Coronavirus, l’alunno è stato in una zona a rischio: il certificato medico di rientro in classe è obbligatorio?

da La Tecnica della Scuola

In questi giorni di emergenza Coronavirus, riceviamo comunicazioni su comportamenti difformi da parte delle scuole che accolgono studenti che sono stati a lungo assenti, oltre 5 giorni, e che si sono recati in località potenzialmente a rischio. In alcuni casi, ad esempio, i docenti ritengono che sia opportuno che l’allievo presenti il certificato medico di rientro a scuola: fanno bene, ma solo se insegnano in determinate località.

Nove regioni hanno detto basta

Delle venti regioni italiane, infatti, negli ultimi anni ben nove hanno deciso di mandare in soffitta l’obbligo introdotto dall’articolo 42, sesto comma, del decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre1967, n. 1518.

Si tratta del Friuli Venezia Giulia nel 2005, della Liguria nel 2006, del Piemonte nel 2008, della Lombardia nel 2009, dell’Umbria nel 2011, di Bolzano nel 2012, dell’Emilia Romagna nel 2015, del Lazio nel 2018, delle Marche nel 2019 e del Veneto, che ha deciso di dire basta al certificato medico lo scorso 24 gennaio per “adeguamento ordinamentale” in materia sanitaria.

Le incertezze di questi giorni…

Tranne che per misure di “profilassi previste a livello internazionale e nazionale per esigenze di sanità pubblica”, il certificato medico dopo 5 giorni di assenza, nelle scuole di queste regioni, quindi, non va più chiesto.

Solo che in questi giorni di incertezza che attanaglia tutti, compresi gli insegnanti, si stanno verificando episodi difformi a queste decisioni prese dalle giunte regionali.

È accaduto, ad esempio, che i docenti di una scuola di Roma, lunedì 24 febbraio hanno chiesto il certificato di riammissione – il quale attestasse che erano in buona salute e non presentassero i sintomi del Coronavirus – ad un gruppo di alunni che si erano recati in settimana bianca in Trentino.

Bastava una dichiarazione dei genitori

Alcuni genitori hanno ricordato alla scuola che la richiesta non era plausibile. Anche perché fonti del Campidoglio hanno fatto sapere, scrive l’Ansa, di non aver emanato alcuna indicazione o comunicazione in merito e di attenersi alle direttive del Ministero della Salute.

Pure i medici contattati per redigere la certificazione hanno sostenuto di non avere informazioni in merito e quindi di non poter procedere alla realizzazione del certificato di riammissione. E lo hanno ribadito alla dirigenza scolastica.

Agli alunni, a quel punto, è stato permesso l’ingresso a fronte di una dichiarazione dei genitori che attestasse che i figli non presentavano alcun sintomo.

L’istituto romano, pur confermando di non aver ricevuto comunicazioni ufficiali, afferma di aver agito per l’incolumità della comunità scolastica in attesa di informazioni dalle autorità competenti.

Cosa devono fare le scuole nei casi a rischio

Ricordiamo che a tutt’oggi le scuole devono comportarsi seguendo le indicazioni della Circolare Miur a cui fa riferimento la ministra, inviata sabato 1° febbraio agli Usr e alle 8 mila scuole italiane: il dicastero dell’Istruzione ha scritto che gli studenti ai quali è stato comunicato dall’autorità sanitaria, o che sono venuti in altro modo a conoscenza, di aver effettuato un viaggio insieme ad un paziente nCoV – con qualsiasi tipo di trasporto – e/o di aver coabitato con un paziente nCoV, entro un periodo di 14 giorni, devono “telefonare tempestivamente al 1500 o ai centri di riferimento delle regioni, per le misure di sorveglianza, ove non siano state già adottate dall’autorità sanitaria”. Spetterà quindi l’autorità sanitaria a valutare, caso per caso.