Umiliazione ed umiltà

Umiliazione ed umiltà

di Rita Manzara

“Umiliazione” ed “umiltà”: due concetti che si inquadrano neidelicati meccanismi di approccio all’ “altro da sé”.

Entrambi chiamano in gioco il valore della persona e comportano conseguenze nella sfera emotiva di un individuo, a prescindere dall’età di quest’ultimo.

In campo educativo, tuttavia, il discorso deve farsi particolarmente attento, poiché il compito principale dell’educazione è quello di «trarre fuori» da una giovane vita gli aspetti migliori, cioè quelle potenzialità da spendere per lo sviluppo di competenze, sia cognitive che relazionali.

Incominciamo col dire che l’umiliazione non raggiunge sicuramente lo scopo di far emergere “il meglio” di un soggetto, tantomeno in età evolutiva. 

In uno studio condotto presso l’Università di Amsterdam i neuroscienziati hanno analizzato il cervello di alcune persone mentre sperimentavano diversi stati emotivi ed hanno rilevato che, sul piano psicologico, l’umiliazione attiva delle aree cerebrali connesse con il dolore e, allo stesso tempo, rappresenta un carico cognitivo la cui elaborazione si protrae per un lungo periodo.

Nella persona umiliata, quindi, si scatenano svariate reazioni che hanno tutte, come comune denominatore, la rabbia espressa in svariate forme più o meno evidenti.

A seconda delle caratteristiche individuali, la reazione esplicita può variare tra una chiusura totale, un’apparente obbedienza con conseguente adozione di comportamenti di “ipocrisia”, oppure un’immediata escalation di aggressività che può condurre addirittura al rischio di creare pericolo.

Quest’ultima situazione – oltre che nel caso di precise patologie – si verifica, abitualmente, soprattutto   in presenza di personalità inclini a reagire in tal modo anche per motivi legati alla propria storia di vita, nel corso della quale si sono presumibilmente già verificati episodi più o meno frequenti di umiliazioni subite o “viste subire”.

Purtroppo qualche docente, a volte anche inconsapevolmente, fa uso dell’umiliazione per definire la verticalità della relazione con il minore: è l’adulto che comanda e che quindi ha il diritto/dovere di farti rispettare – per il tuo bene – il ruolo subalterno.

Per mantenere questo assetto possono essere utilizzati diversi strumenti, sia in relazione al rendimento scolastico, sia per attuare interventi sul piano comportamentale.

Nel primo caso, voti e giudizi, spesso accompagnati da osservazioni poco lusinghiere sullo studente espresse ad alta voce, non svolgono la funzione di strumenti regolativi degli apprendimenti ma, al contrario, provocano stress impedendo la libera evoluzione delle capacità e le manifestazioni delle stesse. È il caso del “blocco” che può verificarsi in situazione d’esame in presenza di un professore che assume un simile atteggiamento.

Nel caso in cui l’umiliazione venga applicata come strategia di contenimento a fronte di manifestazioni comportamentali, anche nei casi più difficili il rimprovero davanti agli altri senza possibilità di discolpa risulta una scelta negativa in quanto annullatotalmente la persona cui viene rivolta.

Appare evidente che in entrambi i casi viene esclusa qualsiasi possibilità di ricavare un insegnamento anche dall’errore e/o di abbandonare consapevolmente comportamenti poco corretti. 

Tutt’altro discorso può riferirsi all’ “umiltà”, che rappresenta un valido obiettivo educativo.

Anche in questo campo, è necessario chiarire i termini della questione.

Essere educati all’umiltà (sia in famiglia che a scuola) non significa che non si possa entrare in una dinamica competitiva, limitandosi a ritagliarsi un posto solo marginale nella quotidianità dei propri ambienti di vita. La competizione, infatti, assume un ruolo importante in campo educativo in quanto consente di misurare le proprie forze nel rapporto con gli altri.

Essere umili non significa essere sottomessi, non difendere mai le proprie ragioni, avere scarsa autostima. Anzi, al contrario: la persona umile sa di non poter essere competente in tutti gli ambiti della vita e di non essere superiore a tutti, tuttavia sa di possedere capacità che, peraltro, non vanno utilizzate per far sentire inadeguati gli altri.

La persona umile è, in conclusione, anche meno esposta all’umiliazione perché conosce realisticamente il proprio valore e questa consapevolezza – oltre a costituire una difesa contro la tendenza a sopravvalutarsi – consente di attenuare l’impatto negativo di un giudizio ingiustamente mortificante.

Come far entrare l’umiltà nelle aule di scuola, considerando che la parola stessa (assieme ad altre come “sacrificio”, “bontà” e simili) sembra appartenere al campo di una retorica non in linea con i tempi attuali?

Il termine linguistico non è sicuramente la chiave di accesso ad un ambiente di apprendimento organizzato a livello di alunno, di studente. Un contesto in cui le relazioni assumono un valore determinante consentendo di costruire un sapere significativo insieme agli altri, compagni e adulti, nell’ottica della valorizzazione delle caratteristiche personali. Un luogo di incontro nel quale le diversità (comprese le difficoltà che possono riguardare tutti e/o ciascuno) non giungano mai a diventare motivo di umiliazione.