M. Recalcati, La luce delle stelle morte

Massimo Recalcati tra la vita e la morte

di Antonio Stanca

       Molte edizioni ha avuto, presso Feltrinelli, La luce delle stelle morte (Saggio su lutto e nostalgia) di Massimo Recalcati. L’opera è cominciata a comparire dal 2022 nella serie “Varia”, l’edizione più recente è di Marzo 2026, serie “Saggi”.

   Nato a Milano nel 1959, laureatosi in Filosofia, Recalcati avrebbe preferito dedicarsi a Psicologia e Psicoanalisi dopo aver conosciuto le opere dello psicoanalista francese Jacques Lacan. Come lui sarebbe assurto a fama internazionale e molto avrebbe prodotto in ambito psicoanalitico convinto che la sua fosse una luce da far giungere lontano in modo che si spiegassero, si capissero problemi che ancora non erano stati risolti, situazioni rimaste sospese. A sessantanove anni Recalcati ha lavorato molto, è autore di numerose opere di saggistica e a molte altre continua a pensare. Molti problemi si pone al fine di riuscire utile, di servire al pensiero comune, all’opinione pubblica specie se colta, intellettuale. Un patrimonio che si arricchisce sempre più è diventato in mano al Recalcati quanto è d’interesse collettivo, fa parte della vita sociale, della famiglia, della scuola e di altre istituzioni. Ovunque nei suoi posti di lavoro, Università, case editrici, giornali e altri, è riuscito a fare della chiarezza un elemento inalterabile della sua produzione. Non c’è opera che non ne porti i segni. Molti i riconoscimenti che gli sono stati attribuiti per aver pensato alla psicanalisi come ad una scienza per tutti, ad una maniera nuova per sapere di più. Così succede pure ne La luce delle stelle morte (Saggio su lutto e nostalgia), dove l’autore si sofferma a lungo sul problema della morte per gli esseri umani e su quanto l’accompagna dalla più remota antichità ai nostri tempi. Ampia, estesa, dettagliata è l’esposizione del Recalcati, non c’è risvolto, aspetto del fenomeno che non sia preso in considerazione, non mancano verità sempre affioranti. Abile è l’autore a condurre chi legge in un percorso così lungo e nel riuscirgli sempre interessante. Molto ha approfondito l’argomento, molto lo ha studiato perché lo facesse diventare così ricco. Ogni frangente della particolare situazione risulta ampliato, suscita altre impreviste situazioni. Non si finisce mai di sapere cosa serve quando muore una persona, se sia necessario il “lavoro del lutto” o altro completamente diverso, se riguardo all’estinto serve il rimpianto, la nostalgia o la gratitudine, se il “lavoro del lutto” può essere considerato finito o mai finito, sempre in corso insieme a tante altre cose ad esso collegate che fanno della morte un avvenimento così composito da non poterlo sottovalutare o ridurre a poco giacché tanti sono gli aspetti umani e sociali che assume, tanti i pensieri che mette in moto da far paragonare  quella dei defunti alla luce delle stelle morte, di quelle che si sono spente da secoli ma che riescono ancora a illuminare, a svolgere la loro funzione di guida. Non c’era modo migliore per esemplificare i morti, per dire del loro insegnamento, per confermare quanto già si sapeva e lo si è fatto dopo una dimostrazione così chiara, così convincente come può essere quella di Recalcati.

   Più colti, più istruiti ci si sente quando si finisce di leggere un suo libro, ad una rivisitazione, ad una riscoperta, ad una rivelazione si è chiamati ad assistere con le sue opere. Niente del fenomeno trattato viene trascurato, completo, totale risulta esso nella sua storia, in quanto nel tempo gli si è andato aggiungendo fino ad introdurlo nella vita. Ad un processo di umanizzazione della storia sembra di assistere con Recalcati tanto è l’interesse dello studioso a far emergere il contributo, l’apporto, la partecipazione che ad ognuna di tali imprese non sono mai mancati a livello individuale o collettivo.

   Che la psicoanalisi stia contribuendo a questo processo lo si è riscontrato anche in altri autori moderni e non si può negare l’importanza di una simile acquisizione. All’inverso succede in letteratura, in arte dove è la realtà, la storia ad acquistare una voce che vale per tutti e per sempre. È quella di un altro spirito, diverso dallo spirito psicologico o psicoanalitico perché interessato ad andare oltre, a superare la condizione immanente in nome di una trascendente.

Riflessioni a margine degli esami di maturità 2026

Riflessioni a margine degli esami di maturità 2026

 di Antonietta Cataldi

     Nella prova di Italiano, la traccia B2 presentava un passo del saggio di Piero Bianucci “Te lo dico con parole tue. La scienza di scrivere per farsi capire”.  Ho tentato inutilmente di acquistare il volume, in quanto fuori catalogo. Mi scuso dunque con l’autore se ciò che dirò non avrà alcuna attinenza con la sua trattazione e non sarà di alcun interesse per i suoi lettori.

     Farsi capire è certamente un grande problema. A mio giudizio, tuttavia, la questione è ancora più ampia giacché, in qualunque ambito, la capacità di farsi leggere e ascoltare presuppone la capacità di ascoltare. E’ così in casa con i familiari, a scuola con gli studenti, con gli amici e con i compagni di lavoro.  Ciò che ci manca è la disponibilità all’ascolto, frutto di egocentrismo e presunzione. Mia madre parlava poco perché non aveva la sicurezza che dà un’istruzione adeguata ma sapeva ascoltare e questo le permetteva di comprendere la realtà anche nei contesti più difficili da decifrare, come le odiose riunioni periodiche con le mogli degli altri alti ufficiali. Parliamo molto più di quanto ascoltiamo: così non siamo in grado di sintonizzarci col prossimo, lettore o interlocutore che sia.

     Dobbiamo imparare ad ascoltare, in primo luogo noi stessi. Non possiamo ricevere attenzione se siamo dei ciarlatani, se mentiamo a noi stessi più ancora che agli altri, se pretendiamo di essere accettati per l’immagine che offriamo di noi. Chi mente ha un odore respingente. La verità è spesso sgradevole ma mai nauseante. Per suscitare interesse dobbiamo riuscire a stabilire un contatto. E’ il vero problema in questo nostro tempo in cui tutto scorre veloce e l’attenzione, sia dei giovani sia degli adulti, ha una durata estremamente breve. Sappiamo che non è difficile catturarla: basta suscitare la curiosità con un titolo ben fatto, con parole che fungano da richiamo. Il problema è poi mantenere l’interesse, che oggi si perde facilmente, abituati come siamo ai testi dei messaggi. Ecco perché la trattazione si deve misurare in righi, non in pagine; in minuti, non in ore. La brevità, chiara, sapiente, incisiva, è il segreto di ogni testo, di ogni discorso.

     Questo può bastare per la scienza. E’ diverso quando si tratta di suscitare un’emozione, di far capire, a chi legge o a chi ascolta, che si prova ciò che l’altro prova. Questo è possibile solo quando c’è empatia: allora io non lo dico semplicemente con parole tue, io dico le tue parole, do voce ai tuoi pensieri, ai tuoi dolori.

     Ho recentemente provato questa sensazione in due momenti e con due testi diversi.

     Il primo è stato mentre leggevo “Gesù e Cristo” di Vito Mancuso. Io che sono una cattolica ribelle, un po’ eretica, ho trovato, a pagina 320, un passo illuminante sulla figura di Gesù Figlio di Dio:

“Dio è dio e l’uomo è l’uomo; e qui e ora, in questo mondo fatto di tempo e di spazio, l’uomo non potrà mai essere divino. Dio, invece, potrà essere umano? Sì, perché l’infinito abbraccia necessariamente il finito, l’assoluto abbraccia necessariamente il relativo. E di quell’essere umano su cui il raggio divino si è posato manifestando la sua luce e il suo calore, si può dire che è Figlio di Dio”.

     L’altro momento è stato quello della breve rappresentazione messa in scena da un gruppo di sei ragazzi su uno dei malesseri più gravi di questi nostri anni. A parlare erano loro, ciascuno con il proprio ruolo di osservatore distaccato, di responsabile consapevole o di vittima designata. Le parole che pronunciavano indicavano una consapevolezza del problema alla quale erano stati guidati dalla loro insegnante, la professoressa Claudia Monetti. Erano dunque frutto di un grande lavoro educativo che li aveva portati a capire che non si può essere spettatori della vita altrui, che non c’è posto per l’indifferenza, non basta non agire. Come diceva De André nella “Canzone del maggio”: “Anche se voi vi credete assolti / Siete lo stesso coinvolti”. Ecco come era accaduto che anche coloro il cui vissuto personale non era stato causa di frustrazione,  non aveva costituito una spinta all’isolamento, avevano cominciato a usare le parole dell’empatia e a decifrare l’atteggiamento chiuso e remissivo di chi era oppresso da problemi dei quali la famiglia e i conoscenti non erano consapevoli, quando addirittura non causa.  L’insegnante aveva funto da catalizzatore. E’ quello che accade quando una persona capisce i giovani che ha intorno, quando riconosce chi è “un’anima ferita, ma sensibile e bisognosa solo di essere ascoltata”. Ecco il monologo finale:

“La depressione è la prima causa di suicidio tra i giovani. All’inizio non la vedi. E’ discreta, educata quasi. Ti si siede accanto senza fare rumore. L’ombra nera non urla. Sussurra. Ripete le stesse parole finché diventano verità: “Non vali abbastanza. Non serve provarci. Resta qui, non fa per te”. Non è buio completo. E’ peggio. E’ una luce che non scalda ..

Eppure, in mezzo a quella penombra, qualcosa può cambiare tutto: una domanda fatta sul serio, un adulto che ascolta senza giudicare, un amico che decide di vedere, perché anche l’ombra più nera ha bisogno di luce per esistere”.

Tutti in coro concludono: “Scegliete di guardare, scegliete di vedere”.

     Ecco, questa mi sembra l’essenza di tutto il discorso sulla comunicazione: anche l’ombra più nera ha bisogno di luce per esistere. Nella scienza, come nella religione e nell’educazione, c’è bisogno di chiarezza, di semplicità, di prossimità. Non si può comunicare tenendosi lontani; la distanza esclude ogni possibilità di incontro. Bisogna voler capire e voler far capire. Per questo le domande sono più importanti delle risposte e, se le risposte contengono le stesse parole delle domande, vuol dire che c’è almeno un interesse alla comunicazione.      Il fatto che la traccia B2 sia stata scelta solo dal 6,5 per cento dei maturandi mi sembra prova di quanto il problema del linguaggio sia ancora lontano dalla soluzione. Eppure è lì che bisogna incidere, perché non si possono fare sproloqui nell’epoca dei messaggini; non si possono fare prediche né in casa né in chiesa.  Si possono fare domande – questo sì – come manifestazione di interesse, di sollecitudine, e poi aspettare. Le risposte arriveranno.

Gazzetta ufficiale – Serie Generale n. 165

165 del 18-07-2026