Le radici e le ali

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Le radici e le ali

di Maria Grazia Carnazzola

“Abituarsi alla diversità dei normali è più difficile che abituarsi alla diversità dei diversi”. (G. Pontiggia)

1. Introduzione

Il 27 aprile u.s., il ministro dell’Istruzione ha inviato al personale scolastico, agli studenti e alle loro famiglie, una lettera sull’argomento “didattica a distanza” per gli alunni con disabilità.

Colgo questa occasione per una riflessione a largo raggio sul tema dell’inclusione scolastica e su quello delle “fragilità” dentro la scuola e dentro la famiglia.

La Costituzione consegna alla Scuola il compito di promuovere l’apprendimento e di valorizzare le competenze di tutti gli allievi, qualunque sia la loro condizione personale e sociale; in questo senso l’inclusione scolastica diventa la premessa per l’inclusione sociale. Includere significa creare le condizioni perché tutti possano stare dentro un contesto in modo soddisfacente; ciò rimanda alla costruzione dell’identità personale e sociale, al reciproco riconoscimento che passa, più che attraverso le parole, attraverso le pratiche: l’inclusività attiene alle persone che, a vario titolo, operano in quel contesto; non si esaurisce in ciò che un insegnante specializzato può fare per un alunno con disabilità ma è responsabilità dell’intera comunità professionale.

Per “fragilità” intendo tutte quelle situazioni come la disabilità, il disturbo specifico di apprendimento, un temporaneo bisogno speciale…, che generano disagio. Si stima che uno studente su cinque, nel corso dell’iter scolastico, incontri un momento di difficoltà particolare per cui ha bisogno di un “occhio di riguardo”.

Gli studenti nelle scuole italiane sono più di otto milioni, i conti sono presto fatti. Le difficoltà possono riguardare sia il soggetto sia il contesto, come l’ambiente socioculturale, il clima familiare, la qualità dell’istruzione scolastica.

Le fragilità non sono di per sé problemi, ma pongono dei problemi che la scuola è chiamata a risolvere, alzando il livello della competenza didattica, modulando e non abbassando il livello delle richieste.

Chi è fragile ha bisogno di un “sostegno evolutivo”, per dirla con A. Canevaro, di forme di accompagnamento che crescano e si modifichino con lui, cambiando quando lui cambia.

Sostegno che può essere strumentale, informativo, ricreativo, affettivo, emotivo. In questa prospettiva l’azione di sostegno è attribuzione di tutta la comunità scolastica: se ho un problema, posso chiedere alla persona che in quel momento mi è più vicina.

Questa è la necessaria pedagogia della prossimità che permette azioni di orientamento/accompagnamento continue e condivise e presuppone la capacità della scuola di ripensare i ruoli, l’organizzazione, le pratiche, gli ambienti.

A questa riflessione si collegano da una parte la necessità della formazione strutturale e continua degli insegnanti, dall’altra il problema della dispersione scolastica e dei costi sociali e personali che essa comporta.

2. Per continuare

Ci sono dei principi che costituiscono il fondamento dell’inclusione. Provo a declinarli.

a) Accettare le diversità come una delle caratteristiche costitutive della condizione umana. Insegnare questo significa creare situazioni di apprendimento che escludano la staticità metodologica e la proposta del convenzionale; significa sollecitare un confronto con la dissonanza, cognitiva, affettiva, emotiva, esistenziale di ciascuno. In questo modo insegnare ed apprendere diventano realmente espressioni dell’esistere. Nel confronto su problemi che davvero riguardano la vita di tutti, l’insegnamento si scontra e si confronta con il costrutto polimorfo di identità e con identità molteplici che si costruiscono in relazione a contesti storico, geografici e culturali, alle esperienze soggettive e collettive, al sistema dei simboli e dei valori sociali veicolati e d’origine.

b) Assicurare la partecipazione attiva. Includere non è assicurare un posto in aula, ma significa promuovere una partecipazione costruttiva, per sé e per gli altri, all’elaborazione della conoscenza per un reale apprendimento. La compiutezza e la significatività dell’apprendere viaggiano su due binari paralleli e complementari: quello orizzontale che procede soprattutto attraverso i sensi e riguarda la forma della conoscenza; quello verticale che riguarda il senso di quella forma e il legame che ha con l’esistenza di tutti e di ciascuno. Mi preme ricordare che il movimento che ciascuno compie, verso la conoscenza, risponde in prima istanza alla percezione di una necessità e che sollecitare questa percezione è compito dei docenti.

c) Sviluppare pratiche di collaborazione. L’inclusione è un processo continuo che richiede il concorso di tutti. Se la scuola ha, anche, il compito di contribuire allo sviluppo dell’idea di futuro, deve essere pienamente consapevole che il percorso che intende tracciare postula, per ciascuno, la presenza degli altri. Solo nella relazione con gli altri si può capire il presente e immaginare ciò che non è ancora dato. Scrive E. Morin che la conoscenza, oggi, è dissestata sia dalla rapidità dei cambiamenti sia dalla complessità derivante dalla globalizzazione e dall’intreccio dei processi sociali, demografici, religiosi, politici, ideologici. Questo periodo particolare che stiamo vivendo, legato alla diffusione del virus, ne è un esempio emblematico. Attraverso la conoscenza ciascuno, compatibilmente con la propria situazione personale, potrà scegliere tra le vie esistenti e anche immaginare le vie possibili.

d) Immaginare una scuola diversa. La scuola inclusiva è una scuola “diversa” che promuove il cambiamento e lo sviluppo e che impara da sé stessa, da quello che fa e da come lo fa. Una scuola che, nel suo esserci, riesce a generare conoscenze utili e necessarie alla comprensione del mondo e per vivere nel mondo qui ed ora e per immaginarsi, abbiamo detto, nel mondo di domani. L’esistenza è fatta di conoscenza che, per lo più, deriva dall’esperienza diretta. La conoscenza fornisce gli strumenti concettuali che consentono a ciascuno di attribuire un significato e un senso a ciò che sta vivendo. Ma solo se la conoscenza si rivolge al futuro. Il passato è necessario per la sistematizzazione dei saperi, le discipline si strutturano sulla conoscenza che proviene dal passato ma, interpreto Popper, ogni disciplina si basa sulle evidenze e contiene “verità” e “menzogne”. La conoscenza ha il compito di svelare le menzogne- questa è la falsificazione- e di generare tensione per lo sviluppo futuro. Per questo l’insegnamento di ogni disciplina non può che essere orientato al futuro che, a volte può significare anche tornare indietro. Ed è per questo che l’inclusione è responsabilità di tutti i docenti.

3. Tra innovazione e manutenzione

La scuola esiste per garantire a tutti l’educazione e la formazione, attraverso l’istruzione che è il suo specifico.

Purtroppo, spesso, educazione e formazione sono percepiti come termini astratti e di scarsa rilevanza- e non come cornici di senso entro cui collocare tutte le azioni- mentre le procedure sono considerate la concretezza a cui finalizzare le attività.

Lo vediamo chiaramente nell’istruzione a distanza, nell’impostazione della didattica, nelle modalità di verifica e nella successiva valutazione.

Quando c’è distanza c’è maggior disinvoltura nel trattare le situazioni, ma soprattutto le persone; quando si è vicini c’è un altro modo di vedere le cose. La lontananza permette una gestione diversa delle responsabilità e un appiattimento delle diversità; fino ad arrivare a dire, come è successo, che con l’istruzione a distanza tutti imparano meglio e sono più attivi.

Ci sono, ovvio, situazioni in cui il lavoro a distanza, in relazione all’indirizzo e al grado scolastico, funziona egregiamente, ma analizzando come le cose sono andate fino ad ora, il giudizio complessivo non può essere positivo perché il focus dell’azione didattica è più la memorizzazione dei fatti e delle procedure che non la loro comprensione. La memoria funziona meglio se i materiali da ricordare sono strutturati in un certo modo, di conseguenza la verifica sarà strutturata sul prodotto, non sul processo.

La costruzione del pensiero critico e l’apprendimento di algoritmi sono cose diverse e implicano processi cognitivi diversi.

La tecnica è indispensabile, ma va calibrata sui bisogni reali del gruppo e dei singoli, anche per le persone con disabilità perché il loro percorso di crescita è uguale a quello di tutti gli altri: hanno bisogno di una base sicura, fatta di relazioni, di conoscenze, di consapevolezze, per imparare a chiedere e a diventare autonomi. Lo racconta bene una storiella canadese: a ogni bambino vanno regalate le radici e le ali.

4. Conclusione

L’argomento “inclusione a scuola”, anche se diversamente etichettato, ha attraversato per parecchi decenni i programmi e le indicazioni ministeriali, le prassi didattiche di scuole volonterose e aperte e la ricerca accademica, con approcci teorici e operativi differenti, la cui efficacia è stata raramente monitorata e valutata.

Di volta in volta abbiamo parlato di individualizzazione, personalizzazione, inserimento, integrazione, accoglienza, stili di apprendimento e attributivi, cooperative learning, classe capovolta, metacognizione, e-learning…e regolarmente l’effetto muro di gomma, di cui diceva Piero Romei, è entrato in azione e si è tornati ai consueti riti: la lezione, la classe, il programma, l’interrogazione, il voto…

La scuola si interroga sui problemi, ma ha difficoltà a mettere in atto progettualità condivise e cornici di senso; tuttavia non possiamo non rilevare che è l’unica istituzione che si fa carico delle fragilità lungo tutto il percorso.