
L’EMIGRAZIONE POLITICA IN PUGLIA ATTRAVERSO GLI ARCHIVI: IL CASO DI CORATO
di Carlo De Nitti
Ogni ricerca storiografica che voglia essere definita seria non può non partire dal lavoro di ricerca accurata e puntuale delle fonti: dei documenti e delle testimonianze, depositati in quei mirabili ‘granai della memoria’ che sono gli archivi pubblici e privati.
E’ stato il lavoro, attento ed acribico, svolto da Giovanni Capurso e Vincenzo Catalano, stimati storici e saggisti, che ha messo capo al volume Libertà in valigia. L’emigrazione politica pugliese fra USA e Francia, carteggi 1892-1945, pubblicato in questo luglio 2026 da ERF Edizioni – Edizioni Radici Future, nella sua collana editoriale “Storia e memoria”, pp. 136.
I due Autori sono esperti di consolidata fama di storia, di uomini e donne, di idee della Puglia tra ‘800 e ‘900, come testimoniano i loro numerosi precedenti lavori bibliografici: “Con questo lavoro non c’è solo l’intento di portare alla luce documenti storici preziosi, ma anche ridare voce a una memoria collettiva a lungo rimossa, riaffermando il valore della libertà, della giustizia e della verità storica di chi con coraggio ha dovuto allontanarsi dalla sua terra con una valigia di cartone per difendere fino in fondo le sue idee” (p. 12).
Giovanni Capurso e Vincenzo Catalano, con questo libro, danno corpo ad un’approfondita ricerca archivistica durante la quale hanno preso in esame lo Schedario Politico Provinciale della Questura di Bari, nel quale sono raccolti 4.647 nominativi di persone classificate, illo tempore, come “sovversive”, indesiderate perché pericolose a causa della loro militanza politica e sindacale o anche solo per le loro idee critiche dello stato delle cose presenti: di costoro ben 399 cittadine e cittadini coratini.
Attraverso lo studio di quei fascicoli e dei carteggi in essi contenuti, emergono ‘storie di vita’ – come le chiamava oltre quaranta anni fa il primo sociologo italiano, Franco Ferrarotti (1926 – 2024), in una sua monografia laterziana, Storia e storie di vita (1983): migliaia di vicende personali e familiari, a lungo rimaste sepolte tra schedari, carteggi e fascicoli di polizia. Si tratta di epistolari che raccontano la fatica del vivere l’esilio, la nostalgia, il desiderio di non piegarsi al potere autoritario e di partecipare in forme diverse alla vita politica. Di essi, il lavoro qui presentato rende ampiamente conto il volume: si vedano le pp. 61 – 77. “
Il cuore della ricerca di Giovanni Capurso e Vincenzo Catalano è costituito proprio dalle lettere degli emigrati politici, intercettate e censurate dal regime: dai carteggi emerge una generazione di persone comuni, molte delle quali provenienti da ambienti popolari, di bassa scolarità, capaci però di leggere con lucidità gli avvenimenti politici del proprio tempo e di lottare insieme contro di essi per migliorare le proprie (ed altrui) condizioni di vita. Nelle loro lettere, trovano spazio il timore per l’avanzata del fascismo, la difesa della libertà, le difficoltà dell’inserimento nei Paesi di arrivo (fondamentalmente Stati Uniti d’ America e Francia) e la speranza di poter un giorno tornare in una patria diversa da quella lasciata obtorto collo, in quanto libera.
La ricerca comprende anche documenti dell’Ufficio di Gabinetto, elenchi di cittadini indicati come “elementi pericolosissimi” persino all’estero e testimonianze visive, attraverso le quali riaffiora la memoria collettiva dell’emigrazione politica pugliese. Un patrimonio rimasto per decenni ai margini della narrazione storica ufficiale e che il volume prova a restituire alle comunità di provenienza.
Lo studio attento dell’emigrazione politica, segnatamente coratina, verso gli Stati Uniti d’America e verso la Francia (nello specifico, verso Grenoble, cui è dedicato un capitolo, alle pp. 91 – 95) durante il Ventennio fascista costituisce una pagina inedita: nessuno studioso, prima di Giovanni Capurso e Vincenzo Catalano, aveva svolto ricerche documentarie intorno a questo argomento. Facendolo, i due studiosi hanno illuminato in modo nuovo una pagina della storia pugliese recente ed, in particolare, quella di Corato.
Le cittadine ed i cittadini di Corato, come di molti altri comuni della cosiddetta “Puglia rossa”, ebbero un ruolo non insignificante nella lotta antifascista: che non fu solo quella dei grandi leader politici, ma anche soprattutto quella di tantissimi militanti di base cui questo volume restituisce, divulgandoli, parole e pensieri, altrimenti confinati nelle polverose e dimenticate pagine degli archivi, come documenti di polizia di un tempo passato. Basti pensare, per esempio, al caso di Maria Diaferia, attiva nella Resistenza romana, a cui è intitolata la sezione dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia di Corato, di cui Giovanni Capurso è il Presidente pro tempore.
Viceversa, le vicende di questi esuli – nonostante si tratti spesso di persone di bassa scolarità con minime competenze linguistiche – sono materia pulsante per il nostro presente storico, che vivono in altri paesi che non siano l’Italia, come ci ricordano i due autori in fase di abbrivo del loro lavoro bibliografico, evocando i giovani oppositori del regime iraniano degli Ayatollah: “Negli ultimi anni, un crescente numero di giovani iraniani ha scelto di lasciare il proprio Paese, non per inseguire un sogno di carriera o un’istruzione migliore, ma per proteggere qualcosa di ancora più prezioso […] Questa diaspora giovanile non è solo una perdita per il Paese d’origine, ma anche un monito per il mondo: quando la libertà viene negata, i giovani non smettono di cercarla, anche a costo di lasciare tutto alle spalle: a questi spiriti liberi è dedicata questa fatica“ (pp. 12 – 13).
Particolarmente significativo appare a chi scrive l’ultimo capitolo del libro intitolato Felice Loiodice: la primula rossa di Grenoble (pp. 97 – 129). Felice Loiodice, ben noto come sovversivo per le idee socialiste, dopo il delitto Matteotti “ritiene opportuno <riparare in Francia>. Una volta emigrato con regolare passaporto diviene ben presto segretario politico della sezione socialista massimalista di Grenoble, venendo più volte riconfermato nell’incarico” (p. 97). Scrive sull’Avanti! e mantiene i contatti con la famiglia, e non solo, per tutto il Ventennio, accusato da Giuseppe Sisto, spia consolare, anch’egli coratino, del quale scrive sul giornale socialista (si vedano le pp. 99 – 100). Leggendo tutto il capitolo, i lettori, da augurare tantissimi, vista la crucialità dell’argomento affrontato, possono venire a conoscenza di ulteriori lettere scritte da altri emigrati politici pugliesi e regolarmente intercettate e censurate dalla Questura.
L’ottimo lavoro di ricerca condotto dai due studiosi ha sicuramente una forte valenza pedagogica, scolastica e civile: il volume non può non essere un momento di riflessione dell’intera comunità civica su se stessa e sul proprio passato. È un far luce su di uno ieri che illumina anche l’oggi ed il domani: non è questo, forse, il vero significato della coscienza storica? Quella coscienza storica che è una delle finalità dell’insegnamento/apprendimento della storta a scuola, segnatamente degli istituti secondari di secondo grado.
Se è lecito, in questa sede, a chi scrive, con la piccola esperienza del suo quarantennio di militanza scolastica, avanzare una proposta, essa andrebbe proprio nella direzione di utilizzare gli Archivi per far compiere alle studentesse ed agli studenti percorsi di Formazione Scuola Lavoro, come attualmente normati: gli istituti di secondo grado tutti non avrebbero difficoltà a contattare e (collaborare con) archivi pubblici (e privati) nell’ambito della propria progettualità di istituto per realizzare percorsi educativamente efficaci, legati al territorio ed alla sua storia, innovativi rispetto alle pratiche usuali e, perché no?, senza oneri per la finanza pubblica. Sperare è gratuito …
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