A. Lattanzio, Le fedi religiose al tempo della complessità

L’ENTRE-DEUX COME LEBENSRAUM  DELLA TEOLOGIA PRATICA NELLA SOCIETA’ COMPLESSA

di Carlo De Nitti

La relazione è la realtà ontologicamente costitutiva dell’essere dell’uomo: non già, quindi, un “io” ma un “io” ed un “tu” che, insieme, costituiscono un “noi”. La relazionalità, come dimensione originaria dell’essere umano, è un concetto acquisito sin dall’aristotelico “zoon politikon”, che corre lungo tutta la storia del pensiero occidentale: basti pensare, nel secolo scorso, anche limitandosi all’Italia, all’evoluzione del pensiero di Enzo Paci (1911 – 1976) o alle argomentazioni sull’originarietà della relazione nell’ambito della comunità umana di Giuseppe Semerari (1922 – 1996) nonché a volumi paciani come Tempo e relazione (1954), Dall’esistenzialismo al relazionismo (1954), e semerariani La filosofia come relazione (1957), Responsabilità e comunità umana (1960).

Se l’essenza dell’essere umano è la relazionalità con gli altri e con l’Altro, allora ciò sta a dire che l’uomo nasce ‘plurale’, sebbene l’io, con la sua onnipotenza, ha messo in crisi le istituzioni sociali plurali – la famiglia, i sindacati, i partiti politici – e, quindi, l’intera società, nonché creato la massima disparità tra ricchi e poveri sull’intero pianeta, mettendo in crisi l’humanitas come finora è stata conosciuta e praticata.

Allo spazio relazionale – l’《entre-deux》- come ‘luogo di incontro’ e spazio vitale (Lebensraum) tra teologie, dedica il suo ultimo, documentatissimo e ponderoso lavoro bibliografico (pp. 320), dal titolo Le fedi religiose al tempo della complessità. Per una teologia dell’entre-deux, don Antonio Lattanzio – giovane presbitero barese, valente studioso di Teologia pratica, docente presso la Facoltà Teologica Pugliese e l’Institut Catholique de Paris e componente del Consiglio direttivo della Società internazionale di Teologia pratica – che ha visto la luce in questo avvio di 2026 per i tipi della benemerita casa editrice SECOP di Corato.

Non è un caso se questo interessantissimo volume è prefato dall’Imam Saifeddine Maaroufi della Moschea del Perdono di Lecce che così scrive in un importante passaggio del suo intervento: ”Accogliere la spiritualità altrui, invece, non significa relativizzare la propria fede, ma riconoscere la Luce di Dio riflessa in ogni comunità. Collaborare partendo da questo riconoscimento rende possibile non solo contrastare le varie forme di fanatismo e discriminazione, ma anche edificare una società in cui la pace non sia semplicemente assenza di conflitto, bensì il frutto di relazioni fondate sul rispetto, sulla dignità e sulla condivisione di valori comuni“ (p. 8).

Il volume di Antonio Lattanzio è inaugurato da un’Ouverture, alterna ai quattro capitoli – Jacques Audinet (1928 – 2016): un pioniere dimenticato; Verso l’elaborazione di un nuovo paradigma teologico?; La teologia pratica: Tra antropologia socio-culturale e teologia fondamentale; Verso una teologia dialogare e transculturale? – tre interludi – ognuno dei quali un trait-d’union tra i capitoli – concludendosi con un Epilogo (Per una teologia come Locus medius) ed è arricchito da un’amplissima bibliografia in lingua francese.

Alla mera lettura dell’indice del volume, colpisce l’uso nei titoli di preposizioni quali verso, tra e per: esse dicono ictu oculi la dimensione conativa, dialogica e relazionale della proposta teologica dell’Autore. Essa è esposta sinteticamente, a mo’ di ipotesi di lavoro in forma opportunamente interrogativa, nell’Ouverture (pp. 9 – 19): “Qual è il compito di una teologia pratica (sulla base e a partire dall’atto di confessione della fede) in un contesto sociale culturale in continua evoluzione e caratterizzato dal pensiero critico e dal pluralismo a tutti i livelli (molteplici visioni del mondo, molteplici metodi di analisi)? Partendo da questo contesto, come può la teologia trovare il suo posto allo stesso livello di interesse delle altre scienze umane per contribuire a una comprensione organica dell’essere umano?” (p. 19).

La teologia pratica che l’Autore di questo affascinante volume propone ai suoi lettori – specialisti della disciplina teologia in tutte le sue branche di sicuro, ma anche ‘dilettanti’ (in senso etimologico), o, come chi scrive queste righe, semplicemente ‘curiosi’ (anche qui l’aggettivo è utilizzato in senso etimologico). Lo spazio vitale (Lebensraum) indispensabile per la teologia è proprio quello delle relazioni, il locus medius tra l’io, gli altri e l’Altro.

La teologia pratica che propone Lattanzio si configura, a modesto parere di chi scrive, come una ‘teologia in situazione’, che vive – in quanto scienza umana tra tutte le altre – nel tempo e nelle società del XXI secolo in cui ci tocca di vivere. L’essere in situazione per la teologia non significa relativizzare o sminuire i suoi principi, i suoi fondamenti ed i suoi contenuti, ma assumere un ruolo ermeneutico le consente di trovare i principi categoriali mediante i quali comprendere la molteplicità delle situazioni reali. È questa la sua vera scommessa: il ruolo che può giocare la teologia pratica come scienza umana e come scienza delle pratiche, senza scadere nel relativismo. Ad evitarlo giova tenere – propone il teologo Antonio Lattanzio – un approccio paradigmatologico e transdisciplinare che “vuole incoraggiare questo lavoro continuo di rilettura e di reinterpretazione delle pratiche alla luce dei cambiamenti antropologici e socioculturali in atto […] elaborare un discorso all’interno della fede, coerente coi linguaggi del nostro tempo, affinchè la Chiesa continui ad esistere, fedele alla sua missione primaria” (p. 319).

La disamina attenta e puntuale dello sviluppo del pensiero del teologo francese Jacques Audinet (1928 – 2016) – un ‘pioniere dimenticato’, come lo definisce Antonio Lattanzio, ma anche il ‘padre nobile’ di questa prospettiva teoretica e di ricerca che coniuga antropologia e teologia, cui egli aderisce – attraversa tutto questo volume: “La catechesi diventa quindi il luogo privilegiato di un’ermeneutica teologica nella fede, che permetta alla teologia di ritrovare il suo carattere propriamente dialogico, purificandosi da ogni visione fissa della realtà e di riconquistare il suo posto nella riflessione pubblica, allo stesso tavolo delle altre scienze umane” (p. 97). La catechesi è la teologia in situazione, la teologia pratica che, confessata la fede, si colloca sempre nei crocevia delle più importanti sfide culturali del nostro tempo: il meticciamento delle culture e la mondializzazione.

Studiare il primo è la via migliore per comprendere la seconda: significativo il riferimento al volume di Charles Taylor ed al suo multiculturalismo, maturato nel Québec canadese (terra di incontro di culture per definizione), esteso alla dimensione antropologica. Meticciare persone appartenenti a culture diverse significa ampliare il dialogo ed i suoi spazi – l’entre-deux – anche alle scienze umane in dialogo/meticciamento reciproco (come non rammemorare il volume scritto a quattro mani con Jurgen Habermas?).

Jacques Audinet pensa alla teologia ed all’antropologia socio-culturale andare verso la transdisciplinarità delle discipline teologiche. E’ questo – pare di intendere – lo spazio delle teologia pratica che, sulla scorta di Jacques Audinet (e non solo), Lattanzio propugna: ”la teologia pratica si elabora sempre in relazione al contesto storico, sociale e culturale nel quale essa si colloca, e in maniera transdisciplinare. Altrimenti detto, essa è una teologia della cultura, una teologia nella cultura e una teologia tramite la cultura, poiché interpella l’immaginario della persona e la sua capacità di simbolizzazione come pure quella del gruppo sociale” (p. 298).

E’ proprio il simbolo (di cui è bene non ignorare l’etimologia greca) il trait-d’union tra teologia ed antropologia: contesto, esperienza religiosa e linguaggio simbolico consentono alla teologia pratica di entrare “nel gioco della transdisciplinarità apportandovi il suo contributo fondamentale alla conoscenza umana […] che contribuisce a costruire un pensiero che renda conto della natura complessa della realtà e della sua incommensurabilità e che, invece di avere la pretesa di spiegare tutto, è capace di illuminare e di sviluppare ulteriormente i processi che si stabiliscono tra le diverse componenti di senso del paradigma” (p. 283). Per giungere ad una “conoscenza teologale della realtà” (ibidem).

Non è questa la sede – quella di una semplice recensione – né chi scrive ha le competenze scientifiche per discutere in modo critico la proposta teologica che Antonio Lattanzio presenta, ma essa appare ictu oculi fortemente innovativa degli studi di una scienza, la teologia, incardinata come scienza dell’uomo per il nostro tempo, caratterizzato da una complessità sconosciuta in passato in un mondo ormai – e non da poco tempo – totalmente globalizzato ed interconnesso.

Leggere questo volume e rifletterci è certamente di estremo arricchimento culturale: l’obiettivo di ogni lettura in questo contesto è ampiamente conseguito!