M. Serrano, Il mantello

La Serrano e la sua scrittura

di Antonio Stanca

   Ha cominciato a scrivere molto presto ma ha pubblicato piuttosto tardi: aveva quarant’anni quando uscì il suo primo romanzo, Noi che ci vogliamo così bene. Era il 1991 e l’opera oltre ad uno strepitoso successo ebbe molti riconoscimenti. Ne seguirono altre ed anche un romanzo giallo e racconti, questi tra gli ultimi anni del ‘900 e i primi del Duemila. Allora era ormai una scrittrice nota, una figura importante nella scena culturale e artistica del suo paese e dell’America Latina.

   Si tratta di Marcela Serrano, nata a Santiago del Cile nel 1951, quarta delle cinque figlie di una famiglia dove la madre era scrittrice e il padre saggista. Marcela per motivi di studio era stata a Parigi, poi a Roma ed infine era rientrata a Santiago dove presso l’Accademia di Belle Arti della Pontificia Università Cattolica aveva conseguito, nel 1983, il diploma in incisione. Aveva cominciato a lavorare in questo campo ma poi si era dedicata alla scrittura.

   Al seguito del marito ambasciatore era stata prima in Messico (2003-2004) e poi in Argentina (2010). Anche da queste esperienze sarebbe stata mossa nelle sue opere narrative. La vita, la storia dei posti dove era stata, soprattutto quelli del Cile dove tra il Nord e il Sud, le montagne e il mare, l’inverno e l’estate, i boschi e le pianure, era avvenuta la sua formazione, l’avrebbe continuamente ispirata. Intensi, profondi, appassionati sarebbero stati i temi dei suoi romanzi, suggestivi i loro personaggi, coinvolgenti le loro trame.

   Quest’anno, nella serie “I Narratori” della Feltrinelli, è comparso Il mantello, un libro pubblicato dalla Serrano nel 2019 e dedicato alla sorella Margarita, prematuramente scomparsa nel 2017. Non è un romanzo, non un diario bensì una serie di impressioni, riflessioni, osservazioni, immagini, appunti, la maggior parte dei quali riguarda Margarita, la sua vita in casa e fuori, il suo rapporto con le sorelle e in particolare con Marcela, alla quale era strettamente legata.    Sembra un’opera frammentaria, discontinua poiché procede per brani separati e, invece, contiene in ognuno di questi oltre a notizie importanti circa Margarita, Marcela e le tante situazioni, circostanze vissute dalle due sorelle, anche molta saggezza, molta sapienza, molta cultura. Molti sono i richiami ad opere di autori noti, soprattutto moderni, molti i brani di carattere filosofico, pedagogico, narrativo, poetico, molti i rapporti che corrono tra questi. C’è nello scritto un movimento che va oltre la situazione immediata, l’argomento riferito e si sposta tra prima e dopo, avanti e indietro, sopra e sotto fino a costituire un ambito che tutto avvolge. Non rimangono separati quei tanti, diversi momenti, aspetti, elementi dell’opera, li unisce uno spirito, li supera e crea il loro fascino. E’ come una voce nascosta che chiama, si sente da lontano, dal profondo dell’anima, che è fatta di tutto quanto c’è stato tra due sorelle che si sono tanto amate da non pensare che una potrebbe mancare prima del tempo, morire, una voce fatta pure dei ricordi dei luoghi, dei tempi, degli ambienti, delle persone che le hanno viste nascere, crescere. Un’epoca intera, quella del secondo Novecento, ricostruisce la Serrano tramite il rimpianto della sorella e come per questa anche per quella non si rassegna all’idea che non ci sia più, che sia finita. E’ stata l’epoca della sua infanzia, della sua adolescenza e di quelle di Margarita. Tanto felici sono state allora da farle pensare di aver vissuto un miracolo, da farle credere che la sua scrittura possa rinnovarlo. Così si spiega come questa sia stata così particolare in questo libro, quale effetto abbia cercato di raggiungere la Serrano.