Scuola, lite per il test della febbre Ed è caos sui certificati medici

da Corriere della sera

Valentina Santarpia

roma Si alzano i toni sulla misurazione della febbre agli studenti. Dopo che il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, ha emanato un’ordinanza che impone di prendere la temperatura a scuola, una decisione che pure l’Ufficio scolastico regionale ha definito «tardiva e impropria», la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina interviene: «Ne abbiamo parlato, potrebbe essere impugnata l’ordinanza», ha detto durante la sua visita a Biella, ricordando che «a fine giugno abbiamo approvato le linee guida insieme a tutte le Regioni, Piemonte compreso» e che «il Cts ha detto chiaramente che la misurazione della temperatura va fatta a casa, anche per evitare studenti già contagiati sugli autobus». Cirio ribadisce che la sua non è una «provocazione ma una tutela»: «Abbiamo chiesto che ogni giorno le famiglie certifichino di avere misurato la febbre ai bambini e raccomandato alle scuole di misurarla loro, se possono. E di farlo comunque se manca la certifi-cazione». Ma l’autocertifica-zione dei genitori su informa-zioni mediche potrà valere?

È lo stesso dubbio che sorge sui certificati da portare a scuola in caso di malattia: non c’è più alcun obbligo di esibirli per un’assenza lunga. Ma ora potrebbero tornare a essere fondamentali. Nel caso di Covid è più facile: «Sarà l’esecuzione del tampone e il risultato del test negativo ripetuto a fare da prova della guarigione», spiega Paolo D’Ancona, epidemiologo dell’Istituto superiore di Sanità. E negli altri casi? «Se uno studente si assenta e la scuola non sa il perché potrebbe avere anche il virus ma se nessun medico lo ha visitato saremmo di fronte a una riammissione non ottimale — dice il presidente dell’associazione presidi, Antonello Giannelli —. Bisognerebbe reintrodurre un obbligo di certificazione al rientro. Almeno dopo i tre giorni».

Ma i «ritardi complessivi di tutta la gestione», come li chiama Francesco Sinopoli (Cgil), non si fermano qui. A poche ore dalla data di riapertura, ci sono città e istituti che stanno deliberando di posticipare. Alla Spezia il governatore della Liguria ha deciso di far slittare l’inizio al 24. Rinvii anche a Viterbo e Rieti, nel Lazio, e in alcune scuole romane (come l’istituto comprensivo Chiodi). Secondo Maddalena Gissi (Cisl), una scuola su 4 non riaprirà normalmente: «È una valutazione sottostimata — spiega —. Ogni scuola come minimo non ha il personale, poi non ha gli arredi, poi non ha i prodotti igienizzanti e poi non ha nemmeno le aule: ci si organizza come si può».  Tra i «buchi» del personale ci sono i lavoratori fragili, che potrebbero chiedere di essere adibiti ad altre mansioni o messi in malattia. Ma anche gli insegnanti «referenti Covid» che, rileva Pino Turi (Uil), «si distraggono dal loro lavoro: in presenza di un numero di docenti inadeguato ogni attività impropria è un modo di sottrarre il diritto allo studio dei ragazzi». E poi c’è l’incognita pulmini: «Solo perché ne abbiamo pochi, li mettiamo all’80% della loro capienza? — dice il direttore sanitario dello Spallanzani —. Non va bene».