
Yasmina Reza o di un’umanità alla deriva
di Antonio Stanca
È appena comparsa, per conto di Adelphi, una nuova edizione del romanzo Babilonia della nota scrittrice francese Yasmina Reza, traduzione di Maurizia Balmelli. L’edizione originale risale al 2016 e al 2017 la prima edizione Adelphi. Come altre della Reza anche quest’opera è stata premiata, le è stato assegnato il Premio Renaudot.
Nata a Parigi nel 1959, ha cominciato a farsi conoscere come attrice, è passata poi, nel 1987, alla produzione di opere teatrali che già all’inizio le hanno procurato notevoli riconoscimenti. Di livello internazionale sarebbe stato nel 1994 il successo conseguito con il dramma Art. Tradotto e rappresentato in molte lingue, avrebbe ottenuto il premio per il migliore autore.
Nel 1997 la sua produzione teatrale verrà premiata in Inghilterra, nel 1998 in America. Anche riduzioni cinematografiche e televisive avrà questa produzione e la stessa Reza prenderà parte, collaborerà per la sceneggiatura e l’interpretazione. Ancora nel 1997 compare Al di sopra delle cose, suo primo romanzo di genere autobiografico. Ce ne saranno altri, di altro genere ma sempre percorsi come le altre opere da un senso di rovina, di fallimento, sempre attraversati da un’atmosfera di crisi, di perdita di quelli che erano stati i principi, i valori fondamentali della vita, della storia. Con i tempi moderni, con i nuovi ambienti, i nuovi costumi finiti erano quegli ideali sui quali si era fondata tanta umanità, sconfitto era risultato lo spirito da una materia che aveva occupato ogni aspetto, ogni elemento della condizione individuale e sociale. Niente sembrava destinato a durare, tutto a finire, a confondersi e di una vita diventata così precaria, così incerta, così insicura la Reza ha voluto essere l’interprete nelle sue opere, ha voluto mostrare quanto si è perso e quanto è diventato difficile recuperarlo. Di una storia finita, di tutto quanto era servito per formarla vuol dire, di un’esperienza conclusa per sempre e impossibile da ripetere. Il teatro le è sembrato il modo migliore per farlo, quello più vero, più capace di convincere, di far capire ma anche nella narrativa i risultati sono stati eccellenti se si tiene conto che anche la scrittrice ha ottenuto dei riconoscimenti e così ha continuato fino a settantasette anni quando difficile è diventato distinguere tra opere e premi, quando tra i maggiori autori della letteratura moderna e contemporanea è da ritenere la Reza per la validità dei temi trattati e la qualità del linguaggio usato. Si è tanto identificata col motivo che la ispira da averne fatto un luogo comune, da scriverne con facilità, con naturalezza, da averne ricavato una lingua propria.
Così succede pure in Babilonia, ampio, esteso romanzo su quanto avviene, su come si svolge la vita nella periferia parigina della seconda metà del secolo scorso quando in piena estensione, in piena affermazione era il fenomeno dei tempi nuovi, di quelli che invasi da interessi solo materiali hanno fatto perdere ogni possibilità, ogni riferimento di carattere ideale, morale, spirituale.
Di ritorno da una festa in casa di amici che abitano nello stesso palazzo due coniugi, sempre stati vicini, intimi, comprensivi, partecipi l’uno dell’altro, hanno di che lamentarsi. Lei, Lydie, riprende lui Jean-Lino, lo rimprovera per averla umiliata in pubblico durante la festa riguardo a certe sue convinzioni. Lui non vede la gravità della situazione visto che lo aveva fatto al solo scopo di divertire i presenti e così era stato. Non riescono, però, a ritrovarsi, a capirsi e lo scambio si accende sempre più. Hanno bevuto, giungono ad accusarsi, ad offendersi, ad assalirsi fino a quando lui non le stringe la gola e non la lascia stesa sul letto sicuro di non averle fatto del male. Invece l’ha soffocata. Ci vuole del tempo perché lo capisca. Si spaventa, non sa cosa fare, cercherà i due amici, marito e moglie, dell’appartamento vicino, quello della festa, li porterà in casa, farà vedere il cadavere di Lydie e da quel momento inizierà tra lui e l’amica, Elizabeth, che gli è particolarmente vicina, uno scambio di confidenze, di rivelazioni che diventerà lunghissimo, che durerà fino alla fine del romanzo e che li farà vedere per molto tempo soli col cadavere di Lydie chiuso in una grossa valigia, immobile tra lui che vuole disperderlo e lei che vuole avvertire la polizia. La avvertiranno e inizierà quell’altra lunga fase della narrazione che porterà agli interrogatori dei due amici e di tante, tantissime altre persone tra gli invitati alla festa, i vicini di casa, gli abitanti del quartiere, fino a mostrare conclusa la vicenda con l’arresto di Jean-Lino e la dolorosa separazione da Elizabeth.
Stavolta sarà questo il modo, sarà questa interminabile indagine compiuta prima dai due amici e poi dalla polizia di Parigi a far risaltare, a mettere in evidenza come si stava, come si viveva nei tempi moderni, come era diventato difficile farsi capire, farsi valere quando di genere diverso da quello ormai diffuso erano i pensieri, le azioni delle quali si diceva. Molto originale, molto convincente è risultata la Reza di quest’opera, ha fatto assistere al cambiamento, alla modifica del sistema avvenuta col sopraggiungere dei tempi moderni tramite le testimonianze dirette di tante persone, di tutte quelle che si erano trovate insieme prima per una festa e poi per un interrogatorio. È emerso così quanto c’era dietro ognuna di loro, dietro quanto non facevano sapere, dietro la loro vita. Non ci poteva essere modo migliore per dire dei tempi moderni, del loro cambiamento e lo poteva fare solo chi come la Reza quei tempi vive, quei tempi soffre, quei tempi accusa.
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