Il diritto dei bambini al teatro
di Margherita Marzario
“Nel 1862 la poetessa americana Emily Dickinson scriveva “Il cervello è più grande del cielo… più profondo del mare”, perché tutto il mondo è contenuto e, in un certo senso, creato dal cervello. Rita Levi-Montalcini fece eco a queste parole affermando: “Il nostro cervello non ha colonne d’Ercole: è infinito, non ha confini”. Sarebbe bello se negli anni a venire, poeti e scienziati, giovani e meno giovani, docenti e discenti dessero vita a una “Nuova Alleanza” di fronte a una cultura hypertech che potrebbe condizionare il cervello ancora plastico e imprigionare la mente indifesa dei cuccioli di Homo sapiens sapiens in una Matrix artificiale/virtuale” (cit.). Ai bambini non bisogna tanto dare i mezzi, che sono materiali e limitati, quanto indicare orizzonti che sono infiniti e sempre aperti a nuove possibilità. Prima di approcciarli all’intelligenza artificiale bisogna sviluppare ogni loro intelligenza naturale. Bisognerebbe tenere a mente le indicazioni della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia in ogni ambito e in ogni intervento, tra cui “[…] l’educazione del fanciullo deve tendere a promuovere lo sviluppo della personalità del fanciullo, dei suoi talenti, delle sue attitudini mentali e fisiche, in tutto l’arco delle sue potenzialità” (art. 29 lettera a Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia).
“L’intelligenza emotiva funziona come un muscolo: più la si esercita, più si rafforza; non è questione di talento, ma di pratica quotidiana e di occasioni di sperimentazione. Allenarsi a riconoscere ciò che si prova e insieme mettersi in ascolto di ciò che prova l’altro, esercitando consapevolezza di sé ed empatia, permette di costruire, gradualmente, mentre si cresce, relazioni sane. Il teatro in questo senso offre una “palestra” straordinaria: andare in scena, con corpo e voce, rende possibile accedere al “magma” delle proprie e altrui emozioni in situazione di sicurezza; il setting protetto dello spazio teatrale, a metà tra immaginazione e realtà, permettere da un lato di esprimere autenticamente se stessi, dall’altro di fare esperienza di una gamma vastissima di sfumature emotive, immedesimandosi con personaggi, storie, contesti e realtà altre, spesso sconosciute” (cit.). Nell’ambito del diritto all’educazione emotiva si può riconoscere anche il diritto dei bambini al teatro. Non si tratta tanto di fare scuola di teatro o teatro a scuola quanto di adottare anche il linguaggio e gli strumenti del teatro nella relazione educativa. Il teatro con e per bambini e ragazzi trova il suo fondamento normativo nell’art. 31 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia sulla base del quale è stata stilata la Carta dei diritti dei bambini all’arte e alla cultura (Bologna, 2011), di cui il principio di base è il seguente: “I bambini hanno diritto a partecipare all’arte in tutte le sue forme ed espressioni, a poterne fruire, praticare esperienze culturali e condividerle con la famiglia, le strutture educative, la comunità, al di là delle condizioni economiche e sociali di appartenenza”. Nell’art. 1 si legge: “I bambini hanno diritto ad avvicinarsi all’arte, in tutte le sue forme: teatro, musica, danza, letteratura, poesia, cinema, arti visuali e multimediali”. Quest’articolo, come pure tutto il testo della Carta, risuona attuale in un’epoca di crescente povertà educativa e culturale.
Il formatore Stefano Centonze spiega: “Musica, arte, danza e teatro offrono lo spazio per far emergere ed esprimere le emozioni, migliorano le capacità comunicative e relazionali e incentivano la conoscenza di se stessi e delle proprie potenzialità”. Già il poeta Paul Celan scriveva: “Chi impara realmente a vedere, si avvicina all’invisibile”. Così l’arte e la cultura, l’educazione alla bellezza, per adulti e bambini, nella relazione tra adulti e bambini.
Gaetano Oliva, docente di educazione alla teatralità, chiosa: “Teatro sociale, teatro a scuola, teatro con i bambini, con i ragazzi o con gli adulti, teatro e diversità: sembra che abbia più senso parlare di “Teatri” più che di teatro, ciascuno con i suoi tempi, modi, luoghi e protagonisti diversi. Il comune denominatore è l’intento educativo e pedagogico che sta alla base dell’attività teatrale svolta in contesti dove c’è un bisogno di natura fisica, psico-fisica, morale, relazionale o semplicemente dove si avverte una tensione verso una condizione diversa da quella esistente”. Anziché organizzare recite, istituire corsi di teatro a scuola, chiamare esperti bisognerebbe tener presenti tutti i teatri in cui si è già calati e in particolare in cui sono calati gli alunni: la vita, la scuola, la famiglia. “Teatro” etimologicamente significa “guardare, ammirare, guardare con meraviglia, meravigliarsi”: quello che bisogna recuperare a scuola e in famiglia, le quali devono adottare gli strumenti, il linguaggio, la comunicazione, i tempi del teatro. Lo psicoterapeuta Alberto Pellai, nel “decalogo per proteggere i nostri bambini” (2018), scrive: “8. Diritto ad un mondo adulto che sa produrre una mente adulta comune rispetto ai bisogni di crescita di bambini, preadolescenti e adolescenti. Occorre che scuola e famiglia siano alleate e condividano metodi ed obiettivi del progetto educativo rivolto a chi sta crescendo. Se questo non succede – e i media e la cronaca nazionale ce lo raccontano ogni giorno – la crescita dei minori sarà sempre più caotica e disorganizzata”.
“Il kamishibai è un’arte narrativa giapponese che si avvale di un teatro di immagini. Questa tecnica, nella sua semplicità, rivela una potenza straordinaria. Si tratta di un vero e proprio teatro itinerante, capace di trasportare qualsiasi storia in qualsiasi luogo. Si configura come un «Altrove», un «luogo altro», una sorta di «Terradimezzo»” (cit.). L’uso del kamishibai consente la “teatralizzazione della didattica” che non deve significare, però, né spettacolarizzazione né commercializzazione o banalizzazione come, invece, spesso si fa. È un mezzo e come tale va adoperato.
Evgenij B. Vachtangov, pedagogo e teorico del teatro russo, auspica: “Il buon attore deve cominciare ad essere un uomo buono. Voglio allestire uno Studio dove si possa studiare. Dove il principio fondamentale sia quello di raggiungere tutto da soli. Dove la creazione sia di tutti”. Il teatro è scuola, stile di vita, linguaggio, complesso di arti, emozioni,… Anche per questo si deve portare il teatro a scuola che non significa fare recite, rendere attori gli alunni o teatralizzare ogni lezione ma applicare il senso del teatro, il potere del teatro, come esplicato nelle nuove Indicazioni nazionali per la scuola dell’infanzia e il primo ciclo d’istruzione (2025), in cui già per la scuola dell’infanzia si prevede: “Realizzare piccole produzioni artistiche (manufatti, canti, musiche, danze, scenette teatrali, filmati, ecc.), sperimentando le varie possibilità di apprendimento offerte dal proprio corpo, dalla propria voce e da materiali di varia natura” (e non che i bambini ripetano o eseguano più o meno passivamente quello che viene detto o atteso dagli adulti, insegnanti e genitori). Il diritto dei bambini al teatro affonda le sue radici anche nella Costituzione e non solo nei due articoli relativi alla scuola, gli artt. 33 e 34, ma in altri articoli, in particolare: art. 2 svolgimento della personalità, art. 3 rimozione degli ostacoli; art. 4 attività o funzione che concorre al progresso materiale o spirituale della società; art. 9 promozione della cultura e tutela del patrimonio storico e artistico (si pensi, per esempio, alla storia “leggendaria” del Teatro alla Scala). Il teatro è altresì educazione alla democrazia, alla pace, alla cittadinanza attiva, espressione ed esercizio di libertà, tutto quello di cui hanno sempre più bisogno i bambini e i ragazzi di oggi.

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