Scuola, il consigliere di Bianchi: “Contrario agli alunni sui banchi fino a giugno, meglio istituti aperti anche d’estate”

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da la Repubblica

Ilaria Venturi

“Aprire le scuole in estate per attività culturali educative, piuttosto che un recupero degli apprendimenti generalizzato sino a fine giugno”. Franco Lorenzoni, maestro fondatore della Casa-laboratorio di Cenci, centro di sperimentazione educativa, è stato nominato nel Comitato tecnico istituito dal ministro Bianchi sui tempi e luoghi dell’apprendimento. In emergenza e per la scuola post-pandemia. Ne fanno parte anche Maria Grazia Riva dell’università Bicocca di Milano, i presidi Maria Amodeo e Domenico Di Fatta, Andrea Morniroli, presidente della cooperativa Dedalus di Napoli, attivo nel Forum Diversità Disuguaglianze. Al Comitato partecipano inoltre Annamaria Ajello, presidente dell’Invalsi e Giovanni Biondi, direttore dell’Indire. Lorenzoni dà alcune indicazioni personali, nel rispetto di un programma di lavoro del comitato appena avviato.

Partiamo dal prolungamento delle lezioni a giugno, che ha fatto tanto discutere: cosa ne pensa?

“La mia opinione personale è che non si tratta di fare 15 giorni in più di lezioni a giugno, non credo nemmeno sia realistico perché le medie e le superiori hanno gli esami di Stato. Dovremmo cercare, piuttosto, di lavorare per tenere aperte le scuole in estate con il coinvolgimento del volontariato civile e del terzo settore. Penso a patti educativi di comunità, lo stesso ministro Bianchi li aveva indicati nel piano di ripartenza a maggio scorso. Le ragazze e i ragazzi hanno bisogno soprattutto di occasioni di incontro ad alta densità educativa, anche per fare tesoro dell’incredibile esperienza che stanno vivendo in questi mesi. L’idea intorno a cui stiamo cominciando a discutere sarebbe quella di aprire gli istituti proponendo attività artistiche, sportive e musicali, coinvolgendo anche i teatri, le biblioteche, tutte le realtà di un territorio. Non vorrei essere frainteso su un punto importante: la scuola pubblica rimane al centro, non si vuole privatizzare l’educazione cominciando dall’estate”.

Con la ripresa dei contagi si stanno richiudendo le scuole in alcune regioni o province: misura necessaria?

“Trovo assurdo tenere chiuse le scuole quando sono aperti i centri commerciali: questo è inammissibile. Capisco che nelle zone rosse si chiuda tutto, ma altrove la scuola deve essere l’ultima a chiudere. Ci sono regioni come la Campania dove i bambini hanno fatto scuola in presenza meno di un mese dall’inizio dell’anno scolastico. Dobbiamo tenere conto di situazioni preoccupanti: disturbi di diversi tipi nei bambini, crisi depressive, attacchi di panico e autolesionismo tra gli adolescenti. La pandemia, purtroppo, ci accompagnerà per un tempo ancora lungo: va gestita l’emergenza, ma dobbiamo anche guardare oltre e intervenire sulle carenze strutturali della scuola che il virus ha fatto emergere”.

Lei da dove partirebbe?

“Urgente è ripensare alla formazione degli insegnanti che deve essere obbligatoria e permanente. Chi insegna credo dovrebbe sentirsi in ricerca tutta la vita. C’è bisogno di intrecciare le discipline tradizionali con saperi nuovi e di sperimentare, soprattutto, comportamenti compatibili con una conversione ecologica più che mai necessaria. La lotta ai cambiamenti climatici, portata avanti con convinzione dai giovani più coscienti, per esempio, perché non dovrebbe trovare spazio nella scuola? La transizione ecologica è possibile solo se è c’è una parallela transizione culturale. Da molti anni la scuola è presa in scarsa considerazione nel nostro paese, ma per affrontare la pandemia e le gravi crisi che ci attendono c’è bisogno di più istruzione, più cultura, più scienza e più ricerca. Non possiamo perdere questa occasione per cambiare”.

Pensa anche alle risorse del Recovery Fund?

“Dire che la scuola è una priorità è importante per affrontare l’emergenza e per immaginare il dopo: ci sono grandi investimenti da compiere a partire dalla diffusione dei nidi, dal tempo pieno da ripensare e diffondere in tutto il territorio nazionale a partire dai territori più fragili, da un ripensamento dell’educazione tecnica e professionale, un tema su cui Bianchi è molto sensibile. Il Comitato si occuperà delle competenze digitali e del ruolo strategico che rivestono gli ambienti di apprendimento, focalizzandosi anche sul recupero, ma non solo. E’ vero, ragazze e ragazzi sono rimasti indietro su alcuni apprendimenti, ma hanno anche imparato molto e dove, se non nella scuola, si può elaborare una esperienza così traumatica? C’è da dire che la grande maggioranza degli insegnanti sta lavorando tantissimo, sebbene nelle condizioni peggiori. Non si è perso tempo. L’obiettivo è quello di rimettere la scuola al centro del discorso pubblico e anche dell’immaginario sociale, perché non c’è uscita dalla stagnazione senza una crescita culturale dell’intera società. L’importante è non sperare che tutto torni come prima nella scuola, perché nel contrasto alle disuguaglianze c’era e c’è ancora tanto da fare”.