Le lingue che costruirono l’Europa nelle relazioni dell’VIII Convegno internazionale di studi tenutosi a Ragusa
di Maurizio Cirignotta
Ogni epoca interroga il passato con domande nuove.
In un tempo in cui le trasformazioni tecnologiche modificano profondamente i modi della comunicazione, il volume Le lingue d’Europa. Le tecnologie, il lavoro e le grandi trasformazioni tra la fine del mondo antico e il XIII secolo, pubblicato a seguito dell’VIII Convegno internazionale di studi promosso dal Laboratorio degli Annali di Storia, in collaborazione con l’Università di Bari, l’Università di Genova, UniTelma Sapienza Università di Roma e il Laboratorio di Studi Marittimi e Navali “Braudel” di Genova, affronta una problematica di particolare attualità.
Il punto di partenza è un interrogativo: come nascono le grandi comunità linguistiche e quale rapporto esiste tra le lingue, il lavoro, le tecnologie e le trasformazioni storiche?L’opera propone una risposta distante sia dalle tradizionali ricostruzioni puramente filologiche sia dalle interpretazioni che considerano le lingue fenomeni esclusivamente letterari o identitari.
Le lingue vengono osservate come organismi storici in continua evoluzione, profondamente intrecciati con le attività produttive, con l’organizzazione politica, con le reti commerciali, con l’innovazione tecnica e con la formazione delle istituzioni.
Il saggio storico di apertura del professor Carlo Ruta costituisce il vero asse interpretativo del volume.
La storia linguistica europea viene riletta come parte integrante di una lunga trasformazione che, attraverso il lavoro, le tecnologie agricole, l’energia idraulica ed eolica, la crescita dei commerci, delle università e delle amministrazioni pubbliche, conduce lentamente alla formazione della modernità.
La nascita delle lingue europee non appare dunque come un semplice fenomeno culturale, ma come l’esito di una complessa riorganizzazione della società medievale, nella quale esperienza materiale e costruzione simbolica procedono insieme. La modernità emerge come il risultato di una lunga sedimentazione di pratiche, conoscenze e linguaggi, molto prima delle grandi rivoluzioni scientifiche del XVI e XVII secolo.
Questa impostazione offre anche un contributo metodologico di notevole interesse. L’Europa medievale viene sottratta all’immagine di una lunga fase di immobilità per essere restituita alla sua natura di laboratorio di innovazioni lente ma profonde.
Campi coltivati, officine artigiane, reti mercantili, scuole, monasteri, università e cancellerie diventano gli spazi nei quali si formano progressivamente i nuovi strumenti cognitivi destinati a sostenere la civiltà europea.
Particolarmente significativa è anche la struttura del volume, che raccoglie gli interventi di studiosi e docenti di varie discipline: Alberto Cazzella, Giulia Recchia, Nunzio Famoso, Antonello Folco Biagini, Sandra Origone e Giuseppa Tamburello. I contributi raccolti non si limitano ad approfondire singole tradizioni linguistiche, ma ampliano continuamente la prospettiva.
Lo studio sulle origini delle lingue indoeuropee dialoga con la ricerca archeologica e genetica; altri saggi affrontano il notariato genovese, la lingua irlandese, la formazione dei volgari, il rapporto fra amministrazione, diritto e costruzione degli Stati, fino ad aprire lo sguardo verso realtà extraeuropee, mostrando come la storia delle lingue appartenga a una più ampia storia delle connessioni culturali.
L’impressione complessiva è quella di un’opera che rifiuta ogni chiusura disciplinare.
Linguistica, storia economica, archeologia, filologia, storia delle istituzioni e storia della cultura dialogano continuamente, ricostruendo un quadro unitario senza rinunciare alla specificità dei singoli approcci.Particolarmente convincente risulta inoltre il continuo richiamo ai tempi lunghi della storia.
Le trasformazioni linguistiche vengono comprese come processi cumulativi, nei quali innovazioni tecniche, bisogni comunicativi e organizzazione sociale si alimentano reciprocamente.
È un modo di guardare alla storia che richiama le migliori tradizioni della scuola delle Annales, pur proponendo una propria specifica attenzione alle relazioni tra tecnologia, lavoro e produzione del sapere.
Ne emerge una visione dinamica dell’Europa medievale, lontana sia dagli stereotipi della decadenza sia dalle semplificazioni nazionalistiche.
Le lingue appaiono piuttosto come strumenti di costruzione della società, capaci di accompagnare le grandi trasformazioni economiche e istituzionali che prepararono la modernità europea.
Questo volume, curato sul piano redazionale e tecnico da Giovanna Corradini, direttrice dell’Area Multimediale del Laboratorio, rappresenta dunque molto più della pubblicazione degli Atti di un convegno.
Esso documenta un programma di ricerca ormai consolidato, fondato sull’analisi delle lunghe distanze materiali e delle lunghe durate, delle connessioni tra processi materiali e culturali e delle reti che hanno progressivamente costruito lo spazio europeo.
In questa prospettiva, le lingue cessano di essere semplicemente oggetti di studio e diventano esse stesse protagoniste della storia.
Fondamenti scientifici di un principio ordinamentale
di Bruno Lorenzo Castrovinci
La personalizzazione è entrata stabilmente nel lessico della scuola italiana, compare nei documenti programmatici, nei percorsi di inclusione, nelle pratiche valutative e nelle dichiarazioni di principio attraverso cui ogni istituzione afferma di voler riconoscere l’unicità degli studenti. Proprio questa diffusione rischia però di renderla una parola indistinta, utilizzata per indicare attività molto diverse e talvolta persino contraddittorie.
Personalizzare può significare offrire tempi differenti, modificare una consegna, predisporre strumenti compensativi, consentire una scelta, valorizzare un interesse oppure costruire un percorso individuale. In altri casi viene confusa con la semplice riduzione della difficoltà, con il lavoro autonomo su una piattaforma o con la produzione di materiali diversi per ciascun alunno.
La questione non riguarda soltanto il metodo, perché la personalizzazione costituisce una precisa idea di giustizia educativa. Riconosce che gli studenti non entrano in classe dallo stesso punto, non possiedono le medesime conoscenze, non apprendono con gli stessi tempi e non incontrano identici ostacoli. Trattarli tutti allo stesso modo può, quindi, produrre una disuguaglianza sostanziale proprio mentre garantisce un’uguaglianza formale.
Personalizzare significa mantenere comuni le finalità educative, modificando quando necessario i percorsi attraverso cui ciascuno possa raggiungerle e attribuire loro un significato personale.
Un principio dell’ordinamento scolastico
Nel sistema italiano la personalizzazione non rappresenta una concessione facoltativa affidata alla sensibilità del singolo insegnante. La legge 53 del 2003 ha collocato tra i principi generali del sistema educativo la promozione dell’apprendimento lungo tutto l’arco della vita e lo sviluppo della persona, richiamando esplicitamente la necessità di rispettarne ritmi, differenze e identità.
Le successive Indicazioni Nazionali hanno superato la stagione terminologica dei piani di studio personalizzati, ma non hanno cancellato il principio. Il decreto ministeriale 254 del 2012 affida alle scuole la costruzione del curricolo dentro un quadro nazionale comune, mantenendo al centro lo sviluppo integrale dell’alunno, l’accoglienza delle differenze e la responsabilità di accompagnare ciascuno verso i traguardi previsti.
La personalizzazione appartiene, dunque, al rapporto tra norme generali, autonomia scolastica e responsabilità professionale. Lo Stato definisce finalità, traguardi e diritti comuni, mentre la scuola deve interpretare il contesto, conoscere gli alunni e organizzare le condizioni attraverso cui quei diritti possano diventare esperienze reali.
Non significa sostituire il curricolo nazionale con una somma di programmi privati, ma rendere il curricolo comune sufficientemente flessibile da non trasformare le differenze iniziali in destini scolastici.
Personalizzare non significa individualizzare tutto
Una delle deformazioni più frequenti consiste nell’immaginare che la personalizzazione richieda una lezione diversa per ogni alunno. Una simile organizzazione sarebbe difficilmente sostenibile e finirebbe per dissolvere la dimensione collettiva dell’educazione.
La classe non è un luogo nel quale venticinque persone percorrono itinerari completamente separati, ma una comunità nella quale si apprendono contenuti comuni, si incontrano prospettive differenti e si costruiscono linguaggi condivisi. Personalizzare non significa isolare, ma articolare l’esperienza comune in modo che ciascuno possa parteciparvi con un livello adeguato di sostegno, responsabilità e possibilità di scelta.
L’individualizzazione interviene soprattutto sui mezzi e sui tempi per consentire il raggiungimento di obiettivi comuni. La personalizzazione aggiunge una dimensione ulteriore, perché riconosce interessi, potenzialità, modi di attribuire significato e possibilità di assumere progressivamente un ruolo attivo nel proprio apprendimento.
I due processi non sono opposti. Uno studente può avere bisogno di un esercizio graduato per consolidare una competenza e, nello stesso tempo, della possibilità di utilizzare quella competenza dentro un compito coerente con i propri interessi. Il primo intervento riduce un ostacolo, il secondo favorisce appropriazione e motivazione.
Le differenze esistono, ma non sono etichette
La personalizzazione possiede un fondamento scientifico elementare e difficilmente contestabile. Gli studenti differiscono nelle conoscenze pregresse, nella velocità con cui automatizzano determinate procedure, nella capacità di autoregolarsi, nell’esperienza linguistica, nelle motivazioni e nelle condizioni sociali attraverso cui partecipano alla vita scolastica.
Riconoscere queste differenze non autorizza però a trasformarle in identità rigide. Il bambino lento, l’alunno visivo, lo studente poco portato o quello naturalmente brillante sono categorie che possono finire per descrivere non una condizione temporanea, ma un destino.
Particolarmente fragile è la teoria secondo cui ogni persona imparerebbe meglio quando l’insegnamento viene adattato a un proprio stile stabile, visivo, uditivo o cinestetico. Le revisioni della ricerca non hanno trovato prove adeguate a sostegno dell’idea che abbinare la modalità didattica allo stile dichiarato migliori sistematicamente l’apprendimento. Gli studenti possono avere preferenze e differenze reali, ma questo non dimostra che debbano ricevere i contenuti esclusivamente attraverso il canale preferito.
Personalizzare non significa, dunque, assegnare etichette cognitive, ma osservare come una persona affronti un compito concreto e quali condizioni possano aiutarla a progredire. Le strategie devono cambiare con il contenuto, l’obiettivo e il momento del percorso, non con una classificazione immutabile dell’alunno.
Partire dalle conoscenze già disponibili
Ogni nuovo apprendimento incontra ciò che lo studente già conosce, crede di conoscere o ha compreso in modo parziale. La stessa spiegazione non produce quindi lo stesso effetto, perché viene interpretata attraverso strutture cognitive differenti.
La personalizzazione comincia dalla rilevazione di queste differenze, ma non richiede necessariamente prove complesse. Una domanda iniziale, una breve attività, una discussione o l’osservazione di una procedura possono rendere visibili prerequisiti, idee ingenue e punti di esitazione.
L’insegnante non raccoglie informazioni per classificare definitivamente gli studenti, ma per decidere quale passaggio debba essere reso più esplicito, chi possa procedere con maggiore autonomia e chi abbia bisogno di un esempio ulteriore.
La valutazione iniziale diventa così parte della progettazione. Non serve a stabilire chi sia capace, ma a comprendere da dove ciascuno possa cominciare.
Il valore dell’insegnamento esplicito
La personalizzazione viene talvolta associata a un arretramento dell’insegnante, come se riconoscere l’autonomia dello studente significasse lasciarlo libero di scoprire da solo contenuti, strategie e metodi. Questa interpretazione penalizza soprattutto chi possiede minori conoscenze pregresse e meno strumenti per orientarsi.
Personalizzare può richiedere, al contrario, una maggiore chiarezza didattica. Rendere esplicito l’obiettivo, mostrare un procedimento, verbalizzare le decisioni e offrire esempi permette agli studenti di comprendere ciò che altrimenti rimarrebbe implicito.
L’autonomia non precede sempre l’insegnamento, ma spesso ne rappresenta il risultato. Lo studente può scegliere consapevolmente una strategia soltanto dopo averne conosciute diverse, averle osservate in azione e aver ricevuto un accompagnamento nel loro utilizzo.
La personalizzazione non sostituisce quindi l’istruzione comune, ma la rende più sensibile alle risposte degli studenti. L’insegnante spiega, verifica la comprensione, interviene sugli errori e modula progressivamente il sostegno, evitando sia l’abbandono sia la dipendenza permanente.
La regolazione attraverso il feedback
Un percorso può dirsi personalizzato quando ciò che accade durante l’apprendimento modifica le decisioni successive. Se la lezione procede nello stesso modo indipendentemente dalle risposte degli studenti, la differenziazione rimane soltanto dichiarata.
Il feedback costituisce uno degli strumenti principali di questa regolazione. Non coincide con il giudizio finale, ma offre informazioni su ciò che è stato compreso, sull’errore commesso e sul passo successivo che può essere affrontato.
Un feedback utile non si limita a dire che un compito è corretto o insufficiente. Indica quale strategia abbia funzionato, dove il procedimento si sia interrotto e quale modifica possa rendere il nuovo tentativo più efficace.
Personalizzare significa anche calibrare il feedback. Alcuni studenti hanno bisogno di una domanda che li induca a rileggere, altri di un esempio, altri ancora di una consegna scomposta. Offrire a tutti lo stesso suggerimento può essere formalmente equo, ma pedagogicamente inefficace.
Metacognizione e autoregolazione
La personalizzazione raggiunge la propria forma più matura quando lo studente diventa progressivamente capace di comprendere come apprende, pianificare il lavoro, controllarne l’andamento e valutare l’efficacia delle strategie utilizzate.
La ricerca educativa attribuisce un ruolo rilevante alla metacognizione e all’autoregolazione. Le evidenze indicano che insegnare esplicitamente agli studenti a pianificare, monitorare e valutare il proprio lavoro può produrre effetti positivi, soprattutto quando queste strategie vengono applicate ai contenuti reali delle discipline e non trattate come generiche abilità di pensiero.
L’insegnante può rendere visibile il proprio ragionamento, mostrare come si affronta un problema, chiedere agli alunni di motivare una scelta e aiutarli a riconoscere quando una strategia non sta funzionando. Il dialogo sul processo non sostituisce l’attività, ma permette di comprenderla e trasferirla.
Personalizzare non significa, dunque, conoscere ogni preferenza dello studente per adattarsi indefinitamente a essa, ma aiutarlo ad ampliare il proprio repertorio, affinché possa affrontare compiti diversi senza dipendere sempre dallo stesso aiuto.
Il sostegno che sa ritirarsi
Ogni intervento personalizzato contiene un rischio. Lo strumento predisposto per favorire la partecipazione può diventare una dipendenza, la semplificazione può trasformarsi in abbassamento permanente delle attese e l’aiuto può impedire allo studente di sperimentare la propria competenza.
Il sostegno efficace deve essere proporzionato e temporaneo. Offre ciò che serve per permettere un passo possibile, ma si riduce quando l’alunno mostra di poter procedere autonomamente.
Questo principio richiede un’osservazione continua, perché il livello adeguato di aiuto non può essere stabilito una volta per tutte. Uno studente può avere bisogno di una guida dettagliata in una fase e di una semplice conferma in quella successiva.
La personalizzazione non protegge dalla difficoltà, ma costruisce una difficoltà accessibile. Un compito troppo semplice non produce crescita, mentre uno eccessivamente distante dalle competenze disponibili genera rinuncia o dipendenza dall’adulto.
Tempi diversi, attese comuni
Gli studenti non raggiungono sempre la padronanza nello stesso momento. Una scuola organizzata esclusivamente attraverso tempi uniformi rischia di trasformare la velocità in misura del valore, premiando chi comprende subito e accumulando lacune in chi avrebbe bisogno di una seconda occasione.
Personalizzare può significare prevedere tempi di recupero, esercizi mirati, nuove spiegazioni e possibilità di ritornare su un apprendimento prima di considerarlo definitivamente mancato. Non tutti devono svolgere sempre la stessa attività nello stesso minuto, purché la flessibilità non produca percorsi senza direzione.
Il riconoscimento dei tempi differenti non deve però diventare rinuncia alle attese. Dire che ogni studente possiede il proprio ritmo può essere rispettoso, ma rischia di giustificare una permanenza indefinita nella difficoltà.
Il compito educativo consiste nel mantenere alta l’aspettativa, modificando il sostegno e il tempo necessario. La personalizzazione è una pedagogia della possibilità, non dell’accomodamento.
Interesse e significato
L’apprendimento non dipende soltanto dalla difficoltà cognitiva del compito, ma anche dal significato che lo studente riesce ad attribuirgli. Un contenuto percepito come estraneo, privo di relazione con domande reali e interamente imposto può essere affrontato soltanto attraverso la motivazione esterna.
Personalizzare non significa subordinare il curricolo ai gusti momentanei degli alunni. La scuola deve anche introdurre a conoscenze che inizialmente non sono desiderate e aprire orizzonti che lo studente non avrebbe scelto da solo.
Può però offrire margini di decisione, permettendo di scegliere esempi, problemi, forme di restituzione o ambiti nei quali applicare una competenza comune. La scelta diventa educativa quando non elimina il vincolo, ma consente alla persona di assumere una posizione dentro di esso.
Lo studente non decide se apprendere, ma può partecipare maggiormente alla costruzione del modo attraverso cui dimostrare, approfondire e utilizzare ciò che ha appreso.
Personalizzazione e inclusione
Nel campo dell’inclusione la personalizzazione assume forme formalizzate attraverso piani, misure, strumenti e adattamenti. Questi dispositivi sono essenziali quando tutelano il diritto alla partecipazione e impediscono che una condizione personale si trasformi in esclusione.
Il rischio nasce quando la personalizzazione viene identificata esclusivamente con gli studenti certificati o con coloro che manifestano una difficoltà evidente. Ogni alunno possiede un percorso, ma non ogni percorso richiede lo stesso livello di formalizzazione.
Una didattica ordinariamente flessibile riduce la necessità di interventi eccezionali, perché offre più modalità di accesso, occasioni di esercizio, strumenti e forme di espressione. Non elimina i bisogni specifici, ma costruisce un ambiente nel quale la differenza non appare immediatamente come deviazione.
Personalizzare l’inclusione significa inoltre evitare che il piano separi lo studente dalla vita della classe. L’adattamento è pienamente educativo quando rende possibile una partecipazione più significativa al percorso comune, non quando costruisce un curricolo parallelo e invisibile.
La dimensione sociale dell’apprendimento
La personalizzazione può essere facilmente catturata da una visione individualistica, nella quale ciascuno lavora su una piattaforma, segue il proprio percorso e riceve attività calibrate da un algoritmo. In questo modello l’efficienza cresce, ma la scuola rischia di perdere la propria natura di esperienza sociale.
L’UNESCO definisce l’apprendimento personalizzato come un processo attento al contesto, ai bisogni, alle potenzialità e alla percezione dello studente, ma richiama anche il rischio che la personalizzazione tecnologica riduca l’educazione a ciò che può essere misurato e ottimizzato, trascurando collaborazione, curiosità, adattabilità ed empatia.
Si apprende anche attraverso il confronto con chi possiede idee differenti, la spiegazione offerta a un compagno, il conflitto tra interpretazioni e la costruzione di un prodotto comune. La relazione non è un ostacolo alla personalizzazione, ma uno dei suoi strumenti.
Un gruppo eterogeneo può ampliare le possibilità di ciascuno, purché la cooperazione non nasconda dipendenze e distribuzioni rigide dei ruoli. Personalizzare significa anche permettere allo studente di sperimentarsi in posizioni diverse, come chi domanda, chi spiega, chi propone e chi rivede la propria idea.
Il limite della personalizzazione algoritmica
Le tecnologie adattive possono offrire esercizi graduati, analizzare risposte e proporre percorsi diversi secondo le prestazioni registrate. Queste possibilità possono sostenere il lavoro docente, soprattutto nelle attività ripetitive e nella raccolta tempestiva di informazioni.
Un algoritmo osserva però soltanto ciò che il sistema è stato progettato per rilevare. Può riconoscere una risposta errata, ma non sempre comprende la stanchezza, la paura di esporsi, l’interesse inatteso o il significato personale attribuito a un errore.
La personalizzazione educativa non coincide con l’ottimizzazione della sequenza di esercizi. Richiede interpretazione, relazione e capacità di decidere quando seguire il dato e quando sospenderne l’apparente evidenza.
La tecnologia può assistere il docente, ma non possiede da sola un progetto di persona. Senza una regia pedagogica, rischia di rendere più efficiente l’adattamento dello studente al sistema invece di adattare realmente il sistema alle possibilità dello studente.
Una responsabilità collegiale
La personalizzazione non può dipendere soltanto dalla buona volontà individuale. Richiede curricoli chiari, criteri condivisi, strumenti di osservazione e tempi nei quali i docenti possano confrontarsi sui percorsi degli studenti.
Quando ogni insegnante agisce isolatamente, lo stesso alunno può ricevere messaggi contraddittori, adattamenti non coordinati e richieste difficili da integrare. Il consiglio di classe e il team docente dovrebbero costruire una lettura comune, evitando sia l’uniformità forzata sia la frammentazione.
Anche l’organizzazione scolastica deve sostenere il principio attraverso gruppi flessibili, laboratori, recuperi tempestivi, tutoraggio e uso consapevole delle risorse professionali. Non basta dichiarare che l’alunno è al centro se l’orario, gli spazi e le procedure impongono un’unica modalità di partecipazione.
La personalizzazione è ordinamentale proprio perché riguarda l’intera scuola e non soltanto la relazione privata tra un docente e un alunno.
Rendere possibile un percorso personale
Personalizzare non significa promettere a ciascuno una scuola costruita interamente intorno ai propri desideri. Significa riconoscere che l’uguaglianza educativa non si realizza attraverso la ripetizione dello stesso trattamento, ma attraverso la costruzione delle condizioni necessarie affinché tutti possano accedere a un patrimonio comune.
Il fondamento scientifico del principio non consiste nell’esistenza di tipi umani rigidi, ma nella variabilità reale dei processi di apprendimento e nella possibilità di regolarli attraverso osservazione, insegnamento esplicito, feedback, sostegni graduati e sviluppo dell’autoregolazione.
Il suo fondamento ordinamentale risiede, invece, nell’idea che la scuola abbia il compito di promuovere la persona, non di limitarsi a esporre contenuti lasciando che le differenze iniziali decidano chi potrà appropriarsene.
Una scuola personalizza quando non abbassa l’orizzonte comune, ma offre strade diverse per raggiungerlo; quando non assegna a ciascuno un’etichetta, ma rende possibile il cambiamento; quando non si sostituisce allo studente, ma gli fornisce progressivamente gli strumenti necessari per guidare il proprio apprendimento.
La personalizzazione è allora il contrario del privilegio individuale: è la forma concreta attraverso cui la scuola prova a mantenere una promessa democratica, quella di non confondere mai il punto di partenza con il limite possibile della persona.
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