Una scuola sempre più povera

Una scuola sempre più povera

di Maria Grazia Carnazzola

1. Introduzione

Non abbiamo mai sentito, credo, parlare così tanto di scuola: in presenza, a distanza, con banchi a rotelle, senza rotelle, con ingressi scaglionati… Ma a scuola i ragazzi delle superiori non ci vanno. Questa è la realtà da cui dobbiamo partire: è necessario che la scuola riprenda a funzionare.  Ma che cos’è scuola?

Bisogna proprio che ce lo chiediamo. Riprenderemo le lezioni in presenza per tutte le superiori- dell’Università poco si dice- ma per fare cosa e per farlo come? Ci sono ragazzi che si avviano a perdere due anni di scuola, due anni di apprendimenti che ciascuno dovrà recuperare da sé, se ne avrà il modo e le opportunità. E ci sono docenti che non riescono più a dare un significato a quello che stanno facendo e si chiedono il senso di una fatica di cui non si vede il risultato. Se davvero vogliamo ricomporre la frattura, occorre che gli adulti, tutti, facciano seriamente qualche riflessione e che si progetti seriamente il da farsi. Che cosa è cambiato per gli alunni e che cosa è cambiato per i docenti dal febbraio 2020? Ci sono state delle modificazioni strutturali nel modo di vivere, di comunicare, di curarsi, di imparare e di insegnare a cui non hanno fatto da contrappunto cambiamenti della struttura e dell’impianto organizzativo. Sono saltati i ritmi e le ritualità del vivere sociale e dell’uso anche simbolico degli spazi: sappiamo bene quanto questo generi insicurezza e ansia. Dovremmo aver ormai compreso tutti, e mi auguro lo abbia compreso chi ci governa, che non bastano più tante parole e qualche pezza, qualche intervento emendativo: il modello di scuola che abbiamo conosciuto, oggi non funziona e non tornerà a posto da sé.  Il modello di scuola va ripensato tenendo conto che il tema sanitario non può essere scisso da quello sociale e da quello ambientale. Servono un progetto che tenga insieme tutti gli aspetti e la consapevolezza che nessun progetto viene mai realizzato nel modo come lo si è pensato.

2. Per cominciare…

Per cominciare bisogna dire che la nostra, anche prima delle chiusure, non era una scuola di eccellenza, lo testimoniano i risultati delle indagini Nazionali e Internazionali, i dati relativi alla dispersione, la mancanza di un serio percorso di accompagnamento al lavoro. Negarlo sarebbe un atto di disonestà intellettuale oltre che la perdita di un’occasione per mettere sul tappeto tutti i problemi e gli elementi per ipotizzare un progetto complessivo che tenda al meglio e a sanare anche criticità che si sono trascinate nel tempo e che hanno generato dispersione, disorientamento e, di conseguenza, problemi e costi sociali. 

Restringendo ora il campo all’inizio della pandemia, è necessario ammettere che si è perso del gran tempo e non si è riusciti a delineare una visione sulla quale costruire un progetto definito, in termini di possibilità e non di probabilità, che permetta lezioni in presenza per il massimo del tempo possibile in base   alle contingenze, da aumentare o diminuire in relazione all’evoluzione delle situazioni. Lo si sarebbe potuto fare da subito, cominciando a pensarci da marzo 2020, calibrando il numero delle possibili presenze degli studenti delle diverse scuole sui mezzi di trasporto, nei centri urbani e nelle singole sedi scolastiche in condizioni di sicurezza, al massimo possibile, che non significa a rischio zero. Così tutte le classi  avrebbero frequentato e frequenterebbero in presenza per alcuni giorni alla settimana, mentre i restanti fruirebbero dell’istruzione a distanza : in presenza gli aspetti più generativi e fondamentali dei saperi disciplinari, a distanza le esercitazioni, le restituzioni, gli approfondimenti, i recuperi (cioè le attività che consentono la personalizzazione e di conseguenza vanno nel senso dell’inclusione)…sfruttando al meglio le potenzialità e cercando di contenere le criticità dell’uno e dell’altro modo. Istruzione in presenza e a distanza come momenti distinti, ma integrati e complementari, di un unico percorso che distribuisce gli apprendimenti, secondo quella che Dehaene chiama la regola d’oro, e che coinvolge tutti i docenti della classe nella gestione dei tempi, nel controllo e nel sostegno all’apprendimento , nell’equilibrio dei carichi di lavoro, nella scelta dei focus che formalizzino aspetti della vita contemporanea da affrontare con gli strumenti di ciascuna disciplina per una visione transdisciplinare, quindi quanto più possibile globale, dei problemi. Di che scuola parliamo se passiamo sotto silenzio la questione dell’acqua quotata in borsa, attraverso i futures- cioè contratti per l’utilizzo futuro di un bene in questo caso primario? Non a caso “Acqua pulita per tutti” è uno dei 17 goals dell’Agenda 2030. È successo a dicembre in California, non possiamo non parlarne. L’acqua è un bene pubblico, la finanza dovrebbe fare un altro discorso sui beni primari, ma per poterlo dire, tutti dovremmo possedere gli strumenti necessari, a cominciare dall’accesso all’informazione.   E della correlazione tra la concentrazione di polveri sottili e la diffusione del virus non diciamo niente mentre pensiamo a 8000 autobus in più per il trasporto scolastico? E che dire del problema dell’informazione veicolata dai social e del suo controllo quando- come testimoniano fatti recenti- il dibattito pubblico coincide con l’impresa privata delle piattaforme; o della sostenibilità dei modelli di vita attuali e futuri e della vivibilità degli ambienti, compresi quelli urbani. La situazione è complessa e pericolosa, ma chiudere gli occhi lo è di più. La scuola deve rendere conoscibile il presente, osservandolo attraverso rigorosi saperi disciplinari che cerchino di dare contezza del cosa, del come e del perché degli eventi e della parzialità e provvisorietà di ogni sapere. Tutti sbandieriamo che “il futuro è dei giovani”, ma anche questo sarà il loro futuro. Abbiamo un bel proclamare in merito all’educazione civica o all’educazione alla cittadinanza: se la democrazia si fonda sulla possibilità di controllare l’informazione, compresa quella scientifica, è dovere degli adulti e delle istituzioni preposte fornire gli strumenti culturali per distinguere le opinioni personali da quelle interessate, o dai pareri fondati scientificamente.

L’informazione può essere veicolata dai media, ma dare forma all’informazione spetta alla cultura, ecco perché l’istruzione a distanza non può bastare. E non è cultura quella codificata nelle materie di insegnamento che rimane mera informazione, se non viene collegata al presente e resa viva da chi la usa. Se sono le domande che fanno la differenza, potremmo partire dalla canzone La vita veramente di Fulminacci, per esempio. Partire ma non fermarsi.

3. Perché non sia una scuola sempre più povera.   

 Dobbiamo abituarci a un’idea nuova di insegnare e di apprendere, di tempo e di spazio, di presenza e distanza, di uso delle tecnologie come strumenti che possono facilitare e modificare l’azione, orientando in un senso o nell’altro.  Non sarà immediato il cambiamento e si dovrà prevedere, strutturalmente, una certa flessibilità nell’attuazione locale, tenendo fermi i principi, i criteri e i “quattro pilastri dell’apprendimento”, verificando e sfruttando il loro diverso funzionamento in presenza e a distanza: l’attenzione (a prestare attenzione si impara); il coinvolgimento attivo; il riscontro dell’errore e il consolidamento per ottimizzare, come sostengono le neuroscienze e le scienze cognitive, il potenziale di ogni studente e contrastare la dispersione. 

Paradossalmente più investimenti, più attrezzature, più tecnologie… hanno avuto come esito meno tempo a scuola, meno possibilità di relazione, meno attività concrete, meno insegnamento, meno apprendimento: una scuola più povera. E possiamo solo immaginare gli effetti che questa scuola produrrà sul lungo periodo se non si interviene tempestivamente.

Non possiamo , dicevo, recuperare il tempo perso, ma possiamo cominciare con il chiederci quali attività, quali tempi, quali ritmi scandiscono le giornate scolastiche; quali carichi di lavoro, con quali ritorni e risultati, rilevati e valutati come; qual è la percezione dei docenti che lavorano con lo stesso gruppo- classe, dell’affaticamento mentale ed emotivo degli studenti e del proprio, dell’efficienza dell’azione didattica; quanto  del dichiarato nel piano annuale di lavoro si riesce a  realizzare, tenendo conto della consistente  riduzione del tempo di lezione  nell’attività a distanza…

 Ogni scuola, per reinquadrare e ridare slancio alla propria azione, potrebbe rilevare (magari con un questionario questa volta utile) e condividere anche con i ragazzi i dati su alcuni aspetti:

  • la distribuzione oraria delle attività in presenza e a distanza per ogni classe
  • la percezione del livello di affaticamento fisico e mentale che queste producono
  • la disponibilità all’apprendimento nel corso della giornata e livello della tensione emotiva
  • le modalità   condivise per il perseguimento degli obiettivi trasversali (padronanza lessicale, capacità di sintesi…) indicate dal PECUP
  • la percezione che gli insegnanti hanno della propria efficienza/efficacia

-la percezione che i ragazzi hanno della efficienza/efficacia propria e  di questa scuola…….

e altro ancora, non per adattare i traguardi alla media del gruppo classe, ma per orientare il gruppo classe all’apprendimento massimo, da misurare e valutare, per poter intervenire anche con interventi calibrati e personalizzati. Tenendo sempre ben presente che nessuno può imparare per qualcun altro.

4. Per concludere

C’è chi sostiene che la didattica a distanza” non funziona più. Funziona, come sempre, per le cose che può supportare: le tecnologie sono nate per scambiare informazioni, non per dare forma alle informazioni. Ciò premesso, urge trovare il modo di tornare alla scuola in presenza, compatibilmente con l’evolvere della situazione. “La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a danzare sotto la pioggia” pare dicesse il Mahatma Gandhi. Serve un progetto, quello che il Ministero dell’Istruzione non ha saputo formulare in tutto questo tempo, un progetto che riguardi cosa si fa a scuola, non solo come ci si arriva o come ci si sta in sicurezza.  Ma c’è un’altra cosa che pare pochi prendano in considerazione. Più sopra ho scritto che molti docenti, in genere quelli che davvero fanno con passione il loro mestiere, non riescono più a riconoscere il significato e a cogliere il senso dello stare in questa cosa che continuiamo a chiamare scuola e pensano- e sono molti- a un’uscita anticipata. Se questo dovesse succedere sarebbe una tragedia dentro la tragedia. Verrebbe a mancare quell’anello di congiunzione che, come è sempre stato, collega le pratiche di chi padroneggia anche i saperi professionali e operativi con quelli di chi padroneggia i soli saperi disciplinari, in un confronto costruttivo e orientante, non solo durante l’anno di prova e di formazione.

La visione pedagogica e la didattica che si praticano sono strettamente connesse all’idea che si ha dell’uomo e delle sue azioni, dei processi mentali e delle pratiche: addestramento a precisi compiti- anche molto sofisticati- o costruzione personale di strutture mentali. L’importante è non confondere l’intrattenimento con l’insegnamento e le conseguenze con gli obiettivi.

BIBLIOGRAFIA

Dehaene S., Imparare, Raffaello Cortina Editore, Milano 2019;

Calvani A., Tecnologia, scuola, processi cognitivi, Franco Angeli, Milano 2007;

Dorato M., Disinformazione scientifica e democrazia, Raffaello Cortina Editore, Milano 2019;

Urbinati N., Democrazia sfigurata, Greca Industrie Grafiche, S. Giuliano-Mi 2016;

Tomassucci Fontana L., Far lezione, La Nuova Italia, Firenze 1997; Sini C., Il pensiero delle pratiche, Jaca Book SpA, Milano 2014.