Serve un patto sociale per non discriminare gli studenti più fragili

da Il Sole 24 Ore

di Pierpaolo Triani

La situazione è nota. La scuola non riesce a compensare, quanto vorrebbe e dovrebbe, le differenze di partenza degli alunni. I report che periodicamente vengono elaborati così come i dati che si possono raccogliere nei singoli istituti scolastici, mettono in luce come gli studenti in maggiore difficoltà siano quelli che possiedono meno risorse culturali, relazionali ed economiche nei contesti di riferimento. Anche durante la Dad, coloro di cui si è perso più presto traccia sono quelli che già vivevano situazioni di fragilità. Non solo la scuola fatica a compensare il differente bagaglio di risorse posseduto dagli studenti, ma in diversi casi il divario tende a farsi più ampio.

Il sistema scolastico, dunque, è ben lontano dall’essere realtà formativa a misura di ciascuno, contesto capace di sostenere l’apprendimento di ogni alunno considerato nella sua singolarità. Tuttavia, senza le scuole la situazione sarebbe ben più grave e i mesi della pandemia l’hanno messo in luce. La scuola non riesce ancora a colmare le differenze di partenza, ma è punto di riferimento per tutti i bambini e i ragazzi; non riesce a sostenere il successo formativo di ciascuno, ma è presidio indispensabile per contenere l’impoverimento delle risorse personali e contesto capace di sviluppare, nella maggior parte dei casi, competenze cognitive, culturali, sociali. Occorre allora continuare a riconoscere la centralità formativa e sociale delle scuole a condizione che si mettano meglio a fuoco le questioni del contrasto della dispersione e dell’insuccesso formativo, provando a cambiare prospettiva. Non basta che tutti vadano a scuola, non è neppure sicuro che serva più scuola; è necessario che le scuole cambino.

Le strategie per la prevenzione della dispersione e per la promozione del successo formativo sono note da molti anni. È sufficiente riprendere il documento della cabina di regia del Miur per la lotta alla dispersione scolastica e alla povertà educativa, del 2018, oppure il Rapporto finale del 13 luglio 2020 del Comitato di esperti, presieduto dal futuro ministro Patrizio Bianchi. In entrambi i testi non mancano le idee e le proposte di azioni, che però presuppongono una scuola capace di cambiare un modello di funzionamento che risulta troppo rigido di fronte alla sfida di rispondere alle esigenze diverse degli studenti. Occorre lavorare su un cambiamento che è ben più ampio dell’ampliamento del tempo scuola. Anzi, l’allungamento dell’apertura degli istituti scolastici, se non è accompagnato da un progetto che delimiti il ruolo della scuola in sinergia con altre agenzie educative, rischia di essere controproducente, per almeno due motivi. Il primo è il rischio che nel medio periodo più tempo scuola significhi semplicemente prolungamento della attività didattiche consuete (dovrebbe insegnare qualcosa l’involuzione del tempo pieno nella scuola primaria). Il secondo è che si rafforzi un processo problematico, già in atto, che tende a delegare alla scuola qualunque funzione educativa, con il conseguente indebolimento del ruolo di altre agenzie educative extrascolastiche.

Ciò su cui è più urgente intervenire sono i tempi, gli spazi, le modalità ordinarie della scuola, in una logica di maggiore flessibilità, personalizzazione, integrazione tra le risorse. Non è più sufficiente operare con unità orarie rigide e classi uniformi; è necessario rafforzare i tentativi di modulare l’orario scolastico in modo diverso e “aprire” le classi per lavorare anche con gruppi omogenei per competenze; non basta dire che la scuola media è l’anello debole, se non si mette mano al suo impianto curricolare pensato ancora come una piccola scuola superiore. È necessario porre una maggiore attenzione ai primi due anni della scuola secondaria di secondo grado (il vero e proprio buco nero della dispersione), così come considerare i centri di formazione professionale parte integrante del sistema formativo. Soprattutto è urgente dare la possibilità alle scuole di accompagnare gli studenti in difficoltà, attraverso forme più precise di personalizzazione didattica. Per fare questo occorrono risorse, ma anche un cambio di mentalità. Vi è attualmente una situazione critica che potrebbe diventare paradossalmente un vantaggio. La popolazione studentesca nei prossimi anni è destinata a diminuire; sarebbe un grave errore ridurre anche gli insegnanti. Occorre invece ripensare, assieme a loro, i loro compiti: potenziare le ore di progettazione comune (per confrontarsi sui casi più difficili), prevedere la funzione di tutoraggio, accrescere le ore di lavoro comune in classe; arricchire le proposte opzionali adatte a sviluppare le attitudini degli alunni.

Certo, per fare tutto questo occorre formazione. Ma anche un nuovo patto sociale per la scuola.

Docente di Pedagogia generale all’Università Cattolica