Il federalismo alla prova

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Il federalismo alla prova

di Gian Carlo Sacchi

Tra governo e regioni era iniziato un percorso che avrebbe potuto portare a quel “regionalismo differenziato” richiesto nell’ambito dell’art. 116 della Costituzione. Una maggiore autonomia dei poteri periferici era ormai matura ed i cittadini avevano dimostrato di gradire proprio dai sondaggi realizzati in occasione delle recenti elezioni regionali. Questa possibile intesa avrebbe altresì potuto celebrare degnamente i 50 anni dalla istituzione delle regioni stesse, ricorrenza di cui si era iniziato a parlare nelle più alte sedi istituzionali confermando il loro protagonismo nello sviluppo dell’intero Paese e nel processo di integrazione europea.

Si stava cercando di risolvere gli immancabili conflitti di natura economica che avevano fin qui bloccata l’attuazione della riforma costituzionale, si discuteva sulle materie da decentrare dalle competenze statali e si poneva l’attenzione, questa volta in maniera operativa, su quei “livelli essenziali delle prestazioni” che dovevano essere garantiti a tutti i cittadini italiani, che poi le singole regioni avrebbero potuto sostenere maggiormente con politiche virtuose.

La pandemia ha fatto precipitare detto itinerario, che agli occhi dell’emergenza è sembrato un po’ troppo accademico, costringendo lo stato centrale e le autonomie regionali ad intervenire velocemente sul servizio sanitario e sulla governance territoriale con un quadro legislativo ancora incompleto, il che ha creato non pochi conflitti tra poteri e responsabilità. Bisogna contenere il virus, ma nello stesso tempo non deprimere i territori e quindi da un lato, quello della salute, le regioni avevano già le necessarie competenze ed hanno operato in maniera autonoma, mentre dall’altro gli ormai famosi DPCM sono intervenuti imponendo a tutti le medesime condizioni, facendo storcere il naso a molti per la limitazione delle libertà. Un tentativo di mediazione abbastanza riuscito è stato il funzionamento delle conferenze stato-regioni che hanno creato un cuscinetto tra gli interventi statali e quelli regionali.

Il mancato completamento legislativo del processo indicato dal nuovo titolo quinto della Costituzione ha determinato una sovrapposizione di competenze, che questa volta ha fatto sentire le disfunzioni in modo drammatico, ma che è in atto da tempo e sul quale è intervenuta più volte anche al Corte Costituzionale. Lo scenario che abbiamo di fronte è da un lato il decentramento che ha messo in evidenza le differenze degli interventi delle diverse regioni, rispetto quindi ai servizi che garantiscono lo stesso diritto alla salute a tutti i cittadini, e dall’altro ai provvedimenti dello stato centrale al quale si imputa la mancata conoscenza delle peculiarità dei diversi territori e quindi a sua volta trattare in maniera uguale realtà differenti. Non vogliamo pensare che le differenze di colore politico tra livelli di governo abbiano creato conflitti più o meno espliciti sulla pelle della salute dei cittadini, ma è solo la diversità delle competenze che può evitare i soliti giochetti propagandistici e l’unitarietà degli obiettivi finali che può determinare la riuscita complessiva dell’operazione su tutto il territorio nazionale e su quelli locali definiti dalle politiche regionali.

 Se non sono chiare le attribuzioni i poteri vengono contesi dai diversi organismi, nazionali e regionali, mentre le responsabilità si scaricano più facilmente sugli altri, soprattutto se si ritrovano a fare le stesse cose modalità di governo di diversa coloritura politica; quello che sta accadendo nell’attuale clima di emergenza è dovuto alla mancanza di  chiarezza istituzionale e  tutto questo genera  confusione tra DPCM e ordinanze dei presidenti di regione, mettendo in difficoltà i cittadini un po’ su tutti i fronti, sia sul piano del comportamento sociale che su quello  dell’esercizio di attività economiche. Ciò dimostra la necessità di superare l’affermazione di “competenze concorrenti” tra stato e regioni, contenuta nel nuovo titolo quinto della Costituzione, intendendo un concorso/conflitto sugli stessi temi, mentre andrebbero separate le funzioni più che i contenuti, lasciando allo stato centrale le “norme generali”, come già indicato dalla predetta riforma costituzionale, che si era iniziato ad elaborare in vista delle predette intese sul progressivo decentramento statale.

Un quadro normativo più chiaro avrebbe reso l’azione amministrativa più efficace anche sotto la pressione della pandemia, cosa che invece mette a rischio l’autonomia stessa dei territori: c’è già chi sostiene che passata l’emergenza andranno ridimensionate le regioni, mentre il centralismo nazionale nella gestione continua a rivelarsi inefficiente e lontano dai bisogni reali del territorio. Nel settore della sanità il principio di “leale collaborazione” tra organi dello stato tiene, si mettono in atto collaborazioni tra regioni per la soluzione di problemi analoghi; ognuna di esse a sua volta interagisce con gli enti locali del proprio territorio e insieme si coordinano con i ministeri, e se nell’organizzazione del servizio si evidenziano disparità nell’organizzazione dei servizi non si tratta di annullarle ma di sostenerle, secondo l’ottica della sussidiarietà, in modo che migliorino la propria azione. Il corona virus ha messo in luce disfunzioni trasversali a tutto il Paese e non attribuibili soltanto ad alcune regioni, al nord piuttosto che al sud, e questo da un lato dovrebbe far intervenire lo stato centrale, e dall’altro stimolare le regioni stesse a migliorare le prestazioni, in vista degli obiettivi che il governo nazionale si è dato d’intesa con i governi regionali, nell’ambito delle predette “conferenze”, in attesa che una nuova riforma costituzionale istituisca la Camera delle autonomie locali. La mancanza di intese in altri settori, come il commercio, il trasporto pubblico, il turismo, ecc. hanno evidenziato  tutto il disagio degli operatori che pur dovendo perseguire obiettivi di salute, indicati a livello nazionale, possono organizzare le loro attività in base alle esigenze del territorio.

Il servizio sanitario è già una competenza regionale, il problema semmai è quello del coordinamento a livello nazionale e la differente efficienza delle prestazioni; le conferenze stato-regioni possono garantire costantemente tale rapporto, mentre le difficoltà in cui vengono a trovarsi i territori di fronte alla pandemia rappresentano le diverse esigenze che devono dialogare tra di loro, la tipicità dei territori con le relative sensibilità e l’impegno dei governi locali. Nonostante le difficoltà in cui sembra che diverse realtà vengono a trovarsi, che non sono divise, come di solito si dice, tra nord e sud del Paese, nessuna regione sembra voglia rinunciare alle proprie prerogative, ma forse si tratta di agire maggiormente sulle responsabilità sociali e politiche; c’è chi magari era abituato ad amministrare con leggerezza ed oggi cerca di raccogliere ciò che magari non ha seminato, ma questo non giustifica una rinazionalizzazione delle competenze che ha già dimostrato, ed anche il commissario covit ne è una prova, come il governo centrale non riesca ad assicurare un trattamento equo ed efficiente su tutto il territorio nazionale. Ci sono ricerche che attestano che è proprio il centralismo a creare disuguaglianze e disservizi: se gli ospedali non funzionano forse non accade solo in questo momento, quindi occorre darsi da fare per una maggiore qualità sul territorio, magari senza infiltrazioni di interessi particolari e corruzione politica.

Al contrario la scuola è una competenza statale, anche se il predetto titolo quinto l’avrebbe posta tra quelle concorrenti, fatte salve le norme generali dal lato dell’ordinamento  e i livelli essenziali delle prestazioni per quanto riguarda la garanzia dei diritti sociali dei cittadini. Com’è noto la normativa costituzionale non è mai stata applicata in questo settore ed oggi la difficile situazione aumenta il conflitto tra i diversi soggetti, creando disorientamento tra gli utenti. Sulla base della normativa vigente le indicazioni date dal governo nazionale (decreti, ordinanze, circolari) dovrebbero valere per tutto il Paese, ma nelle regioni si registrano dati diversi in relazione ai contagi ed ai conseguenti comportamenti ordinati dalle autorità sanitarie regionali e dai sindaci.

A parte il dibattito sui dati circa i focolai virali nati all’interno delle scuole, ciò che stiamo vedendo sono conflitti tra  livelli di governo a colpi di tribunali amministrativi anziché “leale collaborazione” tra istituzioni, motivati da esigenze dei territori stessi nei rapporti con il sistema sanitario, dei trasporti, ecc. Le normative scolastiche sono rigide e poi vengono disattese e lo stato che dovrebbe provvedere a tutte le scuole d’Italia è sempre in ritardo nelle nomine, nelle forniture, ecc. e nonostante questa volta fossero aumentati i finanziamenti le procedure rimangono lente e faragginose, ed è proprio per questo ritardo cronico della burocrazia che quelle regioni che hanno richiesto un supplemento di autonomia hanno incluso l’istruzione tra le materie da togliere in tutto o in parte dalle competenze statali.

Mentre nella sanità, come si è detto, ci potrebbe essere un problema di coordinamento a livello nazionale, nella scuola, che è l’altra faccia della medaglia dei servizi alla persona, c’è l’esigenza opposta, cioè quella di procedere ad un maggior decentramento e se si fosse applicato l’ormai famoso titolo quinto avremmo avuto un ordinamento scolastico statale uguale per tutti ed una gestione del servizio regionale e locale, come in parte già avviene per la rete delle scuole, alla quale si dovrebbe aggiungere la gestione del personale, di cui in passato si era occupata in modo favorevole la Corte Costituzionale. I recenti provvedimenti non hanno nemmeno valorizzato l’intensa attività degli istituti che durante l’estate hanno messo in sicurezza edifici, spazi, ingressi, aule: in tante zone sindaci e dirigenti scolastici avevano collaborato fattivamente per preparare la riapertura del nuovo anno, inserendo la didattica a distanza tra le innovazioni e non solo tra le emergenze.

Non si vuole entrare nel merito delle azioni messe in atto dai diversi soggetti istituzionali per il contrasto al virus, ma rimanendo al discorso della governance si può constatare la maggiore efficacia di un sistema decentrato che veda il livello nazionale impegnato su un disegno complessivo circa gli obiettivi da raggiungere e quelli territoriali nella gestione dei servizi e nell’interazione costante con i cittadini. Anche se il momento non sembra dei migliori bisogna portare a termine il progetto sul regionalismo differenziato perché sia in grado di irrobustire le gambe degli enti territoriali, in modo che si assumano le loro responsabilità e possano agire secondo il predetto principio di leale collaborazione. Rimane per tutti un problema di etica politica che si era cercato di risolvere nel decreto applicativo della legge sul federalismo fiscale, circa la ricandidabilità di personaggi che avevano agito in modo scorretto o assecondando interessi di parte, il che sarà favorito, come si è detto, se i diversi ambiti legislativi e amministrativi avranno competenze ben definite e non sovrapposte, come si vede infatti anche ora nel dibattito tra regioni con maggioranze politiche diverse che emanano provvedimenti concordati, sanno interagire con i rispettivi enti locali e insieme sanno essere interlocutori del governo nazionale.