V. Ardone, Il treno dei bambini

Viola Ardone, Il treno dei bambini, Einaudi 2019

di Mario Coviello

Ho amato molto questo libro che vi voglio raccontare per molte ragioni.

E’ scritto in forma piana e il racconto in prima persona del protagonista Amerigo, un bambino dei bassi napoletani di meno di dieci anni, mi ha fatto tornare alla mia infanzia, piena di sacrifici e di rinunce.

Amerigo ha solo la madre, una madre che non sa fargli una carezza, non lo sa abbracciare, una madre di poche parole. Una madre povera che, subito dopo la seconda guerra mondiale,  lava e stira la biancheria per i ricchi ed è complice di uomo che si apparta con lei nell’unica stanza del basso e manda fuori il figlio che non deve vedere. E’ l’uomo che le permette di sopravvivere con la borsa nera. E questa madre accetta di mandare il figlio in Emilia, al Nord, dai comunisti “ che mangiano i bambini” perché la fame è tanta.

E questo è l’altro motivo che mi ha fatto amare questo libro. La mia storia è intrecciata con quella del Partito Comunista Italiano. Mia madre Assunta è stata nel 1956 la prima donna consigliere comunale nel mio paese Bella, in Basilicata. Sono cresciuto con il ricordo della giovane studiosa Annabella Rossi, allieva di Manlio Rossi Doria, che ha raccontato la miseria di San Cataldo, un villaggio dell’Ente di Riforma Fondiaria, che è nel territorio del paese in cui sono nato. Ho mangiato anche io come Amerigo la mortadella,  la marmellata degli americani all’asilo delle suore di Maria Ausiliatrice.  Ho conosciuto e sono cresciuto anche io come Amerigo con uomini e donne che hanno creduto nell’ideale dell’uguaglianza e per esso si sono sacrificati con rigore e coerenza, come mia madre.

E Amerigo impaurito, disperato lascia la mamma e la sua casa e arriva in una vera famiglia. Impara a vivere con fratelli “adottivi”, riceve quel calore di un padre che non ha mai conosciuto. Torna in quella scuola che a Napoli aveva abbandonato perchè era solo una punizione e scopre che è bravo in aritmetica, riesce finalmente a imparare a leggere perché le lettere non si confondono più nella sua testa.

Impara a costruire un violino e scopre che ama la musica, che è capace di suonare.

E poi arriva il momento di tornare a casa. Il distacco è doloroso e la ruvidezza riscoperta della madre lo sconcerta. Ma è quando la madre decide di portare al banco dei pegni il suo violino con il suo nome sopra che  Amerigo scappa di nuovo in Emilia e torna dalla madre solo per il suo funerale.

La napoletana Viola Ardone, professoressa di latino e greco in un liceo, conosce profondamente la sua città e la sa descrivere nei suoi colori umani e disperati raccontando di  donne vive e indomite.  Ha approfondito la storia del Partito Comunista Italiano, che è nato cento anni fa e in queste settimane se ne celebra il centenario. Ha letto, come testimonia la bibliografia che accompagna il libro, Giorgio Amendola e Giulia Buffardi, una delle protagoniste del “ treno dei bambini”. E soprattutto come la Ardone dice.. “ Questa mia storia nasce da tante altre storie: anzitutto quelle che i “bambini” e le “bambine” dei treni mi hanno raccontato di persona , poi quelle che ho scoperto, consultando documenti d’epoca.” Vi consiglio questo libro perché sono sicuro che voi lettori attenti e appassionati ritroverete la vostra infanzia e adolescenza e con Amerigo riscoprirete la vostra fatica di vivere.