Teniamo le classi sempre aperte

da la Repubblica

Paolo Di Paolo

Dici che è l’ultimo giorno di scuola, lo chiami così, ma non è l’ultimo, non è mai l’ultimo – nemmeno per chi suppone di archiviare per sempre zaino e quaderni. Dici ultimo giorno di scuola, e la liturgia liberatoria che prevede lanci di uova e farina, di acqua, spruzzi di schiuma da barba, va onorata com’è giusto che sia. E così ieri, in giro per l’Italia dopo la campanella che ha chiuso il secondo, faticoso e accidentato, anno scolastico della crisi sanitaria sono partiti i caroselli, i cori, gli scherzi. Dici che è l’ultimo giorno di scuola e quel piccolo sollievo – le vacanze che finalmente arrivano, prendono la forma delle mattine, dei pomeriggi lunghissimi in cui si esplora il paesaggio di un’altra vita – è una promessa. Ma l’ultimo giorno di scuola, stavolta, è bene pensarlo come il primo del prossimo anno scolastico: perché non sarà questione di pura logistica. Non sarà questione di misurare un’opportuna, ancora prudente, distanza fra banco e banco, ma di ridurre quella fra le aule e il mondo fuori. È questione di far sconfinare la scuola – nel solco di un ragionamento proposto in un recente volume a più voci, Scuola sconfinata, pubblicato gratuitamente in rete dalla Fondazione Feltrinelli. Rigenerare lo spazio pubblico dell’istruzione rigenerando gli spazi pubblici, ripensare la città come risorsa educativa, farla entrare nella scuola. Far entrare nella scuola «donne e uomini che hanno scelto di educare» – curare una biblioteca, un orto condiviso, un museo, uno studio artigiano; persone che hanno scelto di consumare consapevolmente, che studiano, che creano. Renderli parte di un rinnovato patto sociale. Va rinsaldata un’alleanza strategica, va rimessa a fuoco un’idea di cittadinanza, di spazio pubblico: meno ingolfato dalla burocrazia, dall’applicazione di norme aziendalistiche, meno schiacciato dalle diseguaglianze. Uno studente su cinque non è nelle condizioni di scaricare un documento condiviso, e spesso non ha gli strumenti per farlo. Per questo non può essere l’ultimo giorno di scuola, ma di nuovo e sempre il primo, per un Paese che intende ripartire dai fondamentali, non chiudersi ma aprirsi, assecondare mutamenti sociali decisivi, definire l’area dei nuovi diritti. Non è l’ultimo giorno di scuola se pensi che passa di lì la scommessa su una comunità resistente e duttile, resistente perché duttile. Non è l’ultimo giorno di scuola se pensi che a scuola le ragazze e i ragazzi italiani nati in Italia da genitori stranieri sono cittadini di questo Paese, quando ancora la politica non glielo riconosce. Non è l’ultimo giorno di scuola se pensi che solo tra i banchi si può alimentare una cultura del rispetto e dell’uguaglianza fra orientamenti sessuali diversi, identità, una cultura del rispetto e dell’uguaglianza e della dignità delle donne, mentre parte della società resta indietro e non riesce a rompere vecchi e perniciosi schemi. Non è l’ultimo giorno di scuola se pensi che il nuovo, in un Paese che lo immagina a fatica e spesso lo vive come travestimento del vecchio, nasce tra i banchi. Non è l’ultimo giorno di scuola se percepisci la verità inoppugnabile di un libro polveroso, spesso grondante retorica, come l’innominabile Cuore. Almeno in quella pagina in cui un padre invita il figlio a pensare “che cosa spregevole cosa sarebbe la tua giornata se tu non andassi a scuola”. E aggiunge: “Pensa agli innumerevoli ragazzi che presso a poco a quell’ora vanno a scuola in tutti i paesi, vedili con l’immaginazione, che vanno, vanno, per i vicoli dei villaggi quieti, per le strade delle città rumorose, lungo le rive dei mari e dei laghi, dove sotto un sole ardente, dove tra le nebbie, in barca nei paesi intersecati da canali, a cavallo per le grandi pianure, in slitta sopra le nevi, per valli e per colline… tutti a imparare in cento forme diverse le medesime cose, immagina questo vastissimo formicolìo di ragazzi di cento popoli, questo movimento immenso di cui fai parte, e pensa: – Se questo movimento cessasse, l’umanità ricadrebbe nella barbarie, questo movimento è il progresso, la speranza, la gloria del mondo”. Vi pare troppo? No. Non è mai l’ultimo giorno di scuola.