alterati da quanto di materiale è venuto a sostituirli, a privarli della loro validità. Ancora valgono, non sono esposti a crisi, a perdite come succede con la materia che si guasta o col tempo che passa. È una condizione di felicità quella che gli procura il ricordo del gallo forcello o fagiano di monte. Era uno dei tipi di caccia praticati dal padre e per Mauro sarebbe stato il primo racconto della sua attività letteraria. Ma sono anche molte altre le cose che emergono da questa lettura pur se breve e frammentaria. Sono legate a tanti momenti, a tanti aspetti della sua vita di allora. Di carattere autobiografico è pure il loro valore. Più di ogni altro argomento poteva riuscire d’aiuto all’attuale condizione del Corona scoprirsi parte di un passato che non riesce a qualificare come finito. Non vi sarà momento o aspetto di questa esperienza, di questa caccia al gallo forcello che l’autore non ricordi in ogni particolare. Aveva sette, otto anni, era partito col padre prima che facesse alba e quando, all’inizio della primavera, lì ad Erto ancora fa freddo. I due hanno tutto quello che la circostanza richiede, hanno di che scaldarsi, di che mangiare, parlano di cose loro e soprattutto non vanno veloci perché non vogliono affaticarsi o arrivare prima e soffrire il freddo. È all’alba che il gallo forcello si svela, fa sentire il suo “soffio” e il cacciatore il suo fucile che riecheggerà per tutta la valle. Allora l’operazione potrà dirsi conclusa, la caccia sarà andata bene, qualche altra preda e poi si potrà essere di ritorno anche se i pensieri, i sentimenti del bambino saranno diversi da quelli del padre. Lui non è come questi, distante, separato dalla vita degli animali che periscono sotto le fucilate. Il bambino soffre di quelle perdite. Si sente in debito verso il padre per quanto della montagna gli ha fatto sapere, per i misteri che gli ha svelato, per le visioni preziose, incantate dei paesaggi ma personali, soggettive rimarranno quelle impressioni. Le proverà a suo modo, nel modo del suo spirito, che lo aveva voluto artista e che solo così lo aveva fatto sentire appagato, compiuto. Se è tornato tante volte sugli stessi argomenti vuol dire che erano stati molto importanti per la sua vita e la sua opera. Corona è uno degli autori nei quali queste s’identificano e tanto difficile diventa distinguerle che necessario si rende il loro aiuto.

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