M. de Kerangal, Riparare i viventi

Maylis de Kerangal, l’opera come la vita

di Antonio Stanca

   Nella serie “Universale Economica” – 70° anniversario, promossa dalla Feltrinelli e impegnata a ristampare opere precedenti di questa casa editrice, è comparso il romanzo Riparare i viventi della scrittrice francese Maylis de Kerangal. La traduzione è di Maria Baiocchi con Alessia Piovanello. L’edizione originale risale al 2013 quando la scrittrice, nata nel 1967 a Tolone, aveva quarantasei anni ed era alle sue prime opere di narrativa. Aveva cominciato a quarantuno anni. In precedenza aveva studiato Filosofia, Storia ed Etnologia a Parigi, aveva viaggiato a lungo in Francia per conto delle Edizioni Gallimard e poi aveva studiato Scienze Sociali. Si era, infine, dedicata a scrivere romanzi e racconti che le avrebbero procurato un notevole successo in Francia e all’estero, che sarebbero stati molto tradotti e molto premiati. Oltre alle traduzioni, ad una riduzione cinematografica Riparare i viventi avrebbe ricevuto nel 2014 il Prix France Culture Télérama e nel 2015 il Premio Letterario Merck Serono. Non avrebbe, però, smesso la de Kerangal con l’editoria e ancora adesso, mentre scrive di narrativa, cura le “Editions du Baron Perché”, le ha create e ne ha fatto una letteratura per l’infanzia.

   C’è nella scrittrice una tendenza, un’inclinazione a partecipare, a collaborare, a stare, a fare con gli altri e per gli altri, un bisogno di comunicazione, di scambio, una ricerca del dialogo. Sono riconoscibili questi aspetti del suo carattere nella vita che ha fatto, negli studi che ha compiuto, nel lavoro di editoria che ha svolto, che ancora svolge e naturalmente anche nelle opere. Lei li fa propri della sua formazione, li fa risalire, li attribuisce agli anni dell’infanzia e dell’adolescenza trascorsi a Le Havre, città portuale della Francia in continuo movimento, sempre attraversata, percorsa, abitata, vissuta da persone nuove, diverse, città continuamente esposta a nuove situazioni, nuovi eventi. Tutto questo ha visto, di tutto questo ha partecipato la piccola de Kerangal, figlia di un capitano di lungo corso. Tra la gente è nata, tra la gente è cresciuta, si è formata, tra la gente è rimasta anche da grande, anche quando è diventata una scrittrice famosa, anche quando scrive. La vita privata e pubblica, la realtà e l’idealità, la storia passata e presente, le sue miserie, i suoi drammi, tutto di essa occuperà i pensieri, gli interessi non solo della donna ma anche della scrittrice. Non ci sarà opera dove una vicenda, una situazione collettiva non faccia da protagonista, dove non manchi il personaggio centrale, l’interprete unico, principale poiché molti lo saranno, tutti avranno la loro parte nelle circostanze occorse. Per tutti ci sarà posto nei racconti e nei romanzi della de Kerangal, di tutti vuole lei dire, far sapere vuole quanta vita, quanta storia ci sono state prima e dopo, vicino e lontano, quante aspirazioni, quante delusioni. È all’esterno, è tra gli altri che la scrittrice si mette a cercare quanto vale, quanto serve per un messaggio, un significato, un esempio utile per tutti, per sempre, quanto occorre per fare arte. Poetica, lirica è, infatti, pure capace di essere in molte immagini, di ottenerle è capace muovendo da luoghi comuni, quotidiani.

    Così succede pure in Riparare i viventi, titolo ricavato da un dialogo presente in un testo teatrale di Anton Čechov, Platonov (1880-1881), dove due personaggi si dicono: «Che fare Nicolas? Seppellire i morti e riparare i viventi». Anche il titolo, che proviene da tanto lontano, è prova di quell’ampiezza, di quell’estensione di tempi e di luoghi propria delle opere della de Kerangal. Altre conferme verranno dalla moltitudine di persone che percorreranno il romanzo, ognuna con i suoi pensieri, le sue azioni, la sua parte vicina o lontana da quanto di grave sta succedendo. Nella Francia dei tempi moderni una domenica mattina di fine estate c’è stato, alla periferia di Parigi, un gravissimo incidente d’auto e dei tre ragazzi che viaggiavano insieme uno, Simon, è morto dopo essere stato portato in ospedale. Aveva venti anni e i medici hanno pensato che alcuni dei suoi organi, in particolare il cuore, potesse essere trapiantato e riuscire utile ad un ammalato in gravi condizioni. Dopo aver esitato a lungo i genitori daranno il loro assenso al trapianto. Sarà la cinquantenne Claire ad usufruirne. Anche altri organi saranno prelevati dal corpo di Simon e donati ad altri ammalati in pericolo ma soprattutto sul prelievo e sul trapianto del suo cuore insisterà la scrittrice. È un argomento nuovo per una comunità, un ambiente di periferia come quello al quale appartiene Simon, la sua famiglia. È un evento eccezionale, una notizia che lascia sospesi, che giunge a tutti e che tutti porta a pensare, a parlare. Ognuno lo farà a suo modo, per quel che può, per quel che sa. Molti non si limiteranno a parlare ma vorranno anche prendere parte alla grave situazione, collaborare, aiutare. Lo faranno da soli o insieme ai genitori, ai medici, a compagni, amici con i quali si troveranno, si uniranno in un’azione comune, in un impegno collettivo, in un clima di solidarietà.

    Di morte, di dolore, di angoscia dice il romanzo ma anche di vita, di tanta vita, di tutta quella che si è accesa intorno al caso di Simon e che è fatta di sentimento, di affetto, di amore, di tutto quanto emerge, risalta quando si parla di cuore poiché un luogo dello spirito è oltre che un organo del corpo. Tantissimi saranno i modi con i quali si penserà, si dirà del giovanissimo Simon, della sua famiglia, delle persone a lui più vicine, più care. Infiniti i discorsi sulla vita, sulla morte, sulla giovinezza, sull’amore che la situazione farà comparire. Immensa diventerà la narrazione, sarà carica di particolari di ogni genere, di risvolti di ogni tipo, ad ognuno darà una voce la scrittrice, di ognuno farà un interprete fino al punto da farne tanti quanti sono gli aspetti della collettività che si è creata. A farla interpretare da tutti, persone e cose, interverrà la lingua della de Kerangal che a quelle persone, a quelle cose aderirà, alla loro vita, alla loro realtà, alla loro storia. Le riporterà fedelmente, saprà essere vera, naturale come quelle, farà scomparire ogni differenza, ogni distanza tra la vita e l’opera senza, tuttavia, rinunciare a quei frangenti, a quei momenti di elevazione morale, spirituale, di trascendenza che sono anche della vita e che solo un artista riesce a cogliere. Già in una delle prime opere la de Kerangal è riuscita a rappresentare quella complessità di elementi che è propria della vita, quella circostanza che li mette tutti in moto, li fa vedere diversi tra loro ma partecipi di un’unica totalità. Sarà il motivo, il tema ricorrente nella sua scrittura, nelle opere che seguiranno e che abbia ottenuto un risultato così eccellente quando era ancora agli inizi non può che tornare a suo merito.