L’alternanza prova a ripartire con nuovi progetti e ore «spalmate»

da Il Sole 24 Ore

di Claudio Tucci

Con un tasso di disoccupazione giovanile che è tornato a superare la soglia psicologica del 30% e un mismatch dilagante, specie nei profili tecnico-scientifici, l’ex alternanza scuola-lavoro, oggi si chiama percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento (Pcto), può (e deve) rappresentare il necessario cambio di passo del sistema scolastico italiano, puntando su maggiore qualità ed efficacia.

Invece, e purtroppo, a poche ore dalla ripresa in presenza delle lezioni, la scuola-lavoro rischia di essere una delle tante vittime “indirette” della pandemia, caduta già da tempo nell’oblio di politica e governo.

La recente riorganizzazione del ministero dell’Istruzione, di fatto, ha totalmente snobbato l’alternanza: non è stata prevista una direzione generale dedicata, dopo la soppressione da parte dell’ex ministra Maria Chiara Carrozza della Dg Istruzione tecnica, e il settore dovrà quindi essere accorpato con altri uffici. Anche nelle linee guida sanitarie l’alternanza viene pressocché liquidata, ricordando, in poche righe, che gli studenti che entrano in azienda – ma così accade già ora – sono soggetti ai protocolli sanitari previsti, e quindi sono tenuti a rispettarli (mascherina e misurazione della temperatura in ingresso, inclusi).

Le scuole, soprattutto quelle da sempre più attive nella didattica on the job, si stanno organizzando, non senza difficoltà: «Non c’è dubbio che, soprattutto quest’anno, occorre un ripensamento complessivo sulle modalità di espletamento dell’alternanza scuola-lavoro, sottolineano alcuni dirigenti scolastici da anni “sul pezzo”. Ad esempio, in diverse scuole si sta valutando la possibilità di diluire nel corso dell’anno scolastico le giornate di stage, magari stabilendo una cadenza settimanale, secondo una progettazione che si avvicina maggiormente al sistema duale. Questa soluzione potrebbe anche venire incontro alla necessità di ridurre il numero di studenti a scuola nelle singole giornate. Occorre però capire quanto le aziende apprezzino questo tipo di proposta e dibattere a fondo la questione con il collegio dei docenti. Di certo c’è che ai nostri studenti dobbiamo fornire le competenze professionali, così come il mercato del lavoro si aspetta e ha finora dimostrato di avere apprezzato».

Il tema è delicato; i due governi Conte hanno sostanzialmente smontato il sistema di formazione “sul campo”, oggi le ore obbligatorie sono scese a 90 negli ultimi tre anni dei licei, 150 nei tecnici, 210 nei professionali. Anche i fondi sono stati più che dimezzati; attualmente, senza le iniezioni di risorse Ue, sono circa 50 milioni di euro l’anno. Altre scuole, stanno puntando su progetti innovativi, grazie anche al digitale; per non far perdere questa importante offerta didattica ai ragazzi.

«Di scuola-lavoro, è vero, non se sta parlando più – ha evidenziato Federico Visentin, vice presidente di Federmeccanica, con delega all’Education -. In questi giorni il dibattito sulla scuola è tutto incentrato su banchi, gel, mascherine, distanziamento. Di Istruzione, con la I maiuscola, di aspetti educativi, di competenze mai un cenno. Eppure, abbiamo, tutti, compresi noi imprenditori, una grande responsabilità verso la formazione dei giovani. Il governo, l’intero Paese, debbono uscire dalla mera logica emergenziale, e mettere in piedi un progetto, una visione strategica, sulla scuola. È il messaggio che pochi giorni fa ha inviato anche l’ex presidente della Bce, Mario Draghi. Le imprese ci sono, e siamo pronti a dare il nostro contributo».

Già oggi, secondo gli ultimi numeri Unioncamere-Anpal, un’azienda su tre fa fatica a trovare i collaboratori di cui ha bisogno. O perché ce ne sono pochi, è il caso dei tecnici, periti e Its, e dei laureati Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics); o perché i candidati, spesso, hanno profili non in linea con le richieste di un mondo del lavoro che sta cambiando radicalmente, spinto dai mercati e dal 4.0.

Ecco, questi sono i motivi, ha aggiunto Visentin, «perché dobbiamo spingere sulla scuola-lavoro. Un’alternanza di qualità ci consente di avvicinare l’istruzione alle imprese e a migliorare le competenze dei nostri giovani. Sono entrambe, leve strategiche per rilanciare anche la nostra economia».