La didattica a distanza una nuova riforma

La didattica a distanza una nuova riforma

di Gian Carlo Sacchi

La didattica a distanza (DAD) è entrata nel sistema scolastico dalla porta stretta dell’innovazione, di cui di solito si occupa una minoranza di docenti, spesso in solitudine, tra l’indifferenza e a volte la diffidenza dei colleghi, così come è capitato per tante altre novità soprattutto se introdotte dall’esterno, che hanno finito con il tempo per rinsecchire a fronte della sempre verde routine. Il recente tentativo di generalizzare l’uso delle tecnologie nell’apprendimento, avviato dalla legge 107 del 2015 con il piano nazionale della scuola digitale, si è rivelato traballante dato  lo scarso investimento economico per la diffusione delle attrezzature e il superficiale intervento nella formazione del personale.

Nessuno avrebbe pensato che a causa della pandemia si sarebbe dovuto usare quella piccola riserva innovativa per tutti gli alunni costretti a rimanere a casa. I balbettii del ministero con le immancabili circolari che hanno sempre la pretesa di fare parti uguali tra realtà differenti, hanno dimostrato l’inadeguatezza di una riorganizzazione nazionale del sistema ed anche le scuole si sono precipitate a riversare nel web gli stessi contenuti che sarebbero stati somministrati in aula, con la preoccupazione più delle procedure valutative che dell’efficacia del processo didattico.

Improvvisamente da alcune regioni viene l’indicazione che la DAD diventi un nuovo canale istituzionale, a scelta delle famiglie, per ovviare soprattutto ai rischi del contagio, scaricando così le responsabilità dalle amministrazioni poste talvolta sotto attacco per un servizio che non viene garantito come si dovrebbe in base ai diritti costituzionali dei cittadini o che non sia sicuro dal punto di vista sanitario. Di fronte all’emergenza infatti le scuole sono le prime a chiudere e le ultime a riaprire, sono diventate un’arma di contesa con il governo nazionale, messe sullo stesso piano degli esercizi commerciali o di altri servizi; ciò dimostra che della scuola interessa più l’aspetto sanitario che il valore formativo e sociale. E benchè siano state adottate misure di sicurezza e sia dimostrata la limitata contagiosità rispetto ad altri ambienti e modalità di organizzazione sociale, le regioni ne fanno spesso il capro espiatorio.

 Lasciare sole le famiglie nella scelta della DAD sarebbe quasi come addossare ad esse la responsabilità dell’eventuale contagio, anziché costruire un “patto educativo di comunità” in cui scuola ed enti del territorio possano agire nella direzione della cura ma soprattutto della prevenzione e dello sviluppo, agendo, come si è potuto largamente constatare, in senso educativo e rieducativo sui comportamenti di giovani e adulti, che la scuola può contribuire a costruire, ma che fuori di essa spesso diventano deleteri sul piano sociale ed anche sanitario. Se, come si dice, dopo la pandemia niente sarà come prima, la prima cosa che dovrà ispirare il cambiamento è una diversa etica nelle relazioni, nel lavoro, nel tempo libero, capace di pensare non solo al consumo del territorio stesso, ma alla rigenerazione del bene comune.

Alcune Regioni hanno decretato unilateralmente la chiusura delle scuole, mentre alla loro riapertura provvede il governo nazionale, in riferimento alle “zone” del contagio, e tutto questo deve considerare anche i poteri dei sindaci che rimangono pur sempre autorità sanitarie locali, senza contare che sul piano didattico le autonomie scolastiche sono tutelate dalla Costituzione.  Se per fronteggiare l’attuale situazione pandemica il Parlamento ha approvato lo stato di emergenza è evidente che le scelte politiche al riguardo competono allo Stato, d’intesa con le regioni alle quali è demandata l‘organizzazione del servizio sanitario, mentre sul versante dell’istruzione le stesse non hanno poteri sul piano della gestione del sistema scolastico, limitandosi ad un’azione di programmazione della rete dei servizi ed alla totale capacità di azione sulla istruzione e formazione professionale. Non avendo applicato in quest’ultimo settore la riforma del titolo quinto della Costituzione non è competenza regionale la revisione dell’ordinamento, come si vorrebbe fare da parte di certune attribuendo alla DAD un valore di nuovo canale istituzionale, ed è per questo limitato potere di intervento che è in atto la trattativa di ulteriore regionalismo differenziato ai sensi dell’art. 116 della stessa Costituzione, per arrivare ad avere un rapporto “concorrente” tra Stato e Regioni in entrambi i settori. Mentre sul fronte sanitario c’è una trattativa tra i due contraenti, che le regioni a loro volta dovrebbero aver mediato con gli enti territoriali, per le scuole non c’è mai stata un’intesa specifica, ma si registrano interventi unilaterali del ministero e delle stesse regioni ed i cittadini per rivendicare i loro diritti ed essere ascoltati sono dovuti ricorrere alle dimostrazioni  di piazza o ai ricorsi al TAR.

Le “competenze esclusive e concorrenti” previste dal suddetto titolo quinto, tra istruzione e sanità, si confondono, forse anche perché è la prima volta nella storia recente che le nostre istituzioni sono così gravemente sollecitate  dall’emergenza sanitaria, ma sul versante scolastico le regioni non possono porre le famiglie di fronte al dilemma tra lezioni in presenza o DAD, scambiato per libera scelta, esse hanno il compito di adeguare il funzionamento della rete dei servizi formativi alle esigenza del territorio, compreso il negoziare con lo Stato un incremento ed una adeguata distribuzione del personale.

 Se poi come accade un po’ovunque la DAD è una modalità di gestione del curricolo e non un altro rivolo ordinamentale, destinato ad essere definitivo una volta scelto, come per tante altre questioni sugli orari delle lezioni, sulla formazione delle classi, ecc., allora è affare della scuola, anche in tempo di pandemia, e deve essere lasciato all’autonomia degli istituti, ai quali gli enti territoriali devono dare sostegno e non porre ulteriori vincoli: lo Stato deve indicare le norme generali che tutti devono rispettare, ma dalle quali non devono dipendere in maniera rigida, le autorità sanitarie devono lavorare insieme per garantire la sicurezza e contrastare gli eventuali contagi; i patti di corresponsabilità educativa tra docenti e famiglie devono gestire il processo didattico, compresi la flessibilità deli orari, dei gruppi e delle eventuali variazioni di calendario.

Le scuole sanno gestire la pandemia e le politiche territoriali si occupino di come può costituirsi un favorevole ambiente circostante, a cominciare dai trasporti, dalle mense e da tutti i rapporti che sono necessari per l’espletamento della loro funzione nella realtà locale e la si smetta di farle oggetto di facete polemiche politiche, perché anche i banchi a rotelle possono essere utili non solo per il distanziamento, ma per modalità innovative di apprendimento se abbinati a spazi altrettanto flessibili, all’utilizzo di tecnologie aumentative e quindi per soluzioni didattiche integrate e non per far rimanere immobili gli studenti, sulle ruote, per ore e ore di un insegnamento consegnativo, che va superato per ragioni efficacia oltre che di sicurezza.

Ci voleva la pandemia per dimostrare come può funzionare una scuola a chi ne ha troppo vecchi ricordi; ogni istituto con la sua autonomia deve progettare e realizzare il suo curricolo, con orari e organico funzionali, dove i “gruppi” sono la variabile organizzativa che gestisce gli apprendimenti, i rapporti con la realtà esterna, utili anche per garantire la sicurezza. Questi infatti possono all’occorrenza essere facilmente isolati, con i più piccoli in spazi idonei, con i più grandi nei laboratori e per creare un minimo di socialità ai disabili. Ad essi ci si potrebbe riferire anche per regolare la provenienza degli allievi ed i loro spostamenti  da casa a scuola.

Speriamo che il ritorno alla normalità non sia una ricerca dello status quo ante, quello che è accaduto in questi mesi non ha portato come in passato un cambiamento dall’esterno, che i più potevano lasciare ad altri, qui tutti nella comunità scolastica ed anche fuori di essa sono stati coinvolti in prima persona almeno nella volontà di non contagiarsi. E quindi davvero non sarà come prima.