Ocse, gli adolescenti italiani sono «online» 35 ore la settimana, vulnerabili alle fake news

da Il Sole 24 Ore

di Giuliana Licini

Gli adolescenti trascorrono sempre più tempo online, leggendo miriadi di dati e informazioni di ogni genere, ma molto spesso non sono attrezzati per distinguere la loro attendibilità, intercettare le fake news, riconoscere un’interpretazione fuorviante o vedere la differenza tra un fatto e un’opinione. A sottolinearlo è uno studio dell’Ocse che analizza i risultati dei sondaggi condotti duranti i test internazionali Pisa.

L’Italia, che è sotto la media dei Paesi avanzati nelle competenze di lettura (voto 476 contro 487 Ocse), figura di frequente sotto la media anche nelle competenze digitali, cioè di comprensione critica del testo online. In base ai dati del 2018 (quindi pre-Covid), i teen ager in media passano 35 ore la settimana online, quasi il normale orario lavorativo di un adulto, con un netto aumento rispetto alle 21 ore del 2012.

I più connessi sono i ragazzi danesi con 47 ore la settimana e sopra le 40 ore ci sono i 15enni svedesi, cileni e degli Usa. Gli italiani sono invece in questo caso esattamente nella media Ocse con 35 ore, quasi il doppio comunque rispetto alle 18 ore del 2012, e per 28 ore “navigano” a casa e per le altre 7 a scuola. L’aumento degli adolescenti che utilizzano internet (l’88% in media nell’Ocse contro il 74% del 2006) e del tempo che vi dedicano non cambia solo le modalità di interazione tra persone, ma anche l’interazione con i testi.

Il vasto mare di informazione a cui si accede con un click, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, richiede infatti una maggiore selettività nella lettura, oltre a una maggiore capacità di analisi del testo.

Tuttavia, mentre l’uso di internet è un fenomeno ormai globale, l’opportunità di imparare le competenze digitali a scuola è lungi dall’essere universale. Di fronte al massiccio flusso di informazioni da internet, e-mail, social o chat, solo il 54% dei 15enni indica di essere preparato a scuola a distinguere tra un’informazione obiettiva e un’indicazione tendenziosa.

Vi sono naturalmente forti differenze tra Paesi: in Australia, Canada e Danimarca oltre il 70% dei 15enni riferisce di avere avuto un training per distinguere se un’informazione è attendibile o faziosa, ma la percentuale scende sotto il 45% in Lettonia, Repubblica Slovacca, Slovenia e Svizzera.

Anche l’Italia è sotto la media, con il 49%. A fare la differenza è pure lo status socio-economico: la percentuale degli studenti da contesti avvantaggiati a cui si insegna a ‘leggere’ adeguatamente dalle fonti digitali è di 8 punti superiore a quella dei ragazzi svantaggiati in media e in alcuni Paesi, come la Germania, la Svezia, il Regno Unito e gli Stati Uniti, la percentuale arriva a 14 punti o più. L’Italia in questo caso è sotto la media, con 6 punti di differenza.

In genere, secondo il sondaggio, a scuola ai ragazzi si insegna soprattutto a capire le conseguenze di rendere pubbliche le informazioni online, cioè su Facebook, instagram o su qualche altro social (76%, Italia al 60%), mentre la competenza digitale meno diffusa è quella di riconoscere le e-mail spam o il phishing (40%, Italia al 27%).

Tra le competenze digitali insegnate a scuola vi sono poi la ricerca sul web tramite i motori come Google ( Ocse 56%, Italia 44%) e come decidere se fidarsi di un’informazione letta su internet (media 69%, Italia 58%).

Gli studenti di Danimarca, Germania, Irlanda, Giappone ed Olanda hanno mostrato per altro di essere i più preparati nelle strategie di lettura per rilevare la credibilità delle fonti ‘online’, mentre i ragazzi delle Filippine, dell’Indonesia e della Thailandia sono i più sprovveduti e anche gli italiani sono decisamente sotto la media. E ancora una volta, gli studenti socio-economicamente avvantaggiati sono i più preparati su questo fronte rispetto ai coetanei che vengono da contesti difficili, anche se nella Penisola il divario è tra i più limitati.

I dati Pisa 2018 mostrano inoltre che se gli studenti hanno l’opportunità di imparare a distinguere nella lettura tra un’informazione obiettiva e una faziosa a scuola, hanno anche una maggiore capacità di distinguere la differenza tra un fatto e un’opinione (in Italia la loro capacità è nuovamente sotto la media, 40% contro 47%) e questo influisce sulla comprensione del testo più del loro voto in lettura o del Pil pro-capite. Il che naturalmente non vuol dire che le opinioni non siano importanti per contestualizzare l’informazione.

Tuttavia – sottolinea l’Ocse – la capacità di distinguere i fatti dalle opinioni, di valutare la credibilità delle informazioni e di imparare le strategie per riconoscere le informazioni false o fuorvianti sono competenze necessarie per leggere nel mondo digitale. Le conseguenze della disinformazione sono ampiamente documentate, possono portare alla polarizzazione politica e a minare la fiducia nelle istituzioni pubbliche. Quindi, in ultima analisi, «la capacità di distinguere la buona informazione dalla cattiva è importante per preservare i valori democratici».