Ecco il piano per il Mezzogiorno

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da ItaliaOggi

Emanuela Micucci

«A disposizione 15 miliardi di euro» per la scuola al Sud e un piano di iniziative per fermare l’emigrazione. Il ministro per il Sud e la coesione territoriale, Giuseppe Provenzano, annuncia di partire dalla scuola per il suo programma per il Mezzogiorno. Fondi di coesione con cui fare progetti per aprire le scuole tutto il giorno, «non solo ai bambini ma anche ai genitori». E per «investire sugli asili nido riducendo le rette per le famiglie a basso reddito e allargando l’offerta al Sud, anche per liberare il potenziale delle donne». Punto di partenza: la povertà educativa minorile, perché la scuola torni «a essere luogo di emancipazione, mentre spesso oggi riproduce le diseguaglianze sociali». E poi dalla valorizzazione dei docenti. Non solo. Provenzano punta a fermare la fuga dal Sud, quel mezzo milione di giovani che sono emigrati nel Centro-Nord e all’estero.

Un fenomeno che il neo ministro conosce bene, provenendo dallo Svimez, l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno che negli ultimi anni ha sottolineato la vera emergenza del Sud: più emigrati meridionali per studio o per lavoro che stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali.

Tra il 2002 e il 2017, infatti, sono state oltre 2 milioni le persone che sono emigrate dal Mezzogiorno. Di cui 132.187 nel solo 2017. Di queste ultime 66.557 sono giovani: il 50,4%, di cui il 33,0% laureati, pari a 21.970. Il saldo migratorio interno, al netto dei rientri, è negativo per 852 mila unità. Nel solo 2017 sono andati via 132 mila meridionali, con un saldo negativo di circa 70 mila unità.

In base alle elaborazioni dello Svimez i cittadini stranieri iscritti nel Mezzogiorno provenienti dall’estero sono stati 64.952 nel 2015, 64.091 nel 2016 e 75.305 nel 2017. Invece i cittadini italiani cancellati dal Sud per il Centro-Nord e l’estero sono stati 124.254 nel 2015, 131.430 nel 2016, 132.187 nel 2017.«Dobbiamo mettere insieme gli strumenti per sancire il diritto a restare», spiega Provenzano, «i giovani devono essere liberi di andare e liberi di tornare. Noi dobbiamo creare le condizioni perché possano restare». I numeri, infatti, dimostrano che l’emergenza emigrazione del Sud determina una perdita di popolazione, soprattutto giovanile e qualificata, solo parzialmente compensata da flussi di immigrati, modesti nel numero e caratterizzati da basse competenze.

Una dinamica che, inoltre, determina soprattutto per il Mezzogiorno una prospettiva demografica assai preoccupante di spopolamento, che riguarda in particolare i piccoli centri sotto i 5 mila abitanti, soprattutto montani e collinari, che negli ultimi 15 anni hanno già perso 250 mila abitanti. Una vera desertificazione delle aree interne, con il conseguente indebolimento dei servizi per il cittadini.

Tra questi anche l’istruzione, già penalizzata da storici divari con il resto del paese. Dal tempo pieno, che per gli alunni del Centro-Nord è una costante nel 48,1%, ma che al Sud precipita al 15,9%. Con punte del 7,5% in Sicilia e del 6,3% in Molise. All’edilizia scolastica con appena il 28,4% dei plessi scolastici meridionali che ha il certificato di agibilità o di abitabilità, a fronte di una media oscillante attorno al 50% nel Nord che hanno al Sud sono appena il 28,4%. Di più.

Le carenze strutturali del sistema scolastico meridionale, insieme all’assenza di politiche di supporto alle fasce più deboli della popolazione, in un contesto economico più sfavorevole, hanno determinato dal 2016, per la prima, un peggioramento dei dati sull’abbandono scolastico.

Così, il numero di giovani che, conseguita la licenza media, resta fuori dal sistema di istruzione e formazione professionale raggiunge nel Sud il 18,8%, con punte oltre il 20% in Calabria, Sicilia e Sardegna.