Salviamo la scuola del lavoro

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da la Repubblica

Marco Bentivogli

Nel nostro Paese ci sono due vicende che fanno capire con chiarezza come “corporazioni, interessi di parte” siano formidabili nel distruggere, puntualmente, le poche cose che funzionano: Alternanza scuola lavoro e Its, gli Istituti tecnici superiori. (E invece si danno 4 miliardi ai Cpi, centri per l’impiego che collocano meno del 3% di chi vi si rivolge). Sulla prima, gli studi di AlmaLaurea e AlmaDiploma dimostrano che, dove viene svolta con serietà, i ragazzi e le ragazze che ne prendono parte hanno il 40% di probabilità in più di trovare un lavoro. Risultato: gli ultimi due governi hanno smontato e depotenziato l’alternanza scuola lavoro. Questo è il primo paradosso.

Il secondo è legato a un’eccellenza del sistema formativo italiano: gli Istituti tecnici superiori (Its). Le nostre scuole di tecnologia post diploma che, a dieci anni dalla nascita, continuano a registrare tanti occupati e pochi studenti.

L’ultimo rapporto Ocse Education at a glance 2019 attribuisce agli Its nostrani un tasso di occupazione dell’82% nella classe 25-64 anni ma gli studenti frequentanti sono appena il 2% di tutti gli iscritti a un corso di studi terziario. L’1,7% per la precisione. Una forbice che non si registra in nessun altro Paese industrializzato, senza contare il basso numero di laureati.

Tutto ciò a fronte di un quadro finanziario neanche paragonabile: il contributo pubblico, statale e locale, per l’intero sistema Its nel 2018 era di soli 60 milioni di euro (di cui 38 di provenienza regionale). Uno dei problemi del sistema italiano è proprio lo scarso sviluppo della formazione terziaria non-universitaria. In altri Paesi, come la Germania, è molto robusta l’offerta di titoli post-diploma da parte delle Fachhochschulen, le cosiddette università di “scienze applicate” che assicurano alta formazione professionalizzante. In Italia questo pilastro è quasi assente.

Da Nord a Sud non mancano casi di Its di eccellenza, spesso legati al 4.0, con un tasso di occupazione che arriva a sfiorare il 100%. Il loro successo occupazionale è legato a elementi chiave: il primo è che questi istituti si collegano a un reale bisogno delle aziende. Il secondo è che formano le persone direttamente per un “mestiere”. I docenti che provengono dal mondo del lavoro sono infatti il 70% e in stage si fa il 42% delle ore totali. Quasi il 40%, poi, dei partner degli Its, sono le imprese stesse. La stragrande maggioranza dei contratti firmati sono stabili: tempo indeterminato o apprendistato. Gli Its sono governati da fondazioni che gestiscono queste scuole d’eccellenza con solo 16.400 studenti frequentanti, suddivisi in sei aree tecnologiche: efficienza energetica, mobilità sostenibile, nuove tecnologie della vita, made in Italy, beni culturali e turismo, informazione e comunicazione.

Servirebbe una fase due degli Its, diffonderli. Sono ignoti anche dove ve ne è richiesta. Primo, va migliorato l’orientamento. Poi, c’è da valorizzare la connessione con imprese e territori, a partire dal rafforzamento degli investimenti, se l’obiettivo, condiviso, è quello di aumentare il numero di diplomati Its, mantenendo l’attuale livello qualitativo dei percorsi. Invece di collegarli alle lauree professionalizzanti, vanno collegati all’apprendistato.

Volete sapere quale sarebbe un vero Pnrr? Un milione di studenti in tutta Italia a cui collegare assunzioni con contratto di apprendistato professionalizzante.

Gli Its funzionano perché hanno un ruolo chiaro e non sono né surrogabili dai centri di formazione professionale né assimilabili nella governance universitaria (come su carta scritto nel modello Emilia-Romagna). Su questo mi auguro che il testo del Pnrr venga chiarito. È un errore ricondurre gli Its nell’ambito universitario, si rischia di snaturarne la funzione.

Il pericolo è quello di accrescere il peso di corsi teorici e di rendere gli Its una brutta copia di certi corsi di laurea universitari. Semmai il percorso dovrebbe essere opposto: rendere certi corsi di laurea meno astratti, inserendo docenti con percorsi extra curricolari (i cosiddetti professor of practice

come nelle migliori università) che rafforzerebbero l’efficacia dei corsi.

In Germania e Francia funzionano proprio perché rappresentano un bisogno di competenze nuove e urgenti. E invece passare dai 60 milioni a 1,5 miliardi di euro ha fatto partire gli appetiti.

È per questo necessaria una legge urgente, che li consolidi, che fornisca un benchmark di qualità da Nord a Sud. E poi bisogna “organizzare la domanda”, gli studenti, le imprese e il territorio o li confondono con gli Itis o non li conoscono affatto. Insomma, le cose che funzionano sono snobbate o osteggiate da tutti, poi quando arrivano i soldi, parte l’assalto alla diligenza a costo di distruggerle.