Una Scuola aperta al Territorio

UNA SCUOLA APERTA AL TERRITORIO CHE MANTIENE IL GOVERNO DELLO STATO CENTRALE

di Gian Carlo Sacchi

Quando si insedia un nuovo Governo ciascun ministro espone al Parlamento il proprio programma, che di solito avviene in tono abbastanza dimesso quasi per adempiere ad un obbligo, senza tanta partecipazione; un documento preparato dagli uffici del ministero anche per sostenere un politico spesso paracadutato su quella determinata poltrona senza che abbia avuto il tempo di documentarsi adeguatamente. Non è il caso del prof. Bianchi di cui si sentiva parlare da tempo, soprattutto a conclusione del gruppo di esperti nominati dalla precedente ministra di cui è stato coordinatore ed al quale il documento programmatico si è largamente ispirato.

Il neo ministro non ha assecondato la routine, ma si è lanciato in un vero e proprio panel di riforme che ha coinvolto l’intero sistema scolastico e formativo toccando temi che sono da tempo alla ribalta sui quali tuttavia non è entrato con specifiche proposte, basta però il taglio dato all’intervento per capire in quale direzione intenderebbe portare la nostra scuola, senza pensare magari alla durata di un esecutivo che molti definiscono di emergenza, con due compiti, quello di uscire dalla pandemia e di costruire un progetto capace di raccogliere i tanti soldi che proverranno dall’Europa. 

Per la politica in generale la preoccupazione per la scuola riguarda soprattutto la sicurezza sanitaria ed anche il dibattito stato-regioni è servito più che altro a ribadire chi dei due contendenti doveva esercitare il potere, con il risultato che i dirigenti scolastici che aspettavano come d’abitudine le direttive del ministero si vedevano tagliare la strada dalle ordinanza regionali. Ma il ministro Bianchi è partito immediatamente ribadendo la centralità della scuola “motore del Paese”, lanciando un patto nazionale che pochi sembrano fin qui disposti a sottoscrivere, perché per fare qualche passo avanti nelle diverse direzioni indicate occorre il consenso della popolazione scolastica, interna ed esterna al sistema, impresa ardua in questo momento dove prevalgono le esigenze di salvaguardare i riti burocratici relativi all’anno che ormai si chiude più che trasformare l’emergenza in opportunità innovative. 

Il programma parla di primo passo di un processo di riforma di cui si intende avviare la fase costituente, con il rischio che rimanga tale, quando arrivano da più parti avvertimenti che per fare le riforme, anche quelle richieste dall’UE pena i mancai finanziamenti, serve una maggioranza politica uscita dalle urne, ma chissà, nella storia del nostro Paese è capitato che certe leggi venissero approvate proprio da un quadro politico debole, come l’attuale; il tempo però è poco e certi nodi sono duri da sciogliere. E’ comunque utile raccogliere dalla comunicazione del Ministro i nuclei fondamentali sui quali intende intervenire, anche se le ricadute operative richiedono una semplificazione del quadro normativo e la valorizzazione delle autonomie scolastiche non solo sul piano didattico, ma più in largo su quello della gestione finanziaria e del personale, che non sembrano a portata di mano, ne sul versante del ministero dell’economia, ne per quanto riguarda le trattative sindacali.

Le risorse stanziate con il PNRR non sono poi tante se si pensa di potenziare veramente i servizi per l’istruzione dagli asili nido all’università, passando per la generalizzazione del tempo pieno nella scuola primaria e per una decisa innovazione del secondo ciclo per metterlo in condizione di dialogare veramente con il mercato del lavoro. Se poi si vuole che alla scuola sia affidato un ruolo guida nelle transizioni digitale e ambientale, non solo per i giovani, ma anche per gli adulti, allora è necessario investire in infrastrutture e in professionalità che al momento sono presenti in maniera alquanto esigua, come si è dimostrato con l’inadeguatezza ad affrontare le implicazioni del virus. Se ancora essa deve stare al centro dell’Agenda 2030 allora va decisamente superata l’ingessatura burocratica per aprirla nei modi, tempi e contenuti, al territorio. Intanto le risorse per l’avvio del prossimo anno non sono aumentate, si contano gli studenti che diminuiscono e nemmeno si adeguano gli organici la dove aumentano, così il permanere delle classi pollaio nelle quali andrà imposto il distanziamento, senza flessibilità nel curricolo e nell’organizzazione dell’orario.

Il ministro pone in primis la questione sociale, soprattutto la dove ci sono fragilità negli allievi e nelle famiglie, prevede azioni di mentoring per accompagnarli e combattere la dispersione e favorire l’orientamento. Per questa ultima attività sono previste 30 ore annue nella scuola di secondo grado, da finanziare con il suddetto PNRR; è augurabile che siano svolte non solo in uscita, per gli studi superiori o l’ingresso nel mondo del lavoro, ma anche in entrata: le scelte sbagliate sono infatti una delle principali cause del fallimento. Attività di mentoring sono stare realizzate in alcune scuole, ma con risorse esterne e figure competenti di cui il sistema scolastico non dispone. Oltre l’abbandono esiste anche la “dispersione implicita”, cioè il mancato raggiungimento, specialmente nella scuola della preadolescenza, dei traguardi di apprendimento, per i quali è necessario intervenire subito, non solo con una scuola estiva facoltativa, e qui il secondo nucleo programmatico, la necessità di allineare i traguardi educativi agli standard internazionali, comprendendo la valutazione dei risultati, esperienza tentata più volte senza risultato. 

Il Ministro entra nel merito della didattica, parla di metodologie innovative, della costruzione delle conoscenze, il che ricade anche sugli spazi che diventano parte costitutiva dei processi di apprendimento; interviene sugli ambiti disciplinari utili ad interpretare la realtà e l’utilizzo delle nuove tecnologie per dare efficienza all’insegnamento. Il centro della proposta pedagogica riguarda il curricolo che deve favorire in modo flessibile la relazione tra conoscenze scolastiche e mondo reale, personalizzazione degli itinerari di studio attraverso una quota di opzionalità da parte degli studenti. Si intende garantire il raccordo tra la formazione iniziale, formale, e quella non formale e permanente degli adulti, al fine di contemperare l’occupabilità con lo sviluppo umano e culturale. Sarebbe utile qui richiamare i decreti che introducono percentuali di flessibilità nel curricolo per vedere come nell’applicazione pratica, specialmente negli istituti tecnici e professionali dove massima dovrebbe essere l’adattabilità degli insegnamenti alla realtà del territorio e del lavoro, vincoli burocratici di orari, materie calate dall’alto e classi di concorso di fatto ne irrigidiscano l’organizzazione; allo stesso modo per quanto riguarda l’organico di potenziamento e quello più recente così detto del covit, sottoposti a costanti tentativi di decurtazione.

La novità sono i patti educativi di comunità, non solo tra docenti e genitori, ma con il coinvolgimento di altre agenzie del territorio che possono decidere l’aumento dell’orario e l’ampliamento della fruizione degli spazi, superando anche le classi per moduli più aperti, fino ad ampliare la sperimentazione degli istituti quadriennali, riconsiderando magari il quinto anno per l’alternanza scuola-lavoro, rapporti con scuole all’estero, servizio civile. L’impegno dovrà essere quello di qualificare l’offerta per favorire un’uscita a diciotto anni per tutti e il conseguimento del diploma di secondo grado. Dovrà essere generalizzato inoltre il percorso da 0 a 6 anni con una governance multilivello e l’integrazione tra istruzione e formazione professionale: percorsi statali e regionali. Andranno rilanciati gli ITS nel contesto dell’istruzione terziaria professionalizzante, rafforzandone la presenza nel tessuto imprenditoriale e nei rapporti con l’università.  

Con il dimensionamento della rete scolastica pensiamo si voglia trattare di un aggiornamento rispetto al dimensionamento dei comuni ed al ripristino del personale (dirigenti scolastici, DSGA, ecc.) gradualmente sottratto ai tempi dei risparmi Gelmini-Tremonti; il PNRR inoltre porterà con se la riforma degli istituti tecnici e professionali per allineare i curricula scolastici  alle richieste del tessuto produttivo.    

Un passaggio suggestivo del documento ministeriale individua la scuola come “architettura relazionale”, dove i muri non siano confini ma interfacce per la socialità e il dialogo, per una condivisione che vada oltre gli organi collegiali: meglio i patti dei consigli ? Si fa anche cenno alla formazione dei docenti senza toccare il problema del reclutamento e del precariato, della mancanza di una preparazione di base orientata alla professione, andando oltre alla semplice laurea e ai 24 crediti di carattere didattico, peraltro acquisiti in ambito accademico, mentre si ipotizza in modo preciso una scuola di alta formazione per la formazione in servizio, con strutture per la documentazione, che sembra fatta apposta per rinforzare l’INDIRE.

Si  sorvola una problematica peraltro assai nota, che va oltre le competenze del governo, entrando negli aspetti più pertinenti alle professioni educative e facendo riferimenti ad altri soggetti politici territoriali senza far capire bene quali responsabilità verranno loro attribuite nei rapporti con il sistema scolastico; sembra rinviaretutto al predetto patto sulla scuola che chiamerà tanti soggetti alla sua elaborazione, senza che poi nessuno di questi verrà incaricato di realizzarlo se non il ministero di cui il Ministro auspica una maggiore efficienza. Quando si arriva infatti alla governancesembra che il titolo quinto della Costituzione non sia mai stato approvato, si fa cenno ad un quadro normativo sull’autonomia scolastica, niente decentramento verso gli enti territoriali, e la parola regionalismo, che peraltro costituisce tuttora una partita aperta, non viene mai pronunciata, dimenticando dieci anni di impegno come assessore regionale.

Il richiamo all’unità nazionale del sistema ben conosciuto da tutti i destinatari del documento poteva essere superfluo se non fosse per ricordare alla fine chi governerà davvero, cioè lo stato centrale, e per l’autonomia si torna all’aggettivo funzionale, ripetuto più volte, introdotto con il decreto del 1999 per evitare che quellasancita dalle leggi Bassanini e che aveva ben altre ambizioni scappasse di mano. E chiaro che ormai l’impostazione data all’intervento programmatico, di un sistema scolastico aperto, sempre più capace di “portare la scuola nel mondo ed il mondo nella scuola”, in rapporto con il territorio, per crescere insieme, e con il mondo del lavoro, capace di valorizzare anche altri spazi educativi, ha bisogno di un’autonomia forte e di un vero decentramento dei poteri, invece ancora il 50% delle decisioni delle scuole vengono assunte da organismi burocratici sovraordinati. 

Il cambio di passo invocato dal ministro Bianchi avrebbe potuto suscitare discussione in merito alla scelta di piegare il sistema formativo verso quello produttivo e invece si perde nelle condizioni di realizzabilità di tutte le indicazioni fornite e cioè nel governo del sistema, che arretra rispetto agli organi collegiali, fa avanzare lo strumento pattizio senza che la scuola sia in grado di corrispondere con propri poteri a quelli dei diversi enti territoriali, perché il referente di ciascuna istituzione scolastica resta l’ufficio amministrativo e non la sua personalità giuridica e la leadership interna.

E’ stato ripetuto in tante occasioni che per rilanciare, come si vorrebbe, l’autonomia delle istituzioni scolastiche, occorre che vengano definiti i livelli essenziali delle prestazioni per tutti i cittadini, al fine di garantire l’unità del sistema e che lo stato applichi il principio della sussidiarietà verticale, mentre pare ci sia un rimprovero alle scuole che “non sempre hanno avuto un atteggiamento intraprendente per valorizzare i propri spazi di autonomia”. Viene riproposto in definitiva la catena di comando: ministro-provveditore (USR)-preside che nelle scuole della Repubblica si pensava di aver superato a beneficio di un governo locale e partecipato: per far parte del sistema bastano i suddetti livelli essenziali ed il progressivo innalzamento degli standard di apprendimento e funzionamento, dei quali non si parla, mentre pare scontato che il sistema nazionale continui a dipendere dal governo centrale, facendo così parti uguali tra diversi, che abbiamo visto in tutti i modi non essere efficace. 

Infine alla medicina scolastica andrà dedicata una rinnovata attenzione, non solo per i bisogni speciali ma per tutti i bisogni educativi e relazionali che la pandemia ha messo in evidenza. Le scuole hanno necessità di queste competenze per rilanciare lo “star bene” delle persone e delle comunità, ma anche la sanità territoriale deve superare l’aspetto puramente medico facendosi carico di tutte le professionalità necessarie a sostenere, insieme alla scuola, la salute ma anche la crescita e lo sviluppo.