Non c’è più tempo

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Non c’è più tempo

di Vincenzo Andraous 

Ho incontrato un ragazzo che non vedevo da qualche anno, sono rimasto di sasso, la roccia che era l’avevo di fronte franata, sgretolata.

Di quel palestrato naturale grazie a mamma sua, rimaneva l’altezza fisica, il resto una fotografia impolverata, immagine opaca di momenti andati. Il viso emaciato, occhi spenti, le parole lente, difficilmente comprensibili.

Nei pochi minuti trascorsi mi racconta delle cadute a curva dritta, delle risalite a metà, gli abbandoni della scuola e della famiglia, le denunce per reati da pochi cents, la galera fatta male, poi l’impatto devastante con la roba, la droga tutti i giorni, quella grigia, quella bianca, quella senza più colori né emozione di paura e di vergogna.

Mentre mi parla il suo dolore perde residenza, timbro sul passaporto, rimane carta straccia, mi accorgo che forse dobbiamo cambiare tutti perché davvero non abbiamo fatto abbastanza sul versante del disagio e della fragilità dei più giovani, dei giovani adulti, quelli che diamo ripetutamente per scontati, invece non lo sono per niente.

Mi parla di assenze e di deserti ravvicinati, parla in automatico, senza il coraggio necessario per chiedere aiuto, di alzare la mano, di farsi avanti alle parole tutte uguali, non fa un passo di lato per domandare un passaggio fin dall’altra parte della strada, per cambiare direzione, se ne sta schiacciato sul piedistallo, come a volere denigrare la sorte, ciò che gli sta attorno, soprattutto gli altri, sempre quegli altri a fare danni, a causare sofferenze, a rendere problematico il niente.

Le sue dita rimangono avvinte alle altre, si sforza a fare arringa, difesa, non s’accorge che il problema non sono come al solito gli altri, più semplicemente il problema siamo noi.

Lo ascolto, e penso convintamene che scaricare le responsabilità sulla famiglia è un vicolo cieco che non consente uscite di emergenza, forse ciò che è urgente è smetterla di raccontarci balle grandi come una casa, licenziando le tante e troppe rese, le morti per overdose da eroina, affermando che oggi non è più ieri, che lo zoo di Berlino nel frattempo se n’è andato in pensione.

È necessario veramente intervenire senza se e senza ma dove la roba circola a prezzi stracciati, e ogni qual volta il mercato a cielo aperto si sposta di qualche isolato perché giustamente spintonato, intervenire ancora, ancora, ancora, finché gli spazi della miseria umana si riducano sempre più, altro che pensare non serva a nulla.

Viene da chiedermi se parliamo ancora dovutamente di dipendenza, di sostanze, di droga, soprattutto nelle scuole, ai più giovani, a quelli che non credono a niente finché non ci sbattono il grugno.

Ritengo necessario domandarci ad esempio se non abbiamo abbandonato la comunicazione diretta, l’informazione corretta, che derivano dai vissuti disperati e disperanti che abbiamo colpevolmente in eredità, da quanti sanno stendere la mano e stringere forte quella dell’altro piegato e piagato, non solamente le parole, ma attraverso i respiri di tante esistenze ritrovate.