E. Keret, Pizzeria Kamikaze

Keret non fa solo ridere…

di Antonio Stanca

   L’israeliano Etgar Keret ha cinquantatré anni, è nato a Tel Aviv nel 1967 ed ha cominciato a scrivere durante il servizio militare. Il racconto è stato il genere letterario da lui preferito poiché gli è sembrato più facile giungere al lettore, trasmettere un messaggio, ottenere un significato, un effetto quando ci si muove rapidi, a breve distanza. Anche di cinema, di televisione si è interessato, anche di fumetti e a Tel Aviv, dove vive, insegna presso la Facoltà di Cinema e Televisione. Molto noto è il suo nome in Israele e all’estero, molto tradotta la sua narrativa e per questa ha ricevuto numerosi riconoscimenti anche in ambito internazionale.

   Keret fa parte della nuova generazione di scrittori ebrei, quella manifestatasi alla fine degli anni ’90 e durata fino ai nostri giorni. Da alcuni è considerato il fondatore della corrente letteraria che fu propria di quegli scrittori e che volle fare del surreale, dell’assurdo la sua nota distintiva. Mai vero, mai concreto è il mondo Keret perché immaginato, inventato è sempre. In una dimensione parallela ci si muove con questo scrittore, una dimensione che un’inesauribile carica d’ironia interviene a liberare da ogni dramma, da ogni pericolo.

   Una vita difficile ha avuto Keret e l’ironia lo ha aiutato a sollevarsi, ad uscire da quanto gli succedeva. Di quell’ironia avrebbe fatto il tono, la maniera della sua scrittura e con questa sarebbe andato oltre la realtà. Avrebbe trasferito tutto in un altro ambito, convinto che più ampi sarebbero stati i significati raggiunti, i messaggi trasmessi, più chiare le soluzioni per i problemi affrontati. Questi avrebbero riguardato la condizione che i tempi moderni hanno procurato all’umanità, avrebbero mostrato come questa sia rimasta isolata tra l’infuriare di tanti nuovi interessi, come abbia perso quanto era sempre stato proprio del suo spirito, della sua anima e come lo stia cercando.

   Così succede pure in Pizzeria Kamikaze, un’ennesima raccolta di racconti di questo scrittore che la Feltrinelli ha ristampato, nella “Universale Economica”, ad Aprile di quest’anno. La traduzione è di Alessandra Shomroni.

   Anche qui sono molti i personaggi che si muovono, tanta è l’umanità che si vede, è di ogni età, di ogni luogo. A unirla sono i richiami, i bisogni di elementi che soddisfino, che colmino quanto della vita è venuto a mancare, quanto della storia si è perso. Sono persone private di ciò che era loro sempre appartenuto e Keret fa vedere come lo vogliano, lo cerchino. Fa vedere, però, che non riescono nell’impresa, che finita e per sempre è quella vita.    Un dramma al quale Keret fa pensare mentre fa ridere!