Coronavirus e didattica a distanza, lo sfogo dei genitori: non funziona

da ItaliaOggi

Valentina Santarpia

«Non c’è più tempo per tergiversare, i bambini sono il nostro futuro ed è nostro dovere garantire loro il diritto allo studio. Ogni giorno che passa è sprecato, ed aumenta il rischio di “isolamento e demotivazione”»: è amaro il tono di Beatrice Barbetta, avvocato milanese, mentre scrive alla ministra Lucia Azzolina. Non vuole colpevolizzare nessuno, ci tiene a precisarlo, ma dopo 4 settimane in cui ha visto i suoi due figli, Francesco e Niccolò, arrancare con una didattica a distanza che non voleva saperne di partire, è sbottata. E ha mandato una lettera accorata alla ministra: «Sia chiaro: in un momento di emergenza mondiale quale quello che stiamo vivendo non c’è spazio a critiche, ben consapevoli delle mille difficoltà che ciascuno si trova ad affrontare», è la doverosa premessa. Ma nel vedere che le lezioni on line funzionano solo macchia di leopardo, anche nella scuola dei suoi figli, l’Ics di via Commenda di Milano, le sono venuti mille dubbi: «Lo studio è un diritto costituzionalmente garantito (art. 34), ma al di là di diritti ed obblighi, possiamo aiutarci in questa situazione?». Quello che propone Barbetta non è impossibile: «Presidi che diano indicazioni chiare, professori che si organizzino coordinandosi tra di loro, e poi lo sblocco dei libri telematici da parte delle case editrici: tutti i libri delle elementari sono rimasti a scuola, e noi non sappiamo come attivarli senza quei codici». La preside, la dottoressa Lorenza Terenziani, assicura di essersi attivata subito: «Naturalmente si risente della mancanza di contatto diretto fra i vari insegnanti- ammette- ma abbiamo già fissato degli appuntamenti in videoconferenza per “riunirci” e concordare secondo le consuetudini i nostri obiettivi comuni e le modalità da adottare». Ma quello di Barbetta non è uno sfogo isolato. Da Nord a Sud, la didattica digitale stenta a decollare. Nonostante le indicazioni di viale Trastevere, le scuole arrancano e le famiglie accumulano tensione e nervosismo. Se i dati preliminari di un sondaggio condotto dal ministero parlano di un 82% di alunni raggiunti in qualche modo dalla didattica, quindi teoricamente 8 studenti su 10, la verità è ben diversa. «Il registro elettronico non è la classe virtuale», spiega Mario Rusconi, presidente dei presidi del Lazio. «A braccio, almeno il 30% degli studenti degli istituti comprensivi del Sud è tagliato fuori. Meglio nel centro nord e alle superiori, dove l’80,9% si connette. Un altro problema grave, è proprio quello della connessione. Le connessioni sono lente, bisognerebbe chiedere ai gestori forme di generosità professionale in questo senso».

Compiti e confusione

La conferma arriva da Lucia Trotta, 42 anni, di Pagani (Sa): «La connessione è una tragedia. Ho due figli, Alessandro, di 7 anni, e Nicole, di 9: frequentano la seconda e la quarta classe dell’istituto Gianni Rodari. Solo oggi prima lezione online per Ale: non tutti sono riusciti a collegarsi per mancanza di connessione. Poi ci sono genitori che lavorano la mattina e non possono stare vicino ai bimbi, non tutti hanno pc a casa o telefono di ultima generazione. La verità è che chi può va avanti, gli altri restano indietro. Che tristezza». C’è poi il tema dell’abuso del registro elettronico: «Dopo 15 giorni, solo compiti a casa, e senza neanche coordinamento tra i professori», sottolinea infastidita Claudia Bisceglie, 44 anni, due figli di 12 e 11 anni alla scuola media Settembrini di Roma. «Dopo 15 giorni, tutto quello che abbiamo visto sono compiti sparpagliati sul registro, con una confusione incredibile. Non c’è gerarchia, non c’è nessuno che organizzi il lavoro delle classi. Sia mio figlio Enrico che mia figlia Vittoria non hanno indicazioni chiare. Ogni professore improvvisa, alcuni inseriscono materiali in formati non accessibili, e poi non c’è comunicazione: i ragazzi sono completamente lasciati a loro stessi, siamo tutti allo sbaraglio, non c’è nessun contatto reale con la scuola». E così i genitori vengono sovraccaricati di compiti che non sempre riescono ad assolvere: è il caso di Nicoletta Vivone, madre di Elisa, 9 anni, della scuola elementare De Gasperi di Roma, infermiera. «Io sto lavorando, faccio turni massacranti. E devo pensare alle fotocopie dei compiti! Solo oggi per la prima volta inizieranno lezioni on line, ma per 40 minuti due volte a settimana: questo non significa studiare come a scuola. Neanche il tempo di connettersi e salutarsi e sarà finito tutto. A me dispiace, la maestra di matematica è molto volenterosa, ma è chiaro che non c’è un’organizzazione seria dietro. È ridicolo».