In sei regioni lezioni a distanza per tutti i liceali

da la Repubblica

Corrado ZUnino

Ci sono Regioni che, per semplificarsi la vita (amministrativa) e svuotare i bus, sono andate oltre i suggerimenti di governo. E hanno portato la didattica a distanza al cento per cento: dalla prima alla quinta, in quei territori, i ragazzi delle superiori faranno lezioni da casa, almeno fino al 24 novembre. Tutti, le matricole che devono ancora conoscersi e soprattutto conoscere i nuovi metodi di studio, e i maturandi. La Campania di De Luca, la Lombardia di Fontana, e andiamo in ordine cronologico per la scelta, quindi la Sicilia di Musumeci, l’Abruzzo di Marsilio e la Calabria del neopresidente Spirlì hanno firmato ordinanze in aumento rispetto al governo: tutti in remoto. Si attende a breve lo stesso tipo di intervento da parte di Christian Solinas, presidente della Sardegna.

Ad approfondire, si vede che sono cinque presidenti di centrodestra, della moderna destra lego-populista, più De Luca, un esponente atipico e decisionista del Pd. Vincenzo De Luca era stato il primo, il 15 ottobre, ad accelerare sulla questione contagi a scuola chiudendo, dall’infanzia ai licei (poi ha fatto rientrare il ciclo per i più piccoli e oggi potrebbe decidere il ritorno in presenza delle elementari).

De Luca ora dice: «Le scuole sono il maggor vettore di contagio», riprendendo una tesi che con forza crescente ha messo in discussione lo slogan delle «scuole sicure» caro alla ministra. Pezzi importanti della scienza italiana, il fisico Battiston, il biologo Bucci, il matematico Sebastiani, l’infettivologo Galli, hanno via via portato elementi che hanno mandato in crisi il mantra difensivo e accompagnato la decisione di chiusura del governo.

Oggi Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute, dice: «Se chiudessimo gli istituti scolastici », lui intende tutti, «avremmo una riduzione del contagio del 15 per cento». Le scuole, secondo uno studio di Lancet sui lockdown di primavera, incidono sulla propagazione il doppio dei trasporti.

Le Regioni, dicevamo. Le altre, sono tredici su venti, hanno fatto propria l’indicazione di governo: 75 per cento degli studenti da remoto. Hanno scritto in extremis, e controvoglia, ordinanze in proprio Luca Zaia per il Veneto (era stato lui a sollevare per primo il problema), Stefano Bonaccini per l’Emilia Romagna ed Eugenio Giani per la Toscana. Tutti e tre dicono: avremmo preferito metà a casa e metà in classe. Gli amministratori della Valle d’Aosta lasciano che siano i presidi a intepretare quel 75 per cento. Alcune giunte, invece, danno indicazioni chiare: la Puglia chiede il sacrificio agli studenti del triennio finale. Sono in pochi, e tra questi c’è il Friuli Venezia Giulia, ad affiancare alla Dad un ingresso a scuola differenziato per i ragazzi delle superiori che continueranno ad andare in presenza: non si entra prima delle 9, ha deciso la giunta di Fedriga.

Le province autonome hanno fatto le autonome fino in fondo. A Bolzano e nell’Alto Adige metà ragazzi a scuola e metà a casa. A Trento e provincia, tutti in classe.